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Bartov, la sconfitta morale di Israele
di Mario Ricciardi
Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.
Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare ad altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente?
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Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana
di nlp
L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare.
Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle competenze tecniche dell’indagato.
Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio 2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole, la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”, Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di questo genere di magistratura.
1. Youssif Siher, il profilo
Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine, anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue (madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo.
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Il paradigma dell’IA e la nuova lotta di classe*
di Andrea Fumagalli
1. Premessa
Spesso ci si domanda se, con l’avvento dell’Intelligenza artificiale generativa, si possa parlare della nascita di un nuovo paradigma tecnologico, in grado di sviluppare traiettorie del tutto inedite nel contesto economico contemporaneo.
Parliamo di un nuovo paradigma tecnologico quando più o meno in simultanea siamo in presenza di innovazioni radicali (ovvero non generate dall’evoluzione di tecnologie precedenti) nel campo dell’attività di produzione (innovazione di processo), nel campo delle abitudini di consumo (innovazione di prodotto) e nel campo dell’organizzazione del lavoro e della produzione (innovazione di organizzazione).
In queste brevi note vorremmo verificare se l’Intelligenza artificiale generativa apre effettivamente un nuovo paradigma tecnologico e quali possono essere le nuove modalità per organizzare una forza sindacale in grado di fare lotta di classe. Con l’avvento del paradigma fordista, infatti, il nuovo modello organizzato della grande fabbrica aveva comportato il passaggio dall’operaio di mestiere (che aveva dato origine alle prime forme embrionali di sindacato con le società di mutuo soccorso) all’operaio massa, con una strutturale modificazione della composizione tecnica del lavoro. Ciò aveva portato alla necessità di rifondare l’azione rappresentativa e conflittuale del sindacato, come l’esperienza IWW ha ben mostrato.
Poiché il tema è di vasta portata, in questa sede ci limiteremo a evidenziare alcuni fatti stilizzati, che dovranno successivamente essere meglio approfonditi. Possiamo dire che quello che andiamo a presentare è una sorta di progetto di ricerca e conricerca futura.
2. Intelligenza Artificiale e il rapporto capitale-lavoro
Il sistema innovativo alla base dell’intelligenza artificiale generativa presenta una caratteristica che non è unica nella storia del progresso tecnologico capitalistico, ovvero alterare il rapporto sociale tra macchina e lavoro.
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L’onda incandescente e la paura del potere
di Geraldina Colotti
Disciplinare gli insofferenti, premiare i rassegnati: il caso Siher e la criminalizzazione preventiva di una generazione non prevista
Per decenni la narrazione dominante, supportata da una sociologia da salotto e dai media padronali, ha liquidato la rabbia delle periferie attraverso lo stigma della criminalità o del degrado giovanile. I ragazzi delle banlieue francesi o delle nostre periferie metropolitane — adesso etichettati sprezzantemente come «maranza» — sono stati confinati nel perimetro del rifiuto sistemico, descritti come elementi sradicati, incapaci di visione politica. Ora, l'irruzione nelle piazze di un protagonismo giovanile slegato dai vecchi rituali ha spezzato questo “equilibrio” d'argilla. C'è un magma incandescente che attraversa i territori urbani, cresciuto nel silenzio della segregazione spaziale e della precarietà sistemica, che oggi rifiuta sia il paternalismo delle integrazioni di facciata sia la disciplina della delega politica. Di fronte a questo affacciarsi improvviso di una generazione non prevista, la risposta dello Stato è stata immediata e prevedibile: la profilassi giudiziaria e la criminalizzazione preventiva. Disciplinare gli insofferenti, premiare i rassegnati: è questo il doppio dispositivo con cui il potere cerca di gestire la fine della coesione sociale e il crollo della credibilità istituzionale.
Quanto accaduto attorno alla figura del giovane Youssuf Siher non è un semplice incidente di percorso, né un banale fatto di cronaca poliziesca legato alla gestione dell'ordine pubblico. È un sintomo rivelatore della vertigine che attanaglia le istituzioni del capitale quando si trovano a fronteggiare una forza sociale che non è stata contemplata nei codici della politica ufficiale.
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Il coro vergognoso di media e politici contro la rabbia giovanile
di Carlo Formenti
Molti amici si saranno stupiti del mio silenzio sugli eventi degli ultimi giorni (mi riferisco ovviamente alle manifestazioni studentesche). Il motivo è semplice e può essere sintetizzato con uno dei detti che ritengo più azzeccati del presidente Mao: "chi non ha fatto inchieste non ha diritto di parola". Data la mia età (fra un anno saranno ottanta) e dato che la mia esperienza di docente è stata esclusivamente universitaria, oltre che lontana nel tempo, mentre quella attuale riguarda università popolari che non coinvolgono adolescenti e post adolescenti ma adulti già formati e politicizzati, non ne so abbastanza dei ragazzi scesi in piazza. Non ho studiato i loro problemi, la loro condizione, i loro bisogni tanto da poter abbozzare un'analisi sensata.
