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Published: 16 October 2025
Created: 13 October 2025
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machina

Colonialismo accelerato: un piano contro la Palestina

di Alberto Toscano

0e99dc 438b3d7d09ef4dbe9ce92b17cb5ea573mv2Qual è la logica del piano Trump su Gaza? La costruzione di spazio meticolosamente controllato e depoliticizzato, cioè pacificato, per la circolazione, il consumo e la produzione del capitale. Come spiega Alberto Toscano nell'articolo che pubblichiamo oggi, la creazione della «Nuova Gaza» servirebbe a trasformare la Striscia nel «centro dell’architettura regionale filoamericana», assicurando potere economico, politico e militare sul flusso di energia, capitale e merci. Un'operazione che integra il genocidio in corso in un disegno neocoloniale più ampio e lo rende funzionale al nuovo regime di accumulazione primitiva.

Così, per Trump, Netanyahu e Blair, «a Gaza si può costruire una riviera solo sulle ossa dei morti».

* * * *

Questi predoni del mondo, dopo aver distrutto la terra con le loro devastazioni, stanno ora saccheggiando l’oceano: spinti dall’avidità, se il loro nemico è ricco; dall’ambizione, se è povero; insaziabili tanto verso l’Oriente quanto verso l’Occidente: l’unico popolo che contempla la ricchezza e la miseria con la stessa bramosia. Saccheggiare, massacrare, usurpare con falsi titoli — questo lo chiamano impero; e dove fanno un deserto, lo chiamano pace.

Tacito, Agricola

Ciò che è bello di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono. Nulla la distrae; nulla le toglie il pugno dalla faccia del nemico. Non le forme dello Stato palestinese che costruiremo, fosse anche sul lato orientale della luna o sul lato occidentale di Marte, quando sarà esplorato.

Mahmoud Darwish, Silence for Gaza

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Published: 16 October 2025
Created: 16 October 2025
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futurasocieta.png

Trump e l’idea della guerra come valore

di Alessandra Ciattini

512px President Donald Trump Vice President JD Vance and Defense Secretary Pete Hegseth 19640046481440403361Le inquietanti dichiarazioni fatte dal presidente Usa e dal segretario Pete Hegseth a Quantico ripropongono una pericolosissima concezione della guerra, che nel corso di secoli il diritto internazionale aveva tentato di superare. Inoltre, ancora una volta presentano come invincibili le forze militari Usa, quasi assimilate ai protagonisti delle pellicole commerciali hollywoodiane, nonostante la stessa intelligence riconosca la loro inferiorità in vari campi.

È oggi assai difficile comprendere se tutta l’aggressività presente nei discorsi di Trump, definito da qualcuno “il buffone apocalittico”, o di Pete Hegseth, ora segretario del meno ipocrita Dipartimento della guerra, sia solo frutto di un bluff o se riveli una qualche folle concretezza o consistenza. Certamente si vuole impressionare e terrorizzare con metodi diversi da quelli dei cerimoniali nazisti costellati da lugubri svastiche su fondo rosso, con le coreografie elaborate dall’architetto Albert Speer; metodi che sono la volgare secrezione della rozza cultura di massa televisiva e cinematografica di matrice statunitense. Certamente si vuole convincere il pubblico con un pugno allo stomaco che gli Usa sono sempre forti, battendo i piedi e strepitando, come fanno i bambini quando non vengono presi in considerazione. Probabilmente uno psicoanalista direbbe che tutta la retorica bellicista, strombazzata nella mega riunione di generali e ammiragli a Quantico (Virginia), serve anche a persuadere gli stessi parlanti che sono invincibili, pur essi costatando contraddittoriamente nello stesso tempo che il loro esercito è in decadenza, che bisogna far rinascere lo spirito guerriero, che evidentemente è scemato, anche se non per colpa loro.

Per comprendere se effettivamente tutta questa retorica bellica, che giunge a prospettare una guerra senza limiti in un mondo in cui solo il più forte ha ragione, occorrerebbe capire fino a che punto le minacce lanciate in questi insoliti consessi, in cui ci si attende anche di essere applauditi, abbiano una base concreta, se per esempio la Russia è effettivamente una “tigre di carta”, proverbiale espressione impiegata da Mao Zedong per definire i nemici reazionari della Cina e che stranamente il presidente Usa ha evocato, forse non sapendo chi stava citando.

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Published: 16 October 2025
Created: 12 October 2025
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barbaraspinelli.png

La “Succession” parigina: Macron punta sul caos

di Barbara Spinelli

A prima vista sembra inspiegabile, la testardaggine capricciosa con cui Emmanuel Macron sforna un primo ministro dopo l’altro – l’ultimo è Sébastien Lecornu, fedelissimo, incaricato ben tre volte – pur di non ammettere l’evidenza: i partiti di centro che lo sostengono sono sempre più striminziti, la sua politica è stata sconfitta alle elezioni del giugno 2024, le ore del suo soggiorno all’Eliseo sono contate. Lunedì Lecornu spiegherà quel che l’Eliseo vuole e concede, ma presto cadrà anche lui, come i due premier (Michel Barnier, François Bayrou) che l’hanno preceduto. Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: in particolare la scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze e la riforma delle pensioni che gli elettori di estrema destra e di sinistra respingono, chiedendone una più giusta.

Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano giornali e reti tv, ma così solo non è. Lo appoggiano i grandi patrimoni, le multinazionali, le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). È a loro che Macron promette regali fiscali da quando fu eletto nel 2017. Con loro si identifica, mentre la sua popolarità crolla al 13-14%.

Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero.

