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Published: 19 January 2026
Created: 15 January 2026
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comidad

Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)

di comidad

Capita persino a Trump di dire ogni tanto qualcosa di concreto; infatti qualche giorno fa ha dichiarato che sarebbe suo obbiettivo raggiungere il trilione e mezzo di dollari in spese militari, il che significa millecinquecento miliardi secondo la nozione anglosassone di trilione; un aumento di oltre il 50% rispetto al bilancio attuale di circa novecento miliardi. Trump dice che grazie ai dazi è aumentato il gettito fiscale (i dazi sono tasse sui consumi), per cui sarebbe ora possibile costruire un “esercito da sogno”. In realtà con questa cifra di spesa militare a sognare di più sono gli appaltatori del Pentagono.

Non sarà possibile arrivare a un trilione e mezzo con le sole entrate fiscali, perciò occorrerà fare altro debito pubblico, che l’anno scorso ha sforato la cifra record di 37 trilioni (trentasettemila miliardi) di dollari. Per evitare il default il limite del debito è stato dilatato di altri cinque trilioni.

Se si seguono i soldi si capisce anche chi comanda veramente negli USA: infatti il capo della sottocommissione senatoriale al bilancio federale (quella che gira il rubinetto dei soldi) è il neoconservatore Lindsey Graham. Lo schema neocon è quello di muovere i soldi, che nel loro movimento determineranno i fatti compiuti, e le narrazioni ideologiche faranno da decorativo o, al più, da spot pubblicitario. In base alla narrazione pseudo-ideologica i neocon dovrebbero essere i più accaniti nemici di Trump, e invece ne sono i maggiori sostenitori. Gli osservatori americani riscontrano che la promessa di Trump di aumentare del 50% le spese militari fa “sbavare” il leader neocon Lindsey Graham.

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Published: 19 January 2026
Created: 13 January 2026
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lantidiplomatico

Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi”?

di Fabrizio Poggi

Sembrava che negli ultimi tempi fosse calato il silenzio sui piani di allestimento di un esercito europeo. Ora, col pretesto di fare la voce grossa nei confronti di Trump e delle sue ambizioni sulla Groenlandia, bofonchiando qualcosa sull'invio di truppe “europee” sull'isola, a difesa della sovranità danese, ecco che si riaffaccia l'idea di una forza armata comune della UE. Non che la Groenlandia c'entri davvero qualcosa, per carità; ma offre l'occasione di una sortita, di cui in verità nessuno sentiva questo gran bisogno, al Commissario europeo alla guerra Andrius Kubilius, per parlare di un esercito europeo permanente di 100.000 uomini, in sostituzione delle forze yankee in Europa, che ammontano oggi, per l'appunto, a circa 100.000 unità.

Perché, se si arrivasse a una contrapposizione, non certo davvero militare, tra Bruxelles e Washington, si dice, ciò condurrebbe a una disgregazione, o quantomeno a un indebolimento, della NATO.

Quindi, sin «dall'inizio del mio mandato», dice colui a cui si deve il vaticinio sulla Russia che «tra cinque anni, o forse anche prima, attaccherà un paese europeo, o forse più di uno», vado ripetendo che «ci troviamo di fronte a due problemi: la minaccia russa e il ritiro degli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Oggi, il bilancio militare della Russia, in termini di parità di potere d'acquisto, rappresenta l'85% della spesa per la difesa di tutti i paesi UE. Non vi è alcun segno che Putin intenda raggiungere la pace

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Published: 19 January 2026
Created: 13 January 2026
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Primi passaggi contro la crisi

di Alessandro Volpi

Al di là del superamento definitivo del modello economico dominante, ecco alcune mosse propedeutiche, partendo dal piano europeo

La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo occidentale in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta rapidamente aggravandosi. Ciò esaspera ancor più la natura predatoria del capitalismo con lo smantellamento dei sistemi di Welfare e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.

Al di là dell’obiettivo di un superamento definitivo di un simile modello – che non è possibile definire in queste poche righe – mi sembrano indispensabili alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo. Tratteggerò di seguito in modo schematico questi necessari passaggi.

 

Limitare la circolazione dei capitali

È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione «territoriale» alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi.

