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sinistra

La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia

di Eros Barone

Lijx2E10Zp4Ph3F1N1KjgInceft6lytTG8dM1hS0qx0.jpgIl capitale non lavora più da solo alla sua dissoluzione; ha fatto in modo che al suo abbattimento collabori il mondo intero.

Martin Nicolaus, L’oggettività dell’imperialismo.

1. Economia e politica dell’imperialismo

La categoria di imperialismo rivela tutta la sua produttività dal punto di vista conoscitivo, allorquando viene applicata all’analisi del conflitto intra-imperialistico (ossia tra i vari capitali di una stessa potenza imperialistica) mediante la ricognizione puntuale della composizione del potere economico e delle contraddizioni che lo attraversano nell’attuale congiuntura. Da questo punto di vista, è possibile affermare che lo scontro interno al capitale finanziario statunitense è stato guidato, nel periodo delle presidenze ‘democratiche’, dai settori ad alta tecnologia (aerospazio, finanza, armi, elettronica, informatica, ‘mass media’, farmaceutica, ‘green economy’) ai danni dei settori tradizionali (petrolio-gas-carbone, trasporti, turismo, agricoltura, manifatturiero, immobiliare, alimentare, tessile). All’inizio del conflitto i fattori di convergenza tra i due settori prevalevano sui fattori di divergenza, poiché nel pieno di quella congiuntura critica (2022-23) lo scontro interno al capitale statunitense si scaricava sul contesto russo-ucraino in due modi: per un verso, accelerando il processo di penetrazione dei capitali ‘verdi’ in Europa; per un altro verso, offrendo sbocco al settore petrolifero Usa, in difficoltà sul fronte interno. In quella fase, un’accelerazione delle tensioni in Ucraina piaceva ad entrambi gli schieramenti: da una parte, consentiva alle multinazionali ‘green’ di andare alla conquista del mercato europeo; dall’altra, dava modo alle compagnie petrolifere di rifarsi all’estero della sconfitta subita in patria. Dopodiché, a mano a mano che l’offensiva russa penetrava nel territorio dell’Ucraina dell’est e del sud e la controffensiva ucraina veniva o circoscritta o respinta, i settori tradizionali del capitale americano hanno pragmaticamente preso atto della inevitabile sconfitta dell’Ucraina e della superiorità schiacciante delle forze armate russe, cambiando di 90 gradi (se non di 180) la posizione assunta in quella guerra per procura dall’amministrazione Biden e ponendo in atto lo sganciamento progressivo da un conflitto sempre più svantaggioso per gli Stati Uniti.

Tale sganciamento, accompagnato dal riconoscimento del ruolo storico, attuale e futuro della Russia sulla scena mondiale, si è prodotto fra lo sconcerto, la rabbia e la frustrazione degli alleati europei, sempre più divisi al loro interno e incapaci di superare, tanto più nel corso di una congiuntura internazionale che produce effetti divaricanti, i tre limiti strutturali dell’Unione Europea: la mancanza di una lingua comune, di un sistema fiscale unitario e di un esercito unico.

È chiaro, del resto, che, se fosse prevalsa la strategia di Biden, ogni indebolimento della Russia avrebbe rappresentato un passo in più verso la guerra mondiale, mentre è un dato di fatto indiscutibile che Trump non ha iniziato alcuna guerra durante il suo primo mandato e si è proposto, nel corso del presente mandato, di agire nella stessa direzione disinnescando il conflitto russo-ucraino, prendendo le distanze dal corrotto governo di Zelensky, emarginando i suoi velleitari alleati europei e svuotando di senso la stessa Nato. Dopodiché, la logica oggettiva della macchina imperialistica è talmente spietata nella sua brutale oggettività, che non può non prevalere sulle nobili intenzioni di un presidente che dichiara, ad ogni piè sospinto, di aspirare al premio Nobel per la pace…

Dal canto suo, la Russia, guidata da un governo che è rimasto saldamente nelle mani di Putin (non si dimentichi la ribellione di cui fu protagonista nel 2023 Prigožin, imprenditore e capo di milizie mercenarie), non si è arresa e ha resistito a pressioni senza precedenti: sanzioni, scontro con il regime terroristico ucraino sostenuto da tutti i paesi occidentali, sfide all’economia e un forte calo nella vendita di risorse naturali, esclusione dall’alta tecnologia. Anche la Cina non ha decampato dalla sua politica di indipendenza e ha continuato la sua guerra commerciale con gli Stati Uniti. Nello scacchiere mediorientale lo Stato di Israele, infrangendo ogni norma del diritto internazionale nel silenzio e con la complicità di tutti i governi dell’Occidente filosionista, a partire da quello americano, ha commesso un genocidio a Gaza e in Libano, mentre il governo di Assad in Siria si è dissolto ad opera del fondamentalismo sunnita appoggiato dalla Turchia neo-ottomana e dagli stessi Stati Uniti, aprendo la via alla penetrazione dello Stato israeliano anche in questo territorio strategico.