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Published: 16 October 2025
Created: 11 October 2025
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laboratorio

Il riarmo italiano impatterà sullla spesa sociale e sanitaria e sui salari pubblici

di Domenico Moro

Quando i paesi della Nato accettarono il diktat trumpiano di aumento della spesa militare dal 2% al 5% sul Pil e la Ue di conseguenza varò il piano Rearm Europe – Readiness 2030, Giorgia Meloni promise che gli aumenti della spesa militare non sarebbero stati compensati con la diminuzione di altre voci di spesa. La verità, però, è che la determinazione del governo italiano a perseguire gli obiettivi di riduzione del deficit e del debito pubblico, previsti dai trattati europei, non consente di mantenere quella promessa.

La conferma di questa situazione viene dalla recente audizione sul Documento programmatico di finanza pubblica 2025, davanti alla Commissioni Bilancio riunite della Camera e del Senato, di Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), e di Andrea Brandolini, capo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia.

In particolare, Cavallari ha affermato: “Un aumento permanente della spesa per la difesa dovrà necessariamente essere compensato da misure di riduzione della spesa in altri settori o di aumenti discrezionali delle entrate”.[i] Sulla stessa linea è Brandolini, che ricorda come la maggior parte delle risorse “andranno reperite attraverso aumenti di entrate e tagli alla spesa”.[ii] Dal momento che quello che si prospetta è un aumento permanente della spesa militare e che gli esponenti più importanti del governo, Meloni, Salvini e Tajani, hanno fatto della diminuzione dell’imposizione fiscale un punto decisivo del loro programma di governo, l’unica soluzione è la diminuzione della spesa sociale.

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Published: 16 October 2025
Created: 11 October 2025
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effimera

Manovra economica e ininfluenza della finanza pubblica

di Roberto Romano

Entro il 15 ottobre prossimo il governo italiano deve presentare all’Europa il Documento di programmazione finanziaria per il prossimo triennio. Roberto Romano anticipa alcuni contenuti del disegno di legge che dovrà essere approvato entro la fine dell’anno. Si tratta di un intervento di politica economica di fatto “neutrale”, non in grado di incidere su una situazione economica che si presenta, nonostante la propaganda di Meloni, alquanto desolante. Grazie alle maggiori entrate fiscali, a carico del lavoro, è possibile che entro la fine dell’anno il rapporto deficit/Pil non superi la soglia del 3%, consentendo così di non incorrere nella procedura europea di infrazione del debito. Un magro risultato che conferma la supina accettazione del paradigma dell’austerity (per la gioia delle società di rating) a scapito di una politica economica più espansiva, capace di riequilibrare la disastrosa distribuzione del reddito e contrastare la stagnazione economica e salariale

* * * * *

Può la contabilità pubblica andare peggio di così? Il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) nasce all’interno di un quadro europeo fortemente vincolante: le nuove regole sulla finanza pubblica hanno trasformato i documenti contabili in un esercizio quasi esclusivamente ragionieristico.

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Published: 16 October 2025
Created: 10 October 2025
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Chi comanda (veramente) in Europa

di Alessandro Volpi*

Chi comanda in Europa. In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt. A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea.

Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario. In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin. Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.

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Published: 16 October 2025
Created: 10 October 2025
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contropiano2

7 ottobre 2023 e altre narrazioni fasulle

di Paolo De Prai

Continuamente i tg main-stream inondano la loro narrazione mettendo sullo stesso piano il genocidio dei gazawi (miserabile chi lo nega) con i 1.138 morti del 7/10/23.

Dal momento che non sono minimamente d’accordo su questa narrazione, procedo a fare un minimo di chiarezza.

La prima cosa da rimarcare è che quel giorno non è successo niente di particolarmente strano – se non nelle dimensioni – perché nei 15 anni precedenti lo stato sionista aveva sterminato 6.085 palestinesi e ne aveva rapiti oltre 8mila, chiamandoli “arresti amministrativi”.

Quel giorno sono avvenuti due eventi contemporanei e opposti: il primo condotto dalla resistenza palestinese a guida Hamas (in coda faccio una ulteriore riflessione), azione che mirava a rompere l’isolamento dei palestinesi stritolati lentamente dallo stato sionista con in vista gli “accordi di Abramo” che dovevano rendere definitivamente invisibili ed eliminati nel tempo i palestinesi, il secondo evento è stato l’inizio della guerra per la “grande Israele”.

Questa azione militare sionista è stata organizzata da molto tempo e aspettava solo il momento giusto per attuarla, preparazione dimostrata sia da come i sionisti preparano le loro azioni terroriste (cerca-persone e walkie-talkie che ha richiesto almeno 4 o 5 anni di preparazione).

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Published: 15 October 2025
Created: 15 October 2025
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perunsocialismodelXXI

Il Capitale fra ontologia e storia

Alle radici della scissione fra marxismo occidentale e marxismo orientale

di Carlo Formenti

ea62dc296c72a6d610a0eae5fd13b9ac.jpgDue parole sulle curiose origini di questo post

Non ho mantenuto la promessa di qualche settimana fa. Dopo l’interruzione estiva, scrivevo, il flusso dei post tornerà regolare. Il protrarsi della pausa è dovuto a problemi di salute (la vecchiaia non perdona) e a scadenze editoriali (il lavoro a due mani che io e Alessandro Visalli stiamo scrivendo uscirà nell’estate del 26, ma Meltemi vuole i manoscritti entro due mesi e il succedersi degli eventi impone aggiornamenti. Però nei prossimi giorni usciranno due libri (Arlacchi sulla Cina e Pappé su Israele) che mi impegno a recensire (nel post su Arlacchi mi occuperò anche di certe perle regalateci dai marxisti nostrani sulla Cina).

Restando in tema di marxismo nostrano, segnalo un curioso evento. Diversi mesi fa vengo invitato a un convegno sul pensiero di Marx. Accetto l’invito e, dal momento che Meltemi mi chiede di raccogliere in un volumetto gli articoli sul II e III Libro del Capitale pubblicati su questo blog, ne approfitto per approfondire certe riflessioni suggeritemi dalla loro rilettura. Invio il titolo (quasi uguale a quello che leggete sopra) agli organizzatori, ma chi mi aveva invitato (si dice il peccato ma non il peccatore) mi scrive che si scusa ma non sono stato inserito nel programma a causa:“della tardanza con cui mi ha comunicato il Suo titolo intrecciatasi perversamente con la mia dimenticanza nel sollecitarLe l’invio del titolo” (sic). Ricordate il detto“a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”?