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Published: 19 January 2026
Created: 17 January 2026
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lantidiplomatico

Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori

di Geraldina Colotti

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l'ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l'iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l'attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto od opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell'Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

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Published: 18 January 2026
Created: 11 January 2026
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comuneinfo

L’immaginario e il comune

di Federico Battistutta

Bari 1997 Murales di Felice Pignataro.jpgIl capitalismo, che oggi rende più visibile il suo legame non occasionale con la guerra, resta prima di tutto il risultato di un immaginario ben radicato. L’economia ha preso il posto della religione. C’è davvero bisogno di pratiche che mettano in conto la decolonizzazione di questo immaginario: la discussione da tempo in corso sul concetto di comune (común, commoning) va in quella direzione. Si tratta prima di tutto di imparare a vedere ciò che già accade ai margini: nelle reti di protesta, di conflittualità e di solidarietà, nelle forme di mutualismo, nelle pratiche agroecologiche, nei tentativi che cercano di oltrepassare la dicotomia materiale/spirituale, ma sempre più spesso nelle “arche-rifugio”, come le chiama Zibechi, utili per proteggersi durante la tempesta. La domanda allora, scrive Federico Battistutta, è: quali gesti, quali narrazioni, quali forme di attenzione permettono a queste esperienze di non essere riassorbite dal realismo capitalista?

* * * *

Quando guardiamo qualcosa non vediamo solo case, fiumi, strade, alberi, negozi, automobili, computer…, ma stiamo anche osservando le relazioni che le hanno costruite – relazioni tra umani, tra umani e non umani. A loro volta, queste relazioni non sono l’espressione di puri e semplici atti e transazioni sociali, non hanno quell’apparente naturalità e immediatezza a cui si è tentati di pensare, ma sono il risultato alquanto intricato della messa all’opera di qualcosa meno evidente: l’immaginario sociale.

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Published: 18 January 2026
Created: 11 January 2026
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infoaut2

Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile

di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti

2252639554                 You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll go insane
Mad Max: Fury Road

Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti
Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche

L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste (corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico, caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo dell’AI.

Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta.

Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista, in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie.

Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo (terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica)

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Published: 18 January 2026
Created: 18 January 2026
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pierluigifaganfacebook

Della guerra

di Pierluigi Fagan

Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.

La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse. Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.

Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.

Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento a un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.

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Published: 18 January 2026
Created: 12 January 2026
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La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata

di Alberto Baccini

La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetto: costruire un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica.

* * * *

La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto, frammentata.

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Published: 18 January 2026
Created: 12 January 2026
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Al di là dei miti invalidanti

di Alberto Giovanni Biuso

Tra le evidenze della fine del XX e di questo primo quarto del XXI secolo ci sono il ritorno esplicito - e rivendicato come faro di civiltà – del colonialismo anglosassone; il corrispondente declino dell’Europa, dominata e dissolta da un’Unione Europea che del colonialismo anglosassone è espressione; la incipiente ma già ben delineata divisione del pianeta in sfere di influenza, divisione che in realtà è sempre stata causa di conflitti distruttivi.

Un’ulteriore evidenza, che delle precedenti è conseguenza e insieme causa, è il declino di un mito politico invalidante: la separazione topologica tra Destra e Sinistra. Una differenziazione nata durante gli Stati Generali che si riunirono a Versailles nel maggio del 1789 e che ormai è arrivata al suo termine. La stanca sopravvivenza di tale schema è favorita da uno dei caratteri di fondo delle società umane: la forza di inerzia, alla quale si aggiunge in questo caso la comodità di una distinzione elementare e il suo ancora massiccio utilizzo da parte della pubblicistica e in generale dei media.

Tentare di andare oltre la «morta gora» (Inferno, VIII, 31) di tale dicotomia è dunque un dovere insieme civile e intellettuale. Tra gli spazi che cercano di oltrepassare tale sterile palude c’è la rivista fiorentina Diorama Letterario. Arrivata al suo XLVI anno, anche il numero più recente (11/12; novembre-dicembre 2025) rappresenta una sintesi delle tematiche privilegiate dalla rivista e delle sue posizioni su una varietà di questioni.

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Published: 17 January 2026
Created: 13 January 2026
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mondocane

Trump e noi nel nostro piccolo

Con Gladio al potere è tempo di Askatasuna

di Fulvio Grimaldi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__trump_e_noi_nel_nostro_piccolo_con_gladio_al_potere_e_tempo_di_askatasuna/58662_64687/

Askatasuna,17 gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale

Aska demom partigiani.jpgIn altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

  1. Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!
  1. Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero.