 

2. Il personaggio Donald Trump, il capitale e le masse

Ma chi, fra i capi di governo e di Stato del mondo attuale, ha dimostrato le maggiori capacità di resistenza e di resilienza è stato Trump, il quale, lungi dal deporre le armi e abbandonare l’agone politico dopo la sconfitta riportata nelle elezioni del 2020, non si è arreso e ha consolidato la sua ‘leadership’ all’interno del Partito Repubblicano su una scala senza precedenti, continuando e persino radicalizzando la sua politica populista e nazionalista. Così, attorno a Trump e al suo ruolo, coesivo non meno che aggressivo, di alfiere del movimento populista, nazionalista e sciovinista americano è andata nascendo un’ideologia indipendente. La tesi principale di tale ideologia consiste nel sostenere che il globalismo propugnato e in parte realizzato dalla frazione liberale del blocco capitalistico statunitense è stato sconfitto e che la sconfitta non è dovuta ai nemici o alla propaganda, ma a uno stato di cose reale. Il corollario derivante da questa tesi è che risulta necessario seguire il programma di Huntington e non quello di Fukuyama, ossia tornare alla politica del realismo e ricondurre l’ideologia americana alle fonti del primo liberalismo classico, dunque al protezionismo nella politica economica e, sul piano geopolitico, a un nazionalismo di stile muscolare. È questo il progetto riassunto nell’acronimo MAGA: “Make America Great Again”.

Trump è dunque riuscito a situare la sua posizione nell’orizzonte dello spazio ideologico americano e questa organicità e funzionalità spiega non solo il suo enorme successo tra le masse popolari americane, pur così eterogenee per origine e per cultura, ma anche l’investitura che, mutando la sua scelta di campo e riconoscendo la realtà della crisi del globalismo, gli hanno tributato i magnati dell’industria e della finanza. A questo punto, le elezioni si sono trasformate in un plebiscito di stampo bonapartista per il “prescelto di Dio”, il quale, in una repubblica federale dove vi è addirittura uno Stato che si fregia del motto “Deus ditat” (‘Dio arricchisce’), ha potuto raccogliere attorno a sé un gruppo radicale di miliardari e ideologi rappresentati da personaggi pittoreschi come Elon Musk, James Vance, Peter Thiel, Robert Kennedy Jr., Tulsi Gabbard, Marco Rubio e alcuni altri, che avremo sicuramente modo di conoscere nei prossimi anni.

Orbene, il punto archimedico è questo: il grande capitale americano, avendo riconosciuto Trump come suo legittimo e organico rappresentante, si è reso conto della necessità oggettiva di rivedere la strategia globale degli Stati Uniti in termini di ideologia, di geopolitica e di diplomazia. Il revisionismo nella politica interna ed estera, declinato in chiave sciovinista e populista da quello che è ancora lo Stato capitalistico più potente del mondo (si pensi alle tre rivendicazioni avanzate da Trump: l’acquisizione, “con le buone o con le cattive”, della Groenlandia, l’integrazione del Canada come 51° Stato degli Stati Uniti e il ritorno della sovranità statunitense sul canale di Panama), non è più un incidente di percorso che ha temporaneamente ostacolato “le sorti magnifiche e progressive” dell’imperialismo democratico americano, ma è l’espressione della crisi reale di quest’ultimo e della sua fine. L’attuale presidenza di Trump non si inscrive pertanto nella consueta logica dell’alternanza di democratici e repubblicani che perseguono essenzialmente la stessa linea, ma segna l’inizio di una svolta radicale nella storia dell’egemonia esercitata dagli Stati Uniti, perché mira ad una profonda revisione della strategia, della ideologia, del progetto e delle strutture di questo grande paese, il cui fine è garantire l’egemonia degli Stati Uniti nel XXI secolo e oltre.

Musk si è immediatamente adoperato, prima ancora che Trump venisse insediato nella carica di presidente, per rimuovere i leader sgraditi agli Stati Uniti d’America. Così, senza por tempo in mezzo, ha iniziato a condurre campagne politiche di appoggio ai populisti europei come “Alternativa per la Germania” e la sua leader Alice Weidel, Nigel Farage in Gran Bretagna, Marine Le Pen in Francia. I liberali europei sono rimasti completamente sconcertati dall’attivismo politico della nuova amministrazione statunitense e hanno contestato la sua interferenza diretta nella politica europea, al che Musk e i trumpisti hanno ragionevolmente fatto notare che nessuno ha contestato Soros e la sua interferenza. Di conseguenza, Musk e gli altri esponenti della plutocrazia mondiale che si è schierata con Trump si sono adoperati a smantellare l’apparato “politicamente corretto” in Europa e a sostenere i leader populisti che condividono le concezioni e gli obiettivi trumpisti. L’Ungheria di Orban, la Slovacchia di Fico e l’Italia della Meloni sono stati i più facili da cooptare in questo modello, cioè quei regimi che hanno già puntato sui valori tradizionali e si sono opposti a quell’apparato con vari gradi di fermezza.

