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Published: 31 January 2026
Created: 24 January 2026
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contropiano2

Impero, l’ultima speranza dei folli

di Alessandro Volpi*

Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista.

Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista: dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale.

Oggi, in questo esatto momento, gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.565 miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati – oltre 1300 miliardi di dollari l’anno – che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro.

Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.

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Published: 31 January 2026
Created: 23 January 2026
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La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia

di Giuseppe Gagliano

Mark Carney a Davos ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda. L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.

Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.

Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.

Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.

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Published: 30 January 2026
Created: 26 January 2026
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metis

Gli artigli dell'aquila

di Enrico Tomaselli

178803202 281035300168595 6275021392133130621 n.jpgCome emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.

L’enorme problema con cui devono però principalmente confrontarsi, molto probabilmente insormontabile, è strutturalmente connaturato alla natura del sistema statunitense; ciò che in passato, in una fase di ascesa e dominio imperiale, costituiva un vantaggio – cioè una straordinaria capacità industriale, all’interno di un sistema capitalistico – oggi non esiste più, e non solo appare irrecuperabile, ma si è persino trasformato in uno svantaggio.

Quando gli Stati Uniti intervengono nella seconda guerra mondiale, che rappresenterà il passaggio fondamentale per divenire una potenza globale, l’elemento decisivo, capace di spostare gli equilibri di forza sia nel Pacifico che in Europa, è precisamente la capacità di produzione industriale su larga scala. Al tempo stesso, l’ipertrofia della produzione bellica, alimentata da un conflitto di portata pressoché planetaria, porterà alla creazione di quello che il generale Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, a conclusione del suo mandato presidenziale, denuncerà come “complesso militare-industriale”. Un blocco di interessi e di potere, che eserciterà un’influenza decisiva sulla politica statunitense, nei decenni seguenti e sino al giorno d’oggi.

Questo blocco, però, ha subito almeno due decisive modifiche strutturali, tra la seconda metà del novecento e i primi anni duemila.

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Published: 30 January 2026
Created: 25 January 2026
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analisidifesa

Bulldozer Trump e il Professor Zelensky impartiscono lezioni all’Europa

di Gianandrea Gaiani

G Re8nEWwAAF4Cd.jpgPovera Europa! Minacciata e poi canzonata da “Bulldozer Donald Trump” e infine redarguita col ditino alzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, dismessi ormai definitivamente gli abiti del comico, sfoggia quelli del severo professore.

Del resto Trump e Zelensky, pur tra le tante diatribe che hanno caratterizzato il loro rapporto, sembrano convergere su un unico punto fondamentale: prendere di mira l’Europa, demolirne la residua rilevanza e comprometterne quel che resta della sua credibilità. Osservando le iniziative di Trump non vi sono dubbi circa l’intenzione di colpire gli “alleati” (per chi vuole ancora crederci) europei.

Il presidente statunitense prima scatena quasi una guerra rivendicando il diritto di occupare la Groenlandia con le buone o con le cattive. I danesi mandano sull’isola alcuni dei pochi militari di cui dispongono, gli europei per solidarietà a Copenhagen ne inviano poche decine ma i tedeschi ritirano subito i loro 15 militari, appena Trump minaccia di dazi le nazioni che inviano truppe ad addestrarsi in Groenlandia.

Ridicolizzata la Germania e l’intera Europa, Trump sembrerebbe ora accontentarsi di un accordo che ceda diritti minerari e alcune basi militari installate forse su territori a sovranità americana (come le basi britanniche a Cipro). Concessioni che avrebbe potuto ottenere senza alcuna minaccia né braccio di ferro con gli “alleati” europei. Del resto gli accordi del 1951 prevedevano già che gli Stati Uniti potessero disporre liberamente di basi militari in Groenlandia.

Risolta, per ora solo a parole la grana artica, “Bulldozer Trump“ ha atteso solo poche ore per prendere di nuovo di mira gli “alleati” europei.

Nel discorso, lungo e confuso, tenuto a Davos, Trump ha lamentato che la NATO “ha trattato ingiustamente per anni gli Stati Uniti”, che hanno pagato “praticamente il 100% della difesa” degli altri alleati e senza chiedere mai nulla in cambio, confermando ancora una volta di considerare la NATO un organismo a cui gli USA sono estranei.

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Published: 30 January 2026
Created: 22 January 2026
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contropiano2

La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu

di Giovanni Di Fronzo

Cheng Enfu buona.jpgIl libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto di socialismo e quanto di capitalismo c’è nell’economia cinese”?

Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata una democrazia liberale di tipo occidentale” (oppure non è stata frazionata in tanti Stati su base etnica), come prevedevano, appunto, gli occidentali?

