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Augusto Illuminati: Fine dell’Impero?

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Fine dell’Impero?

di Augusto Illuminati

Eh, anche l’Impero non è più quello di una volta. I bei tempi di Billy Clinton e George Lucas, neppure il bravo Obama riesce a rievocarli. Guardate come l’intera coalizione Odyssey Dawn sta andando a puttane e, per dirla con la stampa italiana di (estrema) destra, cioè Libero e il Giornale, Sarkozy sta bombardando l’Italia, impadronendosi di Bulgari e Parmalat e spingendo l’Eni lontano dai pozzi libici, a tutto vantaggio della Total. Che poi sotto le macerie finisca pure Berlusconi è ben magra consolazione per noi – figuriamoci per i detentori di bond Parmalat e per i consumatori finali di metano, elettricità, gasolio e benzina verde! Il mondo è finito bottom down: la destra è pacifista (da Ferrara e Feltri a Formigoni) e denuncia gli sporchi interessi economici dietro la pelosa retorica umanitaria, Berlusconi “si addolora” per Gheddafi e tesse trame disfattiste con Putin, la Lega gufa la guerra tifando la Germania non interventista e si preoccupa solo di sbarrare le coste ai migranti, perfino La Russa giura (e spergiura) che i nostri aerei non sparano (che cazzo fanno allora? voli di addestramento?), mentre la sinistra si infila l’elmetto sul cranio e va alla guerra con le fanfare e senza rischi se non di ridicolo. Repubblica è l’unico esempio al mondo di giornale embedded con i giornalisti che restano a Largo Fochetti, l’Unità sproloquia sul “male minore” delle bombe tricolori rispetto a quelle tiranniche (linea Henry-Lévy, Cohn-Bendit e Joschka Fischer, te li raccomando i kosovari). Il Fatto ospita la qualunque. Su tutto svetta la paterna figura del Presidente Napoletano che proclama la non-guerra in neo-lingua alla 1984, vuole che la non-guerra sia coordinata dalla Nato (guarda guarda, ma se era non-guerra perché non ricorrere alla Caritas?), elogia Maroni per il contenimento dei non-migranti e demonizza le milizie di Gheddafi come fossero insorti ungheresi del 1956 (io me lo ricordo). Non che non siano assassini, quei miliziani, ma lo erano anche qualche mese fa quando caracollavano per i parchi romani, e non sono da meno i nostri validi piloti che bombardano l’Afghanistan e non-bombardano la Libia. Intesi?

Cerchiamo allora di capire cosa sta succedendo, dentro lo sfaldamento della coalizione dell’amore e del bene e le liti che lacerano l’Europa mentre gli Stati Uniti si ritraggono, la Lega Araba defeziona, l’Unione Africana è contraria e Russia, India, Brasile e Cina stanno a guardare minacciosi. Si svolge una grande partita per la spartizione delle risorse naturali –dal rame alle terre rare alle derrate alimentari–, tanto più cruciale in quanto la crisi del nucleare (vero fattore scatenante dell’accelerazione) ha reso di colpo molto più preziose le fonti energetiche fossili, rilanciando nel contempo gli investimenti sulle energie alternative. Alcuni paesi a industria matura (la Germania) si stanno muovendo in quest’ultima direzione, altri come la Cina vi si orientano ma sono ancora dipendenti dalle risorse tradizionali per lo sviluppo accelerato ed entrano in competizione con l’Europa e gli Usa in Africa, gli europei si scannano fra loro per il controllo della Libia e tutto sommato non vedrebbero male una secessione e una suddivisione fra una Cirenaica a controllo britannico (vecchio schema) e una Tripolitania sotto tutela francese (se va male, invece, americana magari con Gheddafi rinsavito). In ogni caso estromettendo l’Italia e le sue industrie. La vendetta finale contro Mattei. Del resto, non ci meritiamo di meglio con la politica dissennata di Berlusconi e Frattini.

Gli stessi europei e Obama che vorrebbero frenare il rampante settore imperialistico francese puntando sulla direzione Nato dell’operazione si rendono ben conto che la Nato è bloccata dal veto turco e che la Turchia si sta ritagliando una propria area di influenza mediterranea ed euroasiatica (dal Turkestan all’Iran e alla Palestina), chiaramente concorrenziale sul piano economico e dell’egemonia islamico-moderata. Vogliamo ricordare chi influenza i Fratelli Musulmani egiziani, i tunisini moderati e controbilancia il richiamo iraniano perfino presso gli sciiti Hezbollah del Libano? Ignoriamo che le cautele tedesche sono anche dovute alla presenza, ormai da tre generazioni, di una cospicua comunità turca?