Questo dinamismo è politicamente doloroso per i governanti europei, che con un lungo tirocinio avevano imparato a soddisfare obbedientemente i desideri del loro padrone come animali ammaestrati in un circo. Ora si chiede loro di suonare un'altra musica: alcuni si rifiutano, altri resistono. Ma il processo è stato avviato: il movimento revisionista e sciovinista guidato da Trump sta demolendo l’apparato liberale e liberoscambista in Europa. Questo movimento punta a creare una civiltà integrata sia sul piano geopolitico che sul piano ideologico (Huntington ‘docet’). L'obiettivo è la “renovatio Imperii”, esattamente come accadde con la politica intrapresa e portata a compimento dall’imperatore d’Oriente Giustiniano nel VI secolo d.C. D’altronde, come si è visto, anche i metodi terroristici sono molto simili a quelli adoperati dall’antica Roma contro i propri nemici, e il rapimento di Nicolás Maduro richiama alla memoria i precedenti storici di Giugurta e di Vercingetorige.

Naturalmente, non mancano gli ostacoli che si frappongono all’ambizioso progetto della “renovatio Imperii” e basta citarne almeno quattro: nello scacchiere mediorientale l’Iran sciita, particolarmente attivo nella sua politica antisionista, e le inevitabili conseguenze provocate dal sostegno americano al genocidio sionista in Palestina e dalla utilizzazione americana di Israele quale testa di turco nella costruzione di un nuovo ordine mediorientale; nello scacchiere mondiale, la Cina, oggetto di una ostilità economica e finanziaria che la vasta presenza della comunità cinese anche all’interno degli Stati Uniti non può che rendere ancora più aspra; nel “cortile di casa”, ossia nell’America centrale, il grande serbatoio umano dell’immigrazione negli Stati Uniti. Questi ostacoli costituiscono una minaccia che la dottrina Monroe, a cui Trump si ispira, non può tollerare, ma la loro eliminazione implica un dominio incondizionato degli Stati Uniti nel Nuovo Mondo, che è in palese contrasto con la formazione di un polo indipendente in America Latina e, ad esempio, con relazioni di buon vicinato con il Messico. Infine, vi è la questione dell’Ucraina, dove, se non sarà possibile arrivare rapidamente ad una pace con la Russia, Trump lascerà che siano i regimi globalisti europei a risolvere la questione, ovviamente con grave pregiudizio per loro e notevole vantaggio per gli Stati Uniti. Resta inteso infatti che, se nel conflitto russo-ucraino Trump non assume una posizione ostentatamente filorussa, ritiene però che il sostegno in grande stile all’Ucraina, come è avvenuto con Biden, è per lui impossibile.

In conclusione, se è vero che il trumpismo è una nuova versione dell’egemonia americana, è altrettanto vero che l’unipolarismo che esso propugna ha un contenuto e una natura completamente diversi da quelli propri dell’indirizzo globalista. Certamente, al centro del sistema mondiale vi sono sempre gli Stati Uniti e i loro valori tradizionali, ovvero l’Occidente bianco e cristiano (definibile con l’acronimo ‘wasp’), che riconosce, nella propria visione ideologica, il nesso indissolubile tra la libertà, l’individuo e il mercato, ma il trumpismo non si limita a questo, poiché ambisce a qualificarsi come l’annuncio palingenetico di un nuovo “secolo americano” e, come tale, ha un significato politico, filosofico e geopolitico peculiare.

 

3. Il Venezuela: cartina di tornasole della svolta trumpista

La domanda, che si pongono gli osservatoridella politica internazionaledopol’azione terroristica posta in atto dal governo degli Stati Uniti con il rapimento del presidente del Venezuela, riguarda il dilemma tra una gestione diretta, in classico stile coloniale, di questo Stato latino-americano da parte dell’artefice di quel rapimento e una soluzione neocoloniale cogestita ‘per fas et nefas’ con lo stesso governo del regime decapitato, ridotto obiettivamente alla funzione di ascaro. È pur vero, d’altra parte, che, anche se collaboravano con le multinazionali petrolifere statunitensi, né Chavez né Maduro erano organici all’imperialismo USA, in quanto rappresentavano un potere autonomo legato alle forze militari, peraltro non sempre lealiste (come la stessa vicenda del rapimento del presidente Maduro dimostra), all’interno di un blocco borghese orientato, sul piano della politica estera, verso la Russia e la Cina. Risulta poi, con un’evidenza spettacolare, che l’azione terroristica ordita da Donald Trump dimostra che gli Stati Uniti, nel perseguire i propri obiettivi di politica estera si considerano ‘legibus soluti’ e non esitano ad adottare un metodo, in cui, insieme con le minacce e con le intimidazioni, il ‘big stick’ di stampo rooseveltiano ha un posto centrale.