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Published: 15 October 2025
Created: 10 October 2025
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intelligence for the people

A due anni dal 7 ottobre, inquietanti interrogativi tuttora senza risposta

di Roberto Iannuzzi

Nuovi elementi confermano la possibilità che almeno alcuni apparati di sicurezza israeliani fossero informati dell’imminenza di un attacco da parte di Hamas

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 49e4f2f3 108f 48b8 988b 81ff5d56d000 2400x1600.jpegUno dei fronti chiave sui quali Israele ha combattuto nei due anni di conflitto seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è quello dell’informazione.

La battaglia per il “controllo della narrazione” ha ruotato sia intorno agli eventi del 7 ottobre che alla violentissima campagna militare condotta in questi due anni da Israele a Gaza.

In entrambi i casi il governo Netanyahu ha aggressivamente propagandato la propria versione dei fatti.

In Occidente, la descrizione del 7 ottobre imposta dai media di grande diffusione ha essenzialmente ricalcato la versione ufficiale fornita da Tel Aviv.

C’è però un aspetto di quel tragico evento sul quale il governo israeliano non ha tentato di imporre la propria narrazione, quanto piuttosto di stendere un velo di silenzio.

Tale aspetto riguarda il cosiddetto “fallimento” dell’intelligence israeliana (ovvero la sua apparente incapacità di prevedere l’attacco di Hamas) e copre i mesi, le settimane, e la notte stessa, che hanno preceduto lo sconfinamento dei miliziani palestinesi in territorio israeliano.

La Striscia di Gaza era uno dei territori più controllati del pianeta, sottoposta ad un sistema di sorveglianza pervasivo. I servizi di intelligence israeliani sono tradizionalmente considerati tra i più sofisticati a livello mondiale.

Anche alla luce degli impressionanti “exploit” dei servizi di Tel Aviv nei mesi successivi al 7 ottobre – allorché essi sono stati in grado di scovare e assassinare leader di Hamas da Beirut a Teheran, di decapitare l’intera leadership di Hezbollah in Libano, e di infiltrare massicciamente un paese come l’Iran alla vigilia della “guerra dei 12 giorni” combattuta lo scorso giugno fra i due paesi – l’apparente fallimento del 7 ottobre sembra ancor più incredibile.

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Published: 15 October 2025
Created: 14 October 2025
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lantidiplomatico

Stato palestinese, dove? “Piano di pace": Gaza a me, Cisgiordania a te?

di Fulvio Grimaldi

cmlzkdndkg.jpg“Tu ucciderai tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i bambini, tutte le bestie” (Libro di Giosuè 6:21, relativamente a Gerico, oggi Cisgiordania)

Va premesso un dato incontrovertibile. Quello della misura in cui alla sedicente comunità internazionale festante (celebrano un deserto e lo chiamano pace) gliene freghi del popolo palestinese. Lo dimostra la grottesca e oscena farsa di un Piano di Pace che quel popolo di 15 milioni non lo prende minimamente in considerazione.

Primo, con riguardo all’irrisolto peccato d’origine dello Stato ebraico, stragista, espropriatore, razzista, che ne esce rafforzato; secondo, per la totale cancellazione dalla scena della Cisgiordania, con i suoi 2,5 milioni, e dei cinque milioni di profughi. Ciò che resta sono: un frammento di Palestina dalle grandi prospettive immobiliariste e petrolifere, affidato a Trump, Blair e BP; e un altro frammento, premio di consolazione allo Stato ebraico che ne faccia la base di partenza per il Grande Israele.

 

Primum, inventarsi qualcosa che tolga di mezzo flottiglie e milioni in piazza

9 ottobre, sono passati tre giorni dalla proclamazione della” pace” a Gaza e, a detta di Trump, in tutta la regione. Pace in primis per tagliare le gambe a quella che, con flottiglie, milioni in piazza e riemersione dello Stato Palestinese, era diventata un intralcio di portata mondiale. Pace, peraltro, celebrata da Israele con la continuità delle bombe e della fame e che trova una sua particolare interpretazione anche in Cisgiordania. Per esempio, con quei coloni che il 9 ottobre scendono dal loro insediamento, come tutti i sacrosanti giorni dal 1967, per praticare la convivenza con chi c’era prima e ancora insiste a star lì. A forza di devastazioni, incendi, omicidi.

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Published: 15 October 2025
Created: 11 October 2025
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lantidiplomatico

Genius Act, la "silver bullet" di Trump per abbattere il debito USA

di Giuseppe Masala

In più di una circostanza ho sostenuto la tesi secondo la quale la causa di fondo dell'instabilità geopolitica che sta spingendo il mondo verso una guerra su vasta scala, che vede fronteggiarsi anche potenze globali come gli USA, la Russa e la Cina, è da ricercarsi nell'enorme debito estero americano ormai insostenibile. Un debito estero americano insostenibile che mette a rischio il ruolo egemone del dollaro come moneta standard degli scambi internazionali e che, in definitiva, mette in pericolo l'esistenza stessa dell'Impero Americano sorto con la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e rafforzatosi ulteriormente con il crollo del Muro di Berlino e la caduta dell'Unione Sovietica.

La mia tesi è che l'instabilità geopolitica mondiale, che ha generato svariati conflitti in Europa, Africa e “Medio Oriente Allargato” e che Papa Bergoglio definì “guerra mondiale a pezzi” sia stata scientemente causata da Washington con la finalità di bloccare la penetrazione cinese e russa in Africa e “Medio Oriente Allargato” e in Europa con l'intento di rompere l'asse tra UE (Germania in particolare) e Russia che garantiva agli europei materie prime a basso costo che rendevano le loro aziende ultra competitive nel mercato mondiale a tal punto da mettere in ginocchio il sistema produttivo USA fino a mandare in enorme passivo sia la bilancia commerciale che quella dei pagamenti a stelle e strisce.

