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Una rivoluzione incompiuta? La lotta eroica del Venezuela contro l’imperialismo statunitense

di Marco Morra

Big Story Garrett Graff on Trump and Venezuela PoliticsL’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas e sequestrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, uccidendo oltre 50 militari della sua scorta, costituisce un’azione di guerra in violazione al diritto internazionale. L’incursione giunge al culmine di mesi di crescenti tensioni nelle acque dei Caraibi, antistanti il Venezuela, seguite all’invio di navi da guerra con il pretesto della “lotta al narcotraffico”. Maduro è accusato di essere il capo del Cártel de los Soles, un cartello della droga che minaccerebbe la sicurezza nazionale degli Stati Uniti[nota 1]. Tali accuse non sussistono. Com’è noto, la maggior parte della droga che raggiunge le città statunitensi non è prodotta, né distribuita attraverso il Venezuela[nota 2]. D’altra parte, le dimensioni, i costi e la sofisticatezza del dispositivo militare dispiegato dagli Stati Uniti rivelano obiettivi politici più ampi: esercitare una pressione decisiva sul regime di Maduro e assicurarsi il controllo delle risorse petrolifere del paese caraibico, le maggiori al mondo[nota 3].

L’operazione denominata Absolute Resolve sancisce la nuova strategia di sicurezza nazionale perseguita dall’Amministrazione Trump in America latina, il cui fine ultimo è il ristabilimento dell’influenza statunitense nel subcontinente e il contenimento della penetrazione economica cinese. Su scala globale, invece, dimostra un approccio sempre più offensivo nel quadro della competizione strategica che oppone gli Stati Uniti alle potenze capitalistiche in espansione – come Cina e Russia – che rifiutano di allinearsi ai dettami dell’Occidente. Dopo aver consolidato la propria egemonia in Medioriente attraverso l’appoggio incondizionato a Israele, per Trump sarebbe giunto il momento di piegare il Venezuela ai propri interessi strategici. Come ha notato Alessandro Volpi, la Casa Bianca è “alla ricerca di un controllo strategico degli approvvigionamenti energetici mondiali e del potenziamento di un settore con cui ridurre l’infinito disavanzo commerciale”[nota 4].

Molto è stato scritto su questi fatti all’indomani dell’attacco. Molto poco sulle condizioni in cui la Rivoluzione bolivariana si è trovata ad affrontare la minaccia nordamericana.

Dal principio di questo secolo, il socialismo bolivariano ha ingaggiato una lotta eroica contro l’imperialismo yankee, tanto più perché combattuta nel più completo isolamento internazionale. La campagna militare condotta da Trump in questi mesi ha dimostrato l’impotenza delle Nazioni Unite e l’impossibilità per la Cina e la Russia di intervenire nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. Né la mobilitazione internazionale può sortire effetti tali da cambiare in maniera decisiva i destini della Rivoluzione bolivariana. Gli ultimi anni hanno reso quanto mai evidente che, all’inasprirsi della competizione capitalistica, il diritto internazionale si fa carta straccia, mentre la storia mondiale è forgiata dai rapporti di forza. Auctoritas, non veritas, facit legem.

Di fronte a questa dura realtà, il macigno della resistenza cade per intero sulle spalle del popolo venezuelano. D’altra parte, il sequestro di un dirigente politico, per quanto carismatico, non può mettere fine a un processo rivoluzionario. L’esito del tentativo statunitense di imporre un cambio di regime o di subordinare quello esistente ai propri interessi non è affatto scontato, soprattutto se rimarrà salda, nel paese caraibico, l’unità del partito, delle masse e dell’esercito. Per il momento, la catena di comando dello Stato venezuelano è rimasta intatta. La vicepresidente Delcy Rodríguez, insieme a Diosdado Cabello (ministro dell’Interno), Vladimir Padrino (ministro della Difesa) e la leadership centrale del PSUV e delle Forze armate, hanno mantenuto il controllo delle istituzioni, ma hanno anche accettato di negoziare con Washington le condizioni per una soluzione pacifica del conflitto. Che significherebbe, nel migliore dei casi, concedere alle multinazionali statunitensi lo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie del paese.

