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Published: 14 September 2025
Created: 14 September 2025
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sinistra

Costanzo Preve e la progettualità

di Salvatore Bravo

61Fo0qO8GeL.jpgIl presente si connota come un tempo d’asfissia politica, in quanto i rilevi critici e le analiso geo-politiche descrivono con esattezza dialettica le atroci contraddizioni del sistema capitalistico. La pratica della critica cade nella trappola dell’impotenza astratta, nel caso alla critica non segua il difficile compito della complessità. Il capitalismo ha il suo alfabeto emotivo, è un modello di consumo e morte, il sentimento che lo connota e che rinsalda il suo dominio è l’impotenza disperata. La logica padronale diffusa capillarmente insegna in modo consapevole e inconsapevole la sudditanza senza speranza, per cui si può solo sopravvivere mediante la “resilienza senza resistenza”. Ci si adatta e ci si aliena e in tale movimento l’impotenza si radica nei pensieri, nel linguaggio e nei comportamenti. In tale cornice a capitalismo integrale le dialettiche progettuali sono scomparse e al loro posto regna solo la quieta e plumbea palude del capitale nel cui grigiore i sudditi si fondono fino a pensare che l’alternativa è impossibile, per cui è necessario accettare la sudditanza padronale all’economicismo e alle oligarchie afferenti. La sola critica è in tal modo, nel migliore dei casi, il sintomo doloroso e muto del disagio senza speranza. Dopo il 1991 con la caduta dell’Unione Sovietica gli orizzonti progettuali si sono liquefatti con l’oblio della dialettica politica e con la scomparsa dei partiti comunisti. La disperazione e l’impotenza sono spesso mascherate da forme di parossismo consumistico e narcisistico che vorrebbero rimuovere il “non senso”. Costanzo Preve descrive con maestria il nostro presente senza via d’uscita; e questo è il problema/dramma principale della nostra epoca:

“Il fatto è che oggi, insieme alla prospettiva della rivoluzione nel vecchio (e unico) senso del termine, è venuta meno anche la vecchia dicotomia Riforme/Rivoluzione, per cui per un secolo e mezzo si è detto che era meglio affidarsi a una lenta evoluzione positiva senza strappi per ottenere risultati simili senza lo scorrimento del sangue e i cicli di violenza che ne susseguono. In realtà non si vede oggi neppure quali forze siano seriamente in grado di ipotizzare una riforma di questo modello di capitalismo globalizzato a prevalenza finanziaria.

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Published: 14 September 2025
Created: 10 September 2025
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lafionda

Mediobanca e i tentacoli della piovra finanziaria Usa

di Alessio Mannino

IMG 2004.jpegIl cosiddetto “risiko” della finanza italiana si è concluso con la vittoria dei Caltameloni (con contorno a stelle e strisce). Il costruttore ed editore Franco Caltagirone e la Delfin, holding degli eredi Del Vecchio (Luxottica), sono infatti i nuovi padroni di Mediobanca tramite Monte dei Paschi (Mps), l’istituto senese di cui il Tesoro, cioè il governo, è il primo degli azionisti, fra i quali fa capolino anche BlackRock, il fondo americano al vertice mondiale della gestione patrimoni. La vicinanza dei due potentati nostrani al centrodestra di Giorgia Meloni è cosa nota. Meno nota, anche se nient’affatto nuova, è la solita, eterna regola che guida le operazioni in cui è coinvolto lo Stato e che ha avuto conferma anche stavolta: la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei guadagni. I gruppi Delfin e Caltagirone, assommando in totale il 30% delle quote, sono anche i principali soci di Mediobanca, che ora hanno comprato. Il salvataggio di Mps è costato al bilancio pubblico 5,4 miliardi di euro. Da gennaio di quest’anno quando è stata lanciato l’assalto, Delfin ha guadagnato 850 milioni di euro e Caltagirone quasi 430 (mentre BlackRock ne ha macinati 172). Acquistando in pratica sé stessi in una banca rimasta in piedi solo grazie all’intervento statale, lorsignori fanno vertiginose montagne profitti grazie al contribuente. E si preparano al colpo grosso che è stato il loro obbiettivo fin dall’inizio: tramite il 13% in mano a Mediobanca in Generali, mettere le mani sulla compagnia assicurativa che ha in pancia 800 miliardi di investimenti.

Del resto questo governo, in modo non dissimile da quel che farebbe uno di centrosinistra, sa farsi apprezzare dalla finanza predona. L’anno scorso KKR (Kohlberg Kravis Roberts & Co), uno dei maggiori fondi pensione degli Stati Uniti, ha acquisito la quota di controllo della NetCo di Tim, la rete di telefonia fissa, dopo aver già messo un piede nel gruppo con la partecipazione in FiberCop. A nulla è valsa l’inefficace opposizione dell’Antitrust. Il quadretto rende bene quella che viene chiamata finanziarizzazione: non solo dell’economia, ma anche della politica.

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Published: 14 September 2025
Created: 10 September 2025
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giubberosse

Ursula Von Der Leyen promette più guerra, censura e centralizzazione 

di Thomas Fazi, thomasfazi.com

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2025, la von der Leyen ha segnalato la sua intenzione di raddoppiare gli sforzi sulle stesse politiche che hanno indebolito l’Europa

Il discorso sullo stato dell’Unione di Ursula von der Leyen del 2025 non ha riservato grandi sorprese. È stato il solito mix di promesse vuote, gergo tecnocratico e atteggiamenti morali ipocriti che sono il suo marchio di fabbrica. In altre parole, sempre la stessa cosa. 

Pronunciato nel consueto registro orwelliano, il discorso era pieno di parole come libertà, pace, prosperità e indipendenza, anche se l’UE continua a perseguire politiche che minano tutti questi valori, spingendo per la guerra e la militarizzazione, reprimendo la libertà di parola, sabotando le economie europee con politiche energetiche e commerciali controproducenti e subordinando ulteriormente il continente all’agenda strategica di Washington.

Come previsto, la von der Leyen ha iniziato con la Russia, la principale ossessione di Bruxelles. “L’Europa è in lotta. Una lotta per un continente unito e in pace… una lotta per il nostro futuro”, ha dichiarato, annunciando un nuovo “Semestre europeo della difesa” e una “tabella di marcia chiara” per la preparazione alla difesa entro il 2030, sottolineando al contempo l’impegno incrollabile dell’Unione nei confronti della NATO.

