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Marinella Correggia: Bahrain: una rivolta oscurata

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Bahrain: una rivolta oscurata

Quella nel piccolo regno del Golfo è stata la "primavera" più partecipata di tutte, eppure la più censurata, dice A.Z., italiano, appena ritornato da Manama dove lavora e che non può rivelare la sua piena identità per motivi di sicurezza

di Marinella Correggia

Una sollevazione di massa schiacciata dai carri armati, invasori per giunta!

Le proteste in Bahrein sono una cosa grossa davvero. La popolazione continua a scendere in piazza malgrado la repressione (sono riusciti a bloccare anche twitter). Questo potrebbe spiegare l’imposizione dei sauditi (e degli esperti americani e inglesi dietro di loro) di una repressione la più violenta possibile alla recalcitrante corte degli al Khalifa. I carri armati della monarchia saudita li hanno visti tutti, quando sono entrati dal ponte che collega il Bahrain all’Arabia Saudita, alcuni chilometri di carri, blindati vari, camion di truppe, ecc. Poi hanno partecipato allo sgombro della rotonda della Perla, quindi si sono piazzati tutto attorno, accampandosi con tende e servizi. Per tutto il periodo dell’emergenza hanno presidiato i ministeri, il Financial Harbour (un grande progetto commerciale), l’aeroporto, la compagnia petrolifera Bapco, la fabbrica di alluminio e altre situazioni strategiche, oltre a numerosi check point.  Dalla fine ufficiale dello stato d’emergenza è stata ritirata la maggior parte dei carrarmati che facevano bella mostra nelle strade. Ma continuano a esserci i check-point fissi e quelli notturni.

Inoltre l’ex rotonda della Perla a Manama continua ad essere chiusa; lì i carrarmati non se ne sono andati ; come rimangono a presidiare la fabbrica di alluminio e la Bapco. La cosa notevole di questo spiegamento di forze era che davano l’impressione (e probabilmente volevano darla) di essere truppe di occupazione e non un appoggio al governo locale.


Qual è la peculiarità del piccolo Bahrein nella “primavera araba”?

Il Bahrain è interessante perché è l’unico in cui si è sollevata l’effettiva stragrande maggioranza della popolazione. Perfino in Egitto e in Tunisia ad agire sono state delle minoranze, delle avanguardie. In Bahrain l’ultima grande manifestazione che ho potuto vedere ha portato in piazza un centinaio di migliaia di persone…In un paese  dove vivono circa 1.200.000 persone, di cui circa 400mila stranieri e 800.000 bahrainiti, al 70% sciiti. Se togli sunniti, bambini, vecchi, vedi che poca gente era rimasta a casa. E fra i soggetti centrali nella mobilitazione, insieme alle moschee, sono stati i sindacati dei lavoratori del petrolio, dell’alluminio, delle telecomunicazioni, di aeroporto e compagnia aerea – che poi infatti sono stati licenziati a centinaia. Insomma, una cosa grossa.


Ma si è trattato di una ribellione sciita contro la monarchia sunnita?

All’inizio la protesta degli sciiti ha avuto anche il sostegno e la simpatia di molti sunniti (del resto molte persone giovani mi dicevano di non aver mai fatto caso alla differenza, anzi alcuni hanno dovuto chiedere ai genitori se erano sunniti o sciiti…). Poi è partita la solita azione di provocazione da parte di governo, polizia, servizi, infiltrati che hanno cominciato a soffiare sul fuoco vaneggiando di un complotto iraniano che stava preparando una insurrezione armata, hanno cominciato a girare voci di motoscafi carichi di armi provenienti dall’Iran fermati dalla marina bahreinita. Soprattutto gruppi non identificati di persone hanno cominciato ad assalire obiettivi vari, tipo gli immigrati pachistani, e infine squadre armate di bastoni e spranghe metalliche hanno assalito l’università picchiando gente e mettendo in pericolo le studentesse, cosa che ha fatto grandissima impressione in tutto il paese e che i giornali e la tv hanno, nonostante le smentite e la mancanza di prove, attribuito ad attivisti sciiti. La manovra è riuscita molto bene: ora le due comunità si guardano con sospetto e i sunniti approvano più o meno l’operato del governo.


Quale situazione hai lasciato, dopo mesi dall’inizio della rivoluzione?

La situazione è veramente difficile, continuano la repressione, gli arresti, i rastrellamenti dei villaggi. Chi è sfuggito all’arresto o alla morte è nella più rigorosa clandestinità – la prima cosa che hanno buttato sono le schede telefoniche. Continua ad operare  (non so come) il Bahrain Center for Human Rights, viene aggiornata la pagina facebook di Nabeel Rajab, ma la maggior parte di chi era una fonte di informazione (tramite blob, recapiti twitter, ecc.) sono in galera o spariti nel nulla. Ogni tanto miei amici che abitano non lontano dai villaggi della costa a nord ovest riferiscono di interventi in forza delle unità speciali nella notte e di lunghe sparatorie ; si spera di lacrimogeni o proiettili di gomma. Appaiono su youtube riprese coi telefonini di scaramucce nelle strade, con gruppi di giovani che bloccano una strada e immediato intervento della polizia che inizia a sparare sulla gente in fuga ancor prima di scendere dai furgoni.


Il contrasto con l’interventismo in Libia è stridente.
Ma cosa pensi avrebbe potuto fare una Onu non ipocrita e non manovrata dalla Nato? E cosa i cittadini, l’opinione pubblica mondiale che nel 2003 ai tempi della guerra all’Iraq il New York Times chiamò “la seconda superpotenza mondiale”?

Per quello che bisognerebbe fare non ho molte idee, comunque abbiamo delle situazioni autoevidenti (questo vale anche per la Libia), non c’è bisogno di inventare niente, bisognerebbe un po’ omogeneizzare le ricostruzioni dei fatti e farle girare il più possibile, sottolineando che gli interessi dei lavoratori e della gente sono agli antipodi di questa banda di criminali che fanno le guerre e si mettono sotto i tacchi la legalità internazionale.


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