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Published: 17 January 2026
Created: 14 January 2026
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lafionda

Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio

di Elena Basile

iran.jpgSono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.

Volevo combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani. Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.

Il soggiorno è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica, culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea. Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono considerati fuori luogo.

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Published: 17 January 2026
Created: 14 January 2026
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piccolenote

Iran: il regime-change che viene da lontano

di Davide Malacaria

“Grazie alla vigilanza della popolazione e delle forze dell’ordine, è stata ripristinata la calma”, Così oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Narrativa di parte, ovvio, che stride con i resoconti dei media occidentali che parlano di tanti morti, una conta variabile perché in realtà nessuno sa nulla. Non c’è internet, le uniche fonti a cui si attengono i media sono o i cosiddetti attivisti o le ong finanziate dal Dipartimento di Stato americano, che hanno tutto l’interesse a rendere la drammatica situazione ancora più tragica, così da urgere un intervento.

E se avesse ragione Araghchi? In realtà a dargli ragione è una fonte del tutto inattesa, il Critical Threats Project, un’emanazione dell’Institute for the Study of War e dell’American Enterprise Institute, due think thank affiliati ai neocon, che da sempre sostengono l’intervento Usa in Iran.

Un’analisi pubblicata dal CTP, infatti, “suggerisce che le proteste in Iran sembrano essersi attenuate dopo giorni di disordini a livello nazionale, con solo sette proteste registrate in sei province martedì, un netto calo rispetto a giovedì scorso, quando sono state documentate 156 manifestazioni in 27 delle 31 province dell’Iran” (Haaretz).

Eppure ieri, come mai dall’inizio delle proteste, i media erano inondati da notizie e reportage sulla repressione brutale del regime, di cifre astronomiche di morti etc. Un film già visto nei precedenti regime-change orchestrati dagli Stati Uniti. Ma perché il picco drammatico di ieri?

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Published: 17 January 2026
Created: 13 January 2026
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linterferenza

Giovani d’oggi

di Antonio Martone

Ai giovani di questa prima parte di millennio è stata sottratta una dimensione elementare e profonda: la natura e la spensieratezza. È stata loro sottratta la possibilità di vivere negli spazi aperti senza uno schermo tra le mani, di attraversare i loro anni in modo immediato, corporeo, non sorvegliato e registrato. Il loro tempo è già colonizzato. La loro non è più una temporalità dell’esperienza ma un’alienazione da esposizione costante.

Paradossalmente, tutto ciò avviene in nome della protezione. Mai come oggi i minori sono circondati da un apparato così capillare di tutele, protocolli, linee guida, sorveglianze, certificazioni, allarmi morali. Ogni spazio deve essere “sicuro” e ogni parola “inclusiva”, ogni rischio “neutralizzato”. Proteggendo i giovani da tutto, tuttavia, li si priva di tutto. Il politicamente corretto pedagogico e istituzionale funziona come una nuova forma di igiene morale: non apre il mondo ma lo riduce a un ambiente asettico, privo di attriti e di intensità. L’infanzia e la giovinezza hanno rappresentato per secoli il momento dell’eccedenza, dello spreco vitale, dell’esplorazione improduttiva. Oggi, sono state trasformate in fasi della vita amministrate biopoliticamente.

A questa medicalizzazione morale dell’esistenza giovanile corrisponde una trasformazione altrettanto radicale della formazione. Ai giovani viene impartita un’istruzione sempre più funzionale, sempre più direttamente subordinata alle esigenze del sistema.

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Published: 17 January 2026
Created: 13 January 2026
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Il Destino manifesto

di Ginevra Bompiani

Sto leggendo contemporaneamente il libro di Dee Brown, “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” e il libro di Suad Amiry, “Sharon e mia suocera”. Il titolo del primo è emotivo e accorato, quello del secondo è ironico. Ma la materia è simile, sebbene l’una sia il racconto corale della persecuzione e dello sterminio degli Indiani d’America da parte degli Americani, scritto da una terza persona, e il secondo, il diario personale di una scrittrice palestinese della persecuzione dei Palestinesi della Cisgiordania da parte degli Israeliani.

