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Published: 06 July 2018
Created: 06 July 2018
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vocidallestero

Come si esce dall’euro

di Joseph Stiglitz

Un articolo del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz su Politico affronta senza più giri di parole il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro. Date le resistenze tedesche a riformare (radicalmente) l’eurozona come sarebbe necessario per salvare la moneta unica, all’Italia restano poche alternative all’uscita, se non vuole sprofondare nell’inferno greco. L’Italia per ora si è impegnata a restare nell’euro, ma le cose possono cambiare rapidamente, e il nuovo governo ha dimostrato di non avere paura di agire, cosa di cui Stiglitz sembra essersi accorto

oped eurozone382x222 1160x633 1160x500Qual è il modo migliore per uscire dall’euro? La domanda torna sul tavolo dopo la nascita del governo euroscettico in Italia. Sì, è vero che i principali ministri si sono impegnati a mantenere il paese nel blocco europeo della moneta unica, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili. Devono essere considerati nel contesto più ampio della posizione contrattuale italiana. Il nuovo governo vuole chiarire che non è lì per far saltare tutto per aria. Preferirebbe restare nell’eurozona, ma vuole anche il cambiamento.

I nuovi leader italiani hanno ragione nel ritenere che l’eurozona abbia assolutamente bisogno di una riforma. L’euro è stato difettoso fin dalla sua origine. Per paesi come l’Italia, l’euro ha tolto due meccanismi fondamentali di aggiustamento: il controllo sui tassi di interesse e il tasso di cambio. E al posto di sostituire questi meccanismi con qualcos’altro, l’euro ha introdotto rigidi parametri sul debito e sul deficit, cioè ulteriori impedimenti alla ripresa economica.

Il risultato per l’intera eurozona è stato quello di una minore crescita, soprattutto per i paesi più deboli. L’euro avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare grande prosperità, e questo avrebbe dovuto rinnovare gli impegni verso l’integrazione europea. In realtà ha fatto proprio l’opposto. Ha aumentato le fratture all’interno dell’Unione europea, soprattutto tra creditori e debitori.

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Published: 06 July 2018
Created: 06 July 2018
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sinistra

La feconda lezione di Ludovico Geymonat

di Eros Barone

Rigore scientifico, coraggio civile e spirito critico di un pensatore non conformista

Geymonat e Dal PraSoltanto nell’amore e nella morte non si può fingere. Chi nell’amore cerca di fingere, può illudersi di amare, ma non ama. Chi sta morendo non finge più, perché “ciò che diranno gli altri” ormai non lo interessa… L’amore e la morte hanno dunque, davvero, qualcosa in comune, come ritennero molti poeti. Hanno in comune quello stato d’animo di “ebbrezza”, per cui l’individuo rinuncia totalmente a voler “apparire ciò che non è”; per cui comprende l’inutilità di persistere nella finzione, la vanità di ogni giudizio che non sia fondato sulla pura realtà.

Ludovico Geymonat, I sentimenti.1

Lo scopo di questo articolo è sia quello di mostrare in che senso Ludovico Geymonat occupi un posto importante nella cultura filosofica italiana del ’900, sia quello di delineare la figura di un intellettuale non conformista e di un pensatore influenzato dal marxismo.

Geymonat nasce a Torino nel 19082 ; presso l’università subalpina segue, oltre alle lezioni del grande logico e matematico Giuseppe Peano, i corsi di due filosofi positivisti, Erminio Juvalta e Annibale Pastore; nello stesso ateneo si laurea dapprima in filosofia (1930) e poi in matematica (1932), ponendo le premesse di quella fusione critica tra le due discipline che farà di lui un filosofo matematicamente dotato ed un matematico filosoficamente dotato.

Per il giovane studioso rigore e coraggio rappresentano i caratteri distintivi di una scelta di vita che lo porterà, all’inizio degli anni ’30, ad assumere, in filosofia, una posizione critica verso il neoidealismo italiano e, in politica, all’abbandono dell’università, causato dal rifiuto d’iscriversi al partito fascista.

Emerge fin da queste prime prove filosofiche e politiche un connotato della sua personalità d’intellettuale non conformista: lo stretto legame fra la teoria e la prassi. Un legame che nell’Italia di allora, per un giovane che proveniva da quella borghesia intellettuale per cui l’opposizione al fascismo era una scelta morale prima ancora che politica, era destinato a configurarsi come una testimonianza etica ed una protesta nobile ma impotente, giacché solo con la Resistenza potrà esplicarsi in un’azione politica e sociale.

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Published: 06 July 2018
Created: 06 July 2018
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carmilla

Il lavoro tra frammentazione e ricomposizione

di Fabio Ciabatti

Figure del lavoro contemporaneo, introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi, postfazione di Devi Sacchetto, Ombre corte 2018, pp. 167, € 12,75

cover figure del lavoroDiversità e frammentazione appaiono come la cifra principale del mondo del lavoro contemporaneo. Allo stesso tempo, però, l’integrazione crescente dei processi economici all’interno delle catene del valore, nelle quali coabitano regimi lavorativi estremamente diversi, aumenta l’interconnessione tra le molteplici figure del lavoro. Detto altrimenti, il luogo di lavoro non costituisce lo spazio in cui le diversità si appianano, ma esso può costituire un momento di convergenza. E’ questo, in breve, il filo conduttore di Figure del lavoro contemporaneo, un libro composto da otto ricerche sul campo, realizzate da giovani studiosi e studiose, che hanno come protagonisti facchini, portuali, lavoratrici del sesso, operai e operaie del circuito elettrodomestico, del comparto moda, delle imprese recuperate, migranti impiegati nel settore agricolo del Sud Italia, lavoratori e lavoratrici di piattaforme digitali.

Nell’introduzione, i curatori Benvegnù e Iannuzzi chiariscono che i lavoratori e le lavoratrici non vengono considerati come mero oggetto di processi che passano sopra le loro teste. Il tentativo, con esiti sensibilmente differenti in base ai casi studiati, è quello di porre l’attenzione sulla loro agency. Ciò, nell’intenzione degli autori, contribuisce sia a superare visioni eccessivamente pessimistiche sull’insufficienza delle risposte organizzate da parte dei lavoratori sia ad analizzare simultaneamente la sfera della produzione e della riproduzione, considerando anche quest’ultima come punto di emergenza di soggettività e resistenze.