Per quanto riguarda il teatro europeo, va detto, che l'operazione imbastita da Washington è stata coronata da un successo enorme.

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Published: 15 October 2025
Created: 15 October 2025
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metis

Tre guerre

di Enrico Tomaselli

La storia dello stato di Israele è una storia di guerra. Come tutti i colonialismi d’insediamento, in cui la popolazione indigena viene rimossa o sostituita da una comunità di coloni che si insedia stabilmente nel territorio, la guerra è innanzitutto un atto fondativo; ma, diversamente da quanto accaduto nel caso degli altri colonialismi di tale natura (Nord America e Australia), che hanno potuto portare a termine la eliminazione/sostituzione della popolazione autoctona anche grazie al fatto che non vi fossero paesi confinanti ove questa fosse presente, Israele si è collocata in un contesto regionale nel quale è invece circondata da paesi con la medesima composizione etnica della popolazione originaria del territorio occupato. Pertanto, la guerra è stata non solo necessaria per l’instaurazione dello stato ebraico, ma è divenuta anche una necessità difensiva, nel senso che è lo strumento attraverso il quale Israele impedisce il suo rigetto come corpo estraneo, rispetto al contesto regionale.

Sino agli anni ’70, ciò ha significato fondamentalmente due guerre, quella dei sei giorni (nel 1967) e quella dello Yom Kippur (nel 1973), condotte contro alcuni degli stati arabi vicini. Guerre che hanno tra l’altro consentito di occupare ulteriori territori, annettendoli allo stato israeliano. E queste due guerre si sono intrecciate con tutta la prima fase della lotta di liberazione palestinese, quella definibile come del nazionalismo laico, che comportarono tra l’altro una invasione del Libano, con l’assedio di Beirut.

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Published: 15 October 2025
Created: 10 October 2025
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marxdialectical

Sommersi o salvati. O della crisi sistematica del capitalismo crepuscolare

(schematico quadretto di riferimento)

di Roberto Fineschi

Le dinamiche del capitalismo crepuscolare sono legate a trasformazioni dei processi produttivi e dei relativi rapporti sociali che hanno un impatto non indifferente sulla vita associata e sulle risposte politiche correlate dei vari partiti.

La premessa teorica generale è la tendenza di sistema all’estromissione dei lavoratori dal processo lavorativo per il perfezionamento tecnologico da un lato, la sempre più difficile valorizzazione reale del capitale dall’altro per la crisi strutturale di sovrapproduzione. Ciò da un lato determina la rinascita del capitalismo di rapina, che cioè non valorizza effettivamente il capitale attraverso il processo reale di produzione, ma lo fa o in maniera speculativa o sottraendo risorse o imponendo decisioni anti-economiche ad altri soggetti che aumentano la rentabilità di un qualche capitale ma solo attraverso un trasferimento di ricchezza a somma zero da parte di terzi. Dall’altra pone il problema di una disoccupazione di massa interna (servono sempre meno lavoratori attivi, inclusi quelli intellettuali) e migrazioni internazionali dovute a guerre, carestie, impossibilità di sopravvivere a casa propria per gli effetti del capitalismo di rapina. Tutto ciò pone delle domande cruciali ai governi dei paesi centrali o semi-periferici nella gestione politica delle dinamiche interne ed esterne. Vediamo qualche ipotesi generale.

Di fronte a una crescente disoccupazione strutturale, la pletora di lavoratori disponibili pone problemi di fondo, sia per gli interni che per gli esterni.

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Published: 15 October 2025
Created: 08 October 2025
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«Una democrazia senza popolo»

di Gianmarco Martignoni

Recensione al libro dello storico e parlamentare Federico Fornaro (Bollati Boringhieri, pagg. 167, euro 14)

Nella pletora delle pubblicazioni che si interrogano sulle cause dell’espansione e dell’egemonia delle destre su scala planetaria, il recente libro dello storico e parlamentare Federico Fornaro Una democrazia senza popolo (Bollati Boringhieri pag. 167 euro 14) ha il pregio di analizzare l’involuzione del caso italiano collocandola, sulla scorta delle tesi esposte da Colin Crouch nell’imprescindibile libro “Postdemocrazia”, nel quadro del vistoso arretramento della democrazia rispetto alle dinamiche della globalizzazione capitalistica.

Infatti Fornaro, dopo aver rilevato che secondo i rapporti di Freedom House il 57% dei 195 stati indipendenti nel mondo non sono ascrivibili al concetto di democrazia, si concentra sulle conseguenze che la grande recessione del biennio 2007-2008 ha determinato in Europa sui cittadini-consumatori, segnalando come l’impoverimento e la deprivazione del futuro generati dalla crescita delle diseguaglianze socio-economiche, ha permesso alle formazioni neopopuliste di sfondare sul piano elettorale, intercettando il bisogno di protezione economica e identitaria.

I dati riferiti alle elezioni del Parlamento europeo del 2024, oltre a certificare la crisi di rappresentanza delle formazioni della sinistra in corrispondenza all’erosione del modello socialdemocratico, sono eloquenti e preoccupanti: sommando i voti del gruppo dei Patrioti europei (84 seggi) con quelli dei Conservatori e Riformisti europei (78 seggi), avremmo un totale di 162 seggi, mentre il gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici ha solo136 seggi e il Partito popolare europeo 188 seggi.

