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Raffaele Simone: Le buone azioni dello scettico

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Le buone azioni dello scettico

Franco Marcoaldi intervista il linguista Raffaele Simone, marxista-leopardista, impegnato e disincantato: "Il nostro è un paese dove è diventato difficile distinguere il vero dal falso"

Per affrontare in profondità la questione delle credenze è bene prendere in esame anche l´aspetto linguistico. Perciò il nostro terzo interlocutore è Raffaele Simone, ordinario di Linguistica Generale all´Università di Roma Tre e autore di importanti studi che spaziano tra storia, politica e trasformazioni culturali.


«Cominciamo col dire che in italiano, a differenza di altre lingue, si può credere a qualcosa o a qualcuno, ma anche in qualcosa o in qualcuno. A, in – queste due diverse preposizioni aprono una crepa semantica interessante. 'Credere a' significa dare credito alle dichiarazioni verbali di qualcuno. 'Credere in' ha invece una doppia valenza. Se io credo in un mio alunno, è perché penso che nel futuro farà belle cose, avrà fortuna. Confido nella speranza di una sua affermazione positiva. L´altro senso del 'credere in' poggia invece con fiducia su ciò che qualcuno fa, asserisce o è. Se affermo di credere nella sinistra, per esempio, questo non implica che avrà fortuna o si imporrà, ma che i suoi valori e il suo progetto politico mi convincono».

Proviamo a calare queste distinzioni semantiche nell´Italia di oggi.
«Quanto al credere a qualcuno, gli italiani credono sin troppo. Siamo anzi un popolo di creduloni. Ovvero di persone che per una serie di motivi storici tendono a prendere per buono tutto ciò che viene loro raccontato. Anche perché abbiamo una scarsa cultura del dato di fatto. Ed è un fenomeno che si riflette poi sulle più diverse forme di "credulità": dalla magia superstiziosa al bigottismo miracolistico, per finire con il potente di turno, il quale può dichiarare ciò che vuole, tanto sa che sicuramente qualcuno gli crederà».

Passiamo al "credere in".
«Temo che non si creda in nulla, in senso proprio. I valori condivisi sono deboli e quelli forti mancano del tutto: penso all´idea di patria, storia, bene pubblico, istituzioni, memoria. Sì, ogni tanto vengono agitati in modo pretestuoso, ma senza incidere nella convinzione intima delle persone. Non sono uno storico, ma ormai tra esperienze, letture e incontri, qualche idea me la sono fatta. Tutto rimanda a quella triade diabolica, ancor oggi viva e vegeta, che fu raccontata con micidiale chiarezza nei Promessi sposi. E cioè: prima di tutto, marcata presenza straniera, che allora significava dominazione spagnola e oggi si manifesta in una colonizzazione culturale, oltre che economico- politica, dettata dalla globalizzazione. Secondo, centralità delle mafie: si è passati da don Rodrigo a Provenzano, ma la musica non cambia. Terzo, il ruolo strabordante della Chiesa. Queste tre entità hanno reso inutile credere in qualunque idea. Mentre invece si crede via via al potentato prevalente, per opportunismo, convenienza o paura. La vicenda politica degli ultimi vent´anni, in questo senso, è emblematica: è difficile pensare che la maggior parte degli italiani che dicono di credere in Berlusconi credano veramente in lui».

E dunque?
«Dunque ci deve essere qualcosa 'sotto'. Magari quella che nella Francia del tardo rinascimento veniva chiamata servitù volontaria, la bramosia di sottomettersi a qualcuno. Oltre, naturalmente, al desiderio di 'dare una lezione a quelli lì'. Che sono poi la sinistra, gli intellettuali, lo Stato».

Facciamo un passo indietro: Nicola Chiaromonte, da me eletto a nume tutelare di questo "viaggio", sostiene che nel tempo della malafede le menzogne utili sostituiscono le verità inutili.

«Una definizione che si attaglia perfettamente al nostro caso. Ormai tra ciò che si pensa, quel che si dice e come stanno effettivamente le cose, c´è una totale scissione. La percezione del reale, nel discorso pubblico italiano, si è talmente attenuata che si ha spesso l´impressione che i fatti si siano dissolti».

L´alterazione strutturale del rapporto vero, falso, fittizio, è un tema che lei tratta, su scala globale, anche nel suo libro Il Mostro Mite, edito da Garzanti. E torna quanto mai utile per indagare il tema delle credenze.
«Abbiamo vissuto contemporaneamente due curvature oppressive, che hanno avuto riflessi importanti in campo cognitivo: quella della globalizzazione e quella del berlusconismo, che ha potuto sfruttare il medium globale per eccellenza, la televisione, ormai completamente scollata dalla realtà. I molti che la mattina per prima cosa guardano i programmi di Rete Quattro o Canale Cinque non hanno più alcuna percezione della vita reale. Pensi a un programma come quello della De Filippi: un vero e proprio trionfo dell´irreale, un Truman Show dell´orrore. Quelli che ballano e si dimenano seminudi sono assolutamente irreali».

