Piovono sull’Europa la minaccia dei missili Oreshnik e quella dei dazi di Trump
di Francesco Cappello
La strategia di destabilizzazione che, attraverso operazioni di forza e il disimpegno sancito dalla nuova National Security Strategy, ha trasformato l’Europa da alleato a concorrente isolato. La pressione statunitense si intreccia con la nuova coscienza della capacità militare russa, veicolata dal missile ipersonico Oreshnik, che espone il continente a un’inedita vulnerabilità tecnologica e psicologica.
Il forzato mutamento e lo spaesamento nel cambio repentino di retorica dei leader europei i quali, dopo il fallimento delle politiche sanzionatorie e la fine della protezione americana, si trovano costretti a ricercare un nuovo e autonomo assetto di sicurezza continentale per far fronte alla doppia morsa dei dazi USA e della potenza balistica di Mosca.
Lo stato delle cose
I fatti avvenuti tra fine dicembre e gennaio permettono di intravedere l’attuazione di una strategia dell’amministrazione Trump e della CIA volta a destabilizzare il potere russo e il tentativo del processo di pace in atto, attraverso una serie di operazioni coordinate a livello globale. Gli attacchi avvenuti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, tra cui l’incursione di droni sulla residenza di Putin a Valdai (28 dicembre 2025), il sequestro di Maduro in Venezuela e i disordini provocati in Iran (stretto alleato della Russia), non sono eventi isolati ma tasselli di un unico piano per colpire Mosca e i suoi alleati (In particolare Cina e Iran). È lecito, infatti, pensare che la telefonata diplomatica di Trump a Putin abbia funzionato come esca per facilitare la localizzazione del leader russo proprio a ridosso dell’attacco. Questa interpretazione suggerisce che le aperture al dialogo della Casa Bianca siano state una manovra diversiva per coprire azioni di forza, portando Mosca a interrompere ogni trattativa mirante alla pace e a puntare ora esclusivamente sulla vittoria militare in Ucraina prima di riconsiderare qualsiasi equilibrio con l’Occidente.
La National Security Strategy (NSS) pubblicata il 4 dicembre 2025 segna una frattura storica, trasformando il legame tra Stati Uniti ed Europa da un’alleanza fondata sulla servile subordinazione ma ancora retta dall’apparente reciproco sostegno a un rapporto puramente transazionale e, in molti casi, conflittuale. Il documento sancisce ufficialmente la fine dell’ombrello protettivo americano, dichiarando che la sicurezza europea non è più un impegno collettivo ma un servizio che gli alleati devono pagare o gestire autonomamente attraverso un massiccio riarmo. Questa nuova dottrina rigetta ogni ulteriore espansione della NATO e declassa l’Unione Europea da partner strategico a concorrente istituzionale, accusando Bruxelles di minare la sovranità delle singole nazioni attraverso regolamentazioni che frenano la crescita globale.
Il testo assume toni senza precedenti attaccando la stabilità interna del continente, avvertendo che l’Europa rischia la cancellazione della propria civiltà a causa delle attuali politiche migratorie e demografiche, e promette di sostenere attivamente le forze sovraniste per ripristinare le identità nazionali. Sul piano geopolitico, la strategia introduce il “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, estendendo l’influenza esclusiva degli Stati Uniti fino all’Artico e definendo la Groenlandia un asset essenziale per la sicurezza americana. Qualsiasi interferenza europea in quest’area viene ora interpretata come una minaccia diretta che giustifica ritorsioni economiche o militari. In sintesi, Washington punta a bypassare la mediazione dell’UE favorendo rapporti bilaterali con i singoli Stati, ridisegnando un ordine mondiale dove l’America agisce come un arbitro solitario interessato solo alla propria stabilità economica e al controllo dell’emisfero occidentale.
Il secondo lancio del missile ipersonico Oreshnik, avvenuto il 9 gennaio 2026 contro la regione di Leopoli, con ogni probabilità in risposta all’attentato a Putin, rappresenta allo stesso tempo una minaccia diretta all’Europa perché la sua traiettoria si è conclusa a soli 70 chilometri dal confine con la Polonia, dimostrando la capacità russa di colpire con precisione millimetrica “alla porta” del territorio NATO. Con una velocità di Mach 10 e una gittata di oltre 5.000 chilometri, questo missile può raggiungere qualsiasi capitale europea in meno di venti minuti, eludendo i sistemi di difesa aerea attuali grazie alle sue testate multiple indipendenti che rientrano nell’atmosfera a velocità inintercettabili. Oltre alla superiorità tecnologica, l’Oreshnik agisce come un’arma di pressione psicologica poiché la sua capacità di trasportare sia carichi convenzionali che nucleari crea un’ambiguità fatale, costringendo i leader europei a decidere in pochi secondi come reagire a un eventuale attacco senza conoscerne la reale natura distruttiva.