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Published: 15 October 2025
Created: 15 October 2025
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sinistra

Palestina: Chi vince?

di Alessandro Mantovani

La storia dello stato di Israele è una storia di guerra. Come tutti i colonialismi d’insediamento, in cui la popolazione indigena viene rimossa o sostituita da una comunità di coloni che si insedia stabilmente nel territorio, la guerra è innanzitutto un atto fondativo; ma, diversamente da quanto accaduto nel caso degli altri colonialismi di tale natura (Nord America e Australia), che hanno potuto portare a termine la eliminazione/sostituzione della popolazione autoctona anche grazie al fatto che non vi fossero paesi confinanti ove questa fosse presente, Israele si è collocata in un contesto regionale nel quale è invece circondata da paesi con la medesima composizione etnica della popolazione originaria del territorio occupato. Pertanto, la guerra è stata non solo necessaria per l’instaurazione dello stato ebraico, ma è divenuta anche una necessità difensiva, nel senso che è lo strumento attraverso il quale Israele impedisce il suo rigetto come corpo estraneo, rispetto al contesto regionale.

Sino agli anni ’70, ciò ha significato fondamentalmente due guerre, quella dei sei giorni (nel 1967) e quella dello Yom Kippur (nel 1973), condotte contro alcuni degli stati arabi vicini. Guerre che hanno tra l’altro consentito di occupare ulteriori territori, annettendoli allo stato israeliano. E queste due guerre si sono intrecciate con tutta la prima fase della lotta di liberazione palestinese, quella definibile come del nazionalismo laico, che comportarono tra l’altro una invasione del Libano, con l’assedio di Beirut.

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Published: 14 October 2025
Created: 11 October 2025
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gliasini

Bambini senza infanzia, futuro senza bambini

di Aurora Caredda e Giovanni Pillonca

diritti dei bambini.jpgAl termine di quale processo formativo un soldato arriva a inquadrare nel suo mirino telescopico la testa di un bambino? Come può accadere che non ci sia niente che gli impedisca di premere il grilletto? Sono domande che sorgono dopo aver letto la testimonianza di 99 medici e paramedici volontari che hanno prestato la loro opera negli ospedali di Gaza e che il 2 ottobre 2024 inviarono una lettera a Joe Biden, chiedendogli di fermare Israele. Di seguito, in articoli sul NYT– altri medici e paramedici denunciarono in particolare l’orrore dei bambini bersagli deliberati di violenza. Lo rivelavano le ferite alla testa o al petto, anche in bambini di età inferiore ai 5 anni e le conseguenze dirompenti dei micidiali proiettili a frammentazione. Uno dei firmatari della lettera a Biden, Feroze Sidhawa, un chirurgo californiano scriveva: “Non ho mai visto ferite così terribili e in tale quantità avendo a disposizione così poche risorse. Le nostre bombe stanno abbattendo donne e bambini a migliaia. I loro corpi mutilati formano un monumento alla crudeltà”. Dei circa 1.100.000 bambini che costituiscono quasi la metà della popolazione di Gaza, 18.000 gli uccisi, due terzi dei quali avevano meno di 13 anni, 40.000 gli orfani di almeno un genitore, tra i 3000 e i 4000 i mutilati (Unicef), la più alta percentuale al mondo, spesso dopo amputazioni d’emergenza eseguite senza anestetici. Profondo il trauma di tutti i sopravvissuti.

Chi ha familiarità con la storia di Israele sa che non si tratta di una pratica sconosciuta. Ilan Pappe in Ten Myths About Israel, riporta la poesia di Natan Alterman, “Una questione di nessuna importanza”, pubblicata sul quotidiano Davar nel 1951, a tre anni dalla fondazione dello stato:

La notizia è apparsa brevemente per due giorni, poi è scomparsa./ E a nessuno sembra importare, e nessuno sembra saperlo./ Nel lontano villaggio di Um al-Fahem,/ I bambini – dovrei dire cittadini dello Stato – giocavano nel fango/ E uno di loro sembrò sospetto/ a uno dei nostri valorosi soldati/ che gli gridò: Fermo!/ Un ordine è un ordine /Un ordine è un ordine,/ ma lo sciocco ragazzo non si è fermato,/ è scappato via./ Così il nostro valoroso soldato ha sparato,/ non c’è da stupirsi./E ha colpito e ucciso il ragazzo./E nessuno ne ha parlato.

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Published: 14 October 2025
Created: 10 October 2025
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sbilanciamoci

I robot cinesi alla conquista del mondo

di Vincenzo Comito

Complice il problema del progressivo invecchiamento della popolazione e le previsioni di drastico calo demografico, Pechino sta investendo molto per azzerare il divario tecnologico e diventare leader anche del settore della robotica

kmsofvodjdPremessa

Un’analisi anche sommaria degli sviluppi in atto nel settore della robotica presenta un rilevante interesse, permette, tra l’altro, di intravedere alcune tendenze importanti sul fronte dell’evoluzione tecnologica, nonché sulla gara tra i vari Paesi – in particolare sul ruolo sempre più ingombrante della Cina e dell’Asia – e infine accende un faro sull’influenza delle nuove macchine nel mondo del lavoro.

Per molti decenni le grandi promesse relative allo sviluppo della robotica sono andate per la gran parte deluse; nonostante qualche avanzamento, i singoli prodotti si presentavano sul mercato come molto costosi, ingombranti, rigidi, limitati in genere ad un solo compito. Così se pure è vero che il business è certamente cresciuto nel tempo, lo ha fatto meno di quanto ci si aspettasse. Le attese fantasiose dei media e dell’opinione pubblica in merito alle meraviglie dei robot, nonché quelle negative dei lavoratori e dei sindacati sulle conseguenze relative ai livelli di disoccupazione che l’introduzione di tali macchine avrebbe comportato non si sono, sino a ieri, materializzate che in misura molto ridotta.

 

Gli sviluppi tecnologici

Poi, lentamente, le cose hanno iniziato a cambiare. I robot si sono fatti sempre meno ingombranti, meno costosi, molto più flessibili e il mercato è progressivamente decollato. Ora le prospettive di sviluppo, con le conseguenze del caso, sembrano molto rilevanti.