Per comprendere l’agency della forza-lavoro contemporanea, proseguono i curatori, è importante capire che le trasformazioni delle forme organizzative e tecnologiche non seguono un percorso lineare di rottura e sostituzione delle fasi precedenti, ma generano forme ibride di organizzazione e regolazione del lavoro. Ad essere integrate e rifunzionalizzate sono composizioni di manodopera eterogenee sulla base di differenze e di attributi sociali quali genere, origine etnica, nazionalità, cultura e stili di vita.

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Published: 05 July 2018
Created: 05 July 2018
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valigiablu

I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà

Cosa possiamo fare per contrastarla

di Bruno Saetta

email 826333 1920 990x510Ci sono voluti 10 anni perché Stephanie Lenz ottenesse giustizia in un tribunale. Dieci anni, dopo aver postato su Youtube il video nel quale mostrava con l'orgoglio di una madre il proprio figlioletto, Holden di 18 mesi, che balla nella propria cucina sulle note di una musica di sottofondo, poco udibile. 29 secondi di video, che però vengono cancellati dalla Universal, perché quella musica di sottofondo è niente di meno che il brano di Prince, Let's go crazy.

La signora Lenz non si dà per vinta, e inizia una battaglia legale contro la multinazionale. Il classico caso Davide contro Golia, che assume importanza perché ciò che la Universal vuole vietare è un comportamento comune a milioni di persone. Ogni giorno milioni di genitori scattano foto e fanno riprese ai figli per condividerli online con parenti e amici lontani. Ma quelle riprese spesso contengono contenuti protetti: parti di brani musicali, loghi sulle magliette, sculture o edifici nello sfondo.

Nel corso del processo, portato avanti dalla EFF (Electronic Frontier Foundation), la domanda era semplice: un titolare dei diritti ha l'obbligo di valutare se ad un contenuto si applicano le eccezioni al copyright? Oppure può disinteressarsene tranquillamente e limitarsi a dire che quella musica poco udibile in sottofondo, quel logo sulla maglietta della persona ritratta è nella sua titolarità, e quindi l'intero video va buttato giù?

Ci sono voluti 10 anni perché si chiudesse il caso. Oggi Holden va alla scuola media. Domani, in Europa, potremmo avere un problema simile.

* * * *

Nei prossimi giorni (4 e 5 luglio) la proposta di riforma della Direttiva Copyright sarà discussa dal Parlamento europeo in seduta plenaria. Di seguito passerà al Consiglio dell’Unione europea, per poi tornare al Parlamento per l’approvazione definitiva (dicembre o gennaio 2019).

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Published: 05 July 2018
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sinistra

Appunti per un rinnovato assalto al cielo. II

Ancora una volta su forma merce, valore d’uso e valore di scambio

di Paolo Selmi

Citare il barbone di Treviri non è più di moda, me ne rendo conto, ma una critica al modo di produzione capitalistico senza appoggiarsi, senza partire dal contributo marxiano, non avrebbe alcun senso: chi lo ha fatto negli ultimi trent’anni di fine della storia, ha solo perso del gran tempo. Proviamo però a fargli fare un viaggio nel tempo, fino ai giorni nostri. Marx non si occupava di fotografia, né faceva radiografie, ma queste due lastre le avrebbe trovate alquanto interessanti:

Radiografia di una reflex meccanica a pellicola totalmente manuale:

reflex1

Radiografia di una reflex digitale professionale:

reflex2

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Published: 05 July 2018
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nicol.forcheri

“Flat tax”, “reddito di cittadinanza”, immigrazione e austerity

Chiarimenti sui temi caldi del momento

di Nicoletta Forcheri

horatier davidUna campagna denigratoria basata sulle solite fake news è stata scatenata da una opposizione fittizia che non fa onore alla democrazia e che, arrampicandosi sugli specchi, ha passato al setaccio l’intervento di insediamento alle camere di Conte, pur di trovare appiglio, non su quanto è stato detto, ma addirittura sulle parole non pronunciate (“mancava Nazione o Patria, mancava Scuola, mancava Pace, mancava Banca”!), per scagliarsi in un processo alle intenzioni tanto più veemente quanto più periclitante laddove il concetto era stato comunque compiutamente espresso, anche in assenza della parola.

Sulle espressioni presenti, però, ce ne sono 2 che richiedono chiarimenti: flat tax e reddito di cittadinanza. Queste espressioni sono ingannevoli, e per onor del vero, questa volta non sono i giornalisti che le hanno stravolte, sono gli uffici stessi dei partiti, rispettivamente Lega e M5S ad averle ideate e propagandate! Come dire, un modo per prestare il fianco alle facili accuse di “populismo”, parola per la verità completamente sdoganata dal Premier Conte. Chapeau!

Ma sono espressioni improprie in quanto “il reddito di cittadinanza” dei pentastellati è un semplice sostegno al reddito dei lavoratori disoccupati e suboccupati, conformemente a quanto avviene in tutti i paesi europei tranne in Grecia, sarebbe quindi meglio chiamarlo “assegno di disoccupazione” e assegno di “integrazione al reddito dei suboccupati”, del resto sancito dalla Costituzione.

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Published: 04 July 2018
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micromega

La cravatta di Tsipras. Quale morale dalla crisi greca?

di Sergio Cesaratto

tsipras merkel 510Ma che piccola storia ignobile che mi tocca raccontare…

“Atene respira” recitava il titolo de il manifesto del 23 giugno, l’agitprop di Tsipras in Italia. La Grecia “comincia a tornare ad essere padrona del proprio destino” scrive Roberto Musacchio su FB (22/6) che proclama che “serve una battaglia di liberazione dell'Europa”, in linea con Alfonso Gianni, sempre su il manifesto, secondo cui la “questione del debito non è solo greca o italiana, ma riguarda gli equilibri e il futuro dell’Europa e a tale livello va complessivamente affrontata”. Insomma, la Grecia ce l’ha fatta, ora cambiamo l’Europa. Purtroppo le cose non stanno così e tali enunciazioni sembrano le cronache di quel giornalista di Saddam che proclamava la vittoria coi carri americani dentro Bagdad.

