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Count Down: La società della miseria

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La società della miseria (2)* [nuova stesura]

Count Down

I. Diversamente da quanto solitamente immaginato, la politica non ha mai avuto alcun ruolo rilevante nelle società capitalistiche. Essa ha goduto dei favori della crescita economica un tempo (Golden Age) come è caduta in disgrazia quando si è entrati in una fase di pronunciato declino economico.

I. 1  Il tanto sbandierato "primato della politica" è stato un riflesso proprio della ingovernabilità dei processi economici - come la religione lo fu di quelli naturali - da quando l'economia è divenuta una dimensione sovra-determinante gli individui a tutti gli effetti, sicché quel "primato" nel contempo ha fatto da "visione del mondo" con cui gli apparati politico-istituzionali sorti col capitalismo hanno rappresentato e legittimato loro stessi, come un tempo, appunto, gli apparati religiosi


II. A partire in specie dal secondo dopoguerra, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso ed ampio incremento dell'occupazione. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.


III. In questa fase il capitalismo ha portato a compimento la sua più essenziale natura, quella di trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati. Il sistema capitalistico non è altro che il sistema del lavoro salariato, poiché è questa forma del lavoro che produce beni e servizi nel capitalismo, ossia quella parte del reddito monetario fatto di profitti e salari.

III. 1 In via generale, è stato attraverso questo sistema che la specie umana ha fatto fronte alla propria lotta per l'esistenza  in una determinata fase della propria evoluzione storica. Tale sistema ha infatti prodotto, p.e., un determinato regime alimentare come anche un determinato regime dedito alla salvaguardia della salute individuale - che spesso però pare produrre le stesse condizioni patologiche per cui procura la cura. Se vogliamo, un sistema sociale si può misurare assumendo  la capacità che possiede di ridurre il grado di lotta per l'esistenza tra gli uomini, magari con il minor grado di impatto sull'ecosistema. Quello nel quale viviamo, p.e., ha prodotto, unico nella storia dei sistemi sociali sorti con la cosiddetta civilizzazione, un regime alimentare basato sullo sterminio organizzato di altre specie viventi. Esso fa così  apparire come "necessari" (o "naturali") stili di vita e forme di intervento sulla medesima che in gran parte si rivelano come di carattere puramente storico. I regimi di cui sopra, infatti, creano meccanismi di dipendenza storicamente questionabili, derivano da dinamiche di valorizzazione specifiche, producono mastodontici apparati il cui fine unico è l'auto-riproduzione, dove così la salute della popolazione non è il fine e dove può risultare del tutto contingente che  si incrementino i beni di consumo disponibili.


IV. La crescita economica intrapresa nel secondo dopoguerra nel cosiddetto "primo mondo" ha avuto comunque alcune salienti conseguenze: un tasso di disoccupazione quasi irrilevante, una conseguente crescente forza rivendicativa dei salariati, ergo una riduzione del grado di concorrenza al loro interno, una crescita della componente lorda del salario e dulcis in fundo il consolidarsi del sistema del welfare state per come lo abbiamo conosciuto, sul modello pubblico europeo o prevalentemente privato degli Stati Uniti. Se si dovesse fare, come opportuno, una storia del movimento dei salariati come storia delle varie fasi e gradi di lotta di classe al loro interno più che "contro il capitale", nella storia del capitalismo il secondo dopoguerra è stato  di gran lunga il periodo più favorevole ad una riduzione nel grado di quella lotta.


V. Sono queste le ragioni di fondo che hanno permesso a tutti i governi e di qualunque colore politico di porre in atto quelle riforme volte al miglioramento degli standard di vita nel capitalismo che poi politici ed intellighenzia hanno propagandato come loro meriti. Si trattava di fornire di una veste legislativa e dunque “codificare” oggettive condizioni di incremento della ricchezza prodotta in forma capitalistica.  Non è un caso che l'ideologia dominante del tempo fu il keynesismo, alla quale però a rigore non corrispose alcuna politica economica, poiché sino alla fine degli anni '60 non vi furono in pratica politiche economiche in deficit.