Si tratta, infatti, di una raccolta di testi che datano dai primi anni ’90 alla fine degli anni ’10 del Terzo Millennio, che riflettono l’ampio e sconosciuto dibattito presente in Cina sugli indirizzi economici del paese. Da tali testi si evince come il Partito Comunista Cinese, in maniera non scontata, abbia tenuto la barra diritta su determinati principi anche grazie all’azione di intellettuali come Cheng Enfu.

Per leggerlo, occorre assumere la visione del marxismo adottata in Cina, da loro definita “olistica”, simile a quella definita in Occidente negli anni ’70 come “sviluppo organico” fra i vari riferimenti politico-ideologici. Ovvero ogni riferimento politico-ideologico contribuisce a sviluppare la teoria marxista, anche superando alcuni nodi e concezioni precedenti.

Ad esempio, se ci si ferma alla “Critica del Programma di Gotha” – [un testo polemico sulle degenerazioni del partito socialdemocratico tedesco, necessariamente “ristretto” ndr] – non sarebbero concepibili rapporti mercantili in una società socialista. Tuttavia, altre esperienze e riflessioni del movimento comunista hanno articolato più concretamente i concetti in questo campo.

Lenin delineò la compresenza di cinque forme economico-sociali nella NEP. Stalin provò a indicare l’ambito di validità della legge del valore nell’URSS della sua epoca, fino a giungere alle innovazioni portate dai riferimenti cinesi (Mao, Deng, ecc), Ecco che il risultato è l’impianto teorico del “socialismo di mercato”.

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Published: 30 January 2026
Created: 25 January 2026
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nicomaccentelli

Il neoliberismo di guerra va oltre la democrazia borghese

di Nico Maccentelli

Da più parti si continua a ripetere che con Trump presidente USA si sono violate le regole e che ora vige la legge del più forte. C’è chi dice anche che però l’imperialismo USA ha da sempre fatto guerre, colpi di stato, usato proxy come false bandiere, e che se non altro Trump ha il “pregio” di sostenere apertamente ciò che fa.

Queste due considerazioni, avanzate da politologi e opinionisti dissenzienti, si fermano però ai postulati, senza andare oltre. Ma oltre cosa c’è? Dobbiamo capire che se la prima considerazione ci porta a delle ricadute politiche e sociali di conflitto che non si sono ancora esplorate, la seconda mi pare piuttosto superficiale nella sua enunciazione, che se un pregio può avere è solo per il semplice fatto che un’intenzione dichiarata non necessita di smascheramenti e che può essere visibile a tutti o, per lo meno, a chi la vuole vedere.

Ma ciò che va colto in quell’oltre che prima ho accennato è riassumibile in questo enunciato: chi ha superato la soglia del genocidio, facendolo o sostenendolo può poi proseguire l’abominio criminale anche in casa propria.
Dunque non stiamo parlando solo di assenza di regole e di legge del più forte, ma del superamento di una soglia che da Auschwitz in poi nell’Occidente delle cittadelle dei consumi e delle classi medie (oggi in crisi) e di un proletariato border line per sussistenza precaria, non era mai stato superato se non nei paesi in cui l’imperialismo faceva quello che voleva, raccontando a noi che portava la civiltà e la democrazia.

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Published: 30 January 2026
Created: 23 January 2026
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intelligence for the people

Il capitalismo USA alla conquista della Groenlandia. L’Occidente divora se stesso

di Roberto Iannuzzi

L’idea di acquistare l’isola artica è la logica conseguenza della fase terminale del capitalismo statunitense, fondato sulle idee antisociali dei miliardari della Big Tech

L’intenzione del presidente americano Donald Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti d’America ha suscitato allarme e opposizione fra gli alleati europei, i quali hanno solidarizzato con la Danimarca sotto il cui controllo l’isola artica ricade.

Il nuovo scontro mostra un Occidente sempre più in crisi con se stesso.

La volontà di Trump di raggiungere il proprio obiettivo è pari all’artificiosità delle motivazioni addotte per giustificare la sua rivendicazione (senza per questo voler sminuire lo sfruttamento coloniale che la Danimarca ha a sua volta imposto alla Groenlandia).

Dal canto loro, gli europei improvvisamente invocano il diritto internazionale dopo aver taciuto di fronte allo scempio di Gaza, e balbettato davanti al sequestro del presidente di una nazione sovrana, il Venezuela.

 

Lo scacchiere artico

Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia si inseriscono nel quadro della crescente attenzione delle grandi potenze per l’Artico.