Quali siano gli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti risulta, peraltro, con la massima chiarezza dal documento strategico varato nel novembre del 2025 dall’amministrazione Trump all’insegna della classica parola d’ordine: “l’America agli americani”. Il progetto di Trump consiste nel ritorno alla dottrina Monroe dopo un secolo di dominio della dottrina Wilson. La dottrina Monroe fu enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe, il quale dichiarò che la priorità della politica estera statunitense era l’instaurazione del controllo sul continente nordamericano e, in parte, su quello sudamericano, con l’obiettivo di indebolire ed eliminare l’influenza delle potenze europee del Vecchio Mondo sul Nuovo Mondo. La dottrina Wilson, delineata dal presidente Woodrow Wilson nel 1918, divenne il vangelo dei globalisti americani, in quanto spostò l’attenzione dagli Stati Uniti come Stato-nazione alla missione planetaria di estendere le norme della democrazia liberale borghese a tutta l’umanità e di garantirne le strutture su scala globale. Se l’indirizzo di politica estera della dottrina Monroe può essere definito con il termine di “isolazionismo”, l’indirizzo che contraddistingue la dottrina Wilson può essere connotato come “globalismo” o “interventismo”, laddove con il secondo termine viene indicata e giustificata la strategia basata sull’interferenza politica e sull’intervento militare, che ha dominato l’azione degli Stati Uniti nel corso del XX secolo e in particolare negli ultimi decenni. Ciò nondimeno, è opportuno chiarire il significato attuale del termine di isolazionismo, che nel documento citato non sta a indicare una limitazione dell’intervento e dell’interesse degli USA al solo scacchiere continentale americano, ma punta a subordinare ogni scelta americana, su qualsiasi scacchiere e terreno, al primato del proprio controllo sull’emisfero occidentale.

In questa direzione il documento indica tre obiettivi fondamentali. Il primo è il netto distacco dalla decadente civiltà europea nel nome degli autentici valori nazionali e cristiani concepiti e fatti valere nella versione protestante nord-americana del “manifest destiny”. L’obiettivo non è solo quello di escludere l’Unione Europea da ogni terreno di trattativa internazionale, ma è anche quello di disgregarla attraverso il sostegno alle correnti nazionaliste di destra e di estrema destra. In questa prospettiva gli imperialismi europei non sono né cooperanti né competitivi, ma semplicemente rivali. Il secondo obiettivo è il riconoscimento delle potenze imperialiste concorrenti, la Cina e la Russia, e dei loro “legittimi” interessi: a partire dalla fine di ogni espansione della Nato e dalla disponibilità a ridefinire direttamente l’ordine internazionale, svuotando di senso la stessa Onu (una “seconda Yalta”) e liquidando la vecchia politica di Biden, per arrivare al progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalla guerra in Ucraina. Il terzo obiettivo è la rivendicazione del controllo dell'imperialismo USA sulle Americhe del nord e del sud, complessivamente intese. E dunque viene affermata con forza l’esigenza prioritaria di concentrare forze, attenzioni, risorse su questo versante: la convinzione che sta alla base di questa esigenza è infatti quella secondo cui solo la realizzazione di un pieno controllo sull’emisfero americano può riscattare gli Stati Uniti dal declino e metterli in grado di reggere gli equilibri di potenza su scala mondiale. L’imperialismo statunitense punta così, in coerenza con la composizione sociale del blocco capitalistico che sostiene la presidenza di Trump, a riportare le attività manifatturiere in patria attraverso l’arma del protezionismo, accorciando da un lato, quanto più è possibile, le catene del valore e dei rifornimenti ed estendendo, dall’altro, il controllo diretto sulle materie prime dell’America Latina e dell’Artico (petrolio e litio, in primo luogo). Non è chi non veda che l’estromissione o l’emarginazione della Cina e della Russia da questi territori è un aspetto decisivo della strategia statunitense e che lo stesso terrorismo praticato nel Venezuela ha in questa necessità strategica dell’imperialismo statunitense la sua radice. È tale necessità che spiega perché le esplicite minacce nei confronti della Colombia, di Cuba e della Groenlandia, così come la politica intimidatrice verso il Messico e persino verso il sub-imperialismo canadese, non sono affatto intemperanze fraseologiche, ma esprimono con la massima aderenza la volontà effettiva del trumpismo e del blocco di forze economiche e politiche di cui esso è l’espressione.