Certo posso facilmente intuire le radici di una rabbia alimentata dagli effetti di decenni di politiche neo liberali che hanno fatto strame della scuola, come di tutti gli altri servizi pubblici, dei redditi e dei diritti sociali delle classi subalterne (e quindi delle famiglie di quei ragazzi). Di questo hanno parlato ovviamente molti amici e compagni sui mezzi a loro disposizione , tuttavia, nel leggerli, non ho potuto fare a meno di notare la genericità delle argomentazioni: mancavano analisi approfondite della specificità di questo movimento, dei suoi caratteri inediti, del perché è scoppiato in modo così imprevedibile e in apparente assenza di preparazione e organizzazione, della sua estraneità a ogni soggetto politico strutturato (movimenti della sinistra radicale e centri sociali compresi).
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La doppia morale del governo Meloni
di Clara Statello
Mentre le forze dell'ordine fanno irruzione nei licei e fermano quattordicenni per due petardi, il Ministero della Difesa stacca un assegno da 3,7 miliardi per i blindati italo-tedeschi di Leonardo e Rheinmetall
“Sta mano po’ esse’ ferro e po’ esse’ piuma”. Come nella battuta cult dell’iconico Mario Brega, nel celebre film Bianco Rosso Verdone, lo Stato con una mano agita il bastone contro studenti, famiglie, lavoratori e imprese, con l’altra allenta i cordoni del borsello e sgancia miliardi di euro alle industrie di armi.
In difesa delle vetrine di via Montenapoleone e del diritto delle ‘Sciure di prendere il tè macrobiotico nei migliori bar delle nostre città, senza proteste o movimenti che possano turbare la sensibilità dei turisti stranieri, la Polizia ha iniziato una vera e propria caccia ai bambini. Nel mirino della repressione, infatti, non sono finiti semplicemente studenti, ma adolescenti, anche di età inferiore ai 14 anni. Italiani e non.
A Padova, sabato, la polizia ha portato in Questura quattro ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che si recavano ad una manifestazione. Per loro, è stato disposto il fermo preventivo e attivato l’Anticrimine. Il reato: portavano con sé due maschere di V per Vendetta e Art the Clown, due passamontagna e dei miniciccioli.
I miniciccioli sono dei petardi a carica ridotta la cui vendita è perfettamente legale, sostanzialmente innocui. Il reato di questi adolescenti sarebbe dunque quello di andare in giro mascherati con l’intenzione di sparare petardi per la festa dei Morti/Halloween?
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Lo stigma del “maranza”
di Sergio Fontegher Bologna
L’altro giorno uno di quei personaggi che da veri sono più grotteschi di quando Crozza ne fa l’imitazione, faceva vedere sul suo canale dove i poliziotti dovrebbero dare la manganellata ai “maranza” per rieducarli; nel video lo si vede spostare il colletto della camicia per mostrare il punto preciso dove il manganello deve colpire. Non sulla testa, sulla cervicale.
Insomma, bisogna che i giovani re-imparino le buone maniere. E che gli adulti diano l’esempio. Il Presidente dello stato più potente del mondo dal punto di vista militare, la cui moneta è ancora il principale mezzo di pagamento internazionale, si sveglia un mattino e dice: “Ok, mi prendo la Groenlandia”. E pare normale. Un ragazzo di tredici anni, figlio d’immigrati, spacca una vetrina e si prende una felpa… il Consiglio dei Ministri si riunisce d’urgenza, 500 paracadutisti vengono fatti partire in gran fretta, il Ministro della giustizia vara un piano straordinario di costruzione di carceri minorili, il Presidente della Repubblica firma un decreto che infligge alla famiglia del ragazzino una multa di 20 mila euro per il vetro rotto… Nemmeno se ci fossero le truppe di Putin alle porte di Trieste ci sarebbe tanta agitazione.
La coppia Netanyahu-Trump, sta facendo il possibile perché il carburante ci costi il triplo e intanto, con gli stretti di Hormuz bloccati e Suez dove si passa a singhiozzo, gli armatori fanno soldi a palate e gli assicuratori ne fanno ancora di più. Ma nessuno dice che la crisi di Hormuz ha peggiorato la condizione dei lavoratori marittimi rimasti intrappolati sulle navi, “come non si era mai visto dalle seconda guerra mondiale in poi” (parole di un dirigente IMO, l’Organizzazione marittima internazionale).
