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Francesco Indovina: Il default a sinistra del PD

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Il default a sinistra del PD

di Francesco Indovina


Anche a sinistra del Pd le cose non stanno bene. Molti pensano, per esempio, che il debito vada onorato, che un futuro governo di sinistra debba farsi carico della diminuzione del debito, magari con un patrimoniale. Non credo che convincerò nessuno, la sinistra non ha più un pensiero autonomo che non sia la ripetizione della necessità di un "nuovo modello di sviluppo". Ma questo nuovo modello lo si dovrebbe costruire dentro i confini del nuovo capitalismo?

Le modifiche profonde del meccanismo del capitale (D-D-D) tra le altre cose, qui questo interessa, ha reso impalpabile, indeterminato, non qualificato e senza corpo l'antagonista (la "speculazione" è diversa dal "padrone"; materialmente e corposamente diversa). Contro di essa non si può scioperare, non si può occupare la fabbrica, non si può.... Ma si può colpirla nella tasca, non onorando il debito e questa non è "economia" ma "politica", una risposta di classe alla lotta di classe che la speculazione conduce contro i lavoratori.

Il fallimento dello stato (concordato, controllato, parziale, ecc.) non può non essere un obiettivo di governo (altrimenti ha ragione Bertinotti, che ci si va a fare). L'applicazione di una patrimoniale una tantum (chi dice di 200 miliardi, chi di 400, ma va bene anche una via di mezzo) e di una patrimoniale permanente, non deve essere finalizzata alla diminuzione del debito ma a ripristinare una parziale redistribuzione del reddito e ad avviare il famoso nuovo modello di sviluppo.

I 1.800 miliardi di debito non sono l'esito del fatto che lo Stato ha fatto scialacquare i cittadini, ma piuttosto c'è una quota rilevante di corruzione (ci ricordiamo cosa è stato scoperchiato da "mani pulite"? una situazione che come le cronache ci raccontano continua allegramente); c'è uno sperpero di risorse per opere inutili che favorivano le ambizioni di più o meno potenti politici (aeroporti, strade che finivano nel nulla, ospedali non finiti, ecc. Per lo più pagati salati data la "tassa corruzione"); c'è la chiusura, di fatto, di ambedue gli occhi sull'evasione fiscale; ci sono i costi della politica incomparabili rispetto al resto del mondo; ci sono le favorevoli condizioni create per categorie e gruppi sociali per garantirsene il consenso. Insomma c'è una quota, grandemente rilevante, per i meccanismi specifici del debito, che è servita a distribuire reddito e proventi non giustificati ma coerenti con una classe politica che della corruzione e della mala gestione ha fatto uno stile di governo.

È politicamente rilevante che ogni italiano, compresi i neonati, ha un debito di 30 mila euro e questo è formato anche dalle voci prima indicati? È questo un argomento politico? Inoltre va legiferato che gli utili di azienda devono restare per cinque anni nell'azienda stessa e reinvestiti. Va separata la funzione bancaria (raccolta del risparmio e suo investimento) da quella finanziaria (operazioni di borsa, finanziamento del debito pubblico ecc.). Non è escluso che con operazioni di salvaguardia del risparmio alcune banche possano essere abbandonate al loro destino fallimentare.

Si è visto che dentro il Pd regna la confusione, ma fa specie che una simile confusione regni nella sinistra. Bisogna sapere che se si vuole pagare il debito con cui abbiamo ingrassato la speculazione (garantendo rendimenti e rimborsi) allora la ricetta della Bce è quella giusta; certo si può mettere la patrimoniale, si può condurre una lotta più conseguente all'evasione, si potrà vendere il patrimonio, e poi? Come si realizzerà il nuovo modello di sviluppo? Bisogna decidere se gli italiani, e si parla delle classi popolari e medie, debbano pagare i loro 30 mila euro di debito, o in un quadro di modifica anche degli stili di vita si fa un'operazione politica di sinistra consapevole? Decidiamo noi di fallire alle nostre condizioni e con opportuni mezzi, altrimenti non solo falliremo, ma a pagare non saranno gli speculatori, che si saranno messi in salvo, ma i soliti.

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Il conflitto sociale

Valerio Bertello

E’ sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.

Vi è un’unica significativa eccezione, l’economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l’accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell’economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell’ambito dell’economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l’economia come propria base e dichiara suo campo d’indagine e d’applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un’applicazione dell’economia alla società, ma una teoria che considera l’economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx “l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica”. Più precisamente il socialismo scientifico teorico è il materialismo storico marxiano, mentre come prassi è il socialismo in quanto movimento politico. Così non solo l’economia viene storicizzata, ma la storia diviene storia materiale e l’economia, interpretata come materialismo storico, diviene per la storia ciò che la fisica è per le scienze della natura, la teoria fondamentale di tutte le scienze umane[1].

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