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Published: 30 January 2026
Created: 23 January 2026
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Roberto Franceschi, dopo 53 anni ancora impunita la polizia che lo uccise

di Eugenio Ghignoni*

Il 23 gennaio del 1973, a Milano, davanti alla Bocconi il ventenne Roberto Franceschi veniva ucciso da un proiettile sparato dalla polizia. La verità giudiziaria ancora oggi è incompleta. A fare fuoco furono almeno 5 poliziotti e furono sparati almeno 15 colpi

Il 23 gennaio del 1973, a Milano, davanti alla Bocconi il ventenne Roberto Franceschi veniva ucciso da un proiettile sparato dalla polizia. La verità giudiziaria ancora oggi è incompleta

Sono passati cinquantatré anni da quella serata milanese del 23 gennaio 1973 in cui un giovane militante del Movimento studentesco, Roberto Franceschi, veniva ucciso dalla polizia. Quella sera il Movimento Studentesco aveva indetto un’assemblea alla Bocconi, autorizzata dallo stesso rettore.

Non era certo la prima ma quella sera il divieto di accesso agli «esterni» fu tassativamente esercitato dal personale universitario all’ingresso. Gli studenti si trovarono di fronte uno schieramento di forze di polizia come mai accaduto in precedenza: più di cento uomini del III Reparto celere. Il rettore ha sempre dichiarato anche in seguito che non fu lui a richiedere quella presenza massiccia, ma di essersi limitato a informare la questura, come di consueto, e che fu da lì che venne l’invito a non consentire l’accesso agli esterni.

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Published: 30 January 2026
Created: 22 January 2026
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piccolenote

Gaza. L'inferno visto da vicino

Claudia Carpinella intervista Roberto Scaini di Médecins Sans Frontières (MSF)

Le macerie che circondano Gaza fanno il paio con le macerie emotive di chi è sopravvissuto all’inferno. A Gaza, oggi, è il tempo delle testimonianze. Roberto Scaini, capo medico di Medici Senza Frontiere, lo sa bene. È nella Striscia da due mesi, per la seconda volta. C’era già stato nel 2024: i suoi occhi avevano visto l’inferno in terra. Da dicembre è tornato, si trova a Gaza City. I suoi occhi forse erano preparati. Le sue orecchie no.

Dopo due anni, le persone con cui lavora hanno bisogno di parlare, di raccontare. Hanno bisogno di testimoni per la loro storia: una storia fatta di morte e di sopravvivenza. A questo, Roberto non era preparato.

* * * *.

Roberto, ci siamo sentiti a maggio 2024. Dopo quasi due anni sei di nuovo a Gaza. Cosa è cambiato?

«È tutto diverso. I bombardamenti non sono finiti, ma non sono paragonabili alla ferocia scellerata che c’era prima del cessate il fuoco. E tuttavia le bombe sono solo un modo più rumoroso di uccidere. Non l’unico. Si muore di freddo. Si muore perché i corpi sono debilitati. E si muore per tutto ciò che, in condizioni di vita normali, sarebbe curabile. Si muore per tutto quello che non c’è più».

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Published: 29 January 2026
Created: 29 January 2026
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lantidiplomatico

Virtù e Vizi tra Hannoun, Trump, Piantedosi e Askatasuna. É la sicurezza, bellezza!

di Fulvio Grimaldi

mraepdnmgiaàdlpTra Piantedosi e Askatasuna

Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.

Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.

E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.

Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.

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Published: 29 January 2026
Created: 25 January 2026
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unblogdirivoluzionari.png

La censura invisibile

Meta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità

di Mario Sommella

shutterstock 2560957567 1.jpgNon ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico

.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.

E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.

Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.

 

La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda

La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.

Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.

Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.

E nel corridoio non ti vede nessuno.

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Published: 29 January 2026
Created: 21 January 2026
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fuoricollana

Stati Uniti-Cina, due immagini del mondo

di Vincenzo Comito

Contro la pretesa egemonica statunitense, la Cina promuove un nuovo multilateralismo incentrato su una profonda riforma dell’ONU per dare maggior spazio ai paesi del Sud del mondo e realizzare così un ordine internazionale più giusto ed equo

Stati Uniti Cina due immagini del mondo g.jpgLe mosse di Trump sembrano cercare in primis di ostacolare in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente, l’ascesa della Cina sul piano economico, tecnologico, politico, rafforzando le strategie già praticate dagli Stati Uniti almeno sin dai tempi della presidenza Obama. Per altro verso, l’arrivo al potere di Trump sembra avere accelerato un processo di divergenza crescente tra i modelli politici ed economici dei due rivali.

 

Due modi di immaginarsi il mondo

Appare intanto opportuno collocare tali divergenze in un quadro più complessivo, in particolare per quanto riguarda la differente relazione dei due paesi con il mondo.

