Il fascismo, veramente?
di G. Soriano
E’ appropriato utilizzare la categoria “fascismo” per definire le nuove forme di governi (come quello Meloni in Italia) e movimenti autoritari che si vanno diffondendo ? Possiamo oggi accontentarci di qualificare come fasciste tutte le forze politiche di estrema destra? E’ pertinente se vogliamo combatterle? (1)
Un termine generico
Quando Berlusconi era al potere in Italia, non era raro vederlo presentato come un fascista, con una camicia nera (2). Nel 1994 aveva creato, al Centro-Nord, il «Polo delle libertà» con la Lega Nord e, al Sud, il «Polo del buon governo» con Alleanza Nazionale, partito di origine neofascista; una parte della sinistra, e soprattutto dell’estrema sinistra, aveva allora gridato al ritorno del fascismo. Le proteste si intensificarono quando l’alleanza si stabilizzò nel 1996 con gli ex neofascisti ma senza la Lega. Il “fascismo” entrava al governo. Quando la Lega Nord – partito originariamente autonomista-indipendentista, ma diventato fortemente nazionalista con la leadership di Salvini – arrivò al potere, ci furono nuovamente persone di sinistra (e soprattutto di estrema sinistra) che denunciarono a gran voce il nuovo fascismo. Oggi è il partito Fratelli d’Italia (FdI) – erede dell’ex MSI (3)– che si suppone apra le porte al fascismo.
In Francia, è il partito di Jean-Marie Le Pen, fondato da ex membri dell’OAS, fascisti e nazisti, ed adesso il suo erede, il Rassemblement national (RN), a polarizzare l’attenzione degli antifascisti. Tuttavia, le modifiche ai programmi che accompagnano le diverse evoluzioni di queste formazioni non cambiano nulla della loro essenza neoliberista, conservatrice, «sovranista» e populista – con una patina sociale per il RN e FdI.
Ma non è solo l’estrema sinistra a denunciare il fascismo. In un articolo del 1995, Umberto Eco ha proposto il concetto di «fascismo eterno» (4) o «ur-fascismo». Secondo lui – sintetizzo – ogni fenomeno autoritario (maschilismo, populismo, tradizionalismo, vitalismo) sarebbe fascista e porterebbe in sé gli stessi germi del fascismo storico.
Ne individua 14 caratteristiche: 1) il culto della tradizione; 2) il rifiuto del modernismo e in particolare il rifiuto dell’Illuminismo e della Ragione; 3) l’irrazionalismo e il culto dell’“azione per l’azione”; 4) la negazione di ogni analisi critica: ogni disaccordo è un tradimento; 5) la paura della differenza: il fascismo eterno sarebbe razzista per definizione (5); 6) il richiamo a una classe media frustrata; 7) la costruzione di un’identità nazionale sempre messa in pericolo da un nemico esterno o interno (gli ebrei, ad esempio): l’ossessione del complotto è sempre presente; 8) il sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata del nemico, che li destina alla sconfitta, poiché incapaci di valutare la vera forza dei nemici; 9) il pacifismo percepito come un compromesso con il nemico: la vita sarebbe una guerra permanente, ma una battaglia finale consentirebbe il controllo del mondo; 10) un elitarismo reazionario che funziona a cascata in modo militare e garantisce l’appartenenza ad un popolo migliore degli altri, fondamento del culto del capo; 11) il culto dell’eroe: l’eroismo è la norma, ogni individuo è educato a diventare un eroe, che non teme la morte ma la desidera; 12) il maschilismo: la sete di potere viene trasferita in ambito sessuale; 13) l’idea che solo il popolo in quanto tale abbia potere, mentre il capo è lì per esprimersi al suo posto, poiché una grande popolazione non può avere una volontà comune; 14) una neolingua: un vocabolario e una sintassi impoveriti limitano ogni pensiero complesso e critico.
È vero che nel fascismo storico si ritrovano tutti questi elementi e che alcuni di essi si ritrovano anche in movimenti e gruppi politici in tutto il mondo.
