La rimozione del genocidio palestinese dopo il cessate-il-fuoco, come prevedibile
di Lavinia Marchetti
Moni Ovadia qualche mese fa lo disse chiaramente che il periodo peggiore sarebbe stato subito dopo il cessate-il-fuoco. L’attenzione internazionale si sarebbe allentata e dopo la distruzione il piano di sostituzione etnica avrebbe avuto il suo acme. Aveva ragione, ma lo sapevamo bene anche noi che sarebbe successo. Come avrete notato la narrazione pubblica sulla Palestina è stata drasticamente ridimensionata dopo il cosiddetto cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Quello che si rivela un falso armistizio, una tregua solo nominale, ha coinciso con un calo brusco dell’attenzione mediatica, graduale, succede sempre così, una notizia in meno al giorno, un po’ come quando si scala un farmaco: l’algoritmo dei social network pare aver “declassato” i contenuti sulla Palestina e le testate mainstream hanno quasi azzerato le notizie sul tema. La crisi non è risolta tutt’altro. Non è che improvvisamente non muoia più nessuno. Semplicemente, l’orrore in Terra Santa è stato rimosso dal discorso pubblico dominante, congelando l’indignazione collettiva proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. È un processo subdolo di oblio programmato, in cui la sofferenza di un popolo viene progressivamente espunta dalla coscienza globale: un caso esemplare di come si manipola l’opinione pubblica affinché un genocidio venga dimenticato, e soprattutto vengano dimenticati, alla chetichella, i carnefici.
Sui social network, attivisti e utenti hanno denunciato un sensibile calo di visibilità dei post legati a Gaza e Cisgiordania, quasi fossero oggetto di shadow banning.



Paolo Virno, scomparso recentemente, scrisse un libro per noi ancora fondamentale dal titolo Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di vita contemporanee. Il nucleo della riflessione prende le mosse dalla riattivazione di un’antica alternativa concettuale, quella tra popolo e moltitudine, che oggi si ripropone come strumento ermeneutico decisivo per decifrare le forme della sfera pubblica contemporanea. Questa dicotomia, forgiata nel fuoco delle contese pratiche e teoriche del Seicento, dalla fondazione degli Stati moderni alle guerre di religione, vide la netta prevalenza del concetto di popolo mentre moltitudine divenne il termine perdente, espulso dal lessico politico dominante. La tesi di fondo è che, al tramonto di un lungo ciclo storico e nel pieno di una crisi radicale della teoria politica moderna, sia proprio la nozione allora sconfitta a mostrare una straordinaria vitalità, offrendosi per una clamorosa rivincita teorica.
Costanzo Preve fu hegelo-marxiano, egli testimoniò lungo la sua esistenza la necessità ontologica del dialogo. Con il dialogo si attraversano le divisioni ideologiche per ritrovarsi sul fondamento, mai definitivo, della verità. Quest’ultima si rivela nella parresia, ma non è mai “morta cosa”, perché a essa ci si deve sempre riaccostare per ridefinirla e ascoltarne la presenza. L’incomunicabilità è “assenza di pensiero” che la filosofia contribuisce a sanare. Le barriere sclerotizzano la parola e la confinano nel silenzio irrazionale.
Dopo decenni passati a sentire tessere le lodi del libero mercato, la fissazione di Trump per i dazi può destare sconcerto. Tuttavia, considerato di per sé, il principio della penalizzazione delle importazioni è tutt’altro che strampalato. Nel XIX e XX secolo, il protezionismo ha costituito uno strumento fondamentale per i paesi sottosviluppati che aspiravano a dotarsi d’una propria industria. Gli stessi Stati Uniti, nei decenni a cavallo del 1900, fecero ampiamente ricorso ai dazi doganali, per proteggere le proprie imprese nascenti e riuscire così ad assurgere al ruolo di potenza manifatturiera.




Se l’obiettivo di un titolo apodittico come La Cina ha vinto (Feltrinelli Editore, Milano, 2025, €15) è convincere il lettore della validità della propria tesi, Aresu vi riesce pienamente. Centonove pagine che, pur dense e concettualmente stratificate, si leggono in una sola giornata di pioggia, lasciando anche il lettore più scettico con la persistente impressione che, in effetti, la Cina possa davvero aver vinto. Una volta svanito l’impatto iniziale, sorgono tuttavia le domande: cosa ha vinto, e in che modo? Contro chi, invece, è chiaro fin dall’inizio: gli Stati Uniti.


“Chissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste affermazioni siano vere per 




Il 13 settembre 2014, profeticamente, Papa Francesco nel centenario della Prima Guerra Mondiale ricordò che “anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni”
L'unica speranza per salvarci dall'autoritarismo di Trump sono i movimenti di massa.



Ce l’ha fatta. Il “pericoloso comunista”, l'”odiatore degli ebrei”, l’uomo che “distruggerà New York” (copyright del solito Donald Trump), per giunta musulmano, è il nuovo sindaco di New York.
Ci sono dei dilemmi, che sebbene siano risolti da lungo tempo, continuano ad assillare la mente e, in generale, la vita quotidiana di coloro che sono coinvolti attivamente nelle vicende politiche e sindacali. Il muoversi lungo questa direttrice, in modo quasi funambolico, continua a produrre sterili contrapposizioni, non solo all’interno di quel che resta nella “galassia della sinistra”, ma anche tra il “sindacalismo di base” (di classe) e i sindacati “concertativi”, che contemporaneamente, influenzano e gravitano nella connessa galassia.