 

Atto primo - Dalla tigre greca alla crisi e al primo “salvataggio”

Vale la pena ricapitolare un po’ l’accaduto di questi dieci o vent’anni. Com’è tradizionale per i paesi in ritardo, negli anni dell’euro pre-crisi la piccola Grecia ha fondato la sua crescita sull’indebitamento estero. Come abbiamo più volte spiegato (Cesaratto 2018), tassi di cambio fissi favoriscono i prestiti centro-periferia. Così fu nel gold standard, così è stato nell’euro. Tale modello andava benissimo alla mercantilista Germania (e alla Francia) che poteva così disporre di un piccolo ma prezioso mercato per le proprie esportazioni (e infatti la Merkel andava a braccetto con Karamanlis, il primo ministro greco di centro-destra nel 2004-9). A differenza della Spagna, dove era una bolla edilizia a guidare la crescita, in Grecia era soprattutto la spesa pubblica ad assolvere a questo compito. La crisi da indebitamento scoppia nel 2009-10, quando il socialista Papandreu rivela il conti falsificati dalla precedente amministrazione in un contesto minato dalla grande recessione.

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Published: 04 July 2018
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la citta futura

Chi sono i sovranisti-costituzionalisti e cosa vogliono veramente

di Alessandra Ciattini

Mondializzazione e sovranismo: due strategie per mantenere in vita il sistema capitalistico?

e78b6e4955151aa3823cbab8d711db2b XLScrive il sociologo francese Jean-Claude Paye su Voltairenet.org che lo scontro tra i democratici e la maggioranza dei repubblicani può essere interpretato come il “conflitto tra due tendenze del capitalismo statunitense, quella portatrice dei valori della mondializzazione e quella che sprona per rilanciare lo sviluppo industriale di un paese economicamente in declino”. Questo conflitto nasce per il fatto che negli ultimi vent’anni, a causa della grave crisi della Russia e dell’arretratezza della Cina, gli Stati Uniti sono stati l’unica superpotenza, ruolo ormai messo in discussione dal risorgere e dall’avanzamento dei paesi rivali. Questo cambiamento di situazione richiede da parte degli Stati Uniti un ripensamento della strategia internazionale, se vogliono rimanere sempre al vertice, come pretende la loro classe dirigente.

La scelta adottata da Trump è quella di rilanciare il suo paese in declino, deindustrializzato a causa della libera circolazione dei capitali e della mondializzazione neoliberale (imposte e volute dalle loro transnazionali), portando avanti politiche di carattere protezionistico – come si è visto negli ultimi tempi –, mandando in frantumi le istituzioni multilaterali (per esempio, il ritiro dalla Commissione dei diritti umani), cercando di stabilire trattati bilaterali, che beneficino l’economia statunitense (come sostiene Alberto Negri); inoltre, come vari analisti scrivono, tentando di ridurre il disavanzo commerciale con la Cina e con la Germania, favorendo il ritorno dei capitali fuggiti e finanziando il rinnovamento delle infrastrutture deteriorate da anni di abbandono.

Sebbene Trump si proponesse misure più energiche, non ha potuto fare di più che beneficiare i redditi più elevati [1], tendenza inaugurata da Reagan, e agevolare il ritorno dei capitali detassati, per fare un favore alle transnazionali, che andranno ad ingrossare gli investimenti finanziari, non trovando altre possibilità di valorizzarsi.

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Published: 04 July 2018
Created: 04 July 2018
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il rasoio di occam

Psicanalisi e rivoluzione

di Felice Cimatti

Nell'ambito del suo meritorio progetto di pubblicazione delle opere di Enzo Melandri, la casa editrice Quodlibet ha recentemente rimesso in circolazione un aureo libriccino, L'inconscio e la dialettica, originariamente uscito per Cappelli nel 1983. La nuova edizione del testo è accompagnata da una “Postfazione” di Felice Cimatti, che qui pubblichiamo per gentile concessione della casa editrice

freud psicanalisi e rivoluzione 499Credere che il prendere coscienza, la
“consapevolizzazione” corticalmente intesa,
sia un atto spontaneo, positivo, tale
da non richiedere spiegazioni, e anzi da
approvarsi senza restrizioni – tutto questo
non è che un pregiudizio spiritualistico
[…]. In tal modo si rischia di rendere
gratuito […] il suo complemento: l’atto
del non voler prendere coscienza, che è
ben altrimenti significativo[i].

Il problema che Melandri affronta in questo saggio è in prima battuta di tipo conoscitivo, cioè ha a che fare non direttamente con un particolare problema empirico, bensì con due questioni connesse: a) il problema di come si possa venire a conoscenza di quel problema e b) come si possa, eventualmente, trattarlo. In seconda battuta Melandri solleva un problema etico, come vedremo nella parte finale di questa postfazione. Il saggio si apre con la formulazione esplicita della questione: «Un problema centrale della dialettica è la questione se l’oggetto del discorso possa essere contraddittorio o no». La dialettica, scrive Melandri nella Linea e il circolo, è il pensiero la cui «formula generale […] potrebbe essere: “né A, né B”» (LC, p. 798). Un oggetto del discorso contraddittorio è invece un oggetto che è contemporaneamente A e non-A. Un oggetto del genere non sembra pensabile in modo sensato. Se però lo si pensa dialetticamente, allora diventa «possibile scappare “tra le corna” del dilemma». In effetti il tentativo di evitare la contraddizione “paralizza” il pensiero, perché appunto lo immobilizza o sulla posizione A o su quella non-A. Sostenere invece «né A, né B» significa, in realtà, che «A e B possono ben rappresentare dei contrari. Ma i contrari […] non sono mai direttamente contraddittori» (LC, p. 802), e questo permette al pensiero di non congelarsi nella contraddizione.

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Published: 03 July 2018
Created: 03 July 2018
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coniarerivolta

Contro l’ideologia della Flat Tax

di coniarerivolta

avanzatoLega e 5Stelle hanno costruito una fetta consistente del loro consenso sulla base di fumose ed incoerenti promesse di allentamento del giogo dell’austerità europea, che schiaccia l’Italia da quasi un decennio. Nonostante le fanfaronate, negli ultimi giorni il governo gialloverde sta tuttavia mostrando con estrema nettezza il suo vero volto: becero e demagogico nella gestione del fenomeno migratorio, completamente intriso di quell’indigesto misto tra liberismo sfrenato ed adesione disciplinata all’austerità europea sul piano economico. Il Ministro Tria richiama all’ordine ogni velleità, invocando la più stretta e inderogabile disciplina di bilancio ed affermando che fino al 2019 nulla che comporti costi aggiuntivi potrà essere approvato; nel mentre Salvini ed il suo circo di pseudo-economisti e rinnegati rilanciano, pur rimandandone l’entrata in vigore ad un futuro migliore, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale: la flat tax.