Di certo, l’agibilità di Washington sul piano internazionale è ancora incontrastata. La sua superiorità di mezzi tecnologici e militari è soverchiante. In America latina, il Venezuela si trova politicamente isolato dopo le svolte a destra in Cile, Argentina, Paraguay, Ecuador, El Salvador, Perù e Bolivia e l’indecisione dei governi progressisti in Brasile, Colombia e Messico. Fuori dal Venezuela, gli espatriati festeggiano. Non solo gli oppositori, ma parti di popolo che hanno abbandonato il paese per fuggire da fame e povertà. Eppure, all’interno del paese l’opposizione antichavista non ha avuto alcuna capacità di mobilitazione contro il governo. Se il movimento rivoluzionario resisterà a questa nuova fase dell’aggressione imperialista lo mostreranno soltanto gli sviluppi futuri. In ogni caso, ciò dipenderà dall’appoggio che il regime esistente otterrà dalle masse popolari.

Per fortuna, lo scenario di un’invasione del paese su larga scala è assai poco probabile. Per almeno due ragioni. La prima è che Trump otterrebbe difficilmente il consenso del Congresso. La campagna militare condotta in questi mesi è stata realizzata senza l’autorizzazione esplicita del potere legislativo, in quanto giuridicamente assimilata a un’operazione di polizia internazionale[nota 5]. In secondo luogo, un’invasione terrestre comporterebbe costi molto elevati in termini economici e di vite umane e sarebbe politicamente inaccettabile per il movimento trumpista. Possiamo supporre che l’Amministrazione Trump preferisca continuare sulla via del logoramento del regime bolivariano con incursioni sulla terraferma e attacchi aerei e missilistici contro i giacimenti petroliferi, le infrastrutture, le basi e le forze militari del Venezuela.

Il regime chavista sarà costretto ad accettare le condizioni imposte dagli Stati Uniti? Di certo, la Rivoluzione bolivariana arriva a una battaglia decisiva non priva di fragilità. A fronte di una situazione economica e sociale sempre più difficile, sono cresciute in questi anni le divisioni interne al movimento chavista, così come la disaffezione di una parte delle masse popolari verso il governo di Maduro. Non è senza interesse chiedersi se la direzione che il processo bolivariano ha intrapreso in questo quarto di secolo sia o meno esente da errori strategici. Quali sono stati i limiti strutturali che hanno determinato l’indebolimento del socialismo del XXI secolo? È forse questo il tema più negletto di questi giorni. Una simile analisi può essere il frutto soltanto di un bilancio collettivo da parte di coloro che, a quella rivoluzione, vi hanno partecipato dall’interno. In questa sede, possiamo solo proporre qualche spunto di riflessione, che non nega l’urgenza di prendere posizione in difesa della sovranità dello Stato venezuelano.

Le tappe della rivoluzione bolivariana per come questa si è sviluppata tra l’elezione di Hugo Chávez nel 1998 e l’insurrezione popolare del 2002 sono un esempio di come un movimento socialista può conquistare e consolidare il potere per via democratica. Chavez concepì il processo bolivariano come «una rivoluzione pacifica, ma armata». Con il trionfo dell’insurrezione popolare appoggiata dagli ufficiali fedeli al chavismo contro il tentativo di colpo di Stato dell’aprile 2002 e, successivamente, con la vittoria del «no» al referendum revocatorio del 15 agosto 2004, con cui Chávez fu confermato alla guida dello Stato, si stabilizzò la rivoluzione e iniziò la marcia del Venezuela verso il socialismo. I primi passi furono la nazionalizzazione del settore petrolifero e la redistribuzione dei suoi proventi alla popolazione, con 4 miliardi di dollari di investimenti in alloggi, sanità, educazione, borse di studio e microcredito soltanto nel 2004.

Il 30 gennaio 2005, allo stadio Gigantinho di Porto Alegre, in occasione del quinto Forum Sociale Mondiale, Chávez presentava per la prima volta il programma della rivoluzione bolivariana e, con esso, la sua idea di socialismo del XXI secolo. Il Comandante faceva appello alla lotta contro il neoliberalismo e l’imperialismo nordamericano, si opponeva al latifondo, alle privatizzazioni, ai trattati internazionali di libero scambio, prefigurava la costruzione di un socialismo umanista, partecipativo e antiburocratico, nel quadro di una transizione graduale nella democrazia. Chávez aveva ereditato un paese dilaniato dalla povertà e dalla corruzione: dieci anni dopo, ne aveva fatto il paese del continente che aveva maggiormente ridotto il tasso di povertà, passando dal 57,2% del 2003 al 20,9% del 2012 (dati Cepal).