 

4. Volontà di potenza e diritto internazionale: il colore del sangue

Affermare che la brutalità imperialista incarnata da Trump “ha distrutto il diritto internazionale”, come fanno, stracciandosi le vesti ed emettendo rauche grida, le vestali del liberalismo borghese e del riformismo socialdemocratico, è un sillogismo fallace, che poggia su una falsa premessa: l’idea, cioè, secondo la quale un diritto del genere esisterebbe come quadro vincolante, che si libra neutrale sopra la “gabbia d’acciaio” dell’imperialismo. In realtà, una simile credenza non è un errore marginale, ma un’illusione ideologica fondamentale, poiché l’imperialismo non è mai stato circoscritto o vincolato da quel coacervo di princìpi, di regole e di norme che si fa chiamare diritto internazionale, ma è sempre stato un prodotto secondario dei rapporti di forza determinati dalla contesa inter-imperialistica, tollerato soltanto nella misura in cui si accorda con gli interessi dei monopoli e scartato ogni volta che cessa di svolgere questa funzione cosmetica. Pertanto, il momento attuale, segnato da violazioni aperte dei trattati, dal disprezzo per le istituzioni internazionali e da una aperta coercizione priva del minimo ‘fair play’, non segnala una discesa nella barbarie, ma rivela il collasso della forma ideologica attraverso la quale in precedenza veniva esplicata la barbarie. La legge, quindi, non si configura affatto come un codice morale universale, ma è uno strumento della politica borghese, inseparabile dal potere statale e dal dominio di classe. Come la legge opera a livello nazionale in funzione degli interessi dello Stato borghese, così il presunto “diritto internazionale” opera globalmente a livello dei rapporti fra le potenze imperialiste: legalizza il dominio, perpetua lo sfruttamento e maschera la coercizione definendola come ordine.

In altri termini, non esiste autorità sovrannazionale che si erga sopra le classi e gli Stati: esiste solo il sistema globale del capitalismo e, nella sua fase suprema, l’imperialismo. Di questa realtà contemporanea Lenin ha fornito, in quel capolavoro che è L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, il quadro teorico decisivo. L’imperialismo, spiega Lenin, non è solo una politica estera aggressiva, ma una fase strutturale del capitalismo definita dai monopoli, dall’esportazione di capitale e dalla divisione del mondo tra le grandi potenze. All’interno di questo sistema, trattati e quadri giuridici non possono essere né stabili né vincolanti. Come Lenin ha dimostrato, gli accordi tra le potenze imperialiste non sono altro che tregue. Sicché l’esistenza di un ordinamento giuridico basato su regole formali è, sotto l’imperialismo, teoricamente impossibile. Se gli accordi sono solo tregue, allora la legge è semplicemente una cristallizzazione momentanea della forza e il diritto internazionale non frena l’imperialismo, ma si limita a registrare il suo temporaneo equilibrio. La storia contemporanea conferma pienamente l’analisi di Lenin: l’imperialismo non ha mai esitato a polverizzare i propri quadri giuridici, quando questi si rivelavano in conflitto con i suoi interessi strategici o economici.

La prima guerra mondiale ha distrutto ogni sistema giuridico internazionale nella lotta fra le grandi potenze per la divisione del bottino coloniale. I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki hanno cancellato intere città, insieme con le loro popolazioni, senza alcuna giustificazione giuridica o morale. La guerra del Vietnam è stata condotta attraverso violazioni sistematiche del diritto umanitario su una scala mai vista. Il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO nel 1999 è stato condotto senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite. L’invasione dell’Iraq nel 2003 è stata attuata, nonostante l’assenza di qualsiasi mandato legale. La distruzione della Libia nel 2011 ha trasformato una risoluzione limitata dell’Onu in un cambio di regime, che ha scatenato un caos permanente. I regimi sanzionatori del XXI secolo istituzionalizzano, in diretto contrasto con le norme giuridiche proclamate, la punizione collettiva delle popolazioni civili. Queste non sono eccezioni. sono il normale funzionamento dell’imperialismo.

Per un lungo periodo di tempo, l’imperialismo ha preferito governare nascondendosi dietro lo schermo giuridico e la retorica umanitaria. Le istituzioni, i tribunali e i trattati erano strumenti utili per gestire le rivalità, disciplinare gli Stati più deboli e integrare le forze riformiste nella ‘governance’ imperialista. Ciò che distingue perciò il recente ‘modus operandi’ dell’imperialismo non è il suo contenuto, ma la sua forma. Siccome le contraddizioni si sono acuite – la stagnazione economica sempre più gravosa, la competizione inter-imperialista sempre più aspra, la polarizzazione sociale all’interno degli Stati capitalistici sempre più dirompente -, il valore ideologico del linguaggio giuridico è diminuito. In tal modo, la coercizione aperta, cinica e brutale ha sostituito la giustificazione formalmente ritualizzata. Ma questo non è un tradimento del diritto internazionale: è invece il contenuto reale che tale diritto disvela sotto l’imperialismo.