Tradizionalmente è stato il settore industriale, a cominciare dall’auto, a fare la parte del leone sul mercato, mentre più di recente, accanto all’impiego in linea, i robot vengono sempre più utilizzati in attività sussidiarie, quali quelle del magazzinaggio e della logistica.

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Published: 14 October 2025
Created: 13 October 2025
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VENEZUELA. Machado premio Nobel

Le voci dal Paese sotto assedio

di Geraldina Colotti 

Screenshot 2025 10 13 062401.pngUn operaio italiano di grande esperienza, che vede le cose “dall’alto” perché, da scalatore professionista, fa lavori in quota, ha commentato l’attribuzione del Nobel alla golpista venezuelana, Maria Corina Machado, servendosi di un proverbio turco: “E gli alberi votarono ancora per l’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro, in quanto aveva il manico di legno” .

Identica saggezza si riscontra anche “dal basso”, qui in Venezuela: fermo restando che il termine “dal basso”, riferito alle classi popolari, farebbe inorridire gli storici che si dedicano al recupero della “historia insurgente”, intesa come scontro materialistico di interessi di classe, soggetta a vittorie e sconfitte, ma non al confinamento di chi produce la ricchezza nella categoria rassegnata di quelli “che stanno in basso”, giacché lottano per farsi potere popolare.

A certe latitudini dove i “dannati della terra” hanno la pretesa di governare, non è una sottigliezza ideologica: qui, una scure è una scure. Lo sanno i lavoratori argentini, che cercano di rovesciare la “motosega” calata sui diritti dal trumpista Milei. E lo sanno i lavoratori venezuelani, che ben intendono il programma politico della trumpista Machado, ammiratrice di Netanyahu, al quale ha pubblicamente chiesto di fare contro i chavisti, “lo stesso lavoro che ha fatto a Gaza”. Infatti, si sa che le bombe distinguono tra i bambini dei chavisti e quelli di opposizione, che si devono preservare…

E, infatti, il popolo identifica Machado, che da anni chiede e organizza violenze e “sanzioni”, con il personaggio della Sayona, una delle figure più famose e terrificanti del folklore venezuelano. Un’apparizione spettrale che fa parte delle leggende metropolitane e rurali del paese, rievocata a ogni apparizione di Machado sui palcoscenici internazionali per chiedere ai suoi padrini occidentali: “Più sanzioni”. Ovvero, più sofferenze da infliggere al popolo venezuelano per spingerlo a rinnegare il socialismo, a cui rinnova la fiducia da 26 anni.

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Published: 14 October 2025
Created: 09 October 2025
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linterferenza

Il “piano di pace” di Trump è una truffa

di Fabrizio Marchi

A due anni dall’inizio della carneficina di Gaza l’attuale capo politico dell’impero occidentale (ma ricordiamo sempre che nell’Occidente non è la politica a comandare ma il capitale che sta dietro le quinte) ha deciso che Netanyahu e la sua banda di nazisti assassini, per ora, devono darsi una calmata e addivenire a degli accordi, con chi e perché, lo dirò fra poco. Ma è e sarà vera pace? La risposta è ovvia ed è no, perché si tratta di una trappola per i palestinesi.

Vediamo cosa c’è dietro questa “proposta di pace”.

Il Medio Oriente è un’area strategica per gli Stati Uniti, per questioni economiche, commerciali, energetiche e geopolitiche, di conseguenza non possono mollarla, costi quel che costi. Andiamo per ordine.

La Palestina è, diciamo così, l’ultima “stazione” dell’IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), meglio conosciuta come “Via del Cotone”. La “Via del Cotone” è una grande rete di infrastrutture, ferrovie, porti, strade, pipeline, gasdotti, corridoi digitali ed elettrici che parte dall’India e arriva fino all’Europa passando, appunto, per la Palestina e da lì in Europa. Un progetto gigantesco finalizzato, oltre che alla crescita economica e commerciale dei paesi interessati, al trasporto di una enorme quantità di merci dall’India, come dicevo, fino all’Europa. Gli stati che hanno promosso questo progetto sono Stati Uniti, Unione Europea, Francia, Germania, Italia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

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Published: 14 October 2025
Created: 18 September 2025
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chartasporca

Ciò che precede

Appunti intorno a Finché la vittima non sarà nostra di Dimitris Lyacos

di Andrea Carnevale

 

La tempesta primordiale

L’Angelus Novus di Klee è per Benjamin la figura della storia che avanza inesorabile, sospinta dalla tempesta primordiale, e distrugge inevitabilmente ad ali spiegate ogni cosa. Il suo volto guarda all’indietro, capace solo di contemplare le macerie che si lascia alle spalle. Finché la vittima non sarà nostra pare evocare proprio questa figura. Pare soltanto però, perché l’Angelo della storia di Benjamin è una metafora, il nuovo libro di Lyacos —salvo che per un unico aspetto, su cui occorrerà tornare — no.

Il lettore inizia così a cercare nel caleidoscopio delle categorie letterarie quella, o quelle, entro cui poter inserire l’opera per riuscire a definirla: distopia, favola nera, opera mondo… Nomi della letteratura. Ma Finché la vittima non sarà nostra gli scappa via, è uno strano liquido che, appena lo si prova a versare in qualche contenitore letterario, si rapprende, si solidifica, si oppone.

Più facile allora concentrarsi sul contenuto. E qui non si può sbagliare: l’opera ha per oggetto e tema la violenza. Facile. No, difficile: quale violenza? Nelle diverse inquadrature, nell’autonomia (che non è indipendenza) dei capitoli, la violenza messa in scena da Lyacos (in un procedere assemblato che è insieme testimonianza e rappresentazione) progredisce infatti reinventando sé stessa: dal cannibalismo all’omicidio religioso, dalla guerra dall’esilio e dalla tortura fisica alla rarefatta coercizione della Legge, dalla disciplina carceraria e dall’isolamento al massacro industriale e al lavoro forzato.