Lo scontro sulla direzione Nato e gli alti lai per le conquiste francesi di Vuitton e Lactalis (aspettando Total e i successori di Finmeccanica e Impregilo) hanno svelato di colpo ciò che prima era latente, ovvero 1) che il sistema imperiale ha molti poli contrastanti e perfino la sua parte “occidentale” è contraddittoria e rissosa, 2) che l’Italia è il vaso di coccio, per la sua scelta perdente gheddafiana e i giri di walzer con Putin, incompatibili con la collocazione nell’area americana. L’astuzia del cambiar casacca ha pagato poco nella Prima guerra mondiale, pochissimo nella Seconda... Il sistema-Europa è andato in pezzi con l’iniziativa franco-inglese che ha spezzato l’asse con la Germania senza trainare in blocco gli altri paesi minori. Altamente significativa, anzi l’unica razionale, è stata in Italia la scelta della Lega (ovvero di Tremonti): dichiarare la fine del nucleare, puntare sulle energie alternative, dissociarsi dall’intervento francese (e della sua ostinazione nucleare) senza rimpiangere Gheddafi. Gli appelli all’Europa perché si prendano i migranti è puro folklore padano, la sostanza è quella che abbiano detto ed è una campana a morte per gli equilibri attuali di governo. Campana forse non sgradita agli americani, che di Berlusconi ne hanno piene le scatole e che del contributo militare italiano possono fare a meno (le basi tanto se le prendono lo stesso).

Risultato paradossale è che Gheddafi se ne può restare quasi tranquillo, tutto il bombardabile è stato bombardato, lui continua a controllare il territorio, anzi lo accresce rosicchiando un po’ di Cirenaica (con moderazione) e consolidando le retrovie in Tripolitania e nel Fezzan. Per cacciarlo, nel breve termine, bisognerebbe scendere a terra: chi se la sente? E chi sentirebbe gli altri Stati e popoli arabi? In ambedue le eventualità – lo stallo o l’escalation coloniale – l’interventismo democratico, oggi fiorente nel più torbido sonno della ragione e dello spirito rivoluzionario, appassirà molto in fretta.

E qui veniamo al discorso che ci interessa e che non è quello del male minore o le chiacchiere da caffè sulla tattica militare (il campionato e le coppe bastano e avanzano). Il discorso è quello sulla rivoluzione africana e mediorientale ed è quello sulla sorte dell’opposizione in Italia.

Per il primo aspetto, va detto con chiarezza che Odyssey Dawn non è l’aiuto orribile, malintenzionato ma necessario alla sopravvivenza della rivoluzione. No, nel suo calcolato ritardo è stato un attacco complessivo alla rivoluzione che stava montando nei territori sensibili dell’alleato strategico saudita e un aiuto mirante a incatenare alle (contrastanti) cause occidentali i soli insorti di Benghazi. Per fortuna il movimento ha resistito e sta diventando irresistibile nello Yemen, sboccia in Siria, tiene con alterne vicende in Egitto e in Tunisia (dove peraltro è condizionato dalla massiccia presenza dei nuovi crociati), è paralizzato dall’intervento saudita nel resto della penisola arabica, sospeso in Algeria e Marocco. La Lega Araba si è spaccata e dunque la chiusura del sarcofago sui movimenti è, per il momento, fallita. Iran e Israele restano a guardare, cioè a reprimere al loro interno senza ingerenze di antagonisti in altro affaccendati. Per esprimere la nostra solidarietà e il nostro appoggio a quei tumulti dobbiamo tumultuare anche noi, non spedire Mirages e Tornado. Abbiamo danneggiato i ribelli di Benghazi con il trattato italo-libico e prima ancora con le magliette di Calderoli, non ripareremo i torti accecando quattro radar del raìs e neppure rimpiangendo Gheddafi o accreditandogli certi meriti anticoloniali della giovinezza.

Per il secondo aspetto, le nuove spaccature che crepano la maggioranza sono purtroppo tamponate dall’accorrere sconsiderato della “sinistra” sotto i vessilli di Marte. Sarà ben difficile che il pur volenteroso Pd possa giocare un ruolo sotto l’amministrazione Napolitano, ruolo cui sembrano meglio destinati Fini e Casini, nazionalisti e cattolici come nell’impresa di Libia di cent’anni fa. Rifiutare la guerra, a partire dalla piazza del 26 marzo e fino allo sciopero del 6 maggio, nutrendo tale rifiuto di tutti i contenuti sociali già elaborati (salario, occupazione, scuola e ricerca, reddito di cittadinanza, precariato, migranti, diritti civili, questioni di genere, beni comuni, no al nucleare) significa creare uno spartiacque che ormai ben poco ha a che vedere con i partiti e le coalizioni parlamentari, una minoranza nelle istituzioni rappresentative che è allo stesso tempo maggioranza nel paese: ieri sulla scuola, oggi sul nucleare, prestissimo sul flop della guerra. I movimenti sono la sola opposizione alla palude e alla catastrofe – già questa è una pesante responsabilità –, domani potrebbero essere la sola alternativa di governo con il fallimento integrale e bi-partisan di una classe dirigente, fallimento di cui lo smarrimento attuale su identità nazionale e internazionale dell’Italia è sintomo esemplare.

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