È questo, senza dubbio, il provvedimento più sfacciato ed esplicito nel suo tentativo di effettuare una redistribuzione di reddito dai poveri a favore dei ricchi, un provvedimento che, allo stato attuale, prevedrebbe due sole aliquote fiscali – al 15% e al 20% – per i redditi delle persone fisiche, cui si affiancherebbe un’aliquota unica o doppia (non è ancora chiaro) per tutte le tipologie di reddito di impresa, più bassa sia dell’attuale Irpef che dell’attuale imposta sulle società di capitali (IRES).

Salvini in persona ha provveduto ad esplicitare fuor d’ogni tecnicismo il significato politico e sociale della riforma fiscale che il governo ha in cantiere. Le sue parole, rilasciate pubblicamente alcuni giorni fa sono state chiarissime: “Chi guadagna di più deve pagare meno tasse. Se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, acquista una macchina in più, crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”.

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Published: 03 July 2018
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sbilanciamoci

Tecno-capitalismo o libertà

di Lelio Demichelis

Rompere e cambiare il senso delle parole non è una pratica nuova della grande narrazione di cui il capitalismo ha bisogno per riprodursi. Oggi l’ideologia californiana del platform capitalism si basa su retoriche sulla libertà individuale, della personalizzazione dei consumi e della democratizzazione dei dati

KichwateliLe grandi narrazioni non sono finite, anzi. Sbagliava Jean-François Lyotard quando sosteneva che la loro fine fosse un derivato inevitabile dello sviluppo “delle tecniche e delle tecnologie che a partire dalla seconda guerra mondiale hanno posto l’accento sui mezzi piuttosto che sui fini dell’azione; oppure del rinnovato sviluppo del capitalismo liberale, [che ha liquidato] l’alternativa comunista e valorizzato il godimento individuale dei beni e dei servizi” (in La condizione post-moderna).

Ogni potere in verità – oggi quello di tecnica e di capitalismo, di cui quello populista è un accessorio – vive sempre creando e poi replicando la propria auto-narrazione, funzionale alla diffusione e alla legittimazione del proprio potere; che è potere grazie al sapere linguistico che produce e che oggi passa dalla Silicon Valley e dal capitalismo delle emozioni come fabbriche dell’immaginario collettivo.

Un potere/sapere per produrre/modificare l’antropologia umana, per costruire un uomo nuovo funzionale, ben funzionante e a produttività crescente. L’industria culturale magnificamente analizzata da Horkheimer e Adorno (in Dialettica dell’illuminismo – sempre attuale, anche con YouTube e Netflix – è un’industria della spettacolarizzazione per la distrazione di massa, ma appunto una industria antropologica.

Posto che serve a produrre industrialmente, per l’individuo e per la nuova massa degli individui, le forme/modelli e le norme di vita necessarie e congrue al funzionamento e all’accrescimento illimitato del profitto (per il capitalismo) e del proprio apparato (per la tecnica).

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Published: 02 July 2018
Created: 02 July 2018
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doppiozero

Imperfetto passato

di Stefano Chiodi

marianne 68C’è una crudele ironia nella coincidenza tra il mezzo secolo dal Sessantotto e un’attualità che si colloca al nadir della tensione alla palingenesi personale e collettiva, della radicale espansione della sfera delle libertà e delle possibilità che dell’annus mirabilis fissarono la costellazione simbolica e politica. Risentimento, insicurezza, paura: sono questi all’opposto i segni della nostra attualità, con le sue forme intrattabili di diseguaglianza ed esclusione, i conflitti interminabili, il vuoto di alternative, di fronte ai quali le soluzioni bugiarde dei populismi, con la loro subdola e in apparenza irresistibile manipolazione del discorso pubblico, si presentano come paradossale risposta alla crisi dell’ordine neoliberista e al suo mantra There is no alternative.

Il presente insomma sembra davvero offrire davvero poche giustificazioni a una commemorazione irrimediabilmente sfasata rispetto alle urgenze che la incalzano. Proprio per questo, anziché giudicare con la fosca e disillusa misura dell’attualità le idee di un anno che si è venuto sempre più trasformando, mano a mano che i decenni si accumulavano, in un evento sbiadito o in un’eredità imbarazzante, potremmo chiedere invece al Sessantotto, liberato dalla zavorra del senno-di-poi, di auscultare il nostro presente, di sondarne le concrezioni avvelenate, di parlarci nella sua lingua. Come guarderebbero i giovani in rivolta del “maggio” un mondo che ha realizzato alcune delle loro aspirazioni più visionarie e rovesciato in una contraddittoria distopia quasi tutte le altre?

Potrebbero magari aiutarci a rendere meno patetico il residuo attaccamento al mito di un Sessantotto ideale eterno, ad esempio, o ad attutire il senso di colpa per il suo fallimento. Oppure a dare ragione a chi, come Tony Judt nel suo ultimo, accorato libro (Ill Fares the Land, Penguin 2010; in italiano, Guasto è il mondo, Laterza 2011), rivendicava lo spazio comune come luogo di una politica orientata alla coesione della comunità, anziché un insieme di singole giuste cause, totalizzanti e astratte, con cui la sinistra occidentale ha mimetizzato la sua sostanziale adesione  al sistema neoliberista.

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Published: 02 July 2018
Created: 02 July 2018
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la citta futura

Sul populismo di sinistra

di Renato Caputo

È possibile un populismo di sinistra?

Dinanzi ai successi del populismo, ci si interroga
se per tornare a vincere ci sia bisogno del cosiddetto populismo di sinistra

dea98c90b76a36d8a03d39347c874102 XLCome è noto, l’attuale governo italiano si autodefinisce, per bocca del suo stesso presidente e garante del contratto fra le due anime che lo compongono, populista. Quello di Salvini è esplicitamente un populismo di destra, di stampo essenzialmente sciovinista, che contrappone il popolo italiano – occultando così le contraddizioni al suo interno fra le diverse classi sociali – agli stranieri immigrati. In tal modo nasconde la contraddizione oggettiva fra l’interesse dei capitalisti a sfruttare la forza-lavoro, per estrarre il massimo plus-valore, e l’esigenza dei salariati di minimizzare tale sfruttamento.

