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Daniela Ricci: Appropriazione indebita di una lingua e dissimulazione della realtà

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Appropriazione indebita di una lingua e dissimulazione della realtà

di Daniela Ricci*

L’ideologia neoliberista in salsa italiana, nel tentativo di imporsi definitivamente come pensiero unico dominante, sta mettendo in atto una colossale opera di appropriazione indebita della lingua italiana, usando lo strumento linguistico a fini mistificatori.

“All’inizio era il verbo”, potremmo chiamare così questo sfacciato piano di mistificazione sostenuto dai media embedded al servizio delle elites finanziarie, che vuole“ribattezzare” le cose chiamandole non più con il loro nome, ma con vocaboli non pertinenti, proprio al fine di dissimularne la vera sostanza.

Servirsi delle parole per nascondere la realtà significa, di fatto,  renderle un semplice involucro, atto a coprire una sostanza che spesso  le contraddice. Il tutto per  arrivare a propinarci  anche l’inverosimile. E’ un vero e proprio sequestro del vocabolario italiano a fini di lucro, dove la posta in gioco è la salvezza di un sistema economico in crisi, quale è quello capitalistico, e degli enormi interessi economici e finanziari ad esso correlati.


Gli albori di questo processo di stravolgimento della nostra lingua  furono ai tempi della “guerra umanitaria” in Kossovo , combattuta nel 1999, anche in nome del popolo italiano, nostro malgrado, proprio facendo leva su quell’ossimoro permanente che associa la guerra alla difesa dell’umanità e che consentì al governo D’Alema di aggirare l’articolo 11 della Costituzione, (“L’Italia ripudia la guerra”).

Nel 2001 e nel 2003 e’ stata poi la volta della “guerra preventiva”, dichiarata, anche in nome del popolo italiano, rispettivamente, contro Iraq ed Afghanistan, prima che “il nemico” (Saddam Hussein nel primo caso, Bin Laden, nel secondo) potesse nuocere all’Occidente.


Si è trattato, in entrambi i casi, di guerre giustificate come interventi necessari, per difendersi da un “nemico” che, si diceva, fosse in possesso di armi di distruzione di massa (nel primo caso) o che si additava come il responsabile degli attentati alle Torri Gemelle di New York ( nel secondo caso) e che, quindi, doveva essere attaccato prima che potesse agire contro di noi.


Poco importa se poi non si sia riusciti a dimostrare né che Saddam Hussein possedesse quel tipo di armi, né che Bin Laden fosse il mandante dell’attentato alle due Torri, l’essenziale era far passare la guerra come cosa buona e giusta.


In realtà, queste due guerre si sono rivelate, negli anni, due terribili esperimenti sull’umanità, che hanno costato moltissimo, non solo in termini di vite umane, ma anche in termini di annichilimento delle coscienze, neutralizzate proprio grazie ad una campagna mediatica, che ha fatto del linguaggio uno dei principali strumenti di distorsione della realtà.

Guerre micidiali, che hanno provocato milioni di vittime, sono state fatti passare, infatti, agli occhi dell’opinione pubblica italiana e mondiale, come inevitabili, grazie non solo alla falsificazione degli eventi, ma anche alla mistificazione linguistica.


Lo stesso copione è stato replicato recentemente con la guerra in Libia, altra “guerra umanitaria”, combattuta, di fatto, anche dall’Italia, in difesa dei “civili libici” “bombardati”, si diceva, dal dittatore Gheddafi.

Poco importa se quest’ultima cosa  non sia stata mai dimostrata, né che altri civili libici siano morti sotto le nostre, innumerevoli, micidiali, bombe, perché l’appellativo di “umanitaria” è in grado non solo di giustificare, ogni volta, l’inizio di una guerra, ma anche di coprire la drammaticità che è connaturata ad essa.

Ed è importante dire che se le guerre in Kossovo, in Afghanistan e in Iraq, hanno suscitato un coro di reazioni contrarie da parte dell’opinione pubblica, lo stesso non può dirsi per la guerra in Libia, che è stata combattuta nel silenzio, pressoché totale, del mondo pacifista, a riprova di come, a distanza di nove anni dalla guerra in Iraq, si sia prodotto, nel tempo, un forte annichilimento delle coscienze, che risultano ormai, evidentemente, prive di qualsiasi strumento di analisi obiettiva della realtà, tanto che quest’ultima è stata riconosciuta come “guerra  necessaria”, quasi all’unanimità dall’opinione pubblica italiana e mondiale.


Come tutte le guerre, anche quelle combattute in questi ultimi 13 anni, oltre a portare distruzione e morte, hanno gettato le basi per la ricostruzione, sia in termini di infrastrutture, scuole, ospedali, ecc.., nei paesi interessati, sia in termini di ristabilimento di condizioni favorevoli per chi le ha volute e progettate : USA, Francia, Inghilterra.