VI. Tuttavia il secondo dopoguerra non è stato altro che l'apice d'una fase tendenzialmente espansiva del capitalismo empiricamente constatabile per tutto il XIX secolo. Una fase di accumulazione capitalistica allargata che ha visto il valore di scambio diventare la forma generale della ricchezza ed il lavoro salariato la forma storica del processo di riproduzione della specie umana. Da ora, beni e servizi prodotti vengono identificati con la loro espressione monetaria; il valore d'uso risulta una semplice propaggine del valore di scambio con tutte le conseguenze che ciò ha sugli standard di vita e la loro “percezione sociale” per come li abbiamo conosciuti nel capitalismo. L'ideologia generale che ha accompagnato questa fase storica ("superba, sciocca" e criminale) è stata quella del "progresso" tout court.


VII.
Il risvolto sociale di tutto ciò è stato correttamente definito integrazione dei salariati. D'altro canto, la “democrazia borghese” pienamente compiuta nel corso del '900 non è stata altro che la forma politica pienamente svelata di questa integrazione, costituita da un insieme di apparati che ne hanno fatto da cornice: partiti, sindacati, sistemi di governo, sistema dell'istruzione, struttura della previdenza, sanità ed assistenza, su fino alla struttura del complesso militare etc. In sostanza e dalla sua origine, il capitalismo ha ottenuto il massimo consenso non totalitario in tempo di pace.


VIII.
E tuttavia come ogni evento viene all'esistenza per mutare e poi scomparire, una serie di circostanze di natura economica manifestatesi negli anni '70, riconducibili al rallentamento della crescita per via di limiti intrinseci all'industrialismo capitalistico nella produzione di valore, invertono la fase tendenzialmente espansiva in una tendenzialmente regressiva, rilevabile osservando numerosi fondamentali indici economici quali, p.e., il saggio di accumulazione e del profitto. Col senno di poi, si constata come la "forza propulsiva" del capitalismo cessa  e con essa le condizioni a cui la nostra specie s'era abituata a riprodursi al suo interno in una certa area del pianeta. Questo punto di svolta superiore rappresenta anche l'incipit ad una necessità condizionata, a posteriori o relativa che dir si voglia, poiché spiega in larga parte tutto ciò che ne consegue nei decenni successivi.


IX.
En passant possiamo rilevare come questa inversione di tendenza si sia per prima espressa distruttivamente negli "anelli deboli" del capitalismo (ex blocco sovietico), in quelle società cioè a proto-capitalismo di stato autodefinitesi "comuniste", poiché non caratterizzate da uno sviluppo tecnico ed incapaci di realizzare l'integrazione dei lavoratori, per via di un welfare miserabile fondato su corruzione, nepotismo e pratiche clientelari.

IX. 1 In effetti, il peggior incubo per le popolazioni sottoposte a quei regimi è stato  nel contempo un ottimo business per apparati politico-intellettuali dell'Occidente che ivi hanno trovato un ottimo argomento per legittimare loro stessi a patto però, con una buona partecipazione degli stessi, di falsificare avvenimenti storici e di presentare quei regimi come ragionevoli alternative al capitalismo. A ben vedere, il marxismo ed il comunismo novecenteschi sono stati una apologia e parodia tragi-comica del capitalismo.



X.
Due sono i fenomeni veramente salienti di quella contrazione nella crescita economica, costellata da ben dieci più o meno marcate crisi economiche mondiali (contrazioni del prodotto netto): una metamorfosi in senso speculativo dell'economia capitalistica onde "ovviare" ad una crisi di redditività del capitale produttivo di valore ed un graduale smantellamento del welfare state. Alcuni degli aspetti di questo processo sono le privatizzazioni, l'outsourcing, il crescente incremento del debito etc. ed il resto ancora rappresenta la semplice cornice spettacolare di carattere politico-propagandistico.