Con l’inizio del 2026, successivamente all’uscita del documento sulla sicurezza USA, National Security Strategy (NSS) pubblicato dall’amministrazione Trump il 4 dicembre 2025 e dopo il secondo lancio dell’Oreshnik su un sito ucraino minacciante indirettamente l’Europa, si arriva ad una svolta diplomatica coordinata tra le principali capitali europee, con i leader che sembrano preparare le rispettive opinioni pubbliche a un nuovo assetto di sicurezza continentale e così dopo aver alimentato la peggior censura russofoba nei confronti di tutto ciò che fosse russo nell’arte, nella cultura, nella scienza e nello sport si giunge ad una svolta almeno nel diverso tono delle dichiarazioni.
Prima di leggere questo profondo cambiamento di tono nelle ultime dichiarazioni dei leader europei, ripassiamo, attraverso la postura dell’Unione nei confronti del conflitto che si è aperto all’inizio del 2022 e che era stato suscitato e fortemente alimentato dal duo USA/NATO attraverso alcune emblematiche citazioni guerrafondaie e apertamente russofobe dei quadri dirigenti europei, come si sono succedute in questi ultimi anni dall’inizio del conflitto.
Volete la pace o il condizionatore acceso?
Chi non ricorda Mario Draghi, nell’aprile 2022, a poco più di un mese dall’inizio del conflitto, nel contesto della discussione sull’embargo al gas russo, pronunciare la frase: “Preferiamo la pace o vogliamo avere il condizionatore acceso? Questa è la domanda che dobbiamo porci.”
La rinuncia al gas russo a basso costo, con contratti a lunga scadenza, avrebbe avuto ed ha gravi conseguenze sull’approvvigionamento energetico del nostro paese.
L’economia russa è destinata a crollare
Il mese successivo in un discorso al Parlamento Europeo sull’efficacia delle sanzioni economiche contro Mosca, il solito Mario Draghi si esprime trionfalmente patetico: “Le sanzioni funzionano. L’economia russa subirà un colpo durissimo, essa è destinata a crollare sotto il peso di queste misure.” una previsione tutta ideologica. Niente male per uno che ha sempre ribadito la sua natura di tecnico affermando a ogni occasione: “Io non sono un politico”, una chiara strategia atta a sottrarsi alla responsabilità del confronto democratico e partitico.
Ovviamente un intero coro di diversi leader e funzionari di alto livello dell’Unione Europea hanno rilasciato dichiarazioni dello stesso tenore di quelle del nostro campione nazionale, prevedendo un rapido collasso dell’economia russa o una sua drastica riduzione sotto il peso delle sanzioni.
In un’intervista a France Info, Bruno Le Maire, il Ministro dell’Economia francese ha usato i termini diretti e aggressivi nelle prime fasi del conflitto (1° marzo 2022):
“Provocheremo il collasso dell’economia russa. Faremo una guerra economica e finanziaria totale alla Russia. […] Il popolo russo ne pagherà le conseguenze.“
Così Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea ha più volte sottolineato come le sanzioni stessero “cannibalizzando” l’industria russa, spesso usando toni che suggerivano una paralisi imminente della capacità produttiva di Mosca:
“Il settore finanziario russo è in agonia. Abbiamo tagliato fuori tre quarti del settore bancario russo dai mercati internazionali. […] L’industria russa è a pezzi. È il Cremlino che ha messo l’economia russa sulla strada della rovina. Questo è il prezzo per la scia di morte e distruzione di Putin.”
Così nel discorso sullo Stato dell’Unione (14 settembre 2022) e al Forum di Davos nel gennaio 2023:
“Le sanzioni stanno sprofondando l’economia russa in un decennio di recessione e la sua industria sta venendo privata di ogni tecnologia moderna e critica.“
Josep Borrell, l’allora Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri che descriveva l’efficacia delle sanzioni come un veleno ad azione lenta ma inesorabile che avrebbe “smantellato” l’economia di Mosca nel luglio 2022 afferma sicuro:
“Le sanzioni stanno funzionando. L’economia russa è stata duramente colpita. […] Non si fermeranno, l’effetto sarà ancora più grande con il passare del tempo.”