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Published: 14 September 2025
Created: 10 September 2025
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Macron re dei supponenti e la cecità totale dell’Eliseo

di Barbara Spinelli 

È passato un anno dalle elezioni legislative anticipate volute da Emmanuel Macron, due primi ministri da lui nominati sono nel frattempo caduti – Michel Barnier con una mozione di censura il 4 dicembre, François Bayrou con un voto di sfiducia lunedì – e ancora il Presidente non ha capito che il grande perdente è lui, nonostante le incapacità negoziali di ambedue i Premier falliti. Ieri ha nominato primo ministro un suo fedelissimo, il ministro della difesa Sébastien Lecornu. Probabilmente Macron pensa che facendo sempre la stessa cosa, e avendola fallita due volte, il risultato possa essere diverso.

Il debito che appesantisce il paese è aggravato dalle sue politiche, e da anni è lui il bersaglio della collera dei francesi. La Francia è bloccata da lui e non – come sostengono centro-destra e media mainstream – dai movimenti popolari o sindacali che manifesteranno oggi e il 18 settembre. Quello di oggi, annunciato da tempo, ha come motto: “Blocchiamo Tutto”. Non cade dal cielo ma prosegue un movimento di protesta quasi ininterrotto che ha accompagnato la presidenza sin dagli inizi: Gilets Gialli nel 2018-2019; lunga mobilitazione nel 2023 contro la legge sulle pensioni, imposta da un capo di Stato senza più maggioranza assoluta; e adesso il Blocco. Ogni volta sono le dimissioni presidenziali che vengono invocate.

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Published: 14 September 2025
Created: 10 September 2025
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lantidiplomatico

USA, una nazione di narcisisti

di Patrick Lawrence* - ScheerPost

Tutti quei maligni autoritari, più di 20, che si sono riuniti a Tianjin alla fine di agosto per un vertice della Shanghai Cooperation Organization: questo è stato un festival dell'antiamericanismo, dovete saperlo.

Non c'è altro modo di capirlo. A peggiorare ulteriormente la situazione, Xi Jinping ha poi invitato più di due dozzine di capi di Stato a Pechino per celebrare l'80° anniversario della vittoria del 1945.

Come osa il presidente cinese organizzare una sontuosa parata militare per celebrare il ruolo della Cina nella storica sconfitta dell'esercito imperiale giapponese? Come osa suscitare orgoglio nella determinazione della Repubblica Popolare a difendere la propria sovranità, confutando al contempo il revisionismo – insensato ma diffuso – che cancella il Partito Comunista Cinese dalla storia della Seconda Guerra Mondiale?

La temerarietà di quest'uomo nel suggerire che non furono gli americani e i loro corrotti clienti, i nazionalisti cinesi, a combattere e vincere la guerra. Per l'amor del cielo, non facciamo menzione dei 12-20 milioni di cinesi  – non esiste una cifra precisa – che morirono a causa delle aggressioni del Giappone imperiale.

No, non c'è niente da onorare in tutto questo. Tra la SCO e i festeggiamenti a Pechino, tutto era vagamente demoniaco, una sfida appena velata a quello che gli Stati Uniti e il resto dell'Occidente insistono nel definire un "ordine basato sulle regole".

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Published: 14 September 2025
Created: 06 September 2025
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lantidiplomatico

"Il Venezuela è il grande laboratorio politico della nostra epoca"

Geraldina Colotti* intervista Ignacio Ramonet

Ignacio Ramonet, giornalista e saggista, analista internazionale, è stato a lungo direttore di Le Monde diplomatique. Nel suo libro La era del conspiracionismo ha analizzato i meccanismi del “trumpismo” che oggi vediamo estendersi ad altre latitudini, dall'America latina all'Europa. Con lui abbiamo parlato della crisi politica dell'Unione europea, e delle rinnovate tensioni fra gli Usa e i paesi socialisti latinoamericani.

* * * *

Viviamo un momento di profonde e drammatiche trasformazioni che investono tutti i piani di un modello – il capitalismo dominante – in crisi sistemica, ma con la chiara intenzione di far vivere a tutta l'umanità la sua agonia. Dal suo punto di vista, quello di un raffinato analista politico di lunga data, come interpreta questa crisi?

Non siamo di fronte a una crisi puntuale del capitalismo, ma a una sua crisi di civiltà. Il sistema, nella sua versione neoliberista e finanziarizzata, ha raggiunto un punto in cui non riesce più a riprodursi senza distruggere le sue stesse fondamenta: il lavoro, la natura, i legami sociali e persino l'idea di comunità politica. Il capitale trasforma il collasso in strategia, fa della precarietà la norma e gestisce la catastrofe come se fosse uno stato naturale delle cose.

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Published: 13 September 2025
Created: 10 September 2025
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transform

Un capitalismo con caratteristiche cinesi

di Ernesto Screpanti

stelle3.jpgRecentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, ad esempio che si tratta di un sistema socialista. In questo articolo vorrei tentare di smontarle. Ovviamente lo farò come si può fare in un articolo di dieci pagine. Per approfondire scientificamente lo studio del sistema cinese ci sarebbe bisogno di scrivere almeno due libri, uno sugli aspetti politici e uno sugli aspetti economici. Ma credo che le cose essenziali si possano dire anche in modo semplice e sintetico.

Visto che tratterò di capitalismo, imperialismo e socialismo, devo fare una breve premessa teorica. Il capitalismo lo definisco come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso. L’imperialismo lo definisco come un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese sfrutta risorse umane e naturali di un altro paese e usa il plusvalore e la ricchezza così estratti per valorizzare e accumulare il capitale su scala mondiale.

Più difficile è definire il socialismo, se non altro per la varietà di teorie cui si può attingere. Per essere più ecumenico possibile, lo definirò facendo riferimento a due posizioni molto diverse, quasi polarmente opposte. In tal modo chiunque può scegliere quella che preferisce, tra la gamma di definizioni collocabili tra i due poli, e ognuno può valutare come vuole il grado di socialismo di un sistema reale. La prima definizione la definirò “marxista”, pur sapendo che qualche marxista non la condividerà. Secondo questo punto di vista, il socialismo è un sistema in cui il reddito è distribuito in modo da dare a ognuno secondo le sue capacità, il potere economico in modo da assegnare ai produttori il controllo della produzione e il potere politico in modo da attribuire al popolo il controllo democratico dello stato. La seconda definizione la definirò “bellamista”.