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Quando gli americani volevano invadere Mosca
di Martino Dettori
Dopo la fine della seconda guerra mondiali, Washington iniziò a studiare un piano militare per invadere l’Unione Sovietica e suddividerla in aree di occupazione
Se pensavate che il sogno degli Stati Uniti di avere una Russia suddivisa in cento Stati, da poter controllare e influenzare per acquisirne le risorse naturali, fosse di questi anni, vi sbagliate. Non lo è. Tutto non nasce con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, né nasce con il crollo dell’Unione Sovietica. Nasce molto prima: con la fine della seconda guerra mondiale.
Esatto. All’epoca, gli Alleati uscivano vittoriosi dalla guerra. La Germania e il Giappone (con Italia al seguito) erano stati sconfitti, ma restavano al mondo due colossi ideologicamente “pericolosi” per il Capitalismo americano, uno dei quali — l’Unione Sovietica — aveva le sufficienti potenzialità per confrontarsi direttamente con gli USA, sia sul piano militare e sia su quello economico, fino a contestarne l’emergente leadership globale. Inoltre, l’Unione Sovietica propugnava un’ideologia che predicava la distruzione del Capitalismo. Sicché, per le élite capitaliste americane, era considerato ancor più pericoloso. Metteva in discussione le stesse fondamenta sulle quali erano sorto il sistema dominante USA: la predazione e il profitto.
All’epoca gli Stati Uniti pensavano di avere un vantaggio tecnologico ineguagliabile sul piano bellico: la bomba. Del resto, lo avevano gratuitamente dimostrato al mondo, quando — senza alcuna giustificazione militare — la usarono sul Giappone già sconfitto.
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Aria cilena --- Terrorista a chi? --- Guerra sì, ma quale?
di Fulvio Grimaldi
Tutto il mondo sta esplodendo
dall'Angola alla Palestina,
l'America Latina sta combattendo,
la lotta armata vince in Indocina;
in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza
e nelle piazze scendono con la giusta violenza….
Le masse, anche in Europa, non stanno più a guardare,
la lotta esplode ovunque e non si può fermare:
ovunque barricate: da Burgos a Stettino,
ed anche qui da noi, da Avola a Torino,
da Orgosolo a Marghera, da Battipaglia a Reggio,
la lotta dura avanza, i padroni avran la peggio.
Guerra ai bambini
Francia, Spagna, Belgio, Italia, Albania, anche, in fieri, Germania (giovani contro la leva militare che, da volontaria, scivola verso l’obbligatoria) e Regno unito… ll più dell’Europa tumultua, si rivolta, si ammutina. Studenti, liceali, quelli delle Medie, agricoltori, trasportatori, pescatori, tutto il sistema dell’alimentazione, gilet gialli e ancora antiguerra, antifascisti, anti-NATO, e sempre di nuovo pro-Pal, l’innesco iniziale, il più tragico, rispettivamente il più nobile e il più abietto. L’Europa ultraliberista, del riarmo e delle guerre a spese del welfare, è alla resa dei conti.
Quanto al regime nostro, quello dalle radici inestirpabili, il dilettantismo e l’incompetenza più crassa li compensa con la protervia su chi di quel dilettantismo e di quella incompetenza soffre gli effetti, fino a risultare la società più disastrata della storia della Repubblica, con primati di povertà, precarietà, diseguaglianza e, naturalmente, negazione di diritti e libertà: 57 nuovi reati nei quattro anni, 8 decreti Sicurezza, a contenere un’insicurezza sociale senza precedenti. Sul futuro dei giovani è calata la saracinesca e quelli vanno a sbatterci. E allora, che fare? Con Crosetto e i coscritti dei media, in piena gara di imbecillità, si depista verso le “ombre russe”, ha stato Putin. Per Meloni e Piantedosi ai ragazzini che rompono, ma non hanno dietro nessuno a dargli un binario politico, è facile.
