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Tiziano Rinaldini: Il caso Fiat

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Il caso Fiat

di Tiziano Rinaldini

Da che mondo è mondo, da che capitalismo è capitalismo, le fasi di crisi economica sono utilizzate per peggiorare le condizioni di lavoro e di non lavoro, e per imporre la rimessa in discussione di conquiste che si erano transitoriamente realizzate.

In particolare si tende a ripristinare il più possibile un quadro di comando unilaterale dell’impresa sul lavoro e a liberarla da responsabilità a cui essere vincolata nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici. In ogni specifica  situazione lavorativa si tende ad affermare come unico vincolo ciò che il capitale considera necessario per il successo di quell’impresa. Ciò, a sua volta,  non è ovviamente compatibile  con la permanenza di una iniziativa solidale dei lavoratori fra di loro e di uno  stato sociale universalistico per cui i problemi sociali vengono ridefiniti su basi corporative e aziendalistiche o assistenzialistico/minimali per chi ne resta fuori.

È quello che sta avvenendo in questa fase.

Le forme  e i contenuti sono però particolarmente radicali ed esplicite, proprie di un contesto caratterizzato dal modello che si è imposto di cosiddetta “finanziarizzazione/globalizzazione” dell’economia e della sua riconferma all’interno di una profonda crisi del modello stesso, e segnato dagli effetti di storiche sconfitte delle ipotesi prevalenti su cui si era espresso il movimento operaio nel secolo scorso.

Non mancano reazioni a queste dinamiche, sia sul piano di analisi e proposte per un approccio alternativo alla crisi attuale (come testimoniamo tra gli altri gli stessi contributi pubblicati in questi mesi dal Manifesto sulla rotta dell’Europa), sia sul piano della persistenza di movimenti, iniziative sindacali e anche politiche di opposizione.

Spesso tutto ciò appare ancora debole rispetto  alla possibilità di farsi strada; talora si paga anche dazio per la robusta presenza di contraddizioni o anche evidenti ambiguità.

La poca chiarezza con cui si sta approcciando al mercato del lavoro isolando il “muro” che pure sembra per il momento essersi rafforzato sulla non discutibilità dell’articolo 18; i contenuti degli accordi che si sottoscrivono in moltissime situazioni; l’indiscussa strutturalità con cui il fisco viene incostituzionalmente utilizzato  per premiare l’adesione del lavoratore a ciò che comanda l’impresa (ad esempio le ore di straordinario), e di conseguenza la punizione del salario da contratto nazionale; la ormai sempre più estesa pratica di deroghe aziendali, resa possibile da molti contratti nazionali che perdono così la loro ragione d’essere (almeno per i lavoratori).

Questi sono solo alcuni dei problemi interni al quadro prima tratteggiato. Richiedono senza dubbio maggiore conoscenza, attenzione e battaglia politica se si vuole  rendere più credibile il tentativo di costruire alternative.

Nel contempo però risalta una particolare inadeguatezza rispetto ad un piano di confronto con la situazione senza il quale vengono forti dubbi sulla reale consapevolezza della portata della crisi e  di quanto, anche di innovato,  vada messo in campo per costruire una risposta credibile.

C’è qualcosa che sta accadendo (su cui intendo qualificare questa riflessione) che va al di là del quadro sino ad ora descritto  e sul quale trova conferma  una  estesa, radicale e decisiva inadeguatezza della lettura che  ne viene prevalentemente data e delle risposte a cui dovremmo essere richiamati,  con conseguenze che si riflettono su tutto il resto.

Mi riferisco ad una serie coerente di fatti che  nell’ultimo anno in particolare sono intervenuti sul terreno delle relazioni (favoriti dalla scarsa consapevolezza con cui si è reagito all’accordo separato del 2009 tra alcune centrali sindacali e la Confindustria,e mai validato dai lavoratori, e per la verità niente affatto ostacolati dall’accordo unitario delle confederazioni del giugno scorso).

Sono fatti finalizzati a rendere il confronto e il  conflitto sociale nei luoghi di lavoro formalmente impraticabili dal punto di vista della democrazia e di diritti che ne permettano l’effettivo esercizio.

Le scelte Fiat a Pomigliano e a Torino (Mirafiori e Bertone) imposte senza alcuna contrattazione e  sulla base del noto ricatto; il collegato al lavoro del 2010 e  l’articolo 8  del gravissimo decreto governativo dello scorso autunno; la successiva estensione delle scelte Fiat a tutto il mondo Fiat e la ulteriore estensione in atto alle aziende che operano per la Fiat; la decisione di Federmeccanica/Confindustria di non riconoscere l’unico contratto nazionale di lavoro dei meccanici siglato da tutte le organizzazioni sindacali sulla base del voto dei lavoratori, ed il tentativo di sostituirlo  con un contratto nazionale separato  mai votato dai lavoratori, che rende possibile in ogni specifica situazione  lavorativa  derogare dal contratto stesso, rendendo così aleatoria  per i lavoratori la protezione solidale derivante dal contratto nazionale.