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Published: 13 September 2025
Created: 06 September 2025
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marxismoggi

Cento anni con Fidel

di Gianmarco Pisa

Articolo Fidel Castro.jpgÈ stato inaugurato lo scorso 13 agosto 2025 il Programma commemorativo per il centenario del comandante in capo e leader storico della rivoluzione a Cuba, Fidel Castro (Birán, 13 agosto 1926 - L'Avana, 25 novembre 2016), sulla base delle decisioni assunte dalla X Sessione plenaria del Partito Comunista di Cuba. Gli obiettivi del programma si traducono in un percorso, lungo un anno, di ricerca e di studio, ma, soprattutto, di comunicazione e di iniziativa.

Si tratta di promuovere gli ideali di Fidel; sostenere la ricerca e lo studio del suo pensiero e della sua opera; celebrare il centenario facendo “memoria attiva”, traendo ispirazione dalla sua opera, attualizzando il suo lascito storico, politico e intellettuale, approfondendo i contenuti fondamentali del pluridecennale processo di costruzione del socialismo a Cuba, all’insegna dei principi di uguaglianza, giustizia sociale, pace, internazionalismo, solidarietà e amicizia tra i popoli. È l’intera direzione politica e sociale di Cuba socialista, nel corso dei decenni, dal 1959 in avanti, ad avere reso Cuba ciò che è: un autentico faro di solidarietà e di giustizia, un punto di riferimento per i popoli del mondo nella lotta per l’emancipazione, l’autodeterminazione e la giustizia. Il Programma commemorativo, di conseguenza, include progetti e iniziative in tutti gli ambiti della vita del Paese e si svolgerà dal 13 agosto 2025 al 4 dicembre 2026, portando ogni centro e ogni comunità, ogni luogo di studio e di lavoro a diventare uno spazio di memoria e di iniziativa significativo e importante.

Facendo riferimento al programma, in occasione della X Sessione plenaria, Alberto Alvariño Atienzar, Direttore della conservazione del patrimonio documentale della Presidenza della Repubblica di Cuba, ha evidenziato la particolare profondità del programma di lavoro, sottolineando che la sua impostazione è stata il risultato di un ampio processo partecipativo popolare. Il programma stesso è un quadro di attivazione e mobilitazione per tutti i cubani e le cubane, soprattutto nell'attuale momento di crescente aggressione imperialista volta a colpire la Rivoluzione e le sue conquiste.

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Published: 13 September 2025
Created: 10 September 2025
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Che cosa vuole la Cina?

di David C. Kang, Jackie S. H. Wong e Zenobia T. Chan

L’analisi controcorrente della rivista americana «International Security», che ha riaperto il dibattito sugli obiettivi di Pechino

1280px Embroidery view 2 China Tung Chih Period silk George Walter Vincent Smith Art Museum DSC03828 2Krisis presenta l’abstract del saggio comparso ad agosto su International Security, rivista statunitense pubblicata da MIT Press e considerata la più autorevole nel campo delle Relazioni internazionali. I tre autori, che insegnano in università americane, hanno analizzato 12.000 articoli e centinaia di discorsi del presidente Xi Jinping per capire le effettive intenzioni di Pechino. I dati emersi mostrano una Cina a difesa dello status quo, concentrata sulla stabilità interna e su obiettivi regionali chiari e limitati. Pur non lesinando critiche a Pechino, gli studiosi concludono dicendo che la minaccia militare cinese è sovrastimata: «La Cina non vuole invadere e conquistare altri Paesi».

* * * *

L’opinione corrente sostiene che la Cina è una potenza egemonica emergente, desiderosa di rimpiazzare gli Stati Uniti, dominare le istituzioni internazionali e ricreare l’ordine internazionale liberale a propria immagine. Basandoci su dati tratti da 12.000 articoli e da centinaia di discorsi di Xi Jinping, per discernere le intenzioni della Cina abbiamo analizzato tre termini o espressioni della retorica cinese: «lotta» (斗争), «l’ascesa dell’Oriente, il declino dell’Occidente» (东升西降) e «nessuna intenzione di sostituire gli Stati Uniti» (无意取代美国).

I risultati della nostra indagine indicano che la Cina è una potenza a difesa dello status quo, preoccupata della stabilità del regime e più rivolta verso l’interno che verso l’esterno. Gli obiettivi della Cina sono inequivocabili, durevoli e limitati: si preoccupa dei propri confini, della sovranità e delle relazioni economiche estere. Le principali preoccupazioni della Cina sono quasi tutte regionali e collegate a parti della Cina che il resto della regione riconosce come cinesi – Hong Kong, Taiwan, Tibet e Xinjiang.

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Published: 13 September 2025
Created: 08 September 2025
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piccolenote

Ucraina - Palestina: il rilancio delle due guerre infinite

di Davide Malacaria

Drammatizzazione parallela tra ieri e stamattina: nel conflitto ucraino si è registrato l’asserito attacco al palazzo governativo e, in quello mediorientale, l’attentato alla fermata di un bus di Gerusalemme, costato la vita a sei israeliani. La guerra infinita si rilancia su entrambi i fronti.

Sull’asserito attacco a Kiev c’è poco da dire, dal momento che è stato smentito dal sindaco della città Vitali Klitschko che, ignorando che il governo voleva usare dell’accaduto, ha comunicato quanto realmente successo in un post rilanciato da Ukrinform: “Nel distretto di Pechersk è scoppiato un incendio in un edificio governativo a seguito del probabile abbattimento di un drone”.

Il vettore, dunque, non mirava all’edificio governativo, anche perché se veramente fosse stato indirizzato contro di esso avrebbe fatto ben altri danni, mentre questi appaiono più causati da un incendio.

Spiegazione, peraltro, data successivamente da Defense Express, secondo cui l’edificio sarebbe stato colpito da un missile da crociera 9M727 Iskander, che però “non è esploso”, ma i cui serbatoi avrebbero innescato le fiamme (né poteva scrivere che era esploso perché intercettato e che a colpire l’edificio è stato quel che ne rimaneva).