Tuttavia, questo approccio mi sembra discutibile dal punto di vista storico: molte delle caratteristiche individuate da Eco sono molto più antiche del fascismo e altre sono ampiamente presenti anche nelle «nostre» democrazie. Il suo approccio mi sembra più di ordine psicologico, morale o societale (6) che politico e sociale: sembra più incline a denunciare e condannare il «fascismo» che a combatterlo sul piano politico. La sua interpretazione ricorda molto quella liberale di Luigi Salvatorelli e Benedetto Croce, che vedevano il fascismo come una sorta di «malattia morale» di cui soffriva l’Italia (7). E non sembra essere stata di grande utilità alla «sinistra» italiana, che è svanita dopo l’autodissoluzione dell’URSS, e poi del PCI, a vantaggio di formazioni autoritarie, populiste, maschiliste e spesso anche tradizionaliste.
Una doppia incapacità
Il fatto che numerose pubblicazioni in Europa e nel mondo parlino di «fascistizzazione» o di clima fascista, o addirittura di un nuovo fascismo in atto, è, a mio avviso, frutto di un atteggiamento volto a dipingere in modo negativo la realtà politica e sociale. Ciò permette di giustificare (in parte) una doppia incapacità: quella degli analisti di comprendere ciò che accade nella realtà concreta e quella della «sinistra» o dell’estrema sinistra di modificare la situazione. Non appena uno Stato supera un livello più elevato di repressione, non appena un tribuno fa appello alla xenofobia, a sentimenti di esclusione e di chiusura, non appena un dittatore prende il potere o trasforma una democrazia in una «democratura» o addirittura in una dittatura, non appena una forza politica detestabile prende piede sulla scena politica, viene tirato fuori il termine «fascismo». Esso permette infatti di riferirsi a qualcosa di orribile ma conosciuto, la cui potenza giustifica la propria impotenza. Ma questo non fa altro che alimentare nella maggioranza della popolazione l’idea che «se questo è il fascismo, non è poi così grave».
Se ci si sbaglia nell’analisi, diventa impossibile trovare i mezzi adeguati per modificare i rapporti di forza all’origine della situazione denunciata. Ecco perché ritengo importante comprendere cosa c’è di nuovo nella situazione attuale, al fine di trovare mezzi di lotta e argomenti adeguati ad una nuova realtà. E per farlo, occorre innanzitutto sgomberare il terreno da quel che funge da diversivo. E dare un contenuto storico preciso a fenomeni come il razzismo, termine spesso utilizzato per designare una delle molle dell’estrema destra (8), ma che nel corso della storia ha ricoperto fenomeni molto diversi. Purtroppo questo lavoro viene svolto troppo raramente.
Che cosa lo differenzia dal fascismo storico
Proviamo quindi a proporre alcuni spunti per comprendere cosa c’è di nuovo e di diverso rispetto al fascismo storico.
Innanzitutto va sottolineato che i regimi “democratici” sono diventati sempre più autoritari ben prima dell’arrivo dei presunti fascisti, realmente o potenzialmente, al potere. Per restare su esempi noti, non si è aspettata la signora Le Pen per inasprire la repressione: dalle leggi di emergenza che hanno seguito gli attentati del 2015, assistiamo a una vera e propria escalation di leggi repressive da parte dei ministri sia di “sinistra” che di destra. Lo stesso vale per l’Italia: Meloni ha ereditato gli accordi conclusi prima di lei con le bande libiche dal ministro «di sinistra» Marco Minniti, che mirava a bloccare i migranti nel Nord Africa. E questo è ancora più evidente nella politica estera: rinunciando alle dichiarazioni sovraniste dell’epoca in cui era all’opposizione (e a qualsiasi velleità di politica araba autonoma), ha ripreso la tradizionale subordinazione della defunta Democrazia Cristiana, totalmente sottomessa agli Stati Uniti. E in quest’ultimo Paese, è proprio l’incapacità di Biden e Harris a comprendere le difficoltà delle classi popolari che le ha spinte tra le braccia di Trump (9).
Il fondamentale libro di Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, pubblicato nel 1938 (10) fornisce i dettagli della vera e propria guerra civile che ha segnato la presa del potere da parte di Mussolini, in un contesto in cui il movimento fascista era sostenuto da tutte le istituzioni e i poteri del Paese (padronato, monarchia, esercito, polizia, Chiesa cattolica…). Luigi Fabbri (11), dal canto suo, parla di «controrivoluzione preventiva», stabilendo una relazione tra l’alto livello della lotta di classe e la reazione padronale: quest’ultima ha fatto pagare al proletariato la «grande paura» che gli aveva causato dopo la fine della guerra ’14-’18.