L’approccio degli Stati Uniti, reso più esplicito e più evidente ora con la presidenza Trump, muove dal presupposto che gli Stati Uniti sono destinati da Dio a governare il mondo e i suoi affari e che il loro modello economico, sociale, politico è non solo superiore a quello di tutti gli altri, ma in sostanza anche quello definitivo (“La fine della Storia”). In tale quadro, riprendendo tra l’altro delle affermazioni recenti di Jeffrey Sachs, trattano le altre regioni come strumenti da manipolare a vantaggio degli Usa, con un nazionalismo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come ostacoli alla sovranità strategica del paese, con l’uso della forza e del ricatto per piegare chi pone degli ostacoli e con la brutalità in particolare nell’utilizzo della Cia e delle forze militari, come mostrano anche episodi molto recenti.

Da ultimo il caso del Venezuela non dovrebbe certo sorprendere, né dovrebbe essere utilizzato per contrapporre il “cattivo” Trump ai “buoni” democratici del passato. In effetti qualcuno ha calcolato che negli ultimi settanta anni ci sono state molte decine di tentativi da parte Usa di rovesciare dei governi in carica in giro per il mondo, con repubblicani e democratici uniti nella lotta.

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Published: 29 January 2026
Created: 25 January 2026
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lantidiplomatico

L'Iran tra distruzione occidentale e accumulazione cinese

di Pasquale Liguori

Per chi ha sempre guardato con favore a uno scenario multipolare come argine all'unilateralismo statunitense, gli eventi dell'ultimo biennio impongono una riflessione rigorosa, anche scomoda, ma necessaria. La solidarietà a Teheran, nel quadro delle costanti pressioni esercitate dal coordinamento tra Washington e Tel Aviv, rimane un punto fermo. Tuttavia, l'onestà intellettuale ci obbliga a decostruire la natura del supporto offerto all’Iran dal partner strategico orientale, la Cina.

Non siamo di fronte al tradimento di un ideale - gli Stati non hanno sentimenti - ma all'applicazione ferrea di leggi economiche. È importante analizzare come la logica della centralizzazione del capitale stia ridisegnando gli equilibri, trasformando l'Iran da partner sovrano a nodo periferico di accumulazione, in una dinamica che vede convergere - paradossalmente - l'interesse di entrambi i blocchi globali verso una "stabilità subordinata" iraniana.

La narrazione occidentale sul conflitto del giugno 2025 è stata letteralmente adulterata. Israele non ha ottenuto alcuna vittoria strategica. Il lancio di centinaia di missili balistici da parte delle forze iraniane ha dimostrato una capacità di penetrazione delle difese che ha scosso le certezze di Tel Aviv. L'Iran non è crollato militarmente.

Tuttavia, il dato politico più rilevante è stato il freno imposto dagli stessi Stati Uniti. Washington ha scelto di chiudere l’escalation con un’azione lampo sui siti nucleari: un colpo scenografico, l’ultimo botto fragoroso, utile a segnare il punto. Ma, sul piano sostanziale, quell’attacco è rimasto largamente privo di conseguenze strategiche per l’Iran, che aveva già provveduto a mettere al sicuro gli asset più sensibili della propria ricerca e sviluppo.

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Published: 29 January 2026
Created: 23 January 2026
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linterferenza

L’ipocrisia e il servilismo delle classi dirigenti europee

di Fabrizio Marchi

Lo spettacolo che sta mettendo in scena l’establishment politico e mediatico europeo negli ultimi mesi sul tema del rispetto delle regole e del diritto internazionale in contrapposizione alla aggressività e al banditismo trumpiano, è qualcosa fra lo stupefacente e lo stucchevole nello stesso tempo. Macron ha addirittura dichiarato di “rifiutare il nuovo colonialismo e imperialismo americano”. Ascoltare un presidente francese che accusa altri di colonialismo non ha termini di paragone; siamo alla pura comicità. “Gli USA – ha soggiunto – si stanno liberando dalle regole internazionali promosse non molto tempo fa”. E quali sarebbero queste regole che prima gli Stati Uniti avrebbero rispettato e ora non rispettano più? E quando mai la Francia, da sempre potenza colonialista per eccellenza, ha rispettato queste presunte regole? E quando mai gli Stati Uniti – con qualsiasi amministrazione – hanno rispettato le regole e il diritto internazionale?

Diciamo pure che ormai è stato superato ogni limite alla decenza. Ci sarebbe da ridere se le cose non fossero purtroppo molto serie.

I governi, e nel complesso tutte le classi dirigenti europee, hanno servito e sostenuto gli USA in tutte le loro guerre imperialiste, violato le regole e il diritto internazionale attaccando stati sovrani, bombardando, occupando e affamando interi popoli con embarghi criminali, hanno partecipato a guerre di aggressione e di saccheggio ipocritamente camuffate come “guerre umanitarie per portare diritti e democrazia (e naturalmente liberare le donne dal velo, e ci mancherebbe altro…)”, e ora, con la stessa faccia tosta, inalberano la bandiera del rispetto del diritto internazionale.