Né c’è una ragione logica per cui i russi avrebbero dovuto prendere di mira quell’edificio, dal momento che non l’hanno mai fatto prima e un attacco del genere avrebbe avuto come unico esito quello di complicare il già complesso processo diplomatico, come in effetti è accaduto dopo la fanfara mainstream e i video drammatizzanti dei locali colpiti.

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Published: 13 September 2025
Created: 07 September 2025
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seminaredomande

L’orizzonte bellico dell’Occidente fin lassù, in cima al mondo

di Francesco Cappello

Il Mare di Barents, a nord della Norvegia e della Russia, è una parte dell’Oceano Artico. In questo momento, la NATO sta intensificando le sue attività militari nella zona. Nel frattempo si apre il fronte gi guerra caraibico. L’unico modo di controllare gli altri paesi che possiedono materie prime e organizzazione produttiva è quello (illusorio) di controllarli militarmente. La costruzione di una fortezza statunitense come una Israele atlantica

Le forze della NATO conducono pattugliamenti congiunti tra Stati Uniti e Norvegia nel Mare di Barents, ufficialmente con l’obiettivo di monitorare l’attività dei sottomarini russi, in particolare quelli della classe Yasen. Sono stati utilizzati anche aerei di pattugliamento marittimo, come il P-8 Poseidon. Nella stessa zona, la Marina russa ha condotto esercitazioni antisommergibile e ha simulato l’intercettazione di sottomarini nucleari.

Recentemente il comandante Christopher Donahue, responsabile delle forze statunitensi in Europa e Africa, con una carriera prevalente nelle operazioni speciali, ha pubblicamente dichiarato, come farebbe un qualsiasi bullo, che la NATO potrebbe neutralizzare velocemente le difese russe e prendere Kaliningrad in poche ore. Un chiaro tentativo di intimidazione attraverso esercitazioni di attacco militare su strutture russe nella speranza che la Russia possa piegarsi al volere occidentale.

La Russia ha avvertito che un’azione militare contro Kaliningrad potrebbe scatenare una risposta immediata e molto forte, anche con l’uso di armi nucleari.

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Published: 13 September 2025
Created: 08 September 2025
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lantidiplomatico

L’Aquila tedesca si prepara ad azzannare l’Orso russo: storia di una catastrofe annunciata

di Clara Statello

La Germania va alla guerra: le Sturmtruppen ci riprovano con la Russia. Errare humanum est, perseverare autem cruccorum, verrebbe da commentare.

Da fine agosto sino a fine settembre, la Bundesweher conduce l’esercitazione NATO “Quadriga 2025”, che coinvolge un imponente schieramento di forze: circa 8.000 militari tedeschi provenienti dalla Marina, dall'Esercito, dall'Aeronautica, dal Servizio per la Sicurezza Informatica e il Dominio dell'Informazione e dal Comando di Supporto Congiunto, assieme a truppe di altri 13 Paesi.

I giochi di guerra si svolgeranno in Germania, Finlandia, Lituania e nel Mar Baltico. L’obiettivo ufficiale è quello di rafforzare la deterrenza e aumentare la prontezza operativa delle truppe, con un focus particolare sulla logistica. L'addestramento prevede infatti il dispiegamento via mare, terra o aria di forze ed equipaggiamenti in Lituania, per fornire supporto multinazionale diretto nella difesa del fianco orientale della NATO.

L'attenzione sarà rivolta:

  • ai trasporti sia su strada, ferrovia o mare
  • alla fornitura di carburante e acqua potabile in Lituania
  • alla protezione delle infrastrutture critiche per la difesa nei settori terrestre, aereo, marittimo e cyberspazio,
  • alla fornitura di assistenza medica in mare, inclusa l'evacuazione medica e la cooperazione con gli operatori sanitari civili a terra.

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Published: 13 September 2025
Created: 13 September 2025
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 sinistra

Mattarella, l'Europa: i valori dell'Occidente

di Umberto Franchi

Il Presidente della Repubblica Mattarella, parlando a Cernobbio con videomessaggio, in una assemblea padronale, (Forum Ambrosetti)  ha detto  QUATTRO  cose su cui credo che valga la pena riflettere.

  • che l’Europa è un’area di pace e che essa non ha mai scatenato guerre;
  • che il Mondo ha bisogno dell’Europa per ricostruire la centralità del diritto internazionale che è stato strappato;
  • Che l’Europa deve espandere i suoi valori occidentali;
  • L’Europa è un baluardo di Pace, Democrazia, Libertà di mercato e stato sociale ?

 

PRIMO: L’Europa è un’area di Pace ? 

Probabilmente Mattarella con quella affermazione,  voleva dire che l’Unione Europea non avendo una struttura giuridica  militare unica, come istituzione non ha mai formalmente dichiarato guerra a nessun stato. Ma credo che Mattarella avrebbe anche dovuto ricordare senza ambiguità che molti Paesi Membri della Unione Europea nonché della Nato,  tra cui l’Italia, hanno partecipato a guerre di aggressione imperialista contro la ex Jugoslavia nel 1999, soprattutto con i bombardamenti nel Kosovo e a Belgrado, (con Mattarella vicepremier); Hanno fatto guerra  contro l’Iraq nel 2003 con la falsa storia della fialetta chimica presentata dagli USA  alle Nazioni Unite, dicendo che in Iraq stavano preparando la guerra chimica;

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Published: 12 September 2025
Created: 09 September 2025
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Né terroristi né vittime, i palestinesi come microcosmo della condizione umana

di Fabio Ciabatti

Mohammed El-Kurd, Perfect Victims And The Policy of Appeal, Haymarket Books, Chicago 2025, pp. 256, € 15,43 (traduzione italiana in corso di pubblicazione, Vittime perfette e la politica del gradimento, Fandango Libri, Roma 2025, pp. 288, € 19,00).

Vittime perfette cover .jpgSecondo la narrazione mainstream occidentale, compresa quella progressista, i palestinesi sono intrappolati in una falsa e rigida dicotomia: o sono terroristi o sono vittime. Mai e poi mai possono essere i protagonisti, gli eroi della loro storia. O sono i villains, i nemici cattivi del racconto, o sono coloro che, inermi, vengono colpiti da un nemico innominabile e invisibile. Invisibile, si potrebbe anche aggiungere, perché celato nelle pieghe della loro stessa interiorità dal momento che, in fin dei conti, i palestinesi, per loro natura irragionevoli e bellicosi, sono i veri nemici di se stessi, la causa ultima del male che li affligge e perciò, come recita il vecchio adagio, destinati a piangere se stessi.