È evidente che oggi non esiste nulla di simile a un clima del genere. Non c’è clima di guerra civile, né recenti tentativi rivoluzionari che giustifichino il ricorso al fascismo agli occhi dei capitalisti; e se c’è una crisi dello Stato liberale, essa non è per ora dovuta all’azione autonoma del proletariato, come avvenne dopo la prima guerra mondiale. Quella guerra aveva alimentato il clima di violenza e trasformato lo stato d’animo dei nazionalisti, che ne erano usciti con un senso di frustrazione in Italia (la «vittoria mutilata») e di sconfitta e tradimento in Germania – lì, questo sentimento, alimentato dalle classi dirigenti responsabili della guerra, ha costituito il terreno fertile per i corpi franchi creati sotto la guida della SPD e poi ripresi dal partito nazista (12).
Un’altra differenza: il fascismo, dopo la sua ascesa al potere, si caratterizza tanto per le sue forme estreme di repressione contro ogni forma di opposizione quanto per un massiccio intervento dello Stato nell’economia del Paese a partire dalla crisi del 1929, per una struttura dittatoriale del potere e per la mobilitazione e l’organizzazione delle masse in diverse organizzazioni femminili, professionali, sindacali e giovanili, situazione ben lontana dalla odierna. Ultimo elemento: mentre per spodestare il fascismo dal potere è stata necessaria una guerra mondiale, le forze di estrema destra recentemente salite al potere, in particolare in Italia, accettano l’alternanza «democratica», anche quando non gli fa comodo. Ovviamente, tutto questo potrebbe cambiare, ma è necessario riflettere a partire dai fatti (13).
Ma è soprattutto quando ci si concentra sulla situazione delle società (in particolare) europee di oggi che si riscontrano le differenze più significative: mentre il fascismo era il prodotto vitalista e conquistatore di una società giovane ed espansionistica, le estreme destre di oggi sono il prodotto di società che invecchiano e che costruiscono il loro successo elettorale sulla paura dell’altro. Quando l’Italia è diventata un paese non più di emigrazione ma di immigrazione, il dibattito si è concentrato sulla questione dell’insicurezza: gli immigrati albanesi del 1991 sono diventati nell’immaginario dell’estrema destra orde barbariche che invadevano il paese. E questa percezione si è gradualmente diffusa in tutti i paesi europei.
Tuttavia, quando era all’opposizione, la Meloni proponeva un blocco navale per impedire nuovi arrivi di migranti; ma una volta entrata al governo, ha dovuto accettare di aprire loro le porte, poiché sono indispensabili per l’economia italiana, come indicano i dati del decreto che regola i flussi di ingressi ufficiali: 136.000 nel 2023, 151.000 nel 2024 e 165.000 nel 2025. Anche in questo c’è continuità, poiché le più grandi ondate di regolarizzazioni di stranieri hanno avuto luogo sotto i governi presieduti da Berlusconi nel 2002 (quasi 700.000) e nel 2009 (quasi 300.000)(14).
Il che ci riporta alle esigenze concrete dell’elettorato di destra in generale e della Lega in particolare. I giovani italiani non hanno alcuna voglia di occuparsi dei vecchietti o di lavorare in fabbrica e nella logistica, tutti lavori faticosi e mal pagati. Si assumono quindi stranieri, ovviamente con contratti precari, anche se le recenti lotte nel settore della logistica dimostrano che non tutti sono disposti a farsi sfruttare senza reagire.
A proposito di lotte, si noti che durante i recenti scioperi e manifestazioni in solidarietà con la popolazione di Gaza – i più potenti che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi quarant’anni – alcune delle cui pratiche erano state criminalizzate dalle leggi sulla sicurezza appena adottate, gli interventi della polizia sono rimasti nella media di quelli degli altri paesi europei, quindi senza alcun paragone con il livello di repressione che ha portato al fascismo.
Capire per combattere
Una volta assodato che le estreme destre di oggi sono qualcosa di diverso dal fascismo, resta da capire come combatterle. Si tratta di una questione politica che richiede risposte politiche, non morali o di semplice postura, del tipo «non parlo con i fascisti».