Si sono gettate, cioè, le basi per nuovi colonialismi, anticamera di un nuovo ordine mondiale, e tutto questo è passato davanti ai nostri occhi, ogni volta, come un operazione “umanitaria”, grazie al supporto dei media, che avvalendosi di immagini e parole falsate coprono quello che appare, a tutti gli effetti,  un tentativo di restaurazione di vecchi modelli di sviluppo, di vecchi rapporti di potere, sebbene ammantati di nuovo.


La mistificazione linguistica gioca un ruolo importantissimo in tutto questo, contribuendo alla falsificazione delle cose e degli eventi, alla tessitura del nuovo abito con cui si cerca, ad ogni costo, di imbellettare il capitalismo ( e i suoi risvolti imperialistici) e di renderlo accetto ai più, nonostante sia ormai evidentemente un sistema economico fallito.


Questo ruolo di persuasione delle masse è affidato alla mistificazione linguistica, non solo per convincerle della necessità/ inevitabilità di un conflitto, ma anche per far loro accettare manovre finanziarie “lacrime e sangue”, come quella, nel contesto italiano, voluta dal governo Monti, che di quel pensiero unico, che vuol farsi dominante incontrastato, è uno dei principali paladini.


Con la manovra “Salva Italia” ha preso forza, infatti, non solo il ricorso a neologismi che nascono dall’accostamento di sinonimi e contrari, a cui siamo ormai, sembra, assuefatti, ma anche l’uso improprio del lessico,  che è chiamato, spesso, ad esprimere cose che non corrispondono, nella sostanza, al suo significato.


Così, il sostantivo “equità”,dal latino equus (=eguale), sinonimo di giustizia, è usato dal  Presidente del Consiglio e dal ministro del Lavoro Fornero per esprimere un concetto che nulla ha a che vedere con l’etimologia della parola. Con la manovra “Salva Italia”, infatti, la parola “equità” significa “equiparare”, “uguagliare”, abbienti e meno abbienti,  lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori precari, ma non secondo giustizia e reale uguaglianza, come suggerirebbe la parola, perché, se così fosse, ci dovrebbe essere una equa ridistribuzione della ricchezza.


Invece, questo uso fuorviante del lessico, fa diventare“equo” togliere un po’ di soldi a tutti, abbienti e meno abbienti; poco importa se sottrarli ai primi non abbia lo stesso valore che toglierli ai secondi, vista la disparità dei redditi, ciò che conta è propinare questa operazione come cosa buona e giusta, proprio ricorrendo all’appellativo di “equa”.


Allo stesso modo si mira ad “equiparare” lavoratori precari e lavoratori a tempo indeterminato, preannunciando un contratto unico a tempo indeterminato per tutti (detta così la cosa sembra estremamente vantaggiosa agli occhi dei milioni di precari italiani !); ma, in realtà, questo  tipo di contratto non darà più garanzie a nessuno, chiedendo, in cambio, ai lavoratori, maggiore flessibilità, sia in entrata che in uscita.


Ciò che conta è sempre e solo propinare questa come cosa “equa”, sebbene si  tratti di un’ equità al ribasso, ossia significhi, in realtà, meno diritti per tutti.

Il concetto di equità, nell’accezione voluta dal governo Monti, si riallaccia a quello di privilegio: equiparare, per esempio,  lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori precari significa, dal punto di vista neoliberista, sanare il dislivello tra chi è detentore di “troppi” diritti e, quindi, secondo questa ottica,  è un “privilegiato”, e chi non ne ha affatto; di conseguenza, ristabilire una situazione “equa” viene a significare  togliere i diritti a chi ne ha e non estenderli a chi non ne ha..


Per propagandare questo grande passo  verso l”uguaglianza sociale” la ministra Fornero e tutti quelli che la consigliano e la sorreggono in questa ardua impresa sono ricorsi ad un altro neologismo, questa volta d’importazione: flexsecurity, ossia flessicurezza, che coniuga ancora una volta due termini antitetici come flessibilità e sicurezza.

Nello specifico: flessibilità nei contratti di lavoro e sicurezza del reddito. In realtà, per i giovani, e non solo, ciò significherebbe  sottoscrivere un contratto di lavoro a tempo indeterminato, sapendo, però, già in partenza di poterlo perdere da un momento all’altro(?!). Un neologismo, dunque, che nasconde un’amara realtà e illude  i giovani disoccupati che troverebbero il posto di lavoro “semplicemente” rendendosi  flessibili a vita, in cambio di un sussidio di disoccupazione che durerebbe solo pochi anni e solo accettando di sottoporsi ad una formazione continua non legata alla “libera” esigenza di apprendere e di progettare la propria esistenza, ma finalizzata esclusivamente al fabbisogno a breve termine dell’impresa, ovvero dei mercati che tutto dirigono: una vera e propria precarizzazione della vita di milioni di persone (come se già non lo fossero abbastanza!).