Questa costruzione narrativa viene denunciata come palesemente assurda da Mohammed El-Kurd, poeta1 e corrispondente per la rivista statunitense The Nation. Lo scrittore, nato a Gerusalemme, ha dato alle stampe Perfect Victims And The Policy of Appeal,2 un pamphlet corrosivo e irriverente non certo per amore dello scalpore in sé, ma per la dichiarata volontà di rompere la gabbia ideologica in cui è condannata a girare a vuoto, come un criceto nella ruota, chiunque voglia supportare la causa palestinese senza liberarsi dalla narrazione dominante sul “conflitto” originato dalla colonizzazione sionista. Una gabbia confermata ulteriormente dalla perentoria ingiunzione a condannare l’attacco di Hamas del 7 ottobre ignorando bellamente tutta la sequela di orrori e ingiustizie cui sono stati sottoposti i palestinesi prima di quella data. Denigrare la violenza degli oppressi mentre si chiudono gli occhi di fronte alla violenza dell’oppressore, sostiene l’autore, non significa altro che sottomettersi alla logica coloniale e sostenere lo status quo.

Tornando alla dicotomia con cui abbiamo cominciato, i palestinesi che sono etichettati come terroristi non hanno mai l’opportunità di parlare per sé stessi e raramente sono oggetto di una qualche attenta considerazione.

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Published: 12 September 2025
Created: 10 September 2025
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volerelaluna

Che fare se chi dovrebbe farlo non lo fa?

di Guido Ortona

Tutto il mondo occidentale ha seri problemi economici. Ma quelli dell’Italia sono particolarmente seri, come evidenziato dal fatto che il nostro Paese sta rapidamente perdendo terreno nei confronti internazionali. Nel 1995, fatto 100 il PIL pro capite dell’Italia, il valore della Francia era 93.2, quello del Regno Unito 86.3, quello della Germania 101.5 e quello della Spagna 75.6. In sostanza, l’economia italiana stava bene come quella tedesca, stava assai meglio di quelle della Francia e del Regno Unito, e stava molto meglio di quella della Spagna. Nel 2022 la situazione era invece la seguente (sempre facendo 100 per l’Italia): Francia 111.6, Regno Unito 110.1, Germania 126.0, Spagna 92.4 (dati IMF a parità di potere d’acquisto). Tre anni fa quindi l’economia italiana stava poco meglio di quella della Spagna, assai peggio di quelle della Francia e del Regno Unito, e molto peggio di quella della Germania (forse ultimamente si è recuperato qualcosa, ma solo per i disastri degli altri paesi). È evidente che esiste un “problema Italia” specifico e, appunto, grave.

Cosa dovrebbe fare la sinistra in queste condizioni, se fosse al governo, e cosa deve quindi proporre dall’opposizione? I problemi da affrontare sono molti, ma due sono prioritari: quello del conflitto con l’Europa e quello della assenza di una seria imposta patrimoniale. Il motivo per il quale questi problemi sono prioritari è che qualsiasi politica di sinistra richiede risorse, e richiede che non si sprechino quelle che ci sono.

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Published: 12 September 2025
Created: 07 September 2025
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 La nuova Cina, l’Europa e il deserto dei tartari

di Barbara Spinelli

Nel giro di quattro giorni Xi Jinping ha inaugurato un ordine multipolare non più centrato sul predominio statunitense e occidentale. Assieme a Russia, India, Iran e altri 22 capi di stato o governo riuniti per un vertice dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco) ha dato vita all’Iniziativa di Governance Globale. Obiettivo: la cooperazione pacifica fra Stati e un “futuro condiviso dell’umanità”. Assieme al gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) gli Stati congiunti dallo “spirito di Shanghai” si proteggono così dalla brama di predominio e sanzioni che anima l’Occidente. Non sono tutti democratici, ma il pianeta non è tutto democratico.

È il primo argine costruito per far fronte ai disastri del dopo Guerra fredda: trentacinque anni contrassegnati da fallimentari guerre occidentali di regime change, dall’estensione della Nato per debilitare la Russia, dalle minacce contro Pechino, dall’erosione dell’Onu cui l’Organizzazione di Shangai e i Brics vogliono restituire peso. La micidiale e illusoria pretesa degli Stati Uniti di dominare da soli il pianeta, iniziata negli anni 90, s’inceppa. La parata del 3 settembre a Pechino è stata organizzata da Xi per mostrare spettacolarmente che anche la Cina celebra la fine della Seconda guerra mondiale, avendo partecipato al conflitto con due parallele resistenze all’invasore giapponese (soldati nazionalisti di Chiang Kai-shek e guerriglieri di Mao). Parlando di “Resistenza Mondiale Antifascista”, il Presidente cinese entra nella nostra storia come attore paritario, chiamato a correggere la sciagurata, caotica gestione del dopo Guerra fredda.

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Published: 12 September 2025
Created: 07 September 2025
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altrenotizie

Occidente, la grande paura

di Fabrizio Casari

Le immagini della parata militare cinese hanno ottenuto l’effetto desiderato da Xi, ovvero  dimostrare la consistenza e l’efficacia del rafforzamento militare del Dragone e, nello stesso tempo, presentare la Cina come riferimento del nuovo mondo e punto di possibili mediazioni con l’ordine globale uscente. Nessuna dichiarazione bellicosa, anzi offerte di dialogo e di ricerca di soluzioni. Ma anche nessun indietreggiare sul percorso che porta al riconoscimento pieno della leadership internazionale per la Cina e tutti i paesi emergenti.

Vista da Washington e Bruxelles, la parata allarma. La maggiore paura dell’Occidente collettivo è stato il materializzarsi di progressi militari di Pechino e della saldatura politica dell’asse strategico con Mosca. Tanta dimostrazione di forza e la reiterata alleanza strategica con la Russia ha reso chiaro che per l’Occidente la teoria di Tucidide, di colpire l’avversario prima che esso diventi troppo forte per riuscire a colpirlo, è ormai irrealizzabile.