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Published: 14 October 2025
Created: 09 October 2025
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contropiano2

La “democrazia” occidentale va al patibolo

di Dante Barontini

Zitto zitto, quatto quatto, è saltato il tappo che conteneva il malessere sociale nella gabbia della passività E altrettanto in silenzio – ufficiale, per lo meno – è saltato il mantra che descriveva il “guardino occidentale” come “democrazie” contrapposte, soprattutto sul piano valoriale, alle “autocrazie”.

Ci avete fatto caso? Non c’è più un ospite di talk show che provi ad avventurarsi su questo terreno paludoso…

il “merito” – si fa per dire – è del veloce scivolamento delle istituzioni occidentali, al di qua e al dà dell’Atlantico.

In Gran Bretagna il governo sedicente “laburista” di Starmer do la caccia agli attivisti per la Palestina arrestando sia in strada a che a casa, anche quando vivono ormai in carrrozzella.

In Francia il banchiere Macron, forse sulla porta d’uscita dall’Eliseo, ha fatto sempre caricare qualsiasi protesta con grande profusione di flashball ad altezza d’uomo e manganellate come se piovesse.

In Italia si risparmia sulle flashball, ma per nulla sulle manganellate, al punto che gli agenti di polizia si colpiscono spesso tra loro ma comunque rimediano qualche giorno di “malattia” grazie a medici e superiori compiacenti.

In Germania le cose non vanno meglio, con un plus idologico paranazista che anticipa l’arrivo al potere dei nazisti veri (ormai al 30% nei sondaggi), che si troveranno un mega-riarmo già apparecchiato per ricreare “il più forte esercito d’Europa”.

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Published: 14 October 2025
Created: 14 October 2025
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sinistra

Ecco perché Ursula Von Der Leyen doveva essere sfiduciata

di Umberto Franchi

Le mozioni di sfiducia presentate il 6 ottobre con le motivazioni sono due: la prima, sui dazi in quanto è stata firmata la resa commerciale dell’Europa; la seconda in quanto la Commissione Europea presieduta dalla Von Der Leyen è complice nel genocidio commesso a Gaza dagli Israeliani.

Ma vediamo razionalmente la storia di ciò che è avvenuto e le motivazioni.

 

DAZI USA

Allo stato attuale non è chiaro se la guerra commerciale voluta da Trump abbia come fine la nuove barriere commerciali protezionistiche per arginare la concorrenza mondiale o anche come mezzo di intimidazione internazionale al fine di altri obbiettivi politici. Sta di fatto che le potenze giunte ai patti con Trump come l’Unione Europea, il Giappone, Cora del Sud, ed in parte la Gran Bretagna (ma non la Cina) , hanno ceduto alle sue principali richieste e subiscono un significativo aumento dei dazi , uscendo dal confronto con gli USA con “le ossa rotte”.

La storia dei dazi da quando Trump è diventato Presidente, ha visto: prima ad aprile, la dichiarazione di guerra commerciale “Liberation Day”, ma al primo panico finanziario aveva proclamato una tregua di tre mesi.

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Published: 13 October 2025
Created: 09 October 2025
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ilpungolorosso

Dopo le grandissime giornate di lotta del 3 e 4 ottobre

di Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Dopo le grandissime giornate di lotta del 3 e 4 ottobre: ora bisogna continuare e andare fino in fondo, per dare maggior forza alla resistenza del popolo palestinese e buttare giù dalle piazze il governo Meloni

Screenshot 2023 10 29 181408.pngMolti, per prime le organizzazioni palestinesi, hanno fatto ricorso al termine “storico” per definire le magnifiche giornate di lotta del 3 e 4 ottobre. Forse è prematuro. Ma lo sciopero generale politico – vero! – per la Palestina proclamato inizialmente dal SI Cobas, e poi assunto dalla Cgil e dall’Usb, e i giganteschi cortei di Roma e Milano segnano con certezza un grande risveglio sociale e politico.

La solidarietà con la Palestina e – in misura assai minore – con la resistenza del popolo palestinese è diventata finalmente un fenomeno di massa. Anzitutto in una nuova generazione di giovani e giovanissimi fino a poco tempo fa apparentemente del tutto passivi, atomizzati, apolitici. In gran parte giovane proletariato candidato a precarietà e assenza di futuro: figli/e dell’immigrazione e italiani doc, che sempre più si sentono immigrati in quella che è, sulla carta d’identità, la “loro” terra. E poi settori significativi della classe lavoratrice salariata – oltre i facchini della logistica, ferrovieri, portuali, autisti dei trasporti locali, operai/e e impiegati/e dell’industria (non in prima fila, però), docenti delle scuole (molti), infermieri e medici, dipendenti di enti pubblici. Accanto a loro, e trainati da loro, settori di “popolo”, inclusi singoli elementi di quelle classi medie accumulative che sono schierate in forza con il governo e i poteri costituiti filo-sionisti.

Ciò che ha unito questa variegata composizione sociale è un mix di conscio e di inconscio. Il rifiuto consapevole del genocidio in corso a Gaza a opera del governo e dell’esercito di Israele in quanto inumano. L’ammirazione, ma non sempre consapevole, della forza, del coraggio, della dignità, del popolo palestinese. Il sentimento ancora meno consapevole, se ci riferiamo alla maggioranza dei manifestanti, di appartenere al mondo degli oppressi – che i settori più coscienti del movimento hanno espresso con il “siamo tutti palestinesi”, cogliendo l’unità di destino tra il popolo palestinese e gli sfruttati delle metropoli europee e occidentali.

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Published: 13 October 2025
Created: 08 October 2025
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transform

L’Europa e la giungla

di Carlos X. Blanco

Proponiamo la traduzione in italiano del’articolo di Carlos X. Blanco, pubblicato originariamente in spagnolo sul numero 452 della rivista El Viejo Topo-

roma4ott3.jpgI paesi occidentali dormono, e questo sonno è il pisolino che precede la notte più lunga: la notte dell’estinzione.