XI.
Poiché il settore finanziario-speculativo ha preso a crescere considerevolmente al pari della "redditività nominale" degli investimenti da esso procurata, crescenti quote del reddito nazionale sono state sempre più subordinate ed utilizzate a fini speculativi da parte degli stessi capitalisti  (e non solo) a partire dagli anni '80. Il capitalismo ha cominciato ad assomigliare ad un enorme Moloch che fagocita quote crescenti della ricchezza (monetaria e fisica) da esso prodotta mediante il lavoro salariato. Il settore della finanza speculativa infatti non solo sottrae ricchezza in forma capitalistica e non ne produce, ma a differenza di altri settori "non produttivi di valore" non svolge alcun ruolo necessario alla riproduzione del sistema capitalistico, bensì ne blocca semplicemente quest'ultima.


XII.
La dinamica speculativa tuttavia non va considerata affatto un "bubbone" alieno alla parte sana della società; al contrario essa è il percorso che il capitalismo segue (in questo ultimo trentennio in via pare definitiva) appena le condizioni di redditività degli investimenti nei settori non speculativi vengono riducendosi, come accaduto a partire almeno dalla seconda metà degli anni '60. Da adesso, il declino del sistema capitalistico si prefigura e svolge non tanto e non più come crisi di produzione e realizzazione di valore secondo meccanismi noti, bensì come usura “senza fine” di quanto rimasto per produrre valore a fini speculativi.


XIII.
Sul piano del regime sociale consegnatoci dal secondo dopoguerra assistiamo a sempre più vistose modificazioni del regime del welfare verso un suo ormai evidente smantellamento. Subentra l'era della de-integrazione dei salariati. Privatizzazioni, outsourcing, deregulation, precarizzazione, riduzione del valore del salario reale, incremento dell'orario di lavoro e della sua intensità, riduzione delle garanzie previdenziali e loro subordinazione alla dinamica speculativa, indebitamento e feroce concorrenza tra i lavoratori salariati sono alcuni dei fenomeni conseguenti più manifesti.


XIV.
Tutto ciò ha avuto la sua propria ideologia, che ha riflesso questa fase come una "scelta" dei ceti dirigenti ed il frutto nel contempo di un nuovo paradigma economico che sarebbe scaturito dalle new technologies: il "neoliberismo post-fordista." L'incremento della concorrenza tra i capitali a livello mondiale non è stato percepito come conseguenza di un declino in corso dagli anni '70 per via della redditività decrescente degli investimenti produttivi, bensì quello s'è trasfigurato in veste ideologica in una nuova era di abbondanza il cui problema è un problema di "gestione".

XIV. 1 Qui ancora una volta l'ingovernabilità di questa nuova fase ha fatto tutt'uno con la formazione di nuovi modelli sociologici e di formazioni politiche più adatte di altre a impersonare la "nuova era" del capitalismo, sino a quando tutte, all'unisono, si sono trovate a convergere verso lo stesso tipo di politiche economiche e sociali, le cosiddette “neoliberiste”. Il "disordine" crescente si è riflesso con apparati politici in apparente competizione a cui si sono aggiunti, come sempre, quelli "a(nta)gonisti" che hanno assunto e teorizzato anch'essi l'idea di un "nuovo ordine e controllo sociali" onde competere nel teatrino della politica. Un tempo era, p.e., l'imperialismo, poi si è trattato di globalizzazione, post-fordismo etc.


XV. In realtà, invece di questa a destra come a sinistra propagandata modernità il capitalismo è più prosaicamente entrato in una lunga fase di declino. Il sistema capitalistico o meglio ciò che ne resta non riesce più a riprodursi, il che significa che il regime del lavoro salariato e le strutture che ne esprimevano il consenso (partiti, sindacati e welfare anzitutto) vanno sgretolandosi.  Ciò che residua è una massa di lavoratori servili, produttivi di valore, nella forma di salari e profitti, costantemente risucchiato dalla finanza speculativa e dal debito che così viene a formarsi.