Vedere dispiegata la potenza militare cinese, con dispositivi in grado di azzerare la differenza strategica con gli USA e sapere come siano integrabili con la forza straordinaria del dispositivo militare della Russia ha reso evidente come l’Occidente, che doveva circondare, in realtà sia circondato.

La presenza di 4 delle prime sette potenze nucleari del mondo, di tre delle prime quattro economie del pianeta e dei tre maggiori indici demografici esistenti, tutti disobbedienti al sistema di regole dell’Occidente collettivo, ha fornito una immagine di forza straordinaria.

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Published: 12 September 2025
Created: 06 September 2025
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analisidifesa

Il “modello finlandese” e altri possibili scenari del dopoguerra ucraino

di Maurizio Boni

Nel corso di un’intervista a The Economist, il presidente finlandese Alexander Stubb ha nuovamente evocato la cosiddetta “vittoria” della Finlandia nell’estate-autunno 1944, non per aver sconfitto un esercito sul campo, ma per aver preservato l’indipendenza negoziando un armistizio vantaggioso con l’Unione Sovietica. La storia ci ricorda che il 9 agosto 1944 terminò l’operazione offensiva Vyborg-Petrozavodsk delle truppe sovietiche in Carelia. L’Armata Rossa eliminò la minaccia a Leningrado dalla Finlandia e scacciò le truppe finlandesi dalla Repubblica Karelo-finlandese.

A seguito della perdita di Vyborg, il maresciallo Mannerheim, capo delle forze armate finlandesi, e il governo Hackzell si rivolsero a Mosca accettando condizioni rigorose: rottura con la Germania, smilitarizzazione, riparazioni, cessione di territorio e scioglimento delle organizzazioni filo-hitleriane. Il Trattato di pace di Parigi del 1947 ratificò quell’intesa, suggellando una neutralità che durò oltre quattro decenni.

Quel percorso storico, armistizio rapido in cambio di margini di autonomia, è oggi offerto come possibile scenario all’Ucraina affinché, dopo la guerra con la Russia, possa ricostruire la propria sovranità senza soccombere ai diktat dei vincitori.

L’idea, che era già stata esternata a Washington in occasione del vertice con i leader europei nello studio ovale di Trump, è stata commentata molto più in ambito russo che occidentale stigmatizzando alcuni aspetti della realtà storica che non erano stati citati da Stubb e che i leader europei, per non parlare della compagine statunitense, probabilmente ignoravano.

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Published: 11 September 2025
Created: 05 September 2025
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intelligence for the people

Il vertice SCO a Tianjin apre una finestra sul nuovo mondo multipolare

di Roberto Iannuzzi

Gli eventi del vertice hanno messo in evidenza potenzialità e rischi di un nuovo ordine che si rafforza di pari passo con il tumultuoso declino di un Occidente sempre più smarrito e paranoico

7a7d7e83 4b0f 460f 9522 cfc367540d79 940x580.jpgMentre l’Occidente è assorbito dalle turbolenze nei rapporti transatlantici e da un crescente declino economico e politico, la Cina ha riunito un folto gruppo di leader non occidentali nella città settentrionale di Tianjin, ponendosi alla guida di un “Sud Globale” sempre più determinato a far sentire la propria voce nelle questioni internazionali.

I ventisette leader si sono incontrati a partire dal 31 agosto per celebrare il 25° Vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO), durante il quale il presidente cinese Xi Jinping ha invocato una nuova era di governance globale che salvaguardi i paesi in via di sviluppo e si opponga alle politiche coercitive occidentali e allo scontro fra blocchi contrapposti.

La SCO nacque nel 2001, è governata dal Consiglio dei Capi di Stato che si riunisce annualmente, e include una Struttura Regionale Anti-Terrorismo (RATS, secondo l’acronimo inglese). Essa trae origine dal gruppo dei Cinque di Shanghai (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan) costituitosi nel 1996 per risolvere dispute di confine e contrastare le ingerenze esterne nella regione centroasiatica.

Ai Cinque di Shanghai si sono poi associati nel corso degli anni l’Uzbekistan (in coincidenza con la nascita della SCO), India e Pakistan (nel 2017), l’Iran (2023) e la Bielorussia (2024).

Ai dieci membri dell’Organizzazione si aggiungono due stati “osservatori” (Mongolia e Afghanistan) e quattordici “partner di dialogo” (Arabia Saudita, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Qatar, Sri Lanka e Turchia).

A Tianjin anche il Laos è entrato a far parte di quest’ultimo gruppo, portando a 27 il numero totale di paesi partecipanti.

 

Critica dell’attuale ordine internazionale

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Published: 11 September 2025
Created: 04 September 2025
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nazioneindiana

Quattro modi per negare un genocidio: Gaza e la guerra delle parole

di Riccardo Capoferro

Schermata 2025 09 04 alle 12.41.13.png   1. Introduzione

Quando, sia pure di sfuggita, la nostra premier ha chiamato quel che si sta consumando a Gaza “genocidio”– unendosi così ai molti italiani che lo considerano tale (secondo YouTrend il 63%)[1] – l’evidenza è parsa così flagrante da prevalere sulla Realpolitik[2].

Ma l’evidenza non è incontestata. Dal giorno in cui la parola “genocidio” è stata associata ai fatti di Gaza, si è messa in moto una specie di polizia terminologica, che molto alacremente (mentre le bombe continuavano a cadere e i palestinesi a morire) ha inchiodato gli accusatori di Israele alle loro responsabilità semantiche.

“Genocidio”, ci è stato detto, non è la parola giusta, non c’è certezza che di questo si tratti. “Genocidio” è, infatti, una parola politicizzata, polarizzata, permeata di narcisismo etico e ansia di demonizzazione, se non di un vero e proprio sentimento antisemita; spesso, infatti, esprimerebbe la volontà perversa di azzerare la memoria della Shoah accusando lo stato ebraico del crimine dei crimini; sarebbe, dunque, una parola carica di aggressività, che fa degenerare il dibattito, fomentando un muro contro muro politicamente sterile.