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Mettere il debito in frigorifero
di Alfonso Gianni
Il denso articolo di Guido Ortona, pubblicato il 17 settembre, ha, dal mio punto di vista, soprattutto un pregio: quello di farci uscire dalla diatriba euro sì-euro no, Italexit sì-Intalexit no e invece di prospettare una soluzione per “liberarsi dal ricatto del debito”. Un compito tanto più urgente quanto più e più rapidamente sta crescendo il debito dei paesi europei, fra cui il nostro. Secondo Eurostat, a fine primo trimestre 2026 i rapporti debito/Pil più elevati erano in Grecia (143,5%), Italia (138,9%), Francia (117,6%), Belgio (109,1%) e Spagna (101,6%). Già così la collocazione del nostro paese è tutt’altro che eccellente. Ma il vero guaio è che è destinata a peggiorare. Infatti il divario tra la Grecia – non molto tempo fa considerata e trattata come la pecora nera d’Europa – e noi si sta restringendo. Tra marzo 2025 e marzo 2026 il rapporto debito/Pil è cresciuto in Italia mentre in Grecia si è ridotto. È quindi del tutto probabile che a fine 2006 tale rapporto superi quello della Grecia, diventando così l’Italia il paese più indebitato nell’Unione europea.
Il debito non è un male in sé a condizione che lo Stato orienti la sua spesa sociale e di investimento in modo da favorire o meglio imprimere uno sviluppo qualitativamente diverso, innovativo e quindi capace di incrementare anche quella grandezza che con una categoria rozza – ma per ora non sostituita – chiamiamo il prodotto interno lordo. In questo modo il debito si pagherebbe da sé. Ma se invece il costo degli interessi sul debito pubblico sovrasta gli effetti della crescita economica succede il contrario, ovvero sono gli interessi stessi che si mangiano tutto quanto l’incremento del prodotto eventualmente realizzato. È quanto è accaduto e accade da noi. Non è una novità creata dal Governo Meloni, che pure un suo apporto negativo in questo senso lo ha dato e generoso. Ma è da più di un quarto di secolo che la crescita si misura in decimali di punto e assistiamo a un deperimento costante del nostro sistema produttivo. L’unica parentesi è quella costituita dal periodo successivo alla pandemia da Covid, quando un’inflazione elevata ha sospinto gli effetti della crescita al di là degli interessi sul debito. L’Italia non è affatto un “paese cicala” come i governi dei “paesi frugali” del Nord Europa hanno cercato di dipingerci e lo dimostra il fatto che, come ha rilevato giustamente Guido Ortona, il nostro è un paese «estremamente virtuoso riguardo alla spesa pubblica».
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Dopo il fallimento dell’UE: una Confederazione di democrazie sovrane
di Enrico Grazzini
L’Unione Europea sta crollando: ormai è solo un fantasma impotente che però minaccia guerra alla Russia e fa rumore (e danni) per far credere di essere ancora viva. Il centrosinistra continua però a sostenere questa UE in agonia e la Commissione europea capitanata dalla tedesca Ursula von der Leyen. Il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici, i liberali di Renew (il partito del presidente francese Emmanuel Macron) e i Verdi hanno scelto di sostenere la “maggioranza Ursula” anche per fermare l’avanzata delle destre estreme nelle istituzioni europee. Ma la “maggioranza Ursula” ha evidentemente fallito il suo obiettivo: l’estrema destra avanza in tutta Europa. Alla sinistra conviene abbandonare al più presto il battello UE che va alla deriva e sta per affondare. Continuare a sostenere questa UE porta alla disfatta. Occorre invece cominciare a concepire un’unione europea radicalmente diversa: il sistema istituzionale centralizzato e pseudofederale su cui si è retta finora l’UE ormai non regge più. Le politiche liberiste di austerità fiscale e il bellicismo di Bruxelles producono proteste e rivolte ovunque. La diarchia franco-tedesca che reggeva tutta la baracca dell’Unione Europea non funziona più da tempo. In Germania il cancelliere ultraconservatore Friedrich Merz è un’anatra zoppa, perde voti a valanga ed è inviso al suo stesso partito, la CDU-CSU democristiana. Macron, il presidente più detestato della storia di Francia, lascerà la sua reggia in primavera, tra pochi mesi, mentre il suo popolo si ribella in massa nelle piazze.
Ursula von der Leyen, la capa della Commissione europea, non riesce a mettere d’accordo i capi di governo dell’UE per decidere il futuro bilancio pluriennale dell’Unione, quello relativo agli anni 2028-2034. Nessun governo membro dell’UE vuole finanziare l’Unione. Per mantenersi a tutti i costi al potere, Ursula, pur essendo sostenuta da una maggioranza di centrosinistra, insegue l’estrema destra scatenata contro gli immigrati e gli islamici. In effetti, la presidente della Commissione UE sembra un’impiegata della NATO più che la dirigente dell’Unione: ormai sa parlare solo di guerra infinita in Ucraina contro la Russia. Da parte sua, il presidente americano Donald Trump è contro l’UE e vuole spartirsi l’Europa con la Russia di Vladimir Putin.