Prendere atto della debolezza dei soliti slogan antifascisti non significa «banalizzare» il RN e altri partiti come FdI o la Lega Nord. Si tratta piuttosto di cercare di comprendere le dinamiche che hanno permesso a questi nuovi partiti di affermarsi nonostante l’antifascismo degli antifascisti – che tra l’altro è stato ampiamente sfruttato dai partiti «di governo» al momento delle elezioni per mantenersi al potere, promuovendo «barriere» che non bloccavano nulla, poiché i rubinetti che alimentano i serbatoi dell’estrema destra sono rimasti aperti.
Il fatto che il RN sia riuscito a conquistare la simpatia di molti francesi negli ultimi anni è dovuto in particolare a ciò che i governi di Macron hanno fatto durante le ultime due grandi rivolte sociali. 1) Mentre i gilets gialli chiedevano una forma di protezione contro il calo dei loro redditi reali e più democrazia, hanno ottenuto come risposta solo una repressione spietata (15), 2) Durante la pandemia di Covid, un episodio che avrebbe richiesto un ampio dibattito nella società per rispondere alle esigenze di chiarezza e protezione espresse dalla popolazione, Macron ha imposto il suo “siamo in guerra”, con il confinamento e il pass sanitario prima, e poi vaccinale, per tutti, ed ha adottato la “scienza” molto interessata delle case farmaceutiche. La detestazione di Macron è diventata la leva migliore per l’ascesa della signora Le Pen. Perché in entrambi i casi, la sinistra (e spesso l’estrema sinistra) si è allineata alle scelte del governo, lasciando che il RN avesse il monopolio (o quasi) della maggior parte delle voci critiche… e che la sfiducia nei confronti di tutto il resto dello scacchiere politico crescesse in modo esponenziale.
Oggi che la guerra torna ad essere una prospettiva per i nostri governi «democratici», sono paradossalmente gli estremisti di destra (e la LFI) a mostrare la maggiore riluttanza ad assecondare il movimento. La complicità con lo Stato di Israele, invece, è oggetto di una bella unanimità da parte dei partiti politici (a eccezione della LFI).
A tutto ciò vanno aggiunte considerazioni di più ampio respiro. La mobilitazione delle masse che ha caratterizzato i fascismi ha lasciato il posto a una forma di individualizzazione attraverso i media dominanti, Internet e i cosiddetti “social network”. Non abbiamo più a che fare con un capitalismo di Stato come negli anni ’30, ma con un capitalismo che coniuga la mercificazione e la privatizzazione dei servizi pubblici con un forte livello di autoritarismo e repressione. Più che di totalitarismo, si può parlare di un capitalismo di controllo o di sorveglianza, favorito dalla raccolta sistematica di dati forniti direttamente dagli individui, dall’informatizzazione di tutto ciò che costituisce l’apparato statale, fino allo sfruttamento su larga scala delle telecamere di sorveglianza, del riconoscimento facciale e dell’intelligenza artificiale.
In questo quadro, gli elementi di continuità con le politiche e le istituzioni “democratiche” che conosciamo mi sembrano più forti degli elementi di rottura di cui i fascismi storici erano portatori e questo aspetto della questione ci pone dei problemi di natura politica più che di azione “militare”.
Ovviamente, bisognerà sempre essere in grado di difendersi dalle aggressioni dei mazzieri neofascisti. Anche se questi idioti non hanno la minima possibilità di arrivare a governare il Paese, possono essere utilizzati per ostacolare l’azione politica alla base, come abbiamo potuto constatare tra gli anni ’60 ed ’80, quando fornivano la manovalanza per la strategia della tensione.
L’unica prospettiva che mi sembra promettente si trova, a mio avviso, nella ripresa delle lotte sociali di massa. Ciò che è accaduto nel 1995 durante la battaglia contro la riforma Juppé lo illustra bene: il FN si è trovato allora spaccato in due, con la sua base piccolo-borghese che sosteneva il governo e la sua base operaia che scendeva in piazza insieme a tutti gli altri.
Il movimento dei gilets gialli è stata un’occasione per condurre una vera battaglia politica dall’interno. Non sempre è stata colta. Quella che avrebbe potuto essere condotta durante il movimento anti-pass è stata quasi completamente persa. Cerchiamo in futuro di non ripetere gli stessi errori.









































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