Ecco perché il socialismo scientifico non sostiene un ritorno al “rispetto del diritto internazionale”: una simile richiesta presuppone che l’imperialismo possa essere regolato eticamente. Lenin ha respinto questa tesi riformistica borghese a titolo definitivo e nell’opuscolo Il socialismo e la guerra (1915) ha dichiarato in modo inequivocabile: «Finché esiste il capitalismo, le guerre sono inevitabili. Le guerre sono il necessario e inevitabile risultato del capitalismo». Dove la guerra è inevitabile, la legge non può governare. Il compito dei comunisti, dunque, non è far valere la legalità, ma abolire le condizioni materiali che rendono impossibile la legalità: la proprietà monopolistica, lo sfruttamento capitalistico e la concorrenza imperialista. Così, togliere la maschera giuridica che nasconde la vera faccia dell’imperialismo non è una perdita per l’umanità, ma è un guadagno in termini di chiarezza, poiché il crollo delle illusioni legali costringe a scontrarsi con la realtà. Solo il rovesciamento dell’imperialismo può consentire di instaurare un’autentica uguaglianza tra i popoli. Fino a quando tale rovesciamento non sarà attuato, il cosiddetto “diritto internazionale” rimarrà quello che è sempre stato: una maschera dei potenti gettata via nel momento in cui cessa di servire alla piena e incontrastata estrinsecazione della loro volontà di potenza.

 

5. Il governo Meloni: tra guerra imperialista e rottura sociale

I politologi borghesi, cercando di spiegare la lunga durata del governo Meloni, sono ricorsi al tipico luogo comune, secondo cui tale governo ha inaugurato un “ritorno alla politica” nella gestione capitalistica del nostro paese. Sennonché bisognerebbe chiedere ai detentori di tanta scienza che ci indichino esempi di governi “non politici” o di Stati che non siano tali. Del resto, i fatti, come è noto, sono testardi e inducono a domandare come mai il governo più a destra degli ultimi 70 anni abbia goduto finora di una pace sociale quasi totale. E la risposta è quella che segue: una condizione fondamentale perché ci sia pace sociale è la divisione della classe operaia e il suo rinserrarsi nel ‘corral’ dell’astensione. Certo, le ragioni dell’attuale pace sociale, perfettamente rispecchiate dai tassi crescenti dell’astensione elettorale, affondano in almeno quattro decenni di offensiva capitalistica a tutto campo e di trasformazioni radicali nella divisione del lavoro, nel mercato del lavoro, nell’organizzazione del lavoro, nel contenuto del lavoro e – ‘last but not least’ - nell’ideologia dei lavoratori. Né vanno tralasciati, nel drammatico passivo di un simile periodo, la sconfitta e il dissolvimento dei paesi socialisti, sconfitta e dissolvimento che hanno fiaccato ulteriormente la volontà di lotta di non pochi settori della classe operaia, i quali riponevano le loro speranze nella capacità di quei regimi di rappresentare un contrappeso alla potenza devastante dell’imperialismo. Tornando all’analisi della natura del governo, esso non può essere definito in modo sbrigativo come semplicemente neofascista. Occorre infatti precisare che esso, pur essendo infarcito da “post-fascisti”, la cui legittimazione è da tempo un fatto compiuto nel sistema politico italiano, non è un governo fascista. Sennonché questa relativa ambiguità non deve, comunque, impedire di utilizzare l’arma dell’antifascismo nella lotta contro tale governo, poiché non può sfuggire il fatto che siamo in una fase di fascistizzazione del potere statale, caratterizzata dall’applicazione di misure reazionarie della borghesia, dalla soppressione delle libertà dei lavoratori a partire dalla libertà di sciopero e da un anticomunismo furioso che, stante l’assenza di un movimento di classe organizzato definibile come comunista, ha chiaramente un carattere di controrivoluzione preventiva.