e il mese dopo sul suo blog:
“In un anno, le sanzioni hanno già limitato le opzioni della Russia, causando tensioni finanziarie, tagliando il Paese dai mercati chiave e degradando significativamente la sua capacità industriale e tecnologica.“
La Ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, si diceva certa, già all’inizio del conflitto che:
“Rovineremo la Russia. Queste sanzioni colpiranno il sistema di Putin al cuore.“
Una menzione a parte merita Kaja Kallas, l’attuale Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri (subentrata a Josep Borrell nel 2024), la cui retorica si è distinta per l’insistenza non solo sulla sconfitta militare, ma sullo smantellamento strutturale del potere russo, la necessità di “spezzare” la Russia perché non fosse più una minaccia:
“La sconfitta della Russia non è una cosa negativa. […] Se la Russia fosse effettivamente ricondotta ai suoi confini, se la Russia venisse, in un certo senso, spezzata in nazioni più piccole, non sarebbe una cosa negativa per il mondo.” (maggio 2024, durante un dibattito pubblico)
e nel novembre scorso:
“Dobbiamo avere questa comprensione più ampia: la Russia perderà questa guerra, e questo sarà benefico per la società russa stessa. […] La sconfitta della Russia non è una cosa negativa.“
Assai fantasiosamente, in vista dei possibili negoziati del 2025-2026, chiedeva l’imposizione di restrizioni unilaterali a Mosca. Così in un’intervista al Corriere della Sera dello scorso dicembre 2025:
“Per una pace sostenibile dobbiamo assicurarci che la Russia non attacchi di nuovo. Abbiamo bisogno di concessioni da parte russa, che si tratti di limitare il loro esercito o contenere il loro budget militare.“
“Dobbiamo smetterla di fingere che la Russia stia negoziando la pace e costringerla a farlo. […] Il focus deve essere sulle limitazioni all’esercito russo, non su quello ucraino.“
Nonostante la crescita del PIL russo, la Kallas ha continuato a sostenere perentoriamente che l’economia di Mosca fosse un “castello di carte” destinato a crollare sotto il peso della mancanza di tecnologia. Nella sua dichiarazione sul 19° pacchetto di sanzioni dello scorso settembre, afferma in pieno delirio:
“Le nostre sanzioni mordono. Hanno un impatto visibile sulle finanze pubbliche e sulla crescita della Russia. […] Queste nuove sanzioni spremeranno l’accesso della Russia alle tecnologie, inclusa l’IA e i dati geospaziali, che alimentano la produzione di armi.“
Al Copenhagen Democracy Summit, la Kallas, secondo cui la Russia sarebbe uno stato fuori dalle norme internazionali, afferma strampalata:
“La Russia è uno stato paria (isolato diplomaticamente) che deve essere isolato. Non c’è spazio per l’appeasement o il perdono, né per flirtare con il ‘business as usual’ o revocare le sanzioni. Le soluzioni a metà sono pericolose.“
Con il passare del tempo, poiché l’economia russa mostrava tutt’altro che segni di cedimento, il linguaggio dei leader è cambiato e hanno cominciato a parlare di “pazienza strategica“.
Josep Borrell nell’aprile aprile 2024, aveva dovuto ammettere:
“È vero che l’economia russa non è crollata come previsto, ma questo è dovuto al fatto che l’economia di guerra è una cosa diversa. […] Ma le sanzioni stanno comunque indebolendo il futuro della Russia.“
Oltre alle previsioni sul collasso economico, i leader europei hanno spesso accompagnato la loro retorica con giudizi sprezzanti sulla tecnologia militare russa e sulla capacità operativa delle forze di Mosca, descrivendole spesso come arretrate, inefficienti o dipendenti da componenti occidentali di fortuna.
Ursula von der Leyen e i “chip delle lavatrici”
Ecco la dichiarazione più famosa e ridicola che sia mai stata pronunciata riguardo all’inadeguatezza tecnologica russa. Per dimostrare che le sanzioni stavano privando la Russia di componenti fondamentali (semiconduttori); il 14 settembre 2022, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione afferma allegramente che:
“L’esercito russo sta prendendo i chip dalle lavastoviglie e dai frigoriferi per riparare il proprio equipaggiamento militare, perché sono rimasti senza semiconduttori. L’industria russa è a pezzi.” ripetendo questa tesi in diversi forum internazionali (come il Tallinn Digital Summit), sostenendo che la Russia fosse costretta a “cannibalizzare” elettrodomestici civili per mantenere operativa la propria tecnologia militare. Non è stato da meno Josep Borrell che ha più volte descritto l’apparato militare russo come un “fiasco” logistico e strategico:
“Da un punto di vista militare, la Russia ha fallito. Putin voleva una guerra lampo (blitzkrieg), ma sono passati 18 mesi ed è sulla difensiva. Il suo progetto è stato un completo fiasco.“
“Abbiamo visto che la tecnologia russa non è così avanzata come pensavamo. Le sanzioni stanno limitando la loro capacità di produrre armi di precisione e di riparare i carri armati.”
