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Mario Perniola: Introduzione a "La società dei simulacri"

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Introduzione a "La società dei simulacri"

di Mario Perniola

 
La società dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori

Ho aspettato trent’anni per ripubblicare questo libro, nonostante  le ripetute sollecitazioni di lettori e di editori. Infatti solo ora i fenomeni sociali descritti allora, al loro sorgere, il potere delle organizzazioni criminali e la decadenza del sapere, hanno raggiunto il loro momento culminante.

Si è così verificata un’inversione di tendenza: qualcuno si è finalmente accorto che la distruzione sistematica dell’eredità civile, culturale, morale ed estetica  dell’Occidente e dei criteri di legittimazione  elaborati attraverso più di due millenni, giova alla  diffusione dell’ignoranza e della paura, sulle quali prosperano le mafie e il conformismo consumistico. E comincia ad avere il coraggio di dirlo e trova anche spazio in qualche quotidiano senza essere censurato dal timore dei capo-redattori e dei direttori dei giornali di vendere qualche copia in meno o di dispiacere ai loro padrini politici. Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.

Il successo che ha ottenuto la prima edizione di questo libro, al punto di essere il più citato tra i miei lavori, si è basato spesso su di un equivoco. Infatti la nozione di simulacro è stata per lo più intesa come sinonimo di falsità, d’inganno, di frode e quindi come una teoria della manipolazione mass-mediatica; al contrario, essa è un salvagente per galleggiare nel tempestoso oceano della comunicazione, in cui tutti siamo, volenti o nolenti, immersi. La posta in gioco era la seguente: inutile impegnarsi nella difesa degli intellettuali, nelle tre forme classiche di giornalisti, professori e politici. Già nel 1980 – anzi già dal 1968 - era evidente che la civiltà di cui erano stati i protagonisti stava tramontando: lungo trent’anni, hanno cercato di difendersi con le unghie e con i denti in  una società che non aveva più bisogno di loro, sposando via via le opinioni più idiote, purché sembrassero nuove, up-to-date, riformiste, e contribuendo così in modo determinante al totale sfacelo delle loro istituzioni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ai giornalisti non è rimasta altra strada che quella di trasformarsi in investigatori rischiando la vita; i professori, posti continuamente sotto accusa di autoritarismo e destituiti dal loro compito fondamentale  di educatori, sono oggi privi di ogni autorevolezza e completamente demotivati; infine i politici hanno cessato da tempo di essere degli intellettuali, non hanno più bisogno di una legittimazione proveniente dalla leggi e dal sapere, perché fondano il loro potere sull’appoggio delle organizzazioni criminali e di  masse che sono tanto più manipolabili quanto più sono ignoranti. Le premesse di questo collasso erano già evidenti nel 1980, ma troppi pregiudizi ideologici legati alle teorie politiche del passato o alla controcultura sessantottesca impedivano di vederle.

Il simulacro è  qualcosa che, ponendosi al di là del vero e del falso, è più prossimo al gioco, all’arte e alla cultura, che alla metafisica, all’etica e alle ideologie politiche. Non a caso, il primo ad introdurre questo termine nel pensiero filosofico del Novecento e forse l’unico a farne un uso coerente e chiaro, è stato Roger Caillois nel volume I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine (1958). Egli distingue quattro tipi fondamentali di giochi: l’agon (competizione), l’alea (fortuna), mimicry (simulacro) e ilinx (vertigine).  I primi due  formano una coppia, così come gli ultimi due. La competizione e la fortuna obbediscono allo spirito di contesa, sia pure regolandola in modo opposto (nel primo caso col merito e nel secondo col caso). Anche il simulacro e la vertigine sono strettamente connessi tra loro: l’imitazione, spinta al suo estremo, cancella l’originale risultando inseparabile dall’esperienza del vuoto. Il simulacro non è uno spettacolo ricreativo, né una messa in iscena manipolatoria e mistificante, ma un mimetismo che implica la scoperta della precarietà dell’esistenza e la sospensione della soggettività individuale: esso è una terapia per sopravvivere, trasformando il sentimento di smarrimento e di demoralizzazione in una volontà di sfida e in un’ebbrezza prossima alla trance.