In un contesto come questo, lei a quali convincimenti si attiene? In cosa crede?
«Io mi dichiaro, solo con una sfumatura di scherzo, un marxista leopardista. Conosce questa etichetta?».

Se non sbaglio è di Sebastiano Timpanaro.
«Giusto. Filologo, storico, filosofo, tra le menti più acute che abbia avuto questo paese, Timpanaro ci ha offerto di sé questa definizione. Marxista, perché crede nei contrasti violenti della realtà sociale e cerca di combatterli; leopardista, perché accompagna la sua lotta con una forma di sostanziale scetticismo. E insieme confida in una riserva di energia mentale sufficientemente ricca da permettergli di agire. In sintesi: finché stiamo qui, sebbene sia tutto vano, diamoci da fare».

Se non altro per capire. Per riconoscere, ad esempio, le nuove forme di credenza.

«Centrali, tra queste, mi sembrano il culto del corpo e quello dell´anima. Il primo è cosa relativamente recente. L´operazione fitness, se portata alle sue estreme conseguenze, impone anch´essa quella falsificazione della realtà di cui si parlava in precedenza. Il mito dell´eterna giovinezza mi costringerà a guardarmi allo specchio, piena o pieno di silicone, riconoscendomi in una persona che non sono più io. Quanto al culto dell´anima, risale all´avvento della psicanalisi e si estende poi grazie a forme sempre più plebee di psicologismo dozzinale. La scuola occidentale odierna, e non solo quella italiana, è la più psicologizzata di tutta la storia. L´anima del bambino, la sua affettività, il suo vissuto, sono diventate preoccupazioni preminenti dell´istituzione scolastica. Del resto, anche il vago bisogno di religione e spiritualità va in questa direzione, in direzione del sincretismo. Io parlerei addirittura di "fusion": si pesca un po´ qua e un po´ là, nella speranza che qualcuno, o qualcosa, faccia stare meglio il fantolino che abita dentro di noi».

Prima parlava di scuola: tutte le credenze, buone o cattive, in teoria dovrebbero partire da lì.

«In teoria, perché oltre che del credere, bisognerebbe parlare anche del non credere. E alla scuola, struttura massimamente rappresentativa della razionalità occidentale, non crede purtroppo quasi più nessuno. Quantomeno in Italia: l´unico paese in cui chi lavora nella scuola goda di così poco credito collettivo. Cosa tanto più grave, visto che in epoca di globalizzazione, la scuola come sede propria della formazione, è stata scavalcata. Voglio dire, i ragazzi non sono interessati tanto a ciò che la scuola gli propone e impone, ma a quanto sperimentano altrove: droga, musica, ballo, sesso, viaggio, socializzazione. Se il compito della scuola occidentale era quello di offrire un sapere moderatamente razionale, ordinato e orientato a principi di spirito critico, con un minimo di formalizzazione, oggi, di fronte alla sua vertiginosa rovina, si accumulano molte esperienze, o surrogati di esperienza, ma nessun sapere. Si crede, non si crede, ma che cosa si sa?».

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L’esigenza comunista. Nota sul concetto di «classe»

Andrea Cavalletti

Il 6 maggio 1934 Walter Benjamin rispondeva al suo amico Scholem: «Di tutte le forme e le espressioni possibili il mio comunismo evita soprattutto quella di un credo, di una professione di fede [...] a costo di rinunciare alla sua ortodossia – esso non è altro, non è proprio nient’altro che l’espressione di certe esperienze che ho fatto nel mio pensiero e nella mia esistenza, è un’espressione drastica e non infruttuosa dell’impossibilità che la routine scientifica attuale offra uno spazio per il mio pensiero, che l’economia attuale conceda uno spazio alla mia esistenza [...] il comunismo rappresenta, per colui che è stato derubato dei suoi mezzi di produzione interamente, o quasi, il tentativo naturale, razionale di proclamare il diritto a questi mezzi, nel suo pensiero come nella sua vita».

Non potrebbe darsi espressione più lucida, insieme più sobria e più potente, di quella che, volendo attenerci al vocabolario benjaminiano, potremmo chiamare l’esigenza comunista. Il comunismo antidogmatico, estraneo all’ortodossia, non proviene per Benjamin da una qualche lontana educazione ideologica, non risale a una tradizione, non dipende dalla saldezza di un ideale e meno ancora della realizzazione storica, in forma aberrante di stato, di queste tendenze: nasce dalla pura e semplice constatazione di un’impossibilità. Ma la constatazione non è affatto la cosa più facile.

Se il comunismo è l’esigenza di chi è stato derubato dei suoi mezzi di produzione, se l’attualità di queste parole risiede nella loro esattezza antipsicologica, esse esigono da noi la stessa precisione: occorre constatare questa situazione per poter davvero essere comunisti, e se saremo capaci di lasciare paure e speranze, raggiungendo questa drastica chiarezza, non potremo che essere comunisti.
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