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Published: 29 January 2026
Created: 23 January 2026
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piccolenote

La sicurezza di Gaza sarà affidata agli squadroni della morte?

di Davide Malacaria

Alla cerimonia di apertura del cosiddetto Consiglio per la Pace di Donald Trump a Davos, Jared Kushner ha svelato la “nuova Gaza”: grattacieli, complessi residenziali lussuosi etc. “Non c’erano palestinesi alla cerimonia, né nessuno dello stesso Board of peace. Nella fantasia di Kushner, i palestinesi appaiono in assenza, sepolti sotto le macerie della vera Gaza”. Così Medea Benjamin e Nicolas Davies su Antiwar.

“Ma, esattamente, come possono essere ‘smilitarizzati’ e pacificati i palestinesi per lasciare spazio a questa Riviera del Medio Oriente? L’assassinio del capo della polizia di Khan Younis, ucciso a gennaio a Gaza mentre si trovava in auto, è un indizio agghiacciante. Non si è trattato di un crimine isolato, ma di un segnale inquietante di ciò che si prospetta”.

“Mentre le milizie palestinesi sostenute da Israele si attribuiscono apertamente il merito di diversi omicidi mirati, gli Stati Uniti stanno riproponendo un copione familiare […] sperimentato in Iraq e Afghanistan, dove squadroni della morte, raid notturni e missioni ‘uccidi o cattura’ sono stati cinicamente pubblicizzati come operazioni che avevano l’obiettivo di portare stabilità e pace”.

Gaza sembra “il prossimo laboratorio di questo modello, sotto la bandiera del cosiddetto ‘piano di pace’ di Donald Trump, con conseguenze catastrofiche, come ha dimostrato la storia”.

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Published: 29 January 2026
Created: 22 January 2026
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Board of Peace. La proposta indecente

di Paola Caridi

“Impunità travestita da diplomazia”. È quello che si ascolta a Gaza, grazie ai giornalisti palestinesi che continuano a testimoniare ciò che succede nella Striscia. È in questo caso Tareq Abu Azzum, uno dei corrispondenti di Al Jazeera English, a sintetizzare in questo modo la frustrazione che corre nella popolazione, soprattutto dopo che Benjamin Netanyahu è stato invitato a far parte del Consiglio della Pace istituito da Donald Trump. Ma come, l’autore del genocidio palestinese invitato a portare la “pace”? Non ha un mandato di cattura internazionale sulla sua testa, Netanyahu, emesso dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità?

Impunità travestita da diplomazia. Questo dicono le vittime a Gaza. Le vittime del genocidio che Israele continua a compiere. E le vittime non sono invitate al tavolo, al banchetto immobiliare (la ricostruzione), ma soprattutto non sono invitate a prendere la parola e decidere. Messa così, sembra ancora una volta la difesa dei buoni sentimenti e del migliore dei mondi possibili. Se anche fosse, non ci sarebbe niente di male, anzi, riuscirebbe “almeno” a tirarci fuori dalle nostre macerie morali.

Diamo per ‘scontata’, aborrita e non giustificata, l’impunità. Parliamo di diplomazia, che nella vulgata del potere si vorrebbe appaiata a un compromesso al più infimo livello. Quale diplomazia, o meglio, quale politica internazionale c’è dentro il Consiglio della Pace? Nessuna diplomazia.

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Published: 29 January 2026
Created: 22 January 2026
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contropiano2

Un pezzo di Groenlandia e tutti a cuccia

di Dante Barontini

Ma insomma… a Davos, Donald Trump ha fatto una marcia in avanti oppure indietro? A leggere i giornali italiani è impossibile saperlo. Quelli “democratici” – nel senso filo-statunitense del termine – giurano che ha dovuto recedere dall’intento di mangiarsi la Groenlandia, quelli para-fascisti – in senso universale – garantiscono il contrario.

Dopo il diluvio di insulti e perculamenti agli europei, la questione è stata affrontata in un privè riservato tra il tycoon e il cosiddetto segretario della Nato, l’olandese Mark Rutte. Alla fine Trump ne è uscito trionfante garantendo che “Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo, è un intesa che durerà per sempre“, “con Mark Rutte abbiamo definito la cornice” che riguarda di fatto “l’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Usa e per tutte le nazioni Nato. Sulla base di questa intesa, non imporrò i dazi doganali che sarebbero dovuti entrare in vigore il primo febbraio“.

Se 40 anni fa il presidente dell’Unione Sovietica avesse annunciato di aver “raggiunto un accordo con il Patto di Varsavia” – da lui diretto – nelle redazioni occidentali sarebbero scoppiati tutti a ridere. A parti invertite tutti l’hanno presa sul serio…

In molti hanno trovato comunque “intollerabile” che gli interessi e i confini di un Paese europeo membro della Nato (la Groenlandia è federata alla Danimarca) fossero maneggiati da un olandese che figurativamente guida un’alleanza militare che vede nella “controparte” Usa anche la guida indiscussa.