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Il folle piano dell'UE per prolungare la guerra
di Fabrizio Poggi
Mentre Washington e Mosca preparano i negoziati scavalcando Bruxelles, le élite europee e i signori della guerra foraggiano Zelensky pur di prolungare il massacro in Ucraina
25 ottobre. Due civili uccisi e tredici feriti per i raid ucraini su Belgorod; un civile ucciso nella regione di Orël e altri attacchi sulla Crimea. Massiccio bersagliamento del distretto industriale di Omsk e dei suoi impianti petrolchimici: 2.500 km in linea d'aria da Khar'kov, il che fa sospettare, insinua Serghej Val'cenko su Moskovskij Komsomolets, del coinvolgimento di qualche paese territorialmente molto più vicino all'obbiettivo dell'attacco ucraino. Ecco dunque come il ritorno in piena efficienza di Starlink ha segnato la presunta disponibilità di Vladimir Zelenskij alla trattativa, prima ancora che questa iniziasse. Zelenskij ha ringraziato Trump per Starlink e ha chiesto di nuovo missili antiaerei. Se Trump avesse davvero voluto una pace duratura in Ucraina, commenta Val'cenko, disattivando Starshield avrebbe costretto Zelenskij a fare la scelta giusta. A proposito del raid su Omsk, Julija Vitjazyeva scrive: «Qualcuno crede davvero che negoziati o accordi possano por fine a tutto questo? Solo quando l'Ucraina cesserà di esistere nella sua forma attuale potremo finalmente vivere e dormire sonni tranquilli». Appunto: nella sua forma attuale, cioè di stato nazista, schiavista nei confronti del proprio popolo e piazzaforte aggressiva per le mire euroatlantiste. Questo, tanto per chiarire la questione e mettere al loro posto le chiacchiere su una presunta “febbre anti-ucraina” che ammorberebbe, dicono, da sempre, la società russa.
La conclusione principale, dice Val'cenko, è che Zelenskij non ha bisogno della pace: lo ha spiegato bene, in lingua russa, il suo ex finanziatore e benefattore, l'oligarca Igor Kolomojskij: con la pace, in un paese devastato, senza aiuti occidentali e con i veterani che tornano a casa, Zelenskij non durerebbe a lungo.
E mentre Donald Trump, in relazione alla visita in Russia, la scorsa settimana, del suo rappresentante speciale Steve Witkoff, accenna a non meglio precisati eventi che potrebbero verificarsi presto nel contesto della risoluzione del conflitto, l'economista yankee Jeffrey Sachs – un tempo esaltato in Occidente, quando, da Moskva, dirigeva le “riforme” eltsiniane – prevede oggi che si stia avvicinando il collasso dell'Ucraina: la Russia, dice, continuerà le operazioni finché le sue richieste non troveranno riscontro a livello politico reale.
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Intelligenza Artificiale ed esplorazione spaziale
Il 2026 secondo Liu Cixin, l'autore de "Il problema dei tre corpi"
di Chen Yuanyuan, Quotidiano del Popolo
Nel 2006, il romanzo Il problema dei tre corpi dello scrittore di fantascienza cinese Liu Cixin ha iniziato a essere pubblicato a puntate sulla rivista Science Fiction World. A due decenni di distanza, l'opera non solo ha lasciato il segno sulla scena mondiale, ma ha anche offerto una lente attraverso cui osservare gli sviluppi del mondo reale. L'intelligenza artificiale (IA), i voli spaziali commerciali e l'esplorazione interstellare stanno avanzando a un ritmo sorprendente, mentre l'umanità volge lo sguardo verso le regioni più remote dello spazio. Di recente, il Quotidiano del Popolo ha intervistato Liu in merito alla fantascienza e al futuro della civiltà umana.
* * * *
D: Scrivendo per la prima volta Il problema dei tre corpi, a cosa pensava ? Come si sono evolute le sue prospettive da allora?
Liu Cixin: Vent'anni fa, mentre scrivevo Il problema dei tre corpi al computer nel mio ufficio, sperduto tra le montagne, non avrei mai immaginato che avrebbe trovato un pubblico così vasto. Innanzitutto, Il problema dei tre corpi è un'opera di narrativa popolare, pensata soprattutto per raccontare una storia capace di lasciare i lettori sbalorditi.