Ciò favorisce evidentemente la classe dominante, che porta avanti anche inconsapevolmente la lotta di classe dall’alto, semplicemente facendo funzionare senza opposizioni significative il modo di produzione capitalista e le sovrastrutture liberali, che hanno proprio questo fine intrinseco. Anche se tale fondamento, in quanto tale, non appare, anzi, è occultato dal “naturale” carattere di feticcio che assume la merce, il denaro e lo stesso capitale, che non appaiono come prodotti del lavoro salariato, ma degli strumenti per il suo dominio. Inoltre il populismo nazionalista di destra tende a offrire al malessere della maggioranza dei ceti sociali subalterni – che subiscono, senza nemmeno avvedersene, il dominio della classe dominante e la sua lotta di classe condotta in modo sempre più unilaterale dall’alto – un capro espiatorio molto più facile, almeno apparentemente, da combattere, ovvero gli stranieri che aspirano a prendere il loro posto di lavoro, la loro porzione di “Stato sociale” e che, in ogni caso, con la loro semplice presenza rendono il proletario e il sottoproletario italiano più facilmente ricattabili.

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Published: 01 July 2018
Created: 01 July 2018
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sinistra

Appunti per un rinnovato assalto al cielo. I

Riportando tutto a casa

di Paolo Selmi

appunti1“L'intelligence, c'est de chercher dans quelle
mesure on peut mettre un petit peu de raison
dans cette absurdité.”
(Jean-Luc Godard, “Monologue”,
Une femme mariée, 1964)

Premessa

Si narra che, qualche millennio fa, un pensatore cinese di nome Kong(fu)zi (孔(夫)子, o Confucio per gli amici), in un periodo di crisi abbastanza simile all’attuale, se non peggio, inaugurasse la sua proposta politica (non ancora divenuta ideologia e pensiero dominante di un continente) “rettificando i nomi” (zheng ming 正名): “Se i nomi non sono corretti, le parole non corrispondono alla realtà; se le parole non corrispondono alla realtà, gli affari non giungono a compimento”1 … insomma, secondo il pizzetto più famoso e osannato del Paese di Mezzo, nulla si sarebbe mai potuto veramente cambiare se non si eliminano prima le ambiguità di fondo esistenti. Era un atto di grande coraggio allora, quando denunciare un’usurpazione di trono poteva equivalere alla perdita della propria testa; è un atto di grande coraggio oggi, quando palesi atti di arroganza che fanno straccio del diritto internazionale sono auto-legittimati da caratteri di “eccezionalità”2 che valgono solo per uno Stato (e per i lacché di turno), così come quando “fare chiarezza” su una proposta politica di trasformazione socio-economica e possibile transizione al socialismo equivale, sicuramente, a inimicarsi tanti soggetti, alcuni tradizionalmente noti (i primi di cui sopra) e altri, molto probabilmente, ancora considerati “amici”, “alleati”, se non addirittura lao dage (老大哥), “grande fratello maggiore”, al posto del defunto riferimento sovietico.

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Published: 01 July 2018
Created: 01 July 2018
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blackblog

Prefazione a "L'onore perduto del lavoro" di Robert Kurz

di Bruno Lamas

the walking dead 55«"Chi non lavora non mangia" - è questo il comandamento pratico del socialismo» [*1], ha scritto Lenin. «Nella civiltà non c'è spazio per i pigri» [*2], ha scritto Henry Ford. Non è difficile capire come in realtà queste affermazioni non siano vere e proprie minacce di morte. A queste frasi, ne potremmo aggiungere innumerevoli altre, altrettanto o più sinistre, pronunciate da personaggi importanti del secolo scorso, che evidenziano in maniera inequivocabile come l'ex blocco dell'Est e le società capitaliste occidentali, nonostante tutte le differenze, di maggior o minore entità, in realtà erano solamente due varianti di un'unica complessiva forma sociale fondamentale che, sebbene in stato di decomposizione, è anche ancora la nostra: la «Società del Lavoro».

L'espressione venne coniata da Hanna Arendt - erano ancora gli anni '50 - ma nonostante il suo potenziale radicale, che permetteva che si potesse guardare a quelle che erano le forme comuni al capitalismo ed al socialismo reale, la concezione ad essa soggiacente ebbe ben poca eco nella teoria critica sociale ancora per molto tempo. Ma, agli inizi degli anni '80, cominciava a delinearsi una nuova situazione storica. Nei paesi occidentali più avanzati, la terza rivoluzione industriale della microelettronica stava già facendo degli importanti passi in avanti, e cominciavano ad emergere segni di una disoccupazione strutturale. Nella Germania Occidentale, il nuovo contesto aveva stimolato la nascita di un dibattito relativamente allargato sulla cosiddetta «crisi della società del lavoro» (Krise der Arbeitgesellschaft). Era già il titolo stesso del dibattito, ad essere indicativo di una vaga percezione di una profonda trasformazione strutturale, ma l'incapacità di saper riflettere sui nuovi problemi a partire da una reale comprensione della traiettoria storica del capitalismo, finì per ridurre il dibattito ai suoi aspetti politici, sociologici e culturali della «società post-industriale» e al declino del movimento operaio in quanto soggetto storico, associato alla fine del suo carattere omogeneo, classista e largamente sindacalizzato, ed alla concomitante e crescente eterogeneità ed individualizzazione sociale.

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Published: 01 July 2018
Created: 01 July 2018
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globalproject

Il dispositivo dell'infedeltà

Per una lettura rizomatica dell'opera di Marx

di Vincenzo Di Mino

Per la rubrica “Il pensiero alla radice”, sempre nel solco del bicentenario della nascita di Karl Marx (vedi anche: Leggere Il capitale: Due guide eretiche, di Lorenzo Feltrin), pubblichiamo una rilettura “infedele” dell’opera marxiana fatta da Vincenzo di Mino, partendo da due recenti testi - Marx’s Inferno di William Clare Roberts e Rupturing the dialectic di Harry Cleaver – che stanno già accumulando grande credito all’interno del variegato panorama del marxismo eterodosso contemporaneo

1521573409 e977ce70efc18eb46762e593e91dda94We are the queer
We are the whore
Ammunition
In the class war
(Nofx, The Decline)

Marx, 200 anni dopo: continuità dell’opera o dinamica intermittente degli antagonismi? Intorno a questa domanda, molto è stato detto e prodotto. Si è detto di un Marx storicista, pensatore usato al servizio della Ragion di Stato socialista, teologo del progresso, e di un Marx critico dell’economia poco propenso a occuparsi delle questioni più materialmente politiche, come quelle riguardanti la sfera del potere statale. Si è detto di un Marx codificato nella dinamica ideologica marxista e di un Marx che, grattando sotto la superficie, alla fine era un liberale radicale. Le domande da porsi oggi, però, sono sensibilmente differenti e, abbandonati ai loro destini il campo dell’ideologia pura, dell’appartenenza dottrinaria e dell’appropriazione possessiva della vasta e complessa opera del pensatore tedesco, necessitano di uno slittamento teorico che incroci immediatamente le pratiche di conflitto e trasformazione che attraversano le difficoltà del presente.