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Published: 26 January 2026
Created: 26 January 2026
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fuoricollana

Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

di Luigi Alfieri

Oltre gli stereotipi. L’Occidente non c’è più, la Nato è un cadavere vivente, non c’è più neanche l’Impero americano. Tra le tante implicazioni, una è evidente: l’Europa dovrà fare da sola. Non l’Unione: non ne ha la struttura. È tempo di pensare finalmente l’Europa come realtà politica

Il trumpismo malattia senile dellamericanismo.jpgAmmetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.

 

Primo stereotipo. Trump è pazzo…

Mah. Megalomane di sicuro. Paranoico probabilmente, ma secondo il mio amatissimo Elias Canetti il potere è paranoico in quanto tale. Forse però è un furbastro che recita il proprio personaggio, e le due cose non si escludono affatto a vicenda, anzi stanno benissimo insieme. Comunque, non è questo il punto.

Mi viene in mente una “striscia” di Tullio Pericoli sull’ “Espresso”, tantissimi anni fa. Nella prima vignetta si vede Hitler che sbraita. Una voce fuori campo commenta: “Bisogna fare la psicoanalisi di Hitler!”. Poi si vede una folla acclamante in estasi mentre Hitler sbraita.

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Published: 26 January 2026
Created: 21 January 2026
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Sette storie per non dormire: la chimica

di Ferdinando Bilotti

Cracking petrolchimico Brindisi.jpgNel precedente articolo abbiamo affrontato in termini generali la questione del ruolo negativo assunto dalle grandi imprese nell’evoluzione dell’economia nazionale, figlio sia delle modalità di conduzione delle medesime a opera dei loro titolari, sia dei condizionamenti esercitati da questi sul ceto di governo, che hanno fatto sì che il secondo tutelasse gli interessi dei primi anche a scapito delle possibilità di sviluppo industriale complessivo del paese. Abbiamo inoltre accennato al fatto che dal 1992 in avanti la nostra classe politica abbia agito contro l’interesse nazionale anche per soddisfare appetiti di soggetti stranieri. Ora vogliamo illustrare le forme che concretamente assunsero questo ruolo negativo della nostra élite imprenditoriale e questa sottomissione del nostro ceto politico a interessi stranieri, attraverso la ricostruzione di sette casi esemplari: aziende o interi settori industriali che sono stati condannati al declino o alla sparizione dalle scelte compiute da imprenditori e governanti. Si tratta di aziende e comparti il cui sviluppo era stato tale da renderli dei motivi di vanto per il nostro paese, o che comunque si connotavano per le notevoli potenzialità che avrebbero potuto esprimere, se adeguatamente tutelate; le loro vicende costituiscono dunque delle vere e proprie storie dell’orrore, che a nostro avviso dovrebbero turbare i sonni degli italiani comuni (di tutti quelli, cioè, che non hanno ricavato da esse un beneficio personale).

Cominciamo col trattare il caso dell’industria chimica. Questo fu uno dei settori protagonisti della seconda rivoluzione industriale. In esso l’Italia si trovò presto indietro rispetto agli altri grandi paesi europei, e tale situazione era ancora evidente all’indomani della Seconda guerra mondiale. Il regime fascista, in verità, aveva tentato di porvi rimedio, ma le sue politiche erano valse più ad accrescere i profitti degli imprenditori che a consentire uno sviluppo solidamente fondato dell’apparato produttivo, quando non a garantire i primi anche a scapito del secondo. Difatti, il suo esasperato protezionismo aveva consentito la sopravvivenza di industrie poco efficienti, ostacolando in tal modo l’elevazione della produttività e del livello tecnologico medi dei vari comparti.

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Published: 26 January 2026
Created: 26 January 2026
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sinistra

Inclusione e Grande Madre

di Salvatore Bravo

il risveglio della grande madre sonia la marca.jpgIl tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e pedagogici del liberalismo. La parola inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda per mascherare scelte aziendali e capitalistiche come democratiche e per tacitare i dissenzienti, giacché solo un essere antidemocratico e ostile all’umanità potrebbe essere contrario all’inclusione. Con tale propaganda i dissenzienti sono zittiti e posti ai margini della vita culturale e, nel contempo, coloro che sono per l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei mondi possibili e specialmente nell’unico possibile” sono nei fatti discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo censorio non è mai colto, poiché è già il segno della profondità del male. Il risultato di questa campagna inclusiva che passa dalla formazione, in particolare, ma è generalizzato, è il nuovo dogma, anche, della chiesa e giunge nelle aziende fono a fondare un corpo sociale interno al dogma (inclusione) mai pensato e mai problematizzato. Chiunque osi pensare il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo meccanico e immediato. L’inclusione è il dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una società inclusiva che consente a ogni differenza di esprimersi sul mercato della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo, delle differenze è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili. Nella società inclusiva le pulsioni sono “libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità primitiva e meccanica da scaricare, la mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato-” con i suoi dogmi.