XVI.
Ciò che emerge è un regime del lavoro di tipo neoservile tendenzialmente privo di tutele e garanzie, in cui vige una concorrenza spietata tra salariati su cui gioca il "dominio" del capitale e attraverso cui ormai soltanto trova la propria legittimità il potere politico. Ma ciò significa anche che gli apparati politico-istituzionali godono di sempre minor consenso, sono semplici appendici d'un capitalismo parassitario e debbono inventarne di tutte per conservare un po' di credibilità (principiare da guerre fasulle), nonché fungere in taluni casi da semplici contenitori del disagio sociale.


XVII.
In effetti l'Occidente capitalistico assomiglia sempre più ai Paesi dell'ex blocco sovietico e cosiddetti comunisti tutti. In effetti una critica radicale alla storia del capitalismo non può non passare per una critica viepiù feroce di quei regimi, in specie URSS e Cina. L'abomino sociale espresso da quei regimi con estesi settori di lavoro finanche schiavistico è unico nella storia della industrializzazione capitalistica, ma anche di tutta la storia umana. Anche a quei Paesi, probabilmente, è dovuto il ritardo del processo di possibile emancipazione umana nell'Occidente capitalistico, contrariamente a quanto supposto dalle elite intellettuali interessate del passato.


XVIII.
I salariati si trovano ora e si troveranno  a dover fare i conti con un sistema sociale rispetto al quale non avranno più nulla da perdere. Ciò che fin'ora è stato fonte della loro esistenza diverrà per essi una condizione insostenibile: il lavoro salariato stesso nelle forme che un capitalismo agonizzante sta consegnando loro. Una condizione storica d'esistenza sta semplicemente venendo meno e come ogni evento storico verrà sostituito da qualcos'altro, fosse anche una semplice prolungata barbarie.


XIX.
Essi si trovano e troveranno tra l'incudine della precarietà reddituale ed il martello dell'indebitamento. Con ciò per essi risulterà inutile rivolgersi alle autorità, ai partiti, ai sindacati. Dovranno sopprimere le strutture organizzative che fino ad ora si sono dati, in specie le variegate formazioni di sinistra, come sempre pure ora più realiste del re. Ciò che al massimo queste oggi riescono ad esprimere è l'esigenza alquanto idiota di un capitalismo senza neoliberismo, praticando infatti nel contempo draconiane politiche economiche considerate "necessarie", ossia coerenti alle compatibilità capitalistiche.

XIX. 1 Guai, p.e., a toccare il debito pubblico, mentre si tratterebbe come prima misura di cancellarlo. Solo la visione miope a cui residua e ci confina questa fase del capitalismo conduce a premurasi di questo mostro di ricchezza in forma monetaria, più di quanto ci si dovrebbe premurare di qualunque altra cosa. C'è più vita oramai in un peto di quanto ne produca il capitalismo in qualunque anfratto della nostra tanto decantata vita sociale.


XX.
I salariati manifestano al momento ancora la loro natura bifronte: essi sono socialmente sempre stati una classe conservatrice, per essi è sempre stato essenziale che il capitalismo "desse loro lavoro". Come capitale variabile produttivo o meno di plusvalore essi dipendono dall'accumulazione di capitale, ossia dall'espansione del capitale morto. In tutti i casi storici in cui questo processo si è interrotto, più che negarsi in quanto tali, hanno atteso che il meccanismo riprendesse.


XXI.
D'altronde, se sino ad un certo punto lo sviluppo ed espansione del capitalismo hanno fatto tutt'uno con una integrazione del movimento operaio e dei salariati, poiché quello sviluppo ed espansione lo furono allo stesso modo del capitale variabile in senso largo, la de-integrazione in corso fa tutt'uno con la cessazione di quello sviluppo ed espansione.