Questi sono tutti fatti che determinano anche sul piano formale la eliminazione (totale nel caso della Fiat e per ora parziale per il resto) di diritti e di libertà sindacali fondamentali in primo luogo per i lavoratori e di conseguenza per le rappresentanze che a loro vogliano vincolarsi nel fare contrattazione, piattaforme e accordi.

In sintesi, l’esercizio di libertà sindacali democratiche all’interno dei luoghi di lavoro viene espulso dal sistema di relazioni ritenuto ammissibile, comprendendo gli stessi diritti di ogni singolo lavoratore.

Sono riconosciuti spazi e agibilità solo a chi di partenza sottoscriva la rinuncia a tentare di costruire ed affermare un punto di vista autonomo dall’interesse dettato dall’impresa, e quindi in senso lato dall’attuale economia (tranne naturalmente quando è  l’impresa a fare critiche all’economia).

Tutto ciò interviene drasticamente sulla dimensione lavorativa di uomini e donne con buona pace per i buoni propositi sulla cittadinanza di cui tanto si è parlato in questi anni.

È chiaro che non necessariamente il modello Fiat verrà esteso a tutte le imprese. Il risultato indiscutibile che comunque ne consegue è la balcanizzazione impresa per impresa delle relazioni sociali e sindacali, e il tentativo di annullare la possibilità che i lavoratori, a partire dai luoghi di lavoro, possano esprimersi sulla base di un interesse unitario e solidale e cioè l’unico percorso attraverso il quale possano esistere come soggetto sociale e influenza politica. Non è certo casuale che al centro di questa offensiva vi sia l’annullamento del valore del contratto nazionale come valore apprezzabile dal punto di vista dei lavoratori.

Questo risultato non sarebbe perseguibile senza la piena e  attiva collaborazione e complicità messa in campo da Cisl e Uil, riconfermata anche in queste ultime settimane nonostante che la deriva Fiat indichi con chiarezza la riduzione delle organizzazioni sindacali a sindacati di regime.

Si potrebbe ulteriormente approfondire.

Comunque, per riscontrare quanto affermato, agli uomini e alle donne di buona volontà basterebbe leggere gli atti e guardare i fatti prima richiamati.

Per gli altri non saprei cosa fare; sarebbe come discutere se la terra è rotonda o quadrata.

Siamo quindi ben oltre il problema di valutare negativamente o positivamente un accordo sindacale o della presa d’atto di un brutto accordo, che può anche capitare venga sottoscritto; siamo ben oltre la possibilità di considerarlo tema genericamente complementare ad altri temi o comunque riducibile ad una dimensione sindacale intesa come dimensione parziale.

Se proprio, come molti fanno, vogliamo trovare analogie storiche (scontando gli inevitabili limiti di esercizi di questo tipo) dovremmo risalire all’attacco alle libertà sindacali negli anni venti del secolo scorso,che tra l’altro vide anche allora una estesa sottovalutazione o rilevanti complicità nel mondo politico e sindacale.

In tutta evidenza siamo in presenza di qualcosa che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Vi sono state fasi di drammatica lotta sociale e di offensiva padronale che hanno modificato i rapporti di forza per lunghi periodi di tempo.

Niente però di paragonabile a un utilizzo del particolare indebolimento che si determina all’interno della crisi per instaurare regimi di relazioni che modificano alla radice regole e diritti in modo tale da espellere (e non semplicemente da ostacolare) la libertà sindacale (dei lavoratori prima ancora che delle organizzazioni) dai luoghi di lavoro.

Chi richiamasse analogie storiche per oscurare la specifica radicale portata di quanto sta avvenendo denoterebbe soltanto una volontà di negazione della realtà sulla base della quale si costruirebbero solo castelli di sabbia nel cercare risposte alternative alla crisi in corso.

È uno di quei casi in cui storici e studiosi hanno l’occasione per dare un senso alle loro competenze, subito, non fra qualche anno, contribuendo alla chiarezza dello stesso dibattito politico e sindacale.

Certamente ciò che sta accadendo si colloca in un quadro di crisi sociale e occupazionale gravissima, e ciò può contribuire a far si che non venga colta  l’importanza del passaggio qui denunciato e venga elusa la responsabilità a cui siamo richiamati.

È altrettanto certo quindi che la risposta da dare sull’attacco alle libertà democratiche non può essere isolata e separata dagli altri problemi.

Ciò che non è condivisibile è l’utilizzo degli altri temi economici e sociali per oscurare una questione decisiva e centrale o lasciare intendere che si tratta di questione aziendale o al massimo di categoria (anche magari dichiarando solidarietà o aggiungendolo genericamente alle altre).