Ma la somiglianza è così stringente che posso passare dall’uno all’altro (come faccio per scostarmi un poco da una materia che mi brucia gli occhi), senza provare alcun sollievo, o il senso di aver cambiato emozione.

Mentre avanzo nelle agili, nervose pagine di Amiry e nei lunghi capitoli di Brown, trovo le stesse parole: ‘coloni’, a cui vengono regalate terre di proprietà dei nativi; ‘soldati’, strumenti di assassinii, villaggi incendiati, popoli affamati… e via dicendo.

Ogni pagina dell’uno e dell’altro rende evidente la solidarietà americana a Israele. Di che cosa dovrebbero scandalizzarsi, loro che hanno fatto coincidere la scoperta dell’America (sebbene non fosse una terra promessa, ma piuttosto equivocata) con il genocidio dei popoli residenti, e, poiché non potevano usare gli Indiani come servitori, li hanno poi sostituiti con schiavi africani? O morto o schiavo – chi impedisce agli Americani di raggiungere e conservare la ricchezza nella loro bella Democrazia?

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Published: 17 January 2026
Created: 12 January 2026
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megachip

Sull'idea di rivoluzione e sulle rivoluzioni (degli altri)

di Andrea Zhok

Zhok smonta l’immaginario occidentale della rivoluzione come avventura creativa: il caos non genera automaticamente ordine. Le rivoluzioni, eventi rari e sanguinosi, hanno senso solo vicino al collasso; altrimenti producono autoritarismo, frustrazione proiettata e illusioni mediatiche persistenti collettive

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l’incipiente, incontenibile rivoluzione nella “polveriera iraniana” ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la “rivoluzione” come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

“Rivoluzionario” è diventato nel ‘900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po’ ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. Si tratta di un’operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c’è alternativa al lasciare – obtorto collo – ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l’apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

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Published: 16 January 2026
Created: 13 January 2026
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maggiofil

Il pianeta Marx nel dettaglio: la merce come forma generale di scambio

Cronache marXZiane n. 19

di Giorgio Gattei

Annigoni Filosofo1 711x340.jpg«Cos’è un cinico?
Chi conosce il prezzo d’ogni cosa
ma ne ignora il valore»
(O. Wilde, 1893)

 

1. Mercatura. Nello Zibaldone di pensieri, alla data del 31 luglio 1821, Giacomo Leopardi si lamentava perché nel Dizionario degli Accademici della Crusca compariva ancora la parola desueta “mercatura” invece quella moderna di “commercio”: «la Crusca non porta esempio di questa parola, ma se io dirò “Principalissima sorgente di civiltà si è la mercatura”, in cambio di dire il commercio, non solamente non sarò bene inteso né dagli stranieri né dagli italiani, ma sarò deriso dagli uni e dagli altri, e massime da questi». Come che sia, entrambi i termini rinviavano allo scambio di merci tra loro ed era giusto che così fosse perché, nel “fatto” del capitalismo (o Antropocene che dir si voglia), come si è mostrato nella Cronaca precedente il lavoratore è ridotto a essere una merce che si può comprare pagandogli un salario monetario per indurlo a lavorare per altri (Marx è stato perentorio al riguardo, ma soltanto in una noticina (sic!) del Capitale: «quel che dà il carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma del lavoro salariato»), così che a maggior ragione saranno merci i prodotti del suo lavoro, che siano beni o servizi, leciti o illeciti, utili o dannosi. Per questo, come continuava la stessa noticina, «la “forma di merci” dei prodotti del lavoro acquisterà validità generale soltanto da quel momento in poi».

La merce, dunque, è il connotato generale del “fatto” del capitalismo, anche se la sua presenza economica è di antichissima data (cfr. A. Appadurai (a cura di), La vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale delle merci di scambio, 2008), ma per secoli rimanendo sporadica e limitata soprattutto ai contatti delle comunità tra di loro.

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Published: 16 January 2026
Created: 12 January 2026
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contropiano2

Pillole di bancarotta… e di guerra

di Alessandro Volpi

pillole bancarotta guerra.jpgL’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una.

Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria.

Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.

Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”.

Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse.

In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. Una chiave di lettura che mi sembra sempre più probabile.