Dormono, il che significa disconnessione dalla realtà. Il pisolino è profondo, poiché quasi tutti si trovano di fronte a immagini che soppiantano la realtà, immagini che assomigliano a “una” realtà ma che in ultima analisi li allontanano da essa. Ma soprattutto, molte minacce e molti pericoli incombono su di loro.

I paesi occidentali si sono addormentati con la tranquillità che deriva dalla consapevolezza che qualcuno veglia su di loro. Quel qualcuno, l’Impero della Bandiera Stellata con le Strisce, non ha mai protetto noi europei in nessun momento. Quell’impero è nato rubando terre, attaccando paesi e massacrando popoli [vedi A. Scassellati, El Imperio Oculto: El expansionismo criminal estadounidense, Ratzel, 2025, anche in italiano qui]. Soltanto l’alienazione dei popoli sconfitti e colonizzati, e diversi decenni di propaganda e di violazione delle menti, spiegano perché la sorveglianza armata e la protezione dei “vecchi europei” furono interpretate come ciò che in realtà significava occupazione militare e subordinazione in tutti gli altri ambiti (politici, economici e culturali).

Quindi, il lettore mi permetterà di continuare con la metafora. Forse i paesi d’Europa, ormai convertiti all'”Occidente”, in senso stretto, non si sono addormentati? Forse è meglio svegliarsi e verificare cosa è realmente accaduto: che qualcuno ci ha versato un narcotico nel bicchiere.

L’Europa turbolenta e criminale delle “potenze” è andata in pezzi nella lunga guerra civile del 1914-1945. Gli imperi europei hanno sprecato milioni di vite e rovinato la gioventù di diverse generazioni in trincee e campi di battaglia, lande desolate e cimiteri dove il nazionalismo è diventato un sostituto mortale della religione.

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Published: 13 October 2025
Created: 08 October 2025
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La bolla dell’intelligenza artificiale sta per scoppiare

di Andrea Daniele Signorelli

bollaAi.png“Siamo entrati in una fase in cui gli investitori, nel complesso, sono eccessivamente entusiasti nei confronti dell’intelligenza artificiale? Secondo me, assolutamente sì”, ha affermato il fondatore di OpenAI Sam Altman. Parole non dissimili sono arrivate da Mark Zuckerberg, secondo il quale “è certamente una possibilità” che si stia formando una grande bolla speculativa. Da ultimo, anche Jeff Bezos ha rilasciato dichiarazioni simili.

Quando le stesse persone che, tramite le loro risorse, stanno favorendo lo sviluppo e la diffusione di una tecnologia si preoccupano della situazione finanziaria, significa che il rischio, come minimo, è concreto – anche perché le loro aziende risentirebbero più di ogni altra dei rovesci causati dallo scoppio di una bolla.

D’altra parte, basta osservare i numeri: per il momento le immense quantità di denaro che sono state investite per l’addestramento e la gestione dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM – Large Language Model) non stanno producendo risultati economici degni di nota. Peggio ancora: non è per niente chiaro quale possa essere un modello di business sostenibile per ChatGPT e i suoi compagni, e ci sono anche parecchi segnali che indicano come tutto l’hype (non solo finanziario) nei confronti dell’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi una colossale delusione (come indicano le ricerche secondo cui le aziende che hanno integrato l’intelligenza artificiale non hanno visto praticamente alcun effetto positivo).

Se le cose andassero così, all’orizzonte non ci sarebbe solo lo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, ma la fine – o almeno il drastico ridimensionamento – di una grande promessa tecnologica, che fino a questo momento non sembra essere sul punto di lanciare una “nuova rivoluzione industriale”.

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  1. Alex Marsaglia: Gaza: la Pax Americana
  2. Antiper: Tendenze della guerra globale: la depurazione dei fronti interni negli Stati Uniti e in Palestina
  3. comidad: L’arte di governo è eludere le responsabilità
  4. Gerardo Lisco: Da una debacle all’altra: forse si apre il confronto nel M5S
  5. Fabio Ciabatti: Contro il militarismo e la logica del nemico, la nostra parte non è già data
  6. Jacques Bonhomme: Contro il diritto internazionale
  7. Roberto Fineschi: Homo homini lupus?
  8. Fulvio Grimaldi: Piano di pace, piano di resa o piano della disperazione?
  9. Geraldina Colotti: “Chi c'è dietro, chi c'è dietro?” L'Algoritmo del Sospetto: 10 passaggi per dimostrare che il gatto ti sta manipolando
  10. Jeffrey Sachs: Una nuova politica estera per l’Europa
  11. Eros Barone: “Per chi suona la campana”: etica ed epica di un capolavoro della letteratura mondiale
  12. Leo Essen: Baran e Sweezy e il Potere operaio
  13. Geraldina Colotti: Perù in fiamme, Bolouarte sotto accusa: contestata all’ONU e nelle piazze
  14. Fabrizio Marchi: Il flop di DSP
  15. Alberto Giovanni Biuso: Migranti e capitale
  16. Enrico Tomaselli: Due anni, la Storia
  17. kamo: Aria frizzante. Un punto di vista dalla provincia sulla marea del «Blocchiamo tutto» 
  18. Riccardo Fedriga: IA è compatibile con noi?
  19. Docenti per Gaza: Il prossimo 14 ottobre, a Udine, si giocherà la partita di calcio tra Italia e Israele…
  20. Redazione Contropiano: Gli “scontri” di Roma. Come ti cucino un falso
  21. Militant: Da Roma a Gaza: Palestina vincerà!
  22. Francesco Piccioni: Manifestare per Gaza significa
  23. Fulvio Grimaldi: IL 7 ottobre è un altro e 1 milione di manifestanti lo sa
  24. Linda Brancaleone: È l’accademia, bellezza!
  25. Ferdinando Bilotti: Trump: il difensore delle élite che le élite non amano

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