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I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all'Onu che hanno fatto la storia
di Redazione
11 dicembre 1964: quando gli Usa gridarono “Terrorista Comunista”
L'11 dicembre del 1964 alle 13.47 nel grande salone dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si respirava un'aria di Guerra Fredda. Erano presenti 193 delegazioni. Tra il pubbico giornalisti di tutto il mondo con le loro macchine fotografiche puntate. Il Che salì sul podio centrale con una calma che non era calma, era controllo. Aveva 36 anni, ma la sua presenza riempiva la sala come se ne avesse avuti 100. Con la sua divisa verde oliva, la sua barba, il suo basco con la stella, impeccabile. Il suo sguardo intenso, determinato.
Dalla delegazione del blocco socialista, Unione Sovietica, Cina, Cecoslovacchia, Polonia, lo osservavano pieni di aspettative. I Paesi da poco decolonizzati dell'Africa e Asia – Algeria, Gana, Egitto, Indonesia – vedevano in lui una possibilità, l'idea che un piccolo popolo potesse sfidare un potere gigante senza soccombere.
Nella delegazione statunitense l'ostilità era palpabile, volti tesi, gesti contratti che lasciavano intendere “quest'uomo non dovrebbe essere qui”. Perché il Che non era semplicemente un minsitro cubano. Era il volto di una rivoluzione che aveva sfidato l'impero più potente del pianeta, e non solo resistendo. Aveva cambiato la narrazione. E questo nel teatro della Guerra Fredda era una provocazione inaccettabile
Si fermò davanti al microfono, si guardò intorno, lentamente, e cominciò.
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Due soldi di austerità: la finanziaria di guerra contro cui scioperare
di coniarerivolta
Il Governo ha inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), con cui la Commissione controlla che i conti restino nei binari del nuovo Patto di stabilità. E il Governo Meloni ci resta con zelo.
Secondo la tabella delle misure, nel 2027 la manovra muove 23,5 miliardi, circa l’1% del PIL. Troppo poco per famiglie strette tra inflazione, caro energia e salari fermi, e per un’economia che non crescerà mai più dell’1%. Il deficit, cioè la differenza tra tutte le spese, interessi compresi, e le entrate, scende dal 3,1% del PIL nel 2025 al 2,9% nel 2026, risale al 3,4% nel 2027 e poi cala fino al 2,3% nel 2029. Può superare il 3% solo perché il Governo ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale, che fino al 2028 consente di spendere di più per difesa e sicurezza energetica. Secondo Giorgetti, al netto della clausola, il deficit resterebbe sotto il 3% per tutto il periodo di previsione, e la procedura per deficit eccessivo potrebbe chiudersi già quest’anno.
Per armi ed energia, insomma, i soldi si trovano, mentre per tutto il resto vale l’austerità di sempre. Lo mostra l’avanzo primario, cioè quanto le entrate superano le spese senza contare gli interessi. Nel 2027, anche con la spesa in deroga, resta allo 0,9% del PIL, poi risale fino al 2,4% nel 2029, il doppio del 2026. Vuol dire che lo Stato toglierà all’economia oltre 20 miliardi nel 2027 e circa 55 nel 2029.
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Il più importante (e pericoloso) campo di battaglia nella guerra mondiale a pezzetti
di Giuseppe Masala
Mentre l'industria USA dell'AI continua ad accumulare debiti in triliardi di dollari, la cinese DeepSeek rlascia gratuitamente DeepInfer, il suo motore di inferenza per i modelli LLM distruggendo in un solo secondo le prospettive di reddito dei modelli di Business per le AI progettato dalla Silicon Valley
Per quanto possa essere difficile da credere il più importante è pericoloso campo di battaglia della guerra mondiale a pezzi in corso ormai da oltre dieci anni è la gara tecnologica in corso tra Cina e USA per l'egemonia nel campo della Intelligenza Artificiale.
Solo in parte questa sfida tecnologica può essere paragonata con la “Corsa allo Spazio” tra USA e URSS della seconda metà del secolo scorso. Certo, in quella gara, che aveva anche venature romantiche (oltre che politiche), ci sono state importanti ricadute tecnico-scientifiche a vantaggio dell'industria aerospaziale. Nella battaglia della AI, tuttavia, c'è molto di più oltre alle ricadute sul piano industriale, di organizzazione sociale e del lavoro. In questa battaglia ci sarà un impatto sul piano economico finanziario – a causa degli enormi investimenti effettuati – che ben difficilmente il perdente riuscirà ad evitare il redde rationem di una crisi finanziaria dagli esiti devastanti sul piano dell'equilibrio economico generale delle nazioni e dunque sul piano sociale e politico.