All’indomani della sua morte, nel 2013, aveva inizio una nuova e violenta controffensiva da parte della borghesia venezuelana e dell’imperialismo statunitense. Dopo l’elezione di Maduro, Barack Obama dichiarava il Venezuela una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza degli Stati Uniti, dando inizio a sanzioni finanziarie, commerciali ed economiche unilaterali e al boicottaggio diplomatico del nuovo governo. Alcune di queste misure consistettero nel blocco totale delle attività finanziarie della Banca Centrale del Venezuela (Bcv) e nel divieto di ogni operazione all’impresa Petróleos de Venezuela (Pdvsa), il monopolio petrolifero nazionale, la cui produzione crollò da 2 milioni di barili al giorno a poche centinaia di migliaia dopo le sanzioni di Donald Trump del 2017, determinando la paralisi dell’intero apparato produttivo del paese.

Le misure coercitive unilaterali sortirono rapidamente gli effetti desiderati, inferendo un colpo durissimo all’economia nazionale, le cui entrate dipendevano per il 70% dalle esportazioni di petrolio: in pochi anni, infatti, il Venezuela passò da 56 miliardi di dollari di proventi petroliferi nel 2013 ad appena 740 milioni nel 2020. Il PIL pro capite, a parità di potere d’acquisto, crollò del 62% tra il 2016 e il 2020. Come se non bastasse, il paese fu sottoposto al congelamento di conti e titoli azionari all’estero per diversi miliardi di dollari e a misure tese a impedire l’ottenimento di crediti internazionali e l’investimento di capitali stranieri, l’ingresso di valuta estera e il commercio internazionale.

Al culmine di una lunga fase di penuria programmata, inflazione indotta, campagne di disinformazione, con il fine di creare malcontento interno e isolamento internazionale, nel febbraio 2019 si assistette a un secondo tentativo di golpe. Il piano dell’opposizione fu sventato, ma le fragili basi economiche su cui poggiava la Rivoluzione bolivariana rimanevano tali. Il bloqueo nordamericano ha gettato nel baratro l’economia venezuelana, con conseguenze sociali disastrose. Dal 2015 a oggi, il paese ha contato sette milioni di emigrati in fuga dalla povertà e dalla fame, uno dei più grandi esodi migratori della storia latinoamericana, senza considerare la crescita del dissenso interno contro il regime del PSUV.

Negli ultimi anni, la produzione di petrolio venezuelano è risalita a quasi un milione di barili al giorno. Nel 2024, si stimava che i proventi derivanti dalle esportazioni di petrolio e le tasse pagate dalla compagnia petrolifera statale PDVSA rappresentassero il 58% delle entrate statali del Venezuela. Un quadro che lascia intendere la persistente fragilità economica del paese, esposto all’embargo statunitense, ma anche il perpetrarsi di una condizione di sottosviluppo che non ha fornito né sufficiente benessere alla popolazione né le capacità tecnologiche e militari adatte ad affrontare la minaccia imperialista. Neppure ha sortito ancora gli effetti sperati il piano di sviluppo (los 14 motores) adottato negli ultimi anni dal governo bolivariano allo scopo di rilanciare la crescita, diversificare l’economia e conseguire l’autonomia agroalimentare[nota 6]. In questa situazione, la fonte di legittimità politica del madurismo non possono essere le conquiste sociali, ma la resistenza all’accerchiamento imperialista. Come già accadde a Cuba nel secolo scorso. Un’impasse da cui è difficile uscire indenni.

Ci si potrebbe chiedere se le difficoltà riscontrate dal socialismo bolivariano siano soltanto il risultato dell’assedio a cui gli Stati Uniti hanno sottoposto il paese o non anche il prodotto di qualcosa che non ha funzionato nel processo rivoluzionario. Non fu ad esempio un errore del chavismo, quando il Venezuela viveva un periodo di grande prosperità economica e di solidità politica tra il 2005 e il 2012, mancare l’occasione per superare il modello estrattivista, tra le principali cause della fragilità e della dipendenza delle economie della regione, e sviluppare e diversificare la struttura produttiva del paese? Ciò che è mancato al Venezuela, già durante la guida di Chávez, è stata una effettiva transizione al socialismo. Il processo rivoluzionario è rimasto incompiuto per essersi scontrato con le contraddizioni di un paese arretrato il cui modello di sviluppo si è basato sulla rendita petrolifera e la dipendenza dalle esportazioni energetiche.