Ragionare su questi argomenti, le loro logiche di fondo e i loro aspetti problematici – a cominciare dalla loro inconsistenza giuridica – può essere utile: può servire a chiarire importanti sfumature dell’idea di “genocidio”, a risalire alle sue radici storiche, e a identificare con più chiarezza le situazioni in cui è indispensabile chiamarla in causa. Può offrici, in particolare, l’opportunità di evidenziare un fattore chiave dei processi genocidari: il fattore tempo (la cui importanza è tanto ovvia quanto trascurata).

Quali sono state, dunque, le logiche della negazione? Ne identificherò quattro tipi – che spesso si intrecciano – e di ciascuno mostrerò i risvolti problematici. Prima di iniziare, però, sono necessarie due note di metodo: 1) l’elenco potrebbe essere più lungo, perché idee legate a un certo argomento sono spesso sviluppate e sostenute indipendentemente, ma ho cercato di puntare all’essenziale; 2) le mie considerazioni non si addentreranno nel fondo oscuro della psiche individuale e collettiva, tra le radici profonde della negazione.

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Published: 11 September 2025
Created: 04 September 2025
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“Mamma, ho visto un comunista”: D’Alema va a Pechino, vede Xi, si innamora e getta nel paniko i media italiani

di OttolinaTV 

a2 Immagine 2025 09 04 101335.jpgContinua il panico nelle redazioni dei media filogovernativi: la dimostrazione di forza degli Stati canaglia degli ultimi giorni, per i pennivendoli suprematisti, ha rappresentato uno choc senza precedenti; la comfort zone è stata demolita, e non erano preparati. Davvero credevano alle minchiate che scrivevano sulla Russia pompa di benzina con la bomba atomica e sulla Cina copiona sull’orlo del collasso a causa degli sprechi pubblici. Visto che non si sono accorti di questo enorme treno contro cui stavano andando a sbattere, ora sono terrorizzati che quel treno possa arrivare anche nel loro giardino di casa e vedono ovunque piloti in grado di guidare quel treno, compreso nei baffetti del leader Massimo. L’occhio di riguardo di Massimo D’Alema per Pechino non è una novità: da tempo baffino pronuncia parole ragionevoli sul sistema cinese, sulla sua ascesa pacifica e sul suo ruolo nel Mondo Nuovo. Questo week end la relazione, però, ha fatto un salto di qualità: alla storica parata del 3 settembre, l’unico italiano ufficialmente presente era proprio lui, l’ex primo ministro della repubblica italiana che durante la parata, intervistato da un’emittente cinese, ha avuto l’ardire di affermare che aveva accettato con piacere l’invito “in forza della memoria e del ricordo di una lotta eroica come fu quella del popolo cinese per la sconfitta del nazismo e del fascismo”; “Confido che qui da Pechino venga un messaggio per il ritorno di uno spirito di amicizia tra tutti i popoli”.  Apriti cielo…I soliti comunist”, titola il Giornale; D’Alema sfila col nemico. Il leader di sinistra alla parata militare con i dittatori. Xi minaccia il mondo. D’Alema in estasi, rilancia Libero; L’amore della sinistra per i dittatori non muore mai.

Il mio commento preferito, però, è del giornale preferito dai sovranelli per Trump, La Verità: D’Alema si intrufola pure a Pechino, e aiuta Xi a riscrivere la Storia. In che senso? Beh, ve l’ho appena detto: L’”ex premier”, sottolinea l’occhiello, “cita il contributo del dragone alla sconfitta del nazismo” che però, secondo La Verità, sarebbe “immaginario”. 

La Cina, che ha perso 35 milioni di uomini per respingere l’invasione giapponese mentre gli USA, fino all’ultimo, al Giappone fornivano acciaio e petrolio, non avrebbe in realtà dato nessun contributo alla sconfitta del nazifascismo: “Quello che è andato in scena a Pechino è stato un maestoso festival dell’orrore” scrive Francesco Bonazzi nell’articolo; ma “D’Alema che va a battere le mani all’Asse del Male è troppo anche per l’Asse del Male”.

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Published: 11 September 2025
Created: 09 September 2025
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laboratorio

La tendenza al declino del dollaro e l'ascesa dell'oro

di Domenico Moro

Recentemente si sono verificati degli eventi che confermano la tendenza al declino del dollaro come valuta mondiale di scambio commerciale e di riserva, definita anche come “dedollarizzazione”. Tale processo è sia causa che effetto dell’indebolimento dell’egemonia statunitense, a fronte della realizzazione di un fronte contrapposto all’imperialismo occidentale, rappresentato dai paesi del cosiddetto Sud globale, a partire da Cina e India, che si sono riuniti in organismi come i Brics e la Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai.

Sebbene non si possa ancora parlare di fine del dominio del dollaro e non ci sia attualmente nessuna valuta, tantomeno una valuta unica dei Brics, che possa sostituire il dollaro come valuta mondiale, l’indebolimento del dollaro è dimostrato dalla prevalenza dell’oro sui titoli di stato statunitensi (i Treasuries) nelle riserve delle banche centrali e dalla decisione dello Zimbabwe, ma anche di altri governi africani, di emanciparsi dal dominio del dollaro.

Dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso l’oro era andato calando nella composizione delle riserve delle banche centrali mentre, all’opposto, il peso dei Treasuries cresceva, fino a che nel 1996 i secondi hanno superato il primo. Nell’agosto 2025, dopo ventinove anni, l’oro ha di nuovo superato i Treasuries, con il 27% delle riserve contro il 23%[i].

Quali sono le cause del sorpasso dell’oro a danno dei Treasuries? Per le banche centrali i Treasuries non sono più titoli privi di rischio sui quali conviene investire.

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Published: 11 September 2025
Created: 07 September 2025
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comedonchisciotte.org

Ginevra è il centro del potere invisibile: come le ONG e le organizzazioni internazionali governano il mondo

di uncutnews.ch

Ginevra non è solo sede della diplomazia e delle banche, ma è anche il centro nevralgico strategico di un nuovo ordine mondiale. Qui si concentrano organizzazioni, fondazioni e ONG che esercitano un’enorme influenza sull’istruzione, la sanità, l’economia, i diritti umani e la sicurezza, spesso senza alcuna legittimazione democratica. Mentre i parlamenti nazionali discutono i dettagli, gli attori con sede a Ginevra impongono standard globali che trasformano intere società.