Si potrebbe dire, infatti, che ciò che oggi può implementare la possibile messa in campo di differenti processi di conflittualità sociale è una sostanziale infedeltà a Marx, conforme alla famosa XI tesi su Feuerbach: nell’epoca in cui il capitale-mondo estrae valore anche dalle funzioni cognitive e intellettuali della soggettività, interpretare il mondo e operare nei termini di una sua sovversione vengono praticamente a coincidere.

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Published: 30 June 2018
Created: 30 June 2018
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la citta futura

Come uscire dall’Euro in 5 mosse

di Ascanio Bernardeschi

Perché occorre uscire dall’Unione Europea e come farlo salvaguardando gli interessi dei lavoratori

64bbfaf26f556ccaafd5729a1d3e079f XLDopo che anche Lega e Movimento 5 Stelle hanno (obtorto collo?) dichiarato la loro fedeltà all’euro, all’Europa e alla Nato, c’è il rischio che rimanga fuori dai radar la discussione sulla permanenza o meno nella gabbia dei trattati europei. Eppure l'argomento è della massima importanza, dal momento che le regole previste da questi trattati escludono di fatto ogni possibilità di adottare politiche economiche non tanto rivoluzionarie, ma anche timidamente anticicliche. Infatti questa gabbia inibisce la possibilità di manovrare sulla quantità di moneta emessa, di manovrare sui tassi di interesse, di manovrare sui rapporti di cambio, di effettuare politiche di deficit spending, di definire la politica della banca centrale, in barba alla Costituzione, alla sovranità nazionale, agli esiti elettorali.

Tutto ciò comporta deflazione, tagli al welfare, impossibilità di intervenire nell’economia, necessità di privatizzare per fare cassa, peggioramento delle condizioni dei lavoratori e in generale dei proletari, accentuazione delle disparità sia all’interno dei singoli paesi che fra paesi solidi ed economie traballanti. Ne consegue ineluttabilmente che il potere di interdizione e di autodifesa dei lavoratori si vada restringendo e che la disgregazione del mondo del lavoro affievolisca la presa delle tradizionali organizzazioni di classe dei lavoratori. Non c’è da stupirsi, quindi, se il malcontento, laddove la sinistra non ha saputo svolgere un’opposizione efficace a queste politiche, si sia incanalato verso formazioni della destra xenofoba e fascista o qualunquiste (in Italia Lega e 5 Stelle).

L’imbarbarimento della società non è più un pericolo solo ipotetico, ma tangibile, come pure il pericolo di ritorni a regimi reazionari e di crescita dei movimenti più o meno palesemente fascistizzanti.

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Published: 30 June 2018
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economiaepolitica

Ordoliberalismo 2.0 e ordopopulismo

di Lelio Demichelis

populismo 640x488Se volessimo suddividere per fasi[i] la storia del liberalismo economico, il 1938 è sicuramente un anno che sembra fare da spartiacque tra prima e dopo. Perché è in quell’anno che si svolge a Parigi il Convegno (o Colloquio) Lippmann, dal nome dell’americano Walter Lippmann, liberale e autore del celebre L’opinione pubblica e di La giusta società. Convegno che voleva gettare le basi per la nascita del neoliberalismo (o per la rifondazione del liberalismo), facendo incontrare – pur nelle loro differenze e conflitti – il modello neoliberista austro-statunitense (da von Hayek a von Mises a Milton Friedman e la Scuola di Chicago) e quello ordoliberale prima tedesco (da Röpke a von Rüstow, da Erhard a Eucken e altri) e poi europeo (da Einaudi a Monti e Draghi, ai Trattati Ue).

Tuttavia, ciò che chiamiamo neoliberalismo è in realtà sia un’evoluzione (o meglio: una involuzione) del primo liberalismo, sia (e soprattutto) un suo potenziamento finalizzato alla conquista dell’egemonia politica e antropologica (oltre che del dominio). Pianificata mediante la costruzione di un uomo nuovo neoliberale e capitalista, il neoliberalismo così spingendosi – secondo Massimo De Carolis – “a immaginare un meccanismo di civilizzazione davvero alternativo a quello di Hobbes, che non si concepisse più come una negazione dello stato di natura [la guerra di tutti contro tutti, superata con il contratto sociale] ma, all’opposto come un suo progressivo governo dall’interno”[ii], cioè contrattualizzando socialmente questo stato di natura necessario alla competizione economica. Così facendo il neoliberalismo però nega di nuovo la libertà dell’individuo e lo assoggetta, ma in nome della libertà – come scrive Byung-Chul Han[iii] – alle norme e alle forme di organizzazione e di funzionamento del mercato. Perché, come ha evidenziato Michel Foucault in Sorvegliare e punire, già il XVIII secolo ha inventato la libertà ma anche la società disciplinare – che serviva al capitalismo per organizzare il lavoro e creare l’uomo nuovo adatto alla rivoluzione industriale.

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Published: 30 June 2018
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inchiesta

La fine della gioventù

Come la precarietà del lavoro sta cambiando il mondo

di Paolo Botta

generazioniNegli ultimi decenni il nostro paese, come del resto tutti i paesi della UE, ha posto in essere significativi cambiamenti nelle politiche economiche e sociali che avevano caratterizzato la fase successiva alla seconda guerra mondiale. Ciò ha determinato un consistente riassetto dello status di tutti i principali attori in campo, anche se le trasformazioni più evidenti hanno riguardato l’universo giovanile. In questa nota mi soffermerò su questo segmento di popolazione, cercando di evidenziare i principali mutamenti che lo hanno caratterizzato nel tempo.