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Published: 16 January 2026
Created: 09 January 2026
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collegamenti

Il fascismo, veramente?

di G. Soriano

E’ appropriato utilizzare la categoria “fascismo” per definire le nuove forme di governi (come quello Meloni in Italia) e movimenti autoritari che si vanno diffondendo ? Possiamo oggi accontentarci di qualificare come fasciste tutte le forze politiche di estrema destra? E’ pertinente se vogliamo combatterle? (1)

Mussolini e hitler.jpgUn termine generico

Quando Berlusconi era al potere in Italia, non era raro vederlo presentato come un fascista, con una camicia nera (2). Nel 1994 aveva creato, al Centro-Nord, il «Polo delle libertà» con la Lega Nord e, al Sud, il «Polo del buon governo» con Alleanza Nazionale, partito di origine neofascista; una parte della sinistra, e soprattutto dell’estrema sinistra, aveva allora gridato al ritorno del fascismo. Le proteste si intensificarono quando l’alleanza si stabilizzò nel 1996 con gli ex neofascisti ma senza la Lega. Il “fascismo” entrava al governo. Quando la Lega Nord – partito originariamente autonomista-indipendentista, ma diventato fortemente nazionalista con la leadership di Salvini – arrivò al potere, ci furono nuovamente persone di sinistra (e soprattutto di estrema sinistra) che denunciarono a gran voce il nuovo fascismo. Oggi è il partito Fratelli d’Italia (FdI) – erede dell’ex MSI (3)– che si suppone apra le porte al fascismo.

In Francia, è il partito di Jean-Marie Le Pen, fondato da ex membri dell’OAS, fascisti e nazisti, ed adesso il suo erede, il Rassemblement national (RN), a polarizzare l’attenzione degli antifascisti. Tuttavia, le modifiche ai programmi che accompagnano le diverse evoluzioni di queste formazioni non cambiano nulla della loro essenza neoliberista, conservatrice, «sovranista» e populista – con una patina sociale per il RN e FdI.

Ma non è solo l’estrema sinistra a denunciare il fascismo. In un articolo del 1995, Umberto Eco ha proposto il concetto di «fascismo eterno» (4) o «ur-fascismo». Secondo lui – sintetizzo – ogni fenomeno autoritario (maschilismo, populismo, tradizionalismo, vitalismo) sarebbe fascista e porterebbe in sé gli stessi germi del fascismo storico.

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Published: 16 January 2026
Created: 13 January 2026
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piccolenote

Iran: gli Usa stanno decidendo come intervenire

di Davide Malacaria

Consiglio di guerra negli Stati Uniti per decidere sull’Iran. Nonostante le minacce di Trump e le sollecitazioni, i media Usa più importanti oggi comunicano che probabilmente si opterà per azioni “limitate, un attacco informatico o un attacco all’apparato di sicurezza interna iraniano”, scartando altre possibilità più drastiche come un nuovo attacco ai siti nucleari o bombardamenti contro basi missilistiche, opzioni che innescherebbero una guerra alla quale l’America, a quanto pare, non si sta preparando.

Lo scrive Larry Johnson sul Ron Paul Institute in un articolo nel quale racconta di un regime-change ormai fallito e che si conclude così: “Quali sono gli indicatori di un possibile attacco da parte degli Stati Uniti all’Iran? Gli Stati Uniti dovrebbero avere almeno una task force di portaerei nella regione, almeno un paio di squadroni di caccia/bombardieri e avrebbero dovuto rafforzare o l’evacuare delle basi militari statunitensi nella regione. Finora non c’è alcun segno di tale attività”.

Peraltro, la sparata di Trump sui dazi al 25% contro i Paesi che commerceranno con l’Iran sembra suggerire che il presidente americano preferisca un’azione limitata: questo tipo di proclami contro la Russia nel corso conflitto ucraino hanno scandito i momenti in cui più ha cercato il dialogo con Mosca. Un modo per coprirsi le spalle, per mostrare ai neocon – che premono perché incenerisca più o meno tutto il mondo – che li sta ascoltando.

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Published: 16 January 2026
Created: 12 January 2026
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perunsocialismodelXXI

La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista

di Carlo Formenti

 

I.

In coda a un intervento in cui celebra l'elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma "sporca" le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle "dittature" che si oppongono all'imperialismo Usa.

Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è "truccato", nel senso che, pur mantenendo le procedure formali di un sistema democratico - attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei "grandi elettori", che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l'accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.

Gli è bastata l'elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l'illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell'alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l'ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).

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Published: 16 January 2026
Created: 11 January 2026
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Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

di Mario Sommella

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine.

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

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Published: 16 January 2026
Created: 10 January 2026
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lafionda

Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!)

di Alberto Bradanini

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo.

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Published: 16 January 2026
Created: 08 January 2026
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quodlibet

Ancora su cuochi e politica

di Giorgio Agamben

È bene riflettere sulla frase, attribuita a Lenin – anche se non sembra che l’abbia mai pronunciata – secondo cui «ogni cuoca può e deve imparare a governare lo stato». Hannah Arendt, commentando il detto pseudoleninista, scrive che nella società senza classi «l’amministrazione della società è diventata così semplice che qualsiasi cuoca ha le qualità per farsene carico». Lucio Magri osservava a ragione anni dopo che la frase di Lenin andrebbe rovesciata nel senso che «lo stato potrà essere diretto da una cuoca solo nella misura in cui non esisteranno più cuoche».

Nel solo passo in cui una cuoca compare nei suoi scritti, Lenin dice in realtà qualcosa di diverso e ben altrimenti articolato. «Non siamo degli utopisti» scrive in un articolo del 1917 «Sappiamo che una cuoca o un manovale qualunque non sono in grado di partecipare subito all'amministrazione dello Stato. In questo siamo d'accordo con i cadetti, con la Breškovskaja, con Ts'ereteli. Ma ci differenziamo da questi cittadini in quanto esigiamo la rottura immediata con il pregiudizio che soli dei funzionari ricchi o provenienti da famiglia ricca possano governare lo Stato, adempiere il lavoro corrente, giornaliero di amministrazione. Noi esigiamo che gli operai e i soldati coscienti facciano il tirocinio nell'amministrazione dello Stato e che questo studio sia iniziato subito o, in altre parole, che si cominci subito a far partecipare tutti i lavoratori, tutti i poveri a tale tirocinio».

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Published: 15 January 2026
Created: 12 January 2026
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lafionda

Sganciarsi dagli USA e fare pace con la Russia

di Enrico Grazzini

USEURussiaFlags.jpgIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato nel suo discorso di fine anno che la politica italiana deve svolgersi entro due coordinate principali, l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica. Giorgia Meloni che, a differenza di Mattarella, non ha molto a cuore lo Stato di diritto, ha comunque confermato nella conferenza stampa di inizio 2026 che la UE e la Nato sono le due direttrici fondamentali della politica nazionale: ma il problema è che UE e Nato stanno crollando e che promuovono politiche contrarie agli interessi del popolo italiano e dei popoli europei. La politica italiana ed europea è quindi totalmente squilibrata, controproducente, sorpassata e inadatta al nuovo contesto globale di scontro di tutti contro tutti. Il presidente americano Donald Trump tenta di annettersi la Groenlandia, un vastissimo territorio della Danimarca coperto dai ghiacci ma ricco di molti minerali strategici, e cerca anche di mettersi d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina: la sua politica sta spaccando l’Alleanza Transatlantica così cara a Mattarella e alla premier Giorgia Meloni. Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer invocano un’azione comune della Nato e americana per garantire la sicurezza dell’enorme e ambita isola artica. Ma è evidente che Trump vuole la Groenlandia tutta per sé senza condividerla con gli altri soci occidentali.

L’UE è impotente, mentre la cosiddetta Unione dei Volenterosi – l’associazione informale di Francia, Germania, Gran Bretagna, e poi Polonia, Italia, Spagna, e paesi baltici – sta promuovendo una politica di scontro frontale contro la Russia del tiranno Vladimir Putin. Mentre Trump attacca l’Europa, l’Unione dei Volenterosi e l’UE perseverano nell’idiota strategia di trasformare l’Ucraina – che ha perso la guerra con la Russia – in un “porcospino armato”, strategia tesa a proseguire all’infinito la guerra con la Russia. L’Europa si sta così creando un nemico mortale che però non ha alcun interesse ad attaccarla. La Russia, il paese più grande del mondo, sta vincendo la guerra in Ucraina ma è evidente che non ha nessuna intenzione, nessun interesse, e neppure la forza, di aggredire tutta l’Europa e la Nato. Pensare che Putin voglia assalire e conquistare Parigi, Berlino o Roma scatenando una guerra atomica è palesemente assurdo. Però, è noto che, continuando a gridare contro il lupo cattivo, il lupo spaventato può alla fine davvero attaccare.