 
La società dei simulacri in tempo di pace


Inoltre bisogna tenere presente che il contesto storico in cui uscì La società dei simulacri, consentiva ancora una certa leggerezza di spirito unita a prospettive di attesa positive. Il discorso della pace  regnava incontrastato dalla fine della Seconda guerra mondiale: la cosiddetta “guerra fredda” non diventò mai calda. Diede luogo a guerre limitate e locali (Corea, Vietnam...), ma i discorsi di entrambe le grandi potenze rimasero “pacifisti”. Quando il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, eletto nel 1981, cominciò due anni dopo a descrivere l’Unione  Sovietica come “l’impero del male”, la maggior parte dell’opinione pubblica europea non gli diede troppo peso, considerando questa espressione come una semplice manifestazione della propaganda anti-sovietica.  Quindi era ancora possibile da un lato intraprendere strategie raffinate e sottili come quella che sottende a questo libro, dall’altro pronunciarsi senza riserve a favore delle trasformazioni in atto: l’operazione culturale che succede alla politica ideologica, la logica della seduzione che prende il posto della razionalità dialettica, l’olografia sociale che  sostituisce la società totalitaria. In altre parole, la società dei simulacri presuppone il rispetto del diritto internazionale stabilito nel 1949 delle convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, sulla protezione delle persone civili e così via.  In realtà,  la rivoluzione iraniana del 1979 aveva cominciato a destabilizzare questo quadro, ma per quasi tutti gli anni Ottanta i pensatori europei (con l’eccezione di Michel Foucault e di qualche altro) avevano preferito chiudere gli occhi sull’irruzione di questo evento impensabile attraverso le categorie del pensiero moderno occidentale: l’idea di una rivoluzione teocratica appariva infatti come qualcosa di inconcepibile. Il mio libro rimase perciò impigliato nella rete del postmoderno, del quale a ben vedere costituiva la critica. La mia polemica con Gianni Vattimo contro il “pensiero debole” nel 1983 svelò subito l’equivoco, ma ormai la parola “ società del simulacro” era entrata nell’uso comune come sinonimo di “società dello spettacolo”, esattamente il contrario di quello che significava in Caillois, Klossowski e  perfino in Baudrillard.

 
La società dei simulacri al tempo della neoguerra


Poco prima che scoppiasse la Prima guerra dell’Iraq, in occasione del corso Figuras del secreto, organizzato da Jorge Lozano nella sede estiva dell’Università  Complutense di Madrid, all’Escurial  nel luglio 1989, in occasione del sessantesimo compleanno di Baudrillard, io mi resi conto tuttavia che l’equivoco che permaneva intorno alla nozione di simulacro, doveva essere dissipato. Ne seguì un’accanita polemica tra lui e me intorno ai limiti di questa parola, che, a mio avviso, non poteva essere estesa fino a comprendere tutti gli aspetti della società moderna. Il ritorno del discorso della guerra due anni dopo mi diede ragione: tuttavia l’enorme apparato propagandistico messo in piedi da una coalizione diretta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna  insieme  alla brevità del conflitto non incrinarono in modo determinante la fiducia nel carattere progressivo della comunicazione. Sebbene l’arte già alla fine del decennio precedente avesse imboccato la strada del ritorno al reale, per tutti gli anni Novanta il clima culturale occidentale fu caratterizzato da un entusiasmo smisurato nei confronti della Computer-mediated communication (CMC) e da una crescente ostilità nei confronti delle discipline umanistiche.

 
La società dei simulacri al tempo della guerra infinita

A partire dal momento in cui il discorso bellico si radicalizza al punto da proclamare la possibilità di una guerra infinita, espressione assurda per la polemologia classica, è chiaro che il processo di autodistruzione della società occidentale ha raggiunto il suo apice. Nel 2000 è nata questa rivista il cui senso, nei diciannove numeri pubblicati,  è stato quello di riaffermare la possibilità di una cultura estetica in un mondo che pare averla completamente dimenticata. Cosa vuol dire cultura estetica? Ciò che Kant e Schiller avevano chiaramente espresso nell’età dell’Illuminismo:  disinteresse, assenza di preconcetti, indipendenza nei confronti del raggiungimento di uno scopo ed emancipazione dalla particolarità del singolo individuo. In altre parole, occorre  fare un passo indietro verso il proprio passato, e prendendo ad esempio la politica culturale di alcune grandi civiltà orientali, ristabilire il rapporto tra l’innovazione economica e tecnologica e l’eredità plurimillenaria che ha consentito all’Occidente di elaborare  concezioni del mondo e stili di vita universalmente validi. Parafrasando George Kubler,  chi lavora continuamente al proprio miglioramento non è mai solo nel mare magnum della storia. Tutti gli esseri umani attivi sono collegati tra loro; le loro esistenze sono allacciate dinamicamente tra loro per sempre. Infatti chi cerca di dare un senso alla propria vita  sta, come gli angeli di Tommaso d’Aquino, in una dimensione intermedia tra l’eternità e il tempo:  dimora nell’aevum, cioè in una durata che ha un inizio, ma non una fine!
 

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