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Salvare l’Italia dall’abbandono: una nuova politica dell’immigrazione
di Piero Bevilacqua
L’agricoltura italiana costituisce oggi un settore minore in termini di forza lavoro occupata e di ricchezza prodotta: circa 1,4 milioni di addetti e intorno al 2% del PIL. E tuttavia essa svolge un ruolo strategico nello sviluppo nazionale, molto più rilevante di quanto non dicano le cifre settoriali. È la base dell’industria alimentare e della nostra cucina, che, insieme alla ristorazione, portano al 7% il totale della ricchezza prodotta. Un ambito, quest’ultimo, il cui valore reale non è calcolabile per il peso che ha poi sull’attrattività turistica del nostro paese. Ho raccontato questo legame storico millenario nel mio Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, 2017. Si dimentica, tuttavia, che l’attività agricola, soprattutto quella che si svolge nelle aree collinari, il grande lascito dell’agricoltura contadina, incarna il patrimonio storico del paesaggio agrario italiano. Vale a dire non solo il paesaggio “artistico” della Toscana, dell’Umbria e delle Marche, ma anche quello della policoltura delle regioni meridionali e della Sicilia. Una delle dotazioni storiche che, insieme ai tanti impareggiabili siti naturali, alle nostre città e al patrimonio artistico e monumentale, fa dell’Italia il Bel Paese (Mauro Agnoletti, a cura di, Paesaggi rurali storici. Per un catalogo nazionale, Laterza, 2011).
Ma l’agricoltura, da tempo, per ubbidire a logiche sempre più travolgenti di mercato, si va restringendo alle aree di pianura, in forma di monoculture su base industriale, debolmente contrastate dall’agricoltura biologica, che pure ha un discreto rilievo ed è tra le prime in Europa. Il fenomeno ha conseguenze economiche, sociali e ambientali di vasta portata. In Italia, in 16 anni, tra il 2000 e il 2016, è scomparso il 46,8% delle imprese (Michele Nori e Domenica Farinella, Migration, Agriculture and Development, Springer, Cham, Switzerland, 2020). Un vero e proprio dimezzamento della geografia produttiva. Le piccole e medie imprese collinari e montane, sede storica della biodiversità agricola italiana, sono state costrette a chiudere a causa della pressione sui prezzi delle grandi catene della commercializzazione. Così le terre lungo la dorsale appenninica e preappenninica, le cosiddette aree interne, si vanno da tempo desertificando.
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Dove sta oggi il potere?
di Pier Paolo Caserta
Abbiamo bisogno di un’analisi aggiornata della composizione delle classi dominanti
La riflessione sui problemi dei quali cerco qui di offrire una prima sistemazione ha preso avvio dal dibattito attorno al “woke”, perché mi è parso evidente che quando si prova ad arrivare al nocciolo si trova che non è possibile impostare la questione del riposizionamento dell’ideologia egemone senza porre, a monte, la questione della composizione delle classi dominanti.
Devo, pertanto, preliminarmente richiamare le linee essenziali di quel dibattito. A dire il vero, non ho mai usato molto il termine “woke”, preferendo fare riferimento ad altri, quali il “politicamente corretto” e le altre sue strutture discorsive. Credo, comunque, che si dica la stessa cosa, a patto di aver chiaro che espressioni come “capitalismo woke” non indicano un modo di produzione, ma appunto una sovrastruttura discorsiva, che ha posto come cruciali alcune “battaglie” (uso doverosamente le virgolette) quali l’ambientalismo disancorato dalla questione sociale, il femminismo liberale, le “pari opportunità” o le istanze dei movimenti lgbtq+. Ma nel fare questo ha fatto molto di più. Non ha soltanto deviato l’attenzione dai diritti sociali, ha anche proiettato le divisioni nel campo dei subalterni, dividendoli e mettendoli in contrasto tra loro. Ha suscitato guerre orizzontali. E, quindi, il woke è stata, ed è, un’ideologia delle élite.
Si ricorderà il punto di innesco del dibattito sul woke proveniente dagli Stati Uniti: Ocasio-Cortez, da sempre paladina delle “battaglie” woke, dichiarò che il woke 1 è stato “folle”, e che serve ora un woke 2. Insomma non era sbagliato, soltanto che adesso c’è bisogno di un woke meno pazzerello.
Stando così le cose, la questione centrale diventa quella che viene rilanciata e approfondita da Alessandro Visalli in un lungo articolo (1) (che dialoga anche con un altro mio più breve): “Perché proprio adesso?”. Visalli inquadrava in prima battuta le dichiarazioni di Ocasio-Cortez come un vero “programma politico; rappresenta il tentativo suo e dei suoi compagni di uscire dal recinto della politica elitaria [nel quale è confinato il Socialismo USA] cambiando linguaggio per creare un contatto con i lavoratori.”. In altre parole, il woke non ha mai sfondato nelle classi lavoratrici, quindi bisogna cambiare registro. Un riposizionamento tattico, dunque, in primo luogo.