Ma ciò che conta, come al solito, è far passare questa come cosa buona e giusta e, soprattutto, necessaria, per aumentare la competitività e l’ammontare di merci prodotte e dare cosi (sic) un futuro ai giovani.


Per completare l’opera, cioè sempre per favorire crescita e sviluppo, si va all’attacco dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che, si dice, impedendo i licenziamenti senza giusta causa, rappresenta un “laccio” alla competitività delle aziende, facendo così passare l’idea che se in Italia non si trova lavoro la colpa è della rigidità del nostro mercato e la mancanza di competitività dipenda da  questo e non da delocalizzazioni e mancanza di investimenti nella  produzione di beni reali!


Tuttavia, questa campagna mediatica, che si nutre di neologismi e di un uso “illegittimo” del lessico, è in grado di dissimulare la realtà delle cose, ossia che entro il 2012 si perderanno ben 800.000 posti di lavoro, grazie a delocalizzazioni e  fughe di capitali….


Allo stesso modo si è proceduto con la riforma delle pensioni, costringendo milioni di lavoratori a prolungare di cinque anni la loro permanenza al lavoro, per favorire, si è detto,  l’ingresso dei giovani: una cosa assolutamente priva di logica; ma chi non vuole bene ai propri figli e ai propri nipoti?   Ed è proprio  su quest’ultima cosa  che hanno fatto leva i nostri governanti: l’ importante è che falsando la realtà, contro ogni logica, questa operazione sia passata come cosa buona e giusta.


Si è proceduto, poi, col “Decreto Liberalizzazioni”. Liberalizzare. Dall’enfasi e dall’entusiasmo con cui si pronuncia questa parola sui media, sembra che potremo diventare tutti più liberi: il tassista potrà avere più licenze, l’edicolante potrà vendere anche bibite e caramelle, i fornai potranno aprire anche la domenica e noi consumatori potremo uscire a tutte le ore a fare shopping e avere l’imbarazzo della scelta della  farmacia dove acquistare le medicine o dell’avvocato a cui rivolgerci in caso di necessità; così cresceranno  PIL, salari e consumi.


Ma dove sono i consumatori che acquisteranno questa pluralità di offerte di beni e servizi? Dunque: cosa c’è dietro quest’altro bel quadretto che appare quasi ogni giorno su giornali e TV?


Le liberalizzazioni, in realtà, non produrranno niente di socialmente utile, ma prepareranno solo l’arrivo di multinazionali e grandi monopoli, per lo più stranieri, che distruggeranno la microeconomia e costringeranno tutte queste categorie di “privilegiati” (tassisti, farmacisti, ecc..) a chiudere i battenti e a trasformarsi in salariati a basso costo, per poter sopravvivere. Come già è avvenuto con il commercio al dettaglio.


Ma questa amara realtà, che incombe alle nostre porte,  ci viene, ogni giorno rivenduta attraverso l’uso improprio dei vocaboli, attraverso, cioè, la fondazione di un nuovo linguaggio, completamente falsato, una vera e propria “appropriazione indebita” della nostra lingua, che ci fa apparire come necessarie e inevitabili certe scelte, proprio come quando è stata dichiarata guerra in nostro nome, dietro lo slogan di “guerra umanitaria” o “preventiva”.


Purtroppo, anche questa volta, di guerra si tratta,  una guerra economica, però, scatenata dal cosiddetto libero mercato (sarebbe meglio dire da chi lo guida e lo dirige), che di fatto è padrone assoluto del globo; esso (essi) si muovono abilmente su due fronti: quello della guerra combattuta con armi vere (Afghanistan, Iraq, Libia e poi… chissà! Siria, Iran ?) e quello della guerra del debito, che prima ha contribuito a incentivare e a creare e che ora sta usando per arrivare ad impadronirsi definitivamente dei beni pubblici, della vita (e della capacità di pensare) di ognuno di noi.


Se, come dice Wittgenstein, gli esseri umani sono fatti di lingua, una grande azione di demistificazione – e di salvaguardia della linguaggio e della logica – sarebbe una delle azioni di autodifesa sociale e biologica da mettere in campo al più presto. A partire dalle scuole.

 

* insegnante

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Proletariato e divisione del lavoro

di Valerio Bertello

L'autorganizzazione come potenzialità

La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.

La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie.
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