 

Come nacque la gioventù

Una volta, in tempi molto lontani, il genere umano si distingueva poco al suo interno rispetto all’età anagrafica. Forse la distinzione più evidente era tra l’infanzia e l’età matura perché presto si assumevano ruoli adulti, che si mantenevano per tutta la vita. La vecchiaia avanzata era il tempo della saggezza e della riflessione e durava poco.

Poi venne la società industriale, ma poco cambiò perché quando si era ancora poco più che bambini si era catapultati in ruoli adulti: gli infanti erano costretti a svolgere lavori faticosi e massacranti più dei padri. In questa situazione non si aveva il tempo di essere quello che oggi chiamiamo comunemente giovane, perché subito si diventava adulti e poi vecchi senza soluzione di continuità.

Ad un certo punto, però, qualcosa cambia. Lo sviluppo della società industriale rende necessario richiedere ad un numero crescente di persone una qualche presenza nella scuola. In passato solo pochissimi eletti potevano intrattenersi per periodi più o meno lunghi negli studi prima di entrare nel mondo del lavoro.

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Published: 29 June 2018
Created: 29 June 2018
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cominfo

Prospettive della UE, governo Conte e sovranità costituzionale

intervista a Vladimiro Giacchè

Pubblichiamo di seguito un’intervista a Vladimiro Giacchè, economista marxista, a cura di Francesco Valerio della Croce

Suzanne Valadon par Henri de Toulouse Lautrec1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione.

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Published: 29 June 2018
Created: 29 June 2018
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contropiano2

E’ morto Domenico Losurdo, filosofo e marxista

di Rete dei Comunisti - Stefano G. Azzarà*

Pubblichiamo qui il ricordo della Rete dei Comunisti e di Stefano G. Azzarà, che con Losurdo ha studiato e lavorato.

La morte dello studioso, del compagno Domenico Losurdo è una perdita che pesa. Particolarmente in una fase storica, come quella che viviamo, in cui le ragioni dell’alternativa, del riscatto sociale e della liberazione dal lavoro salariato sembrano offuscate e smarrite sotto il peso e la evidente pervasività dell’offensiva borghese.

36310250 10214312247254660 7971513886115364864 nLosurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.

Nei suoi scritti la spinta al mutamento ed alla necessità della rottura rivoluzionaria è sempre presente senza mai dimenticare la storia, l’epopea ma anche la necessità di un bilancio del movimento comunista internazionale e di alcuni suoi grandi interpreti che hanno segnato, in ogni caso, la nostra contemporaneità.

Enormi sono i suoi lavori editoriali e lo studio accumulato nei decenni, sia in Italia e sia in altri paesi. Non a caso Domenico Losurdo è stato apprezzato anche da chi, pur da posizioni teoriche distanti dal marxismo, riconosceva la qualità e la serietà del contributo ideale ed intellettuale di Domenico.

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Published: 29 June 2018
Created: 29 June 2018
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valigiablu

Intelligenza artificiale, filtri e contenuti sui social 

di Fabio Chiusi

“L’odio resterà. A sparire saranno i diritti e le libertà degli individui”

mobile phone 1087845 1920 990x510L’approvazione nelle scorse ore della contestata riforma europea sul copyright da parte del Comitato Affari Legali del Parlamento UE, se confermata in assemblea plenaria, segnerà una rivoluzione copernicana per la creazione e condivisione di contenuti in rete. Se fino a oggi le piattaforme digitali si presumevano non responsabili dei contenuti dei propri utenti, ed erano chiamate a rispondere solo in seguito a segnalazione di contenuti illeciti già pubblicati, da ora saranno costrette a intervenire prima ancora che vengano pubblicati.

I critici le chiamano censorship machines, macchine da censura. E hanno ragione: nel nome della tutela del diritto d’autore, si instaura un meccanismo per cui ogni contenuto deve passare il vaglio preventivo di una serie di algoritmi — opachi e ignoti al legislatore come all’opinione pubblica — il cui compito è creare una sorta di barriera all’ingresso alla rete. Se al check-point algoritmico si presenta per esempio un video che, in tutto o in parte, corrisponde a un contenuto protetto sulle liste fornite dai titolari del copyright, allora va bloccato prima ancora della pubblicazione.

Anche se la normativa europea non lo chiama così, si tratta in tutto e per tutto di un sistema di filtraggio. Idea pericolosa in sé, ma che lo diventa ancor più se si pensa che si tratta di un controllo a priori per nulla trasparente, dai contorni vaghi e senza che si comprenda di quali meccanismi di tutela e appello disponga chi si vede rimuovere, e automaticamente, contenuti perfettamente leciti.

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Published: 28 June 2018
Created: 28 June 2018
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sinistra

Considerazioni sul nesso fra teoria e politica nel marxismo italiano degli anni ’70 e ’80

di Eros Barone

marxismo italiano 02L’ortodossia non deve essere ricercata in questo o quello dei discepoli di Marx, in quella o questa tendenza legata a correnti estranee al marxismo, ma nel concetto che il marxismo basta a se stesso, contiene in sé tutti gli elementi fondamentali, non solo per costruire una totale concezione del mondo, una totale filosofia, ma per vivificare una totale organizzazione pratica della società, cioè per diventare una integrale, totale civiltà. […] Una teoria è rivoluzionaria in quanto è appunto elemento di separazione completa in due campi, in quanto è vertice inaccessibile agli avversari. Ritenere che il materialismo storico non sia una struttura di pensiero completamente autonoma significa in realtà non avere completamente tagliato i legami col vecchio mondo.
Antonio Gramsci1

1. Centralità del nesso fra teoria e politica

Le note che seguono mirano per un verso a puntualizzare il nesso tra teoria e politica, così come si è andato configurando in alcuni momenti decisivi dell'elaborazione marxista che hanno contrassegnato l’arco storico degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, e per un altro verso a indicare le condizioni per una possibile ricomposizione di tale nesso nella prospettiva della ripresa di un movimento di classe offensivo. La ricognizione del tema non può che svolgersi lungo i mobili confini, tra scienza e ideologia, di un campo di ricerca attraversato da una lotta specifica tra diverse ed opposte tendenze, espressione strutturale di un livello determinato della lotta di classe, la pratica teorica, a sua volta ‘sovradeterminato’, attraverso una peculiare combinazione di effetti, dagli altri livelli o istanze della totalità complessa costituita dall’insieme base-sovrastrutture-pratiche, cioè dai livelli corrispondenti alla pratica economica e alla pratica politica della lotta di classe.2

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Published: 28 June 2018
Created: 28 June 2018
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operaieteoria

All’ordine del giorno: partito operaio

di Enzo Acerenza

ocinf 350x350La domanda che poniamo è in questi semplici termini. Siamo ancora operai che si riuniscono come venditori di forza lavoro e tentiamo di venderla al nostro padrone alle migliori condizioni o siamo operai che hanno imparato, per propria esperienza pratica, che il nostro orizzonte non può fermarsi a questa contrattazione: nella migliore delle ipotesi ci garantisce una misera vita normale e nelle peggiori ci colloca fra i milioni di uomini che non sanno come tirare avanti.