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Il 7 ottobre ed il pensiero "liberal" occidentale
di Vincenzo Brandi
Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.
Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.
Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:
“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.
Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.
Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).
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Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher
di Agata Iacono
Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.
Perché è rassicurante?
Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.
Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: "c'è un capo, c'è un mostro che li plagia, c'è un responsabile da sbattere alla gogna."
Ma davvero sono arrivati all'improvviso?
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all'indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.
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Lula vince, Trump e Bolsonaro meditano vendetta
di Redazione
In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington.
Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di differenza.
Ma qui comincia una partita del tutto diversa, dall’esito davvero incerto, che si potrebbe giocare su filo della guerra civile a seconda delle scelte degli Stati Uniti. Molto dipenderà anche dalle elezioni di midterm lassù, martedì prossimo. E non stranamente anche dall’esito delle elezioni israeliane, domani.
Mai come in questa fase, del resto, ogni scontro politico all’interno di un paese è strettamente intrecciato con l’evoluzione della crisi nell’emisfero occidentale a guida americana.
Il risultato brasiliano è stato subito contestato dallo sconfitto, figlio dell’ex presidente parafascista Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato al momento della precedente vittoria di Lula, nel 2022, quando lanciò i suoi sostenitori all’assalto del Congresso nazionale, a Planalto, sulla falsariga dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti, nel 2020. Li sta comunque scontando ai domiciliari per provvidenziali “problemi di salute”.
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In ginocchio da Putin
Dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo
di Alessandro Bartoloni
La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.
È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.
Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.
Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.
La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?
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Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
di Emiliano Brancaccio
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati. Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.
Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana. Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo. E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche. Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile.
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Libertà contro libertà di mercato
di Massimo Ilardi
Massimo Ilardi parte dall’articolo di Gigi Roggero per discutere alcuni elementi generali che caratterizzano le nuove forme di rivolta metropolitana. Secondo Ilardi, se il mercato ha bisogno di alimentare continuamente nuovi desideri per espandersi, ha anche bisogno di disciplinarli e addomesticarli, imponendo regole e limiti alla loro realizzazione. È proprio in questa contraddizione che il consumo può trasformarsi in una forza dirompente, capace di mettere in discussione l’ordine stesso del mercato. La rivolta diventa allora espressione di un desiderio che non rimanda al futuro, ma cerca di realizzarsi nel presente, attraversando e rompendo i confini imposti al territorio. Una riflessione che apre interrogativi importanti sulle forme del conflitto contemporaneo e sulla possibilità stessa della politica di confrontarsi con la loro radicalità.
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Nel suo intervento, Benvenuti nel deserto del globale. Note sul weekend maranza, Gigi Roggero affronta, tra le altre, due questioni che ritengo essenziali per capire la natura e i motivi delle rivolte urbane esplose nelle ultime settimane in alcune città europee.
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Tutti parlano di noi ma nessuno parla con noi
di Pier Giorgio Ardeni
Sembra proprio essere questa la conclusione che possiamo trarre, dopo giorni di commenti sulle violenze compiute ai margini delle manifestazioni degli studenti delle scuole superiori. Possibile che non si sia capaci di andare oltre la “condanna” della violenza? Se c’è chi inneggia alla rivolta come prodromo insurrezionale, al ribellismo spontaneo – vedendoci qualcosa che sinceramente è difficile vedere – dall’altro è solo un peana contro “maranza” e giovani “deviati” – e non parlo dei commenti della destra – o, al più, ad una rivolta “pre-politica” che andrebbe indirizzata. «Chi è violento si pone al di fuori della protesta democratica». Ma perché, forse che qualcuno di quelli che è andato a sfasciare vetrine aveva portato una qualche istanza, aveva voluto fare una protesta democratica? Ma di cosa stiamo parlando?
Perché nessuno pare in grado di andare oltre, di guardare dentro, sotto, di capire, di farsi domande? Non che io lo sia, ma non posso che constatare, con grande scoraggiamento, quanto povera sia la risposta. Perché se alle manifestazioni di migliaia di ragazzi e ragazzini, ragazze e ragazzine, che sono scesi in piazza per protestare, per chiedere una scuola che li formi e risponda ai loro bisogni, edifici non fatiscenti, docenti stabili e motivati, si sono uniti anche altri che di quelle istanze non sapevano che farsene o che volevano usare l’occasione per “fare casino” non sappiamo dare una risposta, allora c’è un problema. Il problema è che esistono anche loro e sta a tutti noi chiederci perché hanno fatto quello che han fatto.
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