In realtà, siamo di fronte a un governo di estrema destra, che si identifica pienamente con gli interessi dei gruppi dominanti del capitalismo, ovvero del capitale finanziario. Con la stessa ottica unilaterale e deformante viene anche esagerata la portata della legittimazione politico-elettorale dell’esecutivo. È allora opportuno sottolineare che il consenso effettivo del governo in carica non è del 40%, come si legge nella stampa cartacea e digitale, ma di circa il 28%. Il numero di voti raccolti dalla coalizione delle destre nelle elezioni del settembre 2022 è stato infatti di circa 12,3 milioni. Il peso elettorale effettivo delle destre non è aumentato dal 2008 a oggi, ma è diminuito. Per fare un confronto, il Polo delle Libertà, la Lega e la Destra-Fiamma Tricolore raccolsero nel 2008 circa 18 milioni di voti. La stessa avanzata elettorale di FdI (una crescita di circa 5,9 milioni di consensi rispetto alle elezioni politiche del 2018) va vista in relazione diretta con la perdita di voti di Lega e di Forza Italia. Dopodiché, è vero che il governo Meloni ha un’ampia maggioranza parlamentare, ma è altrettanto vero che è minoranza nel paese reale, non poggia su un’estesa base di massa e non ha solide basi nelle organizzazioni tradizionali della classe operaia: insomma, non possiede le leve per controllare le masse nel momento in cui la lotta di classe s’inasprisce a causa del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Questo è il suo tallone d’Achille, nonostante il tentativo della borghesia di garantirsi maggiore stabilità e forza coercitiva. In altri termini, la legittimazione del governo Meloni non proviene dalla maggioranza delle masse, ma dal grande capitale, dagli Stati Uniti e dal Vaticano. La politica e la direzione di marcia del governo Meloni sono segnate da queste forze, non dai settori di piccola borghesia che l’hanno votato. In particolare, la natura socio-economica di tale governo deriva dai suoi stretti legami con il grande capitale, in particolare con i monopoli dei settori energetico, bellico e cantieristico: grande capitale che lotta per prorogare il suo dominio economico e politico a spese, oltre che del proletariato e delle masse lavoratrici in generale, anche del piccolo capitale e dei piccoli produttori. In conclusione, lo spostamento a destra dell’asse politico italiano è un’espressione delle difficoltà e del declino del capitale monopolistico finanziario italiano, che ha la necessità di immobilizzare e disorganizzare la classe operaia sfruttando il desiderio della piccola borghesia di uscire dalla crisi in cui è piombata. Ciò è reso possibile dal fatto che nel duplice contesto della sconfitta temporanea del socialismo e dell’indebolimento della lotta di classe internazionale, la classe operaia non è in condizione di dirigere gli strati intermedi oppressi e sfruttati, non avendo ricostruito la sua guida rivoluzionaria, la sola in grado di strappare questi strati all’egemonia borghese. Occorre dunque lottare contro il fascismo che si sviluppa all’interno dello “Stato democratico”, con la socialdemocrazia che si accoda a questa tendenza, prendendo chiaramente posizione contro i liberal-riformisti che nascondono alle masse il carattere del fascismo e non le chiamano a lottare contro le misure repressive sempre più gravi della borghesia e contro i loro peggiori nemici di sempre, i fascisti. In effetti, finché ci sarà il sistema capitalista-imperialista ci sarà sempre il pericolo del fascismo, il che significa che per estendere l’influenza del movimento di classe fra le masse non bisogna privarsi delle parole d’ordine di contenuto democratico, ma che bisogna utilizzarle collegandole con quelle più generali, di carattere rivoluzionario, in quanto armi per la formazione di un blocco operaio e popolare che lotti nella prospettiva della rivoluzione proletaria (non per una semplice mutazione democratico-borghese del dominio di classe della borghesia capitalistica). Ecco perché è indispensabile sottolineare che, dal punto di vista comunista, la lotta per le libertà delle masse lavoratrici, la lotta antifascista, si identifica con la lotta per l’abbattimento del capitalismo e che i comunisti hanno combattuto il fascismo anche quando era un regime “legittimato” da un ampio consenso di massa.

Riguardo alle condizioni per la costruzione della opposizione politica e di classe allo stato di cose esistente, un elemento fondamentale è l’irruzione del protagonismo della classe operaia sui terreni della lotta anti-imperialista e della lotta politica contro il governo Meloni, oscillante, a causa della posizione intermedia, né particolarmente forte né particolarmente debole, occupata dall’Italia nella gerarchia dei maggiori paesi capitalistici, tra una postura assertiva orientata verso l’intervento imperialistico in direzione del Vicino Oriente e dell’Africa, e una postura di ripiegamento all’ombra dell’imperialismo statunitense egemone. Comunque sia, solo la classe operaia, la classe più rivoluzionaria della società, può condurre a fondo la lotta contro il governo di estrema destra e batterlo nei luoghi di lavoro, nelle diverse realtà territoriali, nelle piazze, fuori dal parlamento e senza accodarsi a nessuna opposizione borghese.

In conclusione, dal punto di vista generale il terreno più importante per saggiare la solidità e la tenuta del governo Meloni è chiaramente quello della guerra imperialista che si svolge in Ucraina tra la Nato e la Russia. Per il governo Meloni non sarà facile proseguire la politica di progressivo coinvolgimento in questo conflitto bellico, se si considera che il sentimento di contrarietà all’invio di altre esiziali armi al governo Zelensky, così come la tendenza a non partecipare direttamente alla guerra o a fare qualcosa per impedirne gli sviluppi militarmente più disastrosi ed economicamente più gravosi, sono oggi ben più diffusi di due anni fa e riflettono gli interessi economici di importanti settori del capitalismo italiano. La stessa presa di posizione in senso contrario al sostegno politico e militare sempre più massiccio del governo ucraino e dello stesso presidente Zelensky, presa di posizione assunta a suo tempo da Silvio Berlusconi, aveva rivelato con esattezza millimetrica quanto fosse stretta la via di un governo di destra che, rinunciando al postulato sovranista, esacerbando in chiave “polacca” la subordinazione alle direttive dell’imperialismo americano e aumentando i punti di frizione con le posture di politica estera della Francia e della Germania, intendesse basare la propria linea su quel trinomio strategico di “atlantismo, europeismo e Mediterraneo allargato”, che fu formulato da Mario Draghi nel suo discorso di insediamento per essere poi ripreso dal governo Meloni.

