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Giorgio Gattei: Attenzione che qui cambia geopolitica!

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Attenzione che qui cambia geopolitica!*

di Giorgio Gattei

chimerica_eurussia_500.1.jpgInterrompo l’indagine sul «fenomeno cinese» per segnalare un decisivo mutamento di strategia geopolitica da parte degli Stati Uniti. Ho già raccontato (vedi gli Avvisi nn. 37-39) come la geopolitica occidentale, elaborata soprattutto da Mackinder e Spykman, si basi sulla supposizione (fondata o meno non importa, essendo sufficiente che ne siano convinte le diplomazie) che c’è nel mondo un’area geografica particolare (il “cuore della terra” o Heartland) il cui controllo consente il dominio del mondo. Questo luogo strategico è posizionato nelle steppe euro-asiatiche e quindi interessa la Russia e la Cina interna. Tuttavia, per esercitare il dominio sul mondo, occorre che l’Heartland arrivi ad affacciarsi sui mari caldi e quindi trabocchi sulle zone rivierasche che lo circondano (le “terre di contorno” o Rimlands) rappresentate nell’ordine dall’Europa, dal Medio Oriente, dalle penisole indiana e indocinese e dalla Cina costiera.

Per i paesi esterni all’Heartland e ai Rimlands, come Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone, si pone quindi il problema strategico d’impedire che un Heartland troppo forte s’impadronisca dei Rimlands (è la geopolitica di Mackinder), ma pure che un Heartland troppo debole venga sopraffatto da un Rimland all’offensiva (è la geopolitica di Spykman).

Nel corso del Novecento la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone hanno dovuto contrastare dapprima (alla Mackinder) l’espansionismo della Russia e poi dell’Unione Sovietica verso l’Europa e l’Asia, ma quando la Germania nazista s’è gettata sull’URSS e il Giappone sulla Cina, allora Stati Uniti e Gran Bretagna si sono affrettati a sostenere (alla Spykman) le due nazioni aggredite, nonostante che l’URSS fosse proprio quella di Stalin. La successiva Guerra Fredda, svanite le minacce tedesca e nipponica, ha ripristinato la geopolitica di Mackinder con il contenimento da parte degli Stati Uniti e loro alleati nella NATO e nella SEATO di qualsiasi traboccamento dell’URSS e della Cina, nel frattempo diventata “rossa”, sui Rimlands confinanti. Come sappiamo la grande partita ha avuto esiti contrastanti: pareggio in Corea, stallo in Europa, sconfitta americana in Vietnam, sconfitta sovietica in Afghanistan.

Poi c’è stato, inaspettato, il crollo dell’URSS. E mentre la Russia precipitava in una dissoluzione progressiva, il Rimland europeo si dava una unità monetaria che portava alla creazione dell’euro concorrenziale al dollaro ed il Rimland arabo accarezzava ambizioni di “rinascita islamica” anche mediante il terrorismo di frange estremistiche (l’attacco alle Torri gemelle). E’ allora che la geopolitica americana ha riscoperto Spykman perché adesso la Russia post-sovietica doveva essere sostenuta anche finanziariamente dalle mire europee e la Cina rossa poteva venire cooptata nel commercio internazionale purché collaborasse alla “crociata antislamica”. Nei confronti dei nuovi avversari, adesso rappresentati dall’Unione Europea e dal Medio Oriente, si è però proceduto diversamente: nei confronti della prima si è impedito il costituirsi di un “nocciolo duro” (potenzialmente anti-atlantico) tra Francia e Germania ammorbidendolo dentro l’allargamento progressivo dell’Europa agli ex-satelliti sovietici più filoamericani; verso il secondo si è usata direttamente la maniera forte dell’occupazione militare di Afghanistan ed Iraq.

Ma il tempo passa e le cose cambiano. All’ombra della stabilizzazione geopolitica imposta da Bush “il piccolo” la nuova Russia di Putin si è ripresa dallo sfacelo approfittando delle esportazioni di gas verso l’Unione Europea che la ripagava in euro, mentre la Cina rossa, convertendo il proprio avanzo commerciale verso gli USA nell’acquisto dei titoli di stato emessi da quelli, ne è diventata il principale finanziatore. Si è venuta così creando un doppia dipendenza dell’Europa dalla Russia per il fabbisogno energetico (“Eurussia”) e degli Stati Uniti dalla Cina per il fabbisogno finanziario (“Chimerica”). Sono queste le due prospettive di dipendenza che il nuovo presidente americano Obama deve sparigliare. Ma in che modo se non ritornando alla geopolitica di Mackinder e quindi ripristinando l’ostilità verso la Russia e la Cina? Sì, ma i quali forme, dati gli attuali rapporti di forza?