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Published: 15 January 2026
Created: 11 January 2026
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nicomaccentelli

Riflessioni venezuelane

di Nico Maccentelli

CITTNUOVAPAMOM 2024012409270164 ab797a4841ddcdbbf56bcc88f59835ca scaled 1.jpgIl sequestro del Presidente del Venezuela Bolivariano Nicolas Maduro e di sua moglie Prima Dama Cilia Flores, unitamente all’aggressione imperialista degli USA che dura da ormai 27 anni, ma oggi ha fatto il salto di qualità dell’embrago armato totale, ci induce d alcune riflessioni. Si tratta infatti di comprendere al di là delle considerazioni capitolazioniste che si leggono da più parti, quali siano i punti di forza e nel contempo i limiti di questo assalto criminale e in che contesto è maturato.

Innanzi tutto l’imperialismo statunitense non si è svegliato una mattina, con l’idea belluina di aumentare l’aggressività militarista. Esistono cause strutturali riguardo la crisi sistemica del capitalismo, già ben note ai marxisti e che in generale nella sua crisi epocale di sovraproduzione di capitali, al netto di tutte le controtendenze messe in atto dalle élite finanziarie sul piano monetario, creditizio e nella catena del valore e degli approvigionamenti, non evitano, anzi portano come sbocco inevitabile alla guerra imperialista.

Fondamentalmente l’imperialismo, ossia quel campo di paesi a capitalismo avanzato a dominnza USA è in crisi di egemonia. Il prorompere di altri attori capitalistici o a società ibride con gestioni statali di economie di mercato sulla scena internazionale, sta spostando il baricentro dell’economia mondiale da una governance finanziaria ultraliberista unipolare a economie reali che si relazionano in modo paritetico realizzando ambiti di scambio che bypassano il dominio del dollaro quale moneta di riferimento.

All’imperialismo non resta che ridefinire la propria catena di dominanza interna e di rispondere manu militari e con ogni altro mezzo ai paesi che esprimono con maggior forza economica e militare questa tendenza: Cina, Russia in primis, che sono ormai nemici esistenziali dell’imperialismo (1).

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  1. Ada Waltz - Massimo Zucchetti: Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti
  2. Fulvio Grimaldi: Stai con le proteste in Iran? Stai con Trump e Netanyahu
  3. Paolo Di Marco: Informazione o Fumetti?
  4. Sandrino Luigi Marra: E se il sequestro di Maduro fosse anche altro?
  5. Geraldina Colotti: Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità
  6. Dante Barontini: Un bandito si aggira per il mondo
  7. Enrico Tomaselli: Daddy Donald va alla guerra
  8. Gian Micalessin: Reportage – Akhmat Spetsnaz: la guerra dei veterani della Wagner sui fronti ucraini
  9. Stefano Borroni Barale: L’intelligenza artificiale sta per rubarci il lavoro?
  10. Marco Morra: Una rivoluzione incompiuta? La lotta eroica del Venezuela contro l’imperialismo statunitense
  11. Raúl Zibechi: America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
  12. Alex Marsaglia: L'impero è nervoso: la Lunga Marcia della dedollarizzazione continua...
  13. Barbara Spinelli: E Trump diventò il pirata dei Caraibi
  14. Andrea Zhok: Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta
  15. Yadira Márquez: Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
  16. Carlo Formenti: Confusioni in stile cinese
  17. Mimmo Cangiano: Fra liberal e rosso-bruni. “Certe sere Pablo” di Gabriele Pedullà
  18. The Minority Report: Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno rovesciato il Venezuela
  19. Agata Iacono: "Siamo più soli". Ciao Guido...
  20. Andrea Zhok: Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
  21. Coniare Rivolta: Ci serve la politica industriale e ci danno il solito nulla
  22. comidad: Trump è un Mattarella che non ce l'ha fatta
  23. Gerardo Lisco: La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
  24. Kamo: La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale
  25. Fernando Giaffreda: Henri Lefebvre, un marxista sui generis

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