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Published: 26 January 2026
Created: 22 January 2026
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contropiano2

Esiste davvero un “bazooka” finanziario UE contro gli USA?

di Stefano Porcari

Al World Economic Forum di Davos, il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha deciso oggi di smorzare le preoccupazioni sulle possibili ritorsioni europee che alcuni commentatori e analisti economici hanno ipotizzato potrebbero essere usate per far fronte alle minacce sulla Groenlandia (che poi è la minaccia di far morire la NATO per una sudditanza conclamata a Washington).

“Penso che qui ci sia una narrazione completamente fuorviante” che “sfida ogni logica”, ha detto Bessent. Il riferimento è alla fine che le capitali europee potrebbero far fare ai 12,6 trilioni di dollari di asset, e in particolare ai 2,8 trilioni di dollari di Treasury, che sono detenuti nel Vecchio Continente. Oltre a una serie di misure dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) e all’idea di dazi di risposta.

Ma il nodo che ha fatto andare in subbuglio le redazioni delle testate economiche e che ha fatto sussultare di orgoglio quelle europeiste fino al midollo è proprio quello delle grandi ricchezze finanziarie stelle-e-strisce che la UE potrebbe usare come arma. Ma è davvero così o si sta di nuovo bluffando, come abbiamo fatto notare in un altro articolo solo pochi giorni fa?

Bisogna dire, innanzitutto, che è certamente vero che l’area euroatlantica, seppur a livello strategico vede ormai una faglia irricucibile, sul lato prettamente finanziario rimane ancora intrecciata in maniera viscerale. Il Financial Times ha pubblicato alcuni utili articoli per analizzare le possibilità reali che lo scenario paventato e categoricamente respinto da Bessent si realizzi per davvero.

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Published: 26 January 2026
Created: 23 January 2026
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kamomodena

Il governo è nemico del popolo, il popolo resiste: organizziamo il contrattacco

di kamo

0. Esiste un nesso tra crisi del capitalismo globale, trasformazione in «fabbrica della guerra» dei territori sociali e suprematismo razziale che percorrono l’Occidente. È la catena dell’imperialismo e della guerra generale che si stringe intorno al collo dei popoli, di cui l’Italia è un anello centrale. È questo l’anello in cui siamo collocati, e che possiamo – dobbiamo – erodere, incrinare, disarticolare. Indebolire, per spezzarlo. E spezzare così la maledetta catena.

1. Dal prologo in cielo alle avventure sulla terra.   La resistenza della Palestina e il vento frizzante che ha scompaginato le settimane di «Blocchiamo tutto» hanno mostrato che ricomporre un rifiuto popolare per un presente di guerra, impotenza e solitudine è possibile: è possibile essere forti, contare qualcosa imponendo la propria rigidità, ritrovare senso e gioia collettivi nello sciopero, nel sabotaggio dei tempi, nella lotta di massa. Anche in un contesto relativamente piccolo e pacificato come nella “demokratura” di Modena e dell’Emilia.

2. Per la prima volta un’inaspettata paura, scatenata da un’inedita opposizione sociale, ha messo al muro il governo Meloni, il cui unico asset sul palcoscenico nazionale e internazionale rimane la governabilità sulla rassegnazione, la spoliticizzazione e l’immobilismo, e quindi la sudditanza ai propri padroni e alleati, americani e israeliani – alla faccia dei “sovranisti” e dei “patrioti”.

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Published: 26 January 2026
Created: 22 January 2026
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megachip

Morire per delle idee (una sintesi del suicidio europeo)

di Andrea Zhok

La UE, costruita su dogmi neoliberali e subordinazione geopolitica, ha scambiato mercato per democrazia e dipendenza per progresso, fino a sacrificare sovranità, energia e futuro sull’altare dell’egemonia USA, con esiti autodistruttivi per l’Europa di oggi

Ci fu un tempo in cui l’Europa Unita venne presentata come

1) baluardo competitivo rispetto agli USA;

2) costituzione di un organismo sovranazionale dotato di una massa critica capace di imporsi sul piano internazionale.

Tutto ciò si è dimostrato una farsa.

Perché?

A) Il modello ideologico

Quando si confezionò il trattato di Maastricht l’Occidente era dominato dalla leggenda del trionfo neoliberale sull’orso sovietico, e dunque l’impianto neoliberale definì tutti i principali meccanismi legali, il ruolo dell’industria pubblica, i rapporti con la finanza, secondo quel modello ideologico.