A me pare che questo sia un atteggiamento molto diffuso, a vari livelli, quasi che si possa parlare credibilmente di coesione sociale o di patto sociale in presenza di una lesione democratica a livello sociale di questa portata.

Sarebbe sufficiente a questo proposito pensare all’ipocrisia con cui si continua a declamare retoricamente il richiamo all’unità sindacale e all’accordo del 28 giugno mettendo fuori campo il problema dell’abrogazione dell’art.8 del decreto del precedente Governo e la presa d’atto che accordi come quello Fiat sono sottoscritti e condivisi da Confindustria, Cisl e Uil e hanno così determinato nei fatti la palese sconfessione dell’accordo del 28 giugno.

Non credo vi sia oggi qualificazione (e credibilità) sul ruolo che si intende svolgere per costruire dentro la crisi una alternativa senza assumere centralmente il problema qui denunciato. È un sorta di cartina di tornasole (per tutti), condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente.

Davvero si può pensare che si possa aprire la strada per processi alternativi a quelli in corso se il tema delle libertà democratiche e dei diritti a livello sociale non è centrale in presenza del più radicale degli attacchi mirato ad espellere democrazia e solidarietà dai luoghi di lavoro?

Non è certo casuale che la Fiom sia al centro di questo attacco.

È infatti la Fiom che più coerentemente sostiene la necessità di innovare e democratizzare il sindacato e la dimensione sociale.

È il caso di ricordare la posizione che da anni la qualifica: l’esercizio della contrattazione collettiva deve essere vincolata alla titolarità dei lavoratori, e quindi da un lato non si può sottoporre a scambio diritti individuali e collettivi inviolabili e dall’altro la validità di piattaforme rivendicative  e accordi deve essere vincolata al consenso e al voto dei lavoratori e delle lavoratrici.

Come non vedere che l’aggressione alla Fiom è innanzitutto nei confronti di un ostacolo all’attacco di fondo contro i lavoratori e le loro libertà?

Il  paradosso è che si cerca di far passare l’aggressione al sindacato dei meccanici in quanto rappresenterebbe un residuo del passato, quando al contrario si cerca di sbarrare la strada ad una idea nuova e democratica sullo spazio sindacale e la dimensione sociale, il ruolo della organizzazione e l’esercizio della titolarità e dei diritti da parte dei lavoratori e degli uomini e delle donne nella loro concreta dimensione sociale.

La posta in gioco non è chiudere il passato, ma a quale futuro aprire la strada, ben al di là dello stesso campo sindacale.

Il dato oggi straordinario, in un quadro devastato dalla crisi e dalle condizioni della politica, è la tenuta della Fiom, il consenso e radicamento tra i lavoratori e la capacità di essere punto di riferimento anche al di là del mondo del lavoro.

Altro che sconfitta. La sconfitta vi sarebbe stata se la Fiom avesse sottoscritto gli accordi capestro e il regime che determinano, anche nella forma di firma tecnica con escamotage tipici della peggiore cultura nazionale del passato.

È vero, la Fiom è una anomalia disturbante al punto tale che è comprensibile l’accanimento con cui si cerca di eliminarla, sino ad ora invano.

È per questo che oggi viene offerta una risorsa e possibilità concreta, presente sul campo delle dinamiche sociali (e non solo nei commenti e desideri esterni) per recuperare una azione interna alla crisi che impedisca in primo luogo la chiusura degli spazi democratici per tutti, forze politiche e sindacali, movimenti e cittadini.

A me pare che questo sia il punto di vista e lo sguardo sulla realtà da assumere per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, o meglio per tutti coloro che ritengano indispensabile attraversare la crisi espandendo e innovando la democrazia e non limitandola sino ad accettarne la soppressione a partire dalla dimensione sociale e dal lavoro.

Per questo appare miope ed irresponsabile un diffuso atteggiamento che invece di cogliere e generalizzare, tende di fatto a ridimensionare e ricondurre la partita aperta tra i meccanici a questione di alcune fabbriche o di una categoria. Viene così scaricata sulle spalle di una parte dei lavoratori, pressati dal ricatto occupazionale, la risposta su un fronte di scontro di radicale effetto generale sul futuro della democrazia.

È un atteggiamento che contribuirebbe a creare condizioni per isolare e sconfiggere non i metalmeccanici, ma la questione democratica.

Evitare queste derive richiede a tutti (di fronte ad una crisi di questa portata) il superamento di un approccio da sempre troppo diffuso anche nel pensiero politico e sociale di sinistra, per cui  in tempi di crisi sociale si è portati a considerare poco “concreta” la questione democratica, non in grado di essere capita dalle masse o dalle moltitudini che siano, e pertanto semmai da rinviare a tempi migliori.

Gli esiti storici di questo approccio e gli spunti che ci vengono dagli attuali movimenti di opposizione dovrebbero aiutarci per innovare anche su questo piano.

Siamo ancora in tempo.

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