Nei confronti della Russia non si può consentire che le nazioni europee indulgano a trattative commerciali con quella, come la Germania con il progetto di gasdotto Nord Stream che bypasserebbe la fidata Polonia, ma nemmeno l’Italia con il progetto di gasdotto South Stream, che, oltre a bypassare l’Ucraina, vanificherebbe l’oleodotto Nabucco sponsorizzato dagli Stati Uniti che dovrebbe portare in Europa il petrolio da Baku a Ceyhan (Turchia) bypassando... la Russia! Ma neppure la Francia è ben vista per la resistenza ad accogliere nell’Unione Europea la Turchia, un’adesione che aprirebbe il varco (la Turchia non è geograficamente europea) al successivo ingresso nella UE di Israele coinvolgendo così direttamente l’Europa nella questione palestinese.

Rispetto alla Cina Obama deve invece arrivare a ridurre la dipendenza finanziaria degli USA per i Treasury bonds. E ciò proprio quando se ne prevede una emissione esagerata a sostegno dell’economia in difficoltà e mentre Pechino e Mosca minacciano di non sottoscriverne più abbastanza. Ci vorrebbero sottoscrittori alternativi, ma dove trovarli se non proprio in quel Medio Oriente finora criminalizzato dalla islamofobia di Bush “il piccolo”? Ecco quindi la clamorosa svolta geopolitica di Obama all’Università del Cairo: il mondo islamico è faro di civiltà e resta un alleato, soprattutto se si impegna a dirottare i propri capitali verso gli Stati Uniti. Ma la svolta finanziaria ha un prezzo: comporta un avversario e una vittima in Medio Oreinte. La vittima è Israele che deve accettare l’esistenza di uno Stato palestinese; l’avversario è l’Iran sciita che, stretto tra la doppia minaccia dell’atomica israeliana e della atomica pakistana (già messa in sicurezza dai marines americani), cerca di farsi anch’esso potenza nucleare. Questo non va bene ad Israele (e si capisce), ma nemmeno agli arabi sunniti che in cambio dell’allineamento finanziario esigono che Obama faccia qualcosa. Però verso l’Iran è difficile impiegare la “maniera forte” (pure invocata da Israele) e quindi bisogna provare con la sovversione interna mediante una di quelle “rivoluzioni colorate” così ben rodate in Ucraina e in Georgia. Al momento il ribaltamento elettorale è riuscito in Libano con Hariri, ma è fallito in Iran con Moussavi. Tuttavia i sauditi, con tutti i loro soldi in mano, premono per l’incasso della contropartita.

* Avviso ai naviganti n. 48 (“Contropiano”, 2009, n. 4)

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Contro il pessimismo (degli “intellettuali”)

Fabio Frosini

I marxisti hanno interpretato la propria tradizione, finora, con il linguaggio della vulgata o con le raffinatezze del più dotto accademismo. Ai «nuovi marxisti» si richiede invece di far progredire la ricerca (come ricerca sulle cose) impiegando – se possibile – una lingua scarna e largamente accessibile: recuperando – per così dire – alcuni pregi di chiarezza didascalica che furono del vituperato diamat sovietico, senza ripeterne gli schematismi ideologici; o, se si preferisce, assimilando la virtù stilistica della cultura anglosassone, senza ricadere nelle angustie della visione empiristica1.

1. Contro il pessimismo

Così titolava Antonio Gramsci l’editoriale pubblicato in grande evidenza nel secondo numero del rinato “L’Ordine Nuovo”. Era il 15 marzo 1924. Il primo del mese, il primo numero della nuova serie si apriva con un altro editoriale, Capo, tutto dedicato a un confronto tra Lenin e Mussolini, tra la dittatura del proletariato e la dittatura fascista. Lenin era morto da pochi giorni, il 21 gennaio, e tutto il presente poteva apparire, a un militante comunista in esilio, sotto una cattiva stella. Eppure, con quella combinazione tra l’analisi comparativa di fascismo e comunismo, e la netta critica del pessimismo, Gramsci si ripresenta sulla scena italiana – rientrerà solo in maggio, grazie all’immunità garantitagli dall’elezione alla Camera dei deputati – tentando di rianimare le truppe disperse e disanimate del piccolo partito nato tre anni avanti a Livorno.

Così inizia Contro il pessimismo: occorre

fare un esame di coscienza, un esame del pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo svolgere, contribuendo così a chiarire la nostra situazione, contribuendo specialmente a dissipare questa oscura e grave nuvolaglia di pessimismo che opprime i militanti più qualificati e responsabili e che rappresenta un grande pericolo, il più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire. Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e la tradizione del partito se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso irresistibile, e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera?2

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