Così il Generale Claudio Graziano (ex Presidente del Comitato Militare UE) che fa notare, dall’alto della sua sicumera, il divario tecnologico tra Mosca e le potenze occidentali, dichiarando nel corso di un’intervista:
“La Russia non ha la supremazia tecnologica dell’Occidente, spende la maggior parte del suo bilancio militare per il sistema di armi nucleari. […] Putin ha sbagliato i calcoli ed è per questo che non ha la supremazia aerea.“
Anche l’ex Ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, in un discorso al National Army Museum nel maggio 2022, dall’alto della sua competenza ci aveva informato sullo stato “tecnologicamente inadeguato” dell’esercito russo:
“Molti veicoli russi sono stati trovati con ricevitori GPS civili attaccati al cruscotto con il nastro adesivo, perché i loro sistemi di navigazione integrati sono così scadenti.“
“L’esercito russo sta scricchiolando. Abbiamo visto i limiti della loro cosiddetta tecnologia superiore, che si è rivelata vulnerabile di fronte alle armi occidentali più vecchie fornite all’Ucraina.“
Citiamo infine l’immancabile Annalena Baerbock che non ha mai mancato di enfatizzare come la Russia fosse costretta a ricorrere a tecnologie datate o a fornitori esterni a causa del proprio fallimento industriale:
“Putin sta cercando droni in Iran e proiettili in Corea del Nord perché la sua industria non riesce a tenere il passo e le sue armi moderne stanno finendo.“
Come dicevamo forse in virtù dell’effetto Oreshnik o del cambio drastico dei rapporti tra USA e Ue inscritto nel National Security Strategy anche il tono dei guerrafondai europei sembra cambiare considerevolmente.
Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando ad Halle-Dessau il 15 gennaio, si sospetta dopo aver avuto un incontro ravvicinato con la madonna, ha rotto gli indugi affermando che “la Russia è un paese europeo, il nostro vicino più grande” e sostenendo che “se riusciremo, a lungo termine, a trovare di nuovo un equilibrio con la Russia, se la pace prevarrà, se la libertà sarà garantita, se riusciremo in tutto questo, allora l’Unione europea, e anche noi nella Repubblica federale di Germania, avremo superato un’altra grande prova”.
Parallelamente, il Presidente francese Emmanuel Macron, intervenendo il 6 gennaio, ha sottolineato la necessità di una stabilità che coinvolga l’intero quadrante orientale, pur avvertendo che “siamo a portata di tiro della Russia” e che per questo l’Europa deve continuare a riarmarsi per negoziare da una posizione di forza. Nello stesso giorno, il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha aperto a una nuova fase diplomatica dichiarando che “siamo più vicini alla pace che mai, ma il tratto più difficile è ancora davanti”, ribadendo che “la pace in Ucraina deve poggiare su basi pratiche e durature” che coinvolgano garanzie di sicurezza internazionali.
Nella conferenza stampa di inizio anno tenutasi il 9 gennaio 2026, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso un’importante apertura diplomatica, sottolineando che è giunto il momento per l’Europa di interloquire con la Russia per favorire un percorso di pace:
“Io credo che si sia arrivati al momento che l’Europa parli con la Russia, altrimenti il contributo che può portare è limitato.“
“Dall’inizio delle negoziazioni sono molte le voci che parlano, ed è la ragione per cui ho sempre sostenuto la necessità di un inviato speciale dell’Europa.“
L’intera architettura politica europea sembrerebbe dunque muoversi verso la ricerca di una soluzione che riconosca la necessità di reintegrare gradualmente la Russia in un sistema di convivenza stabile per garantire un futuro di sicurezza comune al continente.
Guerra commerciale. Trump assedia l’Europa con i dazi perché ceda sulla Groenlandia
Nel frattempo la situazione geopolitica e commerciale tra Stati Uniti ed Europa è ulteriormente precipitata nelle ultime 48 ore a causa della crisi legata alla Groenlandia. Donald Trump ha ufficializzato il 17 gennaio 2026 l’imposizione di dazi punitivi contro otto alleati europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Gran Bretagna – rei di aver inviato piccoli contingenti militari sull’isola a difesa della sovranità danese. Il meccanismo prevede una ulteriore tariffa del 10% su tutte le merci a partire dal 1° febbraio 2026, con un innalzamento automatico al 25% dal 1° giugno qualora non venga raggiunto un accordo per l’acquisto totale dell’isola da parte degli USA. L’Italia resta al momento esclusa da queste misure specifiche non avendo partecipato alla missione militare.