Tale modello assume che la libertà di scambio sia un surrogato idealmente compiuto della democrazia (di fatto un miglioramento rispetto al rozzo meccanismo delle elezioni democratiche) e privilegia il ruolo dinamico del grande capitale, rispetto a cui la politica deve svolgere un ruolo ancillare, di facilitatore.

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Published: 26 January 2026
Created: 22 January 2026
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analisidifesa

L’ultimatum gentile di Trump agli alleati

di Giuseppe Gagliano

A Davos, Donald Trump non si è limitato a provocare. Ha messo sul tavolo un metodo. La Groenlandia è diventata il banco di prova di una nuova relazione tra Stati Uniti ed Europa, fatta di pressioni esplicite e concessioni condizionate. Il messaggio, al netto delle battute e della teatralità, è stato chiarissimo: apriamo subito negoziati per l’acquisizione, non useremo la forza, ma se direte di no ce ne ricorderemo. È la diplomazia del ricatto soft, la pressione asimmetrica travestita da dialogo.

Il contesto è quello del World Economic Forum, dove Trump ha scelto di parlare non solo ai mercati ma soprattutto agli alleati. L’Europa, in questa narrazione, è amata ma fuori strada, protetta ma ingrata, indispensabile ma subordinata. La Groenlandia diventa così il simbolo perfetto: un territorio immenso, strategico, potenzialmente ricco di risorse, politicamente legato a uno Stato europeo. Se cede la Danimarca, cede un pezzo dell’idea di Europa. Se cede l’Europa, cede la pretesa di contare.

Trump ha incardinato la questione groenlandese in un discorso economico coerente con la sua visione del mondo. Gli Stati Uniti sarebbero il motore della crescita globale e avrebbero il diritto di riequilibrare i conti usando strumenti coercitivi “legali”, cioè i dazi. In questa cornice la Groenlandia non è solo geopolitica: è filiera, accesso a metalli critici e materie prime indispensabili per industria, difesa e transizione tecnologica.

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Published: 26 January 2026
Created: 22 January 2026
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machina

Per le differenze

Adelino Zanini e la filosofia economica

di Ubaldo Fadini

Nel testo che pubblichiamo oggi, Ubaldo Fadini riflette sulla nuova edizione di Filosofia economica (DeriveApprodi, 2025) di Adelino Zanini, sottolineando la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.

Prossimamente, pubblicheremo un altro contributo, a cura di Federica Giardini, sul libro di Adelino Zanini.

* * * *

La nuova edizione ampliata di Filosofia economica presenta indubbie novità rispetto all'edizione del 2005. Innanzitutto il sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, che indica proprio nell'ultima formula un'aggiunta essenziale rispetto al precedente, Fondamenti economici e categorie politiche. Il rinvio alle «forme giuridiche» mi permette di considerare la nuova edizione come una sintesi certo parziale ma ben calibrata e incisiva di un percorso di ricerca assolutamente indispensabile per coloro che vogliono acquisire strumenti raffinati per l'articolazione di un pensiero critico-radicale all'altezza dei tempi estremamente difficili a cui siamo consegnati.

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  1. Francesco Cappello: Piovono sull’Europa la minaccia dei missili Oreshnik e quella dei dazi di Trump
  2. Autonomia di classe e organizzazione rivoluzionariaMarco Scavino:
  3. Algamica: Su la testa!
  4. comidad: Trump è il risvolto pornografico del politicamente corretto
  5. Salvatore Bianco: Il governo Meloni, il ponte immaginario
  6. Pasquale Liguori: Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale
  7. Marco Bonsanto: Quando le parole colpiscono più dei missili
  8. Dante Barontini: Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale
  9. Eros Barone: La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia
  10. Carlo Formenti: Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della östpolitik
  11. Mario Pietri: Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale
  12. Jeffrey D. Sachs, Sybil Fares: La guerra ibrida USA-Israele contro l’Iran
  13. Alessandro Avvisato: A Davos la foto di un sistema al collasso
  14. Tiberio Graziani: Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump
  15. Pier Paolo Caserta: I giuristi di regime contro Barbero
  16. Alessandro Visalli: La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.
  17. Nico Maccentelli: La sinistra nostrana e le “rivoluzioni colorate”
  18. Elisabetta Burba e Maria Pappini: Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro
  19. Pino Arlacchi: La debole Armada: l’inganno di Trump
  20. Carlo Rovelli: C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no?
  21. Gianandrea Gaiani: Le smanie bellicose di Ursula von der Leyen
  22. Geraldina Colotti: Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori
  23. Fulvio Grimaldi: Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN
  24. Eugenio Donnici: Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
  25. coniarerivolta: La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI

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