Si è detto che solo la classe operaia, la classe più rivoluzionaria della società, può condurre a fondo la lotta contro il governo di estrema destra e batterlo nei luoghi di lavoro, nelle diverse realtà territoriali, nelle piazze, fuori dal parlamento e senza accodarsi a nessuna opposizione borghese. Per fare questo occorre però sviluppare una giusta politica di fronte unico basata sulla difesa intransigente degli interessi di classe. La lotta per l’unità del movimento sindacale classista, come aspetto fondamentale della politica di fronte unico proletario, va quindi portata avanti in modo ampio, senza parzialità e senza settarismi ma anche senza cedimenti verso l’opportunismo, sotto qualsiasi forma si presenti, di destra o di “estrema sinistra”. Allo stesso tempo, bisogna rendersi conto che la classe operaia non può fare a meno degli alleati nella lotta per il potere. Questi alleati a livello nazionale possono essere individuati nei settori e nei gruppi di piccola borghesia che abbandonano la difesa del capitalismo e del suo governo. Non tutta la piccola borghesia è disposta a sostenere il governo Meloni. Occorre dunque un’analisi più approfondita della realtà italiana e delle rivendicazioni parziali e immediate di questi strati di lavoratori e di masse popolari che non siano in contrasto con gli interessi del proletariato, nell’intento di perseguire con essi una politica di alleanza legata alla prospettiva della conquista del potere politico. La lotta contro la guerra inter-imperialista di ripartizione delle risorse e dei mercati e contro le sue conseguenze sulle condizioni di vita delle masse lavoratrici (carovita, bollette, militarismo, contraccolpi delle sanzioni e dell’invio di armi, riduzione delle spese sociali ecc.) offre un terreno favorevole in tal senso. Solo in questo modo si acquisirà nel tempo la capacità di porsi alla testa della più ampia mobilitazione popolare.

Infine, valga una breve nota sulla sinistra liberal-riformista (Pd, Sinistra italiana, M5S, Cgil, Anpi, Arci, Coop), dal cui atteggiamento subalterno e nei fatti collaborazionista, tipico di un sistema fondato, come è stato ben detto, sul monopartitismo competitivo, è legittimo dedurre che non verrà alcun contributo alla rottura della pace sociale. Una sola cosa è sicura: in alcuni casi, ad esempio in fatto di bellicismo e di filosionismo, questa cosiddetta sinistra, o una parte di essa, batte in oltranzismo persino il governo ed esprime valori non meno borghesi e reazionari di quelli delle destre. Per converso, bisogna riconoscere che, a differenza di una siffatta ‘sinistra’, le “destre sociali” italiane e mondiali professano spesso apertamente i propri ideali, additando anche a vasti settori delle masse oppresse e disperate una rigenerazione completa, radicale e addirittura ‘rivoluzionaria’ delle società borghesi, di cui ben conoscono la decadenza. Che serva una svolta radicale nella storia del mondo è infatti un’istanza sia evidente sia urgente. Alle esplosive contraddizioni di una società sempre più putrida, che intende far pagare all’umanità il suo fallimento storico con sacrifici, autoritarismo e guerre di sterminio, va allora contrapposta, con coraggio, lucidità e tenacia, la prospettiva di “una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”.


Indicazioni sitografiche
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-mondo-secondo-trump-189234
https://tesi.luiss.it/23655/1/632332_CASAROTTO_FRANCESCO.pdf
https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-trumpismo-e-la-conclamata-subalternita-dell-europa
https://www.sinistrainrete.info/estero/29946-eros-barone-l-ideologia-dell-imperialismo-americano-tra-riflesso-e-progetto.html?utm_source=newsletter_2272&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete
https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/1126-domenico-losurdo-intervista-sul-comunismo
https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/20656-eros-barone-lotta-di-classe-repressione-statale-e-violenza-padronale.html
https://www.marxists.org/italiano/lenin/1915/soc-guer/cap1.htm
https://www.sinistrainrete.info/marxismo/31258-eros-barone-critica-dell-economia-politica-e-strategia-della-rivoluzione-socialista-nel-pensiero-di-lenin.html
https://www.sinistrainrete.info/marxismo/28126-eros-barone-la-guerra-alla-luce-della-teoria-marxista.html
https://cambiailmondo.org/wp-content/uploads/2025/12/strategia-per-la-sicurezza-nazionale-degli-stati-uniti-damerica_novmbre-2025totale-001.pdf
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