Superare il modello estrattivista – e le distorsioni istituzionali che ne derivano – avrebbe significato accumulare con la forza il capitale necessario allo sviluppo della struttura produttiva, estendere le nazionalizzazioni, espropriare i capitali privati, passare a un’economia di piano. Ma soprattutto trasformare a fondo gli assetti proprietari esistenti per consegnare il controllo dei mezzi di produzione alla classe lavoratrice, senza limitarsi a conquistarne il consenso attraverso la redistribuzione dei proventi petroliferi. Si trattava di consolidare un regime di dittatura del proletariato, acuendo lo scontro con la borghesia, con conseguenze difficilmente prevedibili per l’ordinamento democratico del paese. Il chavismo considerò che non ce ne fossero le condizioni e scelse la via dell’economia sociale come progressiva transizione a un modello basato sul soddisfacimento dei bisogni collettivi invece che sulla realizzazione del profitto privato.

Le fragili basi economiche della Rivoluzione bolivariana e la formazione di una burocrazia statale non esente da autoritarismo e corruzione sono stati in parte compensati dall’effettiva costruzione di quella democrazia «participativa y protagónica» sancita dalla Costituzione del 1999. La maggiore conquista del movimento chavista resta il ruolo assunto dagli organismi di potere popolare sui territori, come le Comuni (Comunas), i Comitati Locali di Rifornimento e Produzione (Clap), la Milizia Bolivariana, attraverso cui la parte più attiva del popolo ha esercitato funzioni di autogestione, autodifesa, approvvigionamento e distribuzione alimentare. Saranno questi organismi a dover dimostrare la loro capacità di organizzazione e resistenza in caso di un cambio di regime imposto dall’esterno. La loro tenuta, o il loro cedimento, segnerà il destino ultimo della Rivoluzione bolivariana.


Note
[nota 1] Il Cártel de los Soles è il nome dato a una rete clandestina di ufficiali e funzionari dello Stato venezuelano, accusati di partecipare a una vasta gamma di attività criminali, tra cui il traffico di droga.
[nota 2] La maggior parte della cocaina che arriva negli Stati Uniti è prodotta in Colombia e passa attraverso l’Ecuador e il Pacifico, mentre gran parte del fentanil viene sintetizzata in Messico ed esportata via terra attraverso il confine. Cfr. G. Colotti, https://pagineesteri.it/2025/10/13/in-evidenza/venezuela-machado-premio-nobel-le-voci-dal-paese-sotto-assedio/.
[nota 3] Da metà agosto 2025, gli Stati Uniti hanno dispiegato nei Caraibi uno dei loro schieramenti militari più potenti degli ultimi decenni: un gruppo anfibio con circa 4.500 effettivi e 2.200 marines, insieme a diverse cacciatorpediniere, rinforzati verso la fine del mese da sette navi da guerra aggiuntive e un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare. A novembre, Washington ha inviato la portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande della Marina statunitense, dotata di caccia F-35, droni e bombardieri strategici. Cfr. Carlota García Encina y Carlos Malamud, https://www.realinstitutoelcano.org/analisis/venezuela-y-trump/.
[nota 4] A. Volpi, https://altreconomia.it/attacco-al-venezuela-la-potentissima-dimostrazione-di-debolezza-di-trump/.
[nota 5] Il 16 novembre il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha designato il Cártel del los Soles come organizzazione terroristica, consentendo all’amministrazione Trump di inquadrare la sua azione nei confronti del Venezuela in termini di lotta al terrorismo e non solo al narcotraffico.
[nota 6] L’economia venezuelana ha fatto segnare una crescita media del 9% negli ultimi due anni (Dati CEPAL). Cfr. I. Ramonet, https://www.resumenlatinoamericano.org/2026/01/01/venezuela-nicolas-maduro-con-ignacio-ramonet-al-pueblo-de-ee-uu-le-digo-que-aqui-tiene-a-un-pueblo-amigo/.
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Marco da Zurigo
Thursday, 15 January 2026 16:48
Un bell'articolo !
... ma l 'uso del termine 'regime' e` imperdonabile ... peccato!
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