Se siamo ancora nella prima condizione basta trovare un sindacato capace di contrattare al meglio la vendita delle nostre braccia e se non c’è occorre costruirlo. Abbiamo delle organizzazioni sindacali completamente allineate alle necessità economiche del padrone, è lui che fa il prezzo, e lui che imposta le condizioni di utilizzo della merce che vendiamo. Quando parliamo di sindacati ci riferiamo ai confederali, questi hanno costruito la loro forza contrattuale sulla disponibilità a sottoscrivere qualunque patto servisse al padrone per garantirsi i profitti e, come qualsiasi commerciante, hanno sostenuto che se non c’è il compratore (il padrone) nessuno compra la merce che, inutilizzata, può andare solo in rovina. Dove cade tutto questo baraccone? Cade nel momento in cui pur avendo un compratore, pur dando completa disponibilità di utilizzo delle nostre braccia, pur accettando un prezzo basso, un salario da fame, il nostro bravo compratore non conosce limite, ci consuma fino all’osso, dove non può intensificare il rendimento orario prolunga la giornata lavorativa, riportando la sua lunghezza ai livelli di cento anni fa. Il consumo della forza lavoro spinto alle estreme conseguenze produce il fenomeno del suo consumo mortale. I morti sul lavoro non sono disgrazie, sono un prodotto specifico della massima spinta al rendimento che il padrone impone nelle sue fabbriche.

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Published: 28 June 2018
Created: 28 June 2018
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sollevazione2

Il trappolone (franco-tedesco)

di Leonardo Mazzei

L'ultima trovata: far decidere ai parlamenti di Berlino e Parigi la politica economica italiana. Non è uno scherzo, è la proposta Merkel-Macron. E poi qualcuno ci chiede perché insistiamo tanto sulla sovranità...

3ee9082be3924c663e5e6c604a5e6587A Berlino stan preparando una trappola. Ed a Parigi gli tengono bordone. Nel mirino - sai che novità! - l'Italia. Il terreno è stato arato fin dall'autunno scorso, con il famoso non-paper di tre paginette col quale Wolfgang Schäuble dette il suo addio all'Eurogruppo. Ora, dopo otto mesi, Angela Merkel proverà a tradurre in pratica le dritte del suo ex ministro. L'occasione sarà quella del vertice europeo della prossima settimana.

«L'ultima trappola di Schäuble in Europa», questo il titolo insolitamente allarmato dell'insospettabile Sole 24 Ore dell'11 ottobre 2017. Insospettabile pure l'autore, Alberto Quadrio Curzio, non esattamente un "populista". Il quale, descrivendo la proposta dell'ormai ex ministro delle Finanze tedesco, parlava già allora di: «un Fondo monetario come "sovrano rigorista"» e di una «minacciosa "gestione ordinata" dei titoli di Stato», concludendo seccamente che «la proposta è da respingere e non solo perché sarebbe micidiale per l’Italia».

Com'era immaginabile quella di Schäuble non era la mera esercitazione di un ministro in disarmo. Tant'è che adesso la cosa si fa seria. Ce ne parla stavolta un altro insospettabile, Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri l'altro. Il fatto è che l'informale non-paperdell'attuale presidente del Bundestag ha ora preso l'ufficialissima forma di una proposta firmata dal duo Merkel-Macron.

Ma se a ottobre l'establishment nostrano sembrava deciso a dire no, adesso invece tentenna. Lorsignori comprendono che il cappio franco-tedesco riguarda in qualche modo anche loro, ma l'alternativa è il dilagare del populismo, addirittura il licenziamento della tanto amata Merkel, che Dio non voglia!

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  1. Stefano G. Azzarà: Crisi della sinistra, ruolo dei comunisti e restaurazione neo-liberale
  2. Sergio Bruno: Macroeconomia, mezzo secolo di regresso
  3. Collettivo Clash City Workers: Un hobby a cottimo
  4. Sergio Cesaratto: "Chi non rispetta le regole" a Roma
  5. Pierluigi Fagan: There is no alternative?
  6. Domenico Mario Nuti: L’utopia dell’Equilibrio Economico Generale
  7. Gilles Dauvé: Quando muoiono le insurrezioni
  8. Giulio Palermo: Reddito di cittadinanza: una critica marxista
  9. Fulvio Grimaldi: Atene, le voci dei leader della Resistenza greca
  10. Tomaso Montanari: Il discorso del re
  11. Maria Turchetto: Leggere L'accumulazione del capitale
  12. Giovanni Dall'Orto: “Aiutiamoci a casa nostra”. Migranti, ipocrisie e contraddizioni
  13. Giovanna Cracco: Governo vs Unione europea
  14. Salvatore Perri: Mezzogiorno senza reddito e senza cittadinanza
  15. Leonardo Mazzei: Si può uscire dall'euro: ecco come
  16. Massimo Filippi: Profanazioni del potere
  17. Angelo Zaccaria: Venezuela e post-democrazia autoritaria
  18. Salvatore Prinzi: Il nostro, giovane, Marx
  19. Alessandro Visalli: Frammenti: circa piccole polemiche sulle lettere di Marx (1870)
  20. Marco Calabria: Il mondo altro in movimento
  21. Moreno Pasquinelli: La fatwa di Giorgio Cremaschi
  22. Adriano Cozzolino: La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale
  23. Antithesis: Sull'ecologia del capitalismo
  24. Marco Palazzotto: Una crisi, tante teorie
  25. Il Pedante: Il Ministero della Verità

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