 

Ginevra come centro nevralgico della governance globale

A Ginevra sono registrate più di 39 organizzazioni internazionali e oltre 750 ONG (fonte). La stessa Svizzera investe ogni anno centinaia di milioni di franchi per posizionare Ginevra come «capitale del multilateralismo». Questa estrema densità di Istituzioni crea strette reti e accordi informali, lontani dal controllo democratico.

La vicinanza geografica non è casuale. Essa consente un efficiente coordinamento tra organizzazioni internazionali, think tank, gruppi di pressione e fondazioni private. Le decisioni prese a Ginevra trovano applicazione nelle legislazioni nazionali, senza che i cittadini vengano consultati.

 

Gli attori centrali: chi controlla realmente Ginevra

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Published: 11 September 2025
Created: 06 September 2025
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contropiano2

Non è solo umanitarismo: la Palestina come questione politica globale

di Dario Franco

Nei giorni della partenza della Global Sumud Flottilla[i] assistiamo, finalmente diremmo, alla rottura nel mainstream di una cappa insopportabile che da decenni difendeva lo Stato di Israele da tutte le sue malefatte. Non ci accostiamo a coloro che criticano questa operazione come un mero tentativo da parte dell’opinione pubblica occidentale di pulirsi la coscienza. Siamo consapevoli dello stato sopito in cui si sono trovate, soprattutto nel nostro Paese, le mobilitazioni a favore della causa palestinese e del nervosismo che trapela da parte dei sostenitori del sionismo e dei suoi rappresentanti istituzionali verso tutto ciò che critica o pone dubbi sulle azioni dello Stato di Israele.

Lontani dai numeri che si sono visti in città come Londra o Sydney, non possiamo non rallegrarci che in un Paese come l’Italia, dove il conflitto sociale è ai minimi storici, gran parte della popolazione sia informata su questa azione di lotta. La Freedom Flotilla Coalition da decenni si inserisce nel novero delle azioni di resistenza – in questo caso non violente – volte a dare luce all’opposizione palestinese e a sfidare quella narrazione opprimente che ci presenta Israele come unico baluardo democratico in Medio Oriente.

Attraverso una di queste missioni, alcuni attivisti – tra cui Vittorio Arrigoni – poterono raggiungere le coste di Gaza in anni in cui non vi erano i social media e gli smartphone non erano in possesso della maggior parte della popolazione mondiale.

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Published: 11 September 2025
Created: 07 September 2025
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Karl Marx e l'ebraismo

di Alberto Giovanni Biuso

C’è stato un tempo nel quale la critica all’ebraismo non era foriera di accuse di antisemitismo, di condanne morali e politiche assolute, persino di reato penale. Tale critica era della stessa natura delle critiche che è possibile rivolgere al cristianesimo, all’illuminismo, al comunismo e così via.

Poi è accaduto qualcosa, il Novecento, che ha fatto assurgere l’identità ebraica a principio intoccabile, pena la qualifica di infamia rivolta a quanti cercano di ragionare su una cultura antica e tuttora ben presente nella storia. Ragionare come si ragiona su qualsiasi struttura ed evento umano.

Prima di questa temperie dogmatica, furono molti gli studiosi, i filosofi, i politici, gli scienziati di origine ebraica a criticare in vario modo l’ebraismo. Karl Marx è tra questi. Il suo saggio Sulla questione ebraica, uscito sul primo e unico numero dei Deutsch-Französische Jahrbücher (Annali franco-tedeschi) del febbraio 1844 è in realtà una complessa riflessione sui rapporti tra l’emancipazione civile, vale a dire le rivoluzioni borghesi e liberali, e la rivoluzione sociale, identificata da Marx con la trasformazione dei rapporti di produzione tra borghesia e proletariato.

Uno dei fondamenti di tale analisi è la critica ai Diritti dell’uomo come essi erano stati enunciati e stabiliti dalle varie Costituzioni che si susseguirono nella Francia rivoluzionaria dopo il 1789. Si tratta di una critica che ha un carattere moralistico di fondo che ne compromette in parte la forza, riducendo la questione a una contrapposizione tra egoismo e socialità.

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  1. Paolo Vernaglione Berardi: Nel laboratorio della guerra
  2. Ferdinando Bilotti:  L'Europa sottomessa... ma a chi?
  3. Vincenzo Comito: Cina, Russia, India: un nuovo ordine mondiale?
  4. comidad: La dipendenza è di per sé una droga
  5. Norberto Fragiacomo: Considerazioni di un profano su alcuni potenziali rischi cui ci espone l’Intelligenza Artificiale
  6. Andrea Sartori: Fuori dal cerchio
  7. Ottolinatv: A Pechino gli Stati sovrani “cospirano” contro il dominio USA
  8. Federico Giusti e Emiliano Gentili: Salario Minimo: il punto della situazione
  9. Pino Arlacchi: Reorient, il nuovo cuore del mondo
  10. Redazione Contropiano - Michelangelo Cocco: Perché Pechino mostra le sue armi
  11. Nevio Gambula: La resistenza dei piccoli passi
  12. Giorgio Agamben: Sui rapporti falsi
  13. Andrea Pannone: Per un'analisi scientifica del potere nel capitalismo contemporaneo
  14. Carlo Formenti: Furedi: sacrosanta critica del politicamente corretto o apologia dell'imperialismo occidentale?
  15. Alex Marsaglia: Trump alla resa dei conti contro la FED
  16. Gideon Levy: Non esistono israeliani buoni
  17. Daniele Luttazzi: I mezzucci per deridere gli artisti che si schierano su Gaza
  18. Paolo Ferrero: Al vertice in Cina si cerca la transizione a un mondo multipolare, l’Occidente invece resta guerrafondaio
  19. Gigi Roggero:  Il settantismo malattia senile del reducismo
  20. Antiper: Jason Moore oltre la giustizia climatica. Contro il discorso catastrofista dell’ambientalismo borghese
  21. Dante Barontini: Il vertice del nuovo ordine mondiale
  22. Vincenzo Brandi: Il dominio USA al capolinea. L'occidente risponde con militarizzazione ed escalation
  23. Max Renn e Guy van Stratten: E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare
  24. Jeffrey Sachs e Sybil Fares: Come impedire a Israele di affamare Gaza
  25. Maria Elena Delia: “La Sumud Flotilla vuole aprire un corridoio per Gaza”

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