XXII.
Ciò rende assai ragionevole ed anche coerente con l'analisi economica di Marx l'eretica concezione secondo la quale la classe dei salariati non è e non fosse affatto una classe "naturalmente" rivoluzionaria, semmai pars specifica dell'industrialismo capitalistico. A meno che non si voglia considerare la classe dei salariati una classe " parassita" nata in seno al capitalismo per sopprimerlo, è questo che si estingue con essa e non perché abbia sviluppato nel suo seno elementi di comunismo o l'estensione del lavoro salariato in quanto tale ciò indichi, ma perché, come oramai visibile, esso non è più in grado di produrre nulla e si limita a usurare quanto rimasto.

XXII. 1 Il lavoro salariato come forza produttiva è immagine e somiglianza dei rapporti di produzione capitalistici. Tra questi e le forze produttive in genere non v'è in realtà alcuna "contraddizione". Secondo l’impostazione marxiana, l’'uso delle forze produttive prodotte dai rapporti di produzione capitalistici comporta un limite nella produzione di valore, come l'esistenza di lavoro improduttivo rappresenta un limite necessario alla riproduzione del sistema capitalistico. Solo la speculazione finanziaria sembra rappresentare un tipo di attività non solo improduttiva di valore ma anche ostacolante sic et simpliciter la riproduzione del sistema.


XXIII.
L'idea che il movimento operaio fosse una classe rivoluzionaria non fu propria neppure delle strutture politico-sindacali che quel movimento si diede, spesso nella teoria, certamente nella pratica. Lo fu di sezioni ultraminoritarie della divisione intellettuale del lavoro, che compensarono la loro mancanza di peso politico con l'idea che avessero un ruolo speciale nelle società. A ciò è riconducibile la genesi delle ideologie politiche in questi ambiti prodottesi.


XXIV.
Tuttavia, poiché parimenti rappresentano praticamente la quasi  totalità della popolazione e la principale se non unica fonte della produzione di reddito monetario, solo dai salariati può provenire il superamento del presente regime sociale in via di disfacimento. La negazione del regime del lavoro salariato, oggi più che mai,  non sarà una "opzione politica", bensì una necessità economica collettiva. Ne va della esistenza di tutta la comunità umana. Sarà necessario non chiedere più nulla in generale: la legalità, il laicismo, il diritto al lavoro, la cultura, la libertà religiosa, il diritto allo studio, la democrazia, la libera concorrenza, il mercato ed altre "carogne morte" sono da sempre ma vieppiù ora flatus vocis e terrorismo illuministico. O la galera nella quale viviamo o una liberazione secondo le condizioni del nostro tempo.


XXV.
Come? Sperimentando forme di produzione e gestione delle risorse umane e materiali  non mercantili, organizzate dagli stessi lavoratori, dunque non finalizzate al profitto ma rivolte alla abolizione di tutta una gamma di prodotti e servizi che si percepiranno come inutili o dannosi alla collettività, riduzione di altri e creazioni di nuovi qualitativamente utili alla medesima. Tali sperimentazioni, se estese, saranno le uniche a poter ridurre il grado di lotta per l'esistenza, il tempo necessario alla riproduzione ed ad incrementare drasticamente il grado di libertà personale. La questione, dunque, non è affatto unicamente una questione di "gestione".

XXV. 1 Si veda un solo caso: Mirafiori. Un agire rivoluzionario da parte di quei lavoratori dovrebbe comportare non solo la presa di possesso della struttura e dunque un controllo su tutto l’indotto, ma dovrebbe questionare il tipo di produzione ivi effettuata. Perché produrre 250.000 Suv l’anno? Un tale potenziale produttivo è chiaro che dovrebbe essere messo al servizio di tutt’altra produzione. Col rivoluzionamento della gestione dei processi produttivi anche il tipo ed il numero delle produzioni verrebbero rivoluzionate.



XXVI.
......e che dire del resto del mondo consegnatoci da questo stadio finale del capitalismo?  Vi possiamo vedere il nostro immediato futuro, ossia semplice barbarie: una fatiscente e nauseante caserma ricolma di monitor e telecamere. Politici che sono solo gangster ed una umanità disfatta dedita ad ogni sorta di prostituzione.
g.s. 2011 (provvisorio)

* Qui La società della miseria (1)

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