Questa nuova escalation mette in crisi l’Accordo Turnberry dell’agosto 2025, che aveva stabilito una tregua commerciale con dazi medi al 15% evitando il dazio del 30% minacciato da Trump, lasciando però i dazi sull’acciaio e sull’alluminio al 50% in cambio di massicci acquisti europei di energia per una cifra pari a 750 miliardi di dollari entro il 2028 e tecnologia americana per un valore di 40 miliardi in chip AI americani nonché l’impegno a favorire investimenti europei negli Stati Uniti per un valore di 600 miliardi di dollari entro il 2029. Infine, Trump ha preteso ed ottenuto che l’Europa aumentasse massicciamente l’acquisto di armamenti prodotti negli Stati Uniti (come caccia F-35, sistemi Patriot e missili Tomahawk) per riequilibrare il deficit commerciale. Oltretutto, recentemente è emerso anche un piano per l’acquisto di circa 100 miliardi di dollari in armi USA utilizzando fondi europei per fornire garanzie di sicurezza a lungo termine.
In risposta, l’Unione Europea ha tenuto oggi, 18 gennaio, una riunione d’emergenza a Bruxelles confermando una linea di massima fermezza. Ursula von der Leyen ha ribadito che la sovranità della Groenlandia non è negoziabile e che l’UE risponderà come blocco unitario nonostante i dazi colpiscano solo alcuni Stati. Le contromisure approvate includono dazi ritorsivi dal 10% al 25% su prodotti iconici come motociclette Harley-Davidson, SUV, bourbon, aragoste e persino i mattoncini Lego, oltre al possibile congelamento formale dell’accordo commerciale del 2025. Mentre aziende americane come Boeing e i produttori di beni di lusso iniziano a manifestare forte preoccupazione per le perdite nei mercati europei, la Danimarca ha registrato proteste di piazza a Copenaghen e Nuuk per riaffermare l’indipendenza del territorio artico.
Cooperazione congelata con paesi europei tra cui l’Italia
Nel contesto sin qui delineato, il 15 gennaio 2026, l’Ambasciatore della Repubblica Italiana in Russia, Stefano Beltrame, ha presentato le sue Lettere Credenziali al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. In quel contesto, il presidente russo dopo essersi congratulato con l’Ambasciatore Beltrame per aver dato ufficialmente inizio alla sua missione diplomatica a Mosca ha ribadito quanto segue:
“Le nostre relazioni con ciascuno degli Stati europei oggi qui rappresentati, ovvero Slovenia, Francia, Repubblica Ceca, Portogallo, Norvegia, Svezia, Austria, Svizzera e Italia, hanno profonde radici storiche e sono ricche di esempi volti a realizzare un partenariato reciprocamente vantaggioso e a una cooperazione culturale in grado di arricchire entrambe le parti.
Tuttavia, lo stato attuale delle relazioni bilaterali che questi Paesi intrattengono con la Russia lascia molto a desiderare. Il dialogo e i contatti, e vorrei sottolineare che ciò non avviene per colpa nostra, sono stati ridotti al minimo sia a livello ufficiale sia per quanto riguarda i rapporti negli ambienti economici e della società civile. È stata inoltre congelata la cooperazione in merito alle principali questioni di carattere internazionale e regionale.
Vogliamo credere che, col tempo, la situazione possa comunque cambiare e che i nostri Paesi possano tornare a una comunicazione normale e costruttiva, basata sul rispetto degli interessi nazionali e sulla considerazione delle legittime preoccupazioni in materia di sicurezza
. L’impegno della Russia nel mantenersi fedele a tali approcci è sempre stato invariato e tale rimarrà; e la Russia è pronta altresì a riportare le relazioni al livello al quale abbiamo bisogno che esse funzionino.
Nel complesso, come ho già sottolineato più volte, siamo aperti a una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con tutti i Paesi, senza alcuna eccezione. E naturalmente è nostro interesse che l’attività svolta da ciascuno degli Ambasciatori qui presenti sia possa essere il più possibile efficace”.









































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