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Enzo Modugno: L'utopia perduta del web 2.0

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L'utopia perduta del web 2.0

Enzo Modugno


Un dialogo a distanza con Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi, autori di «Eclissi» per Manni editore
 
Un dialogo che ha l'aria di un'assemblea di movimento, di quelle intensissime che vanno avanti fino a tardi. Il punto di partenza è il volume Eclissi di Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi (manni editore). È già intervenuto Benedetto Vecchi (il manifesto del 30 settembre) che ha sottolineato la questione più importante, la netta presa di posizione dei due autori che negano le capacità liberatorie delle nuove tecnologie. Scardinando così una convinzione troppo a lungo vagheggiata dagli utopisti del web 2.0 che hanno rinnovato, a guardar bene, le illusioni del marxismo positivistico di Kautsky e Plechanov. Sull'onda di Comte e Saint-Simon, contagiarono i partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale. Oggi hanno creduto nelle nuove tecnologie proprio come allora credettero nelle tecnologie industriali. Eppure persino John Stuart Mill dubitò subito che le invenzioni meccaniche potessero alleviare le condizioni di un qualsiasi essere umano.

Formenti è intervenuto a fondo su questo argomento. E se Bifo parla della ambiguità/duplicità delle dinamiche di rete, questa va intesa nel senso che è pur vero che i mezzi di comunicazione - che già nella prima rivoluzione industriale permisero ai proletari di realizzare in pochi anni quelle unioni che i cittadini dei borghi medievali impiegavano secoli a realizzare - permettono oggi ai nuovi lavoratori di realizzarle in pochi giorni. Però è innanzitutto vero che, come sempre, sono mezzi che servono ai capitalisti per i loro scopi e contribuiscono a deprimere quasi ovunque il salario a uno stesso basso livello (Marx, 1848), e a introdurre dappertutto la legge del mercato (Dan Schiller, 1999).

Ma, stabilito questo sulle nuove tecnologie, sarebbe necessario trarne tutte le conseguenze.

Prima di tutto va riconosciuto il fatto che questo apparato cibernetico-tecnico - che non nasce improvvisamente in California ma può essere considerato l'esito più evidente del pensiero reificato, il momento più avanzato dell'intera metafisica occidentale - costituisce oggi il mezzo di produzione di una nuova forma di capitale. Un capitale emerso con la cibernetica che identifica la conoscenza logico-formale con la conoscenza in generale, come se fosse la forma finalmente scoperta del sapere. Un'identificazione ingenua e dogmatica, perché la scienza è solo una forma storica del sapere che permette l'appropriazione capitalistica dell'intelligenza collettiva, che nasce col capitalismo e ne seguirà la sorte. Per questo i movimenti che dal Sessantotto hanno lottato contro la trasmissione, la produzione e l'appropriazione capitalistica del sapere, hanno in realtà attaccato l'essenza stessa di questo modo di produzione.

In secondo luogo bisognerebbe riconoscere che il processo storico che ha determinato le recenti trasformazioni produttive ha avuto inizio con questo apparato cibernetico-tecnico. Cioè che questo processo ha avuto il suo punto di partenza nel mezzo di lavoro - nella macchina «per pensare senza cervello», così come secondo Marx fu la macchina «per filare senza dita» a dare l'avvio alla grande industria - e non nel lavoro, come invece avvenne con la manifattura e come pensa oggi un'interpretazione mainstream di scienziati sociali. Questi infatti, ritengono che l'empowerment del lavoro, la sua pluriqualificazione, in Italia le «eccedenze», trascendano le caratteristiche alienanti delle precedenti attività lavorative e siano alla base delle trasformazioni produttive. Se invece si considera come punto di partenza il mezzo di lavoro, ciò che deve essere spiegato non sono le qualificazioni del lavoro ma, al contrario, la capacità dell'apparato cibernetico-tecnico di dequalificare queste virtuosità incorporandole in nuovi mezzi di produzione e riducendole alla precarietà: il dominio politico, il neoliberismo, non ne è la causa ma la conseguenza. Il nuovo capitale infatti non è puro dominio incapace di produrre ma, con la cibernetica, fonda proprio sull'accelerazione della produzione le ragioni del suo dominio, e sull'accelerazione della sovrapproduzione quelle della sua crisi.

Quanto al soggetto rivoluzionario, riaffiora nel dialogo la vexata quaestio dell'organizzazione. Vecchi richiama gli autori a considerare il radicamento nei rapporti sociali di produzione indispensabile per ogni tipo di autorganizzazione. Bifo infatti pensa a comunità che agiscano in maniera autonoma e che si riproducano secondo un sistema di proliferazione contagiosa, la «scismogenesi» di Gregory Bateson. Formenti pensa a un cybersoviet che possa «durare nel tempo». Andrebbero benissimo entrambi se non fosse per quel «durare nel tempo»: sappiamo che non durano. Ma possiamo seguirne le vicende perché ogni gruppo che insorge, soviet o comunità, attraversando fasi successive, segue lo stesso diagramma.

In una prima fase l'unione, l'azione comune, si afferma perché i lavoratori riconoscono l'impossibilità di continuare a subire nell'inerzia lo statuto di cose umane. Chi prende la parola, chi intraprende un'azione, sa che tutti intendono proseguirla, lo fa sapendo di farlo a nome di tutti. In questa prima fase il gruppo che insorge non ha strutture che potrebbero renderlo stabile, non ne ha bisogno: anzi è proprio questo che lo rende temibile, mare insondabile che straripa in azioni spontanee. È il gruppo in fusione di Sartre, il movimento di Rosa Luxemburg, l'azione libertaria. Questa fase tuttavia si trasforma rapidamente se il modo di produzione riprende i suoi spazi e subentra il pericolo della smobilitazione. La sopravvivenza del gruppo richiede ora un'organizzazione che impegni tutti a continuare la lotta: ma se le condizioni peggiorano potrebbe spingersi fino a punire chi non lo fa, è la «fraternità-terrore». Se non si è dissolto prima, il movimento è diventato ormai istituzione.

Abbiamo assistito molte volte a questo percorso. Ma gli attivisti dei movimenti hanno sviluppato spontaneamente una diffidenza assoluta a confondersi con un potere a cui delegarsi, scompaiono e ricompaiono sapientemente nelle alterne fasi di questo processo. Con Bifo, Formenti, Vecchi («la democrazia rappresentativa è alla fine»), ricompare la dissoluzione del patto sociale e la restia ostinazione a reinventarlo, come scriveva il filosofo francese Maurice Blanchot.

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Il ritorno di Marx in Italia

di Oliviero Calcagno e Gianfranco Ragona

Ripetutamente proclamato morto, Marx continua a far discutere. Il silenzio calato sulle analisi dell’autore del Capitale in seguito alla caduta del Muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica sembra essersi infranto. In questo senso, il dibattito culturale italiano non fa eccezione rispetto alle tendenze dominanti su scala internazionale, presentando semmai un ritardo, causato dalla lunga durata della precedente fase di lotte sociali e, parallelamente, da una condizione di subalternità all’egemonia culturale statunitense, che proprio l’esaurimento di quel periodo di lotte ha riproposto in forma più accentuata. Tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, infatti, si è consumata una stagione teorica di abiure e di precari eclettismi, cui ha fatto seguito un revival altrettanto affannoso dell’ideologia dei diritti umani, accompagnato dalla frammentazione delle identità collettive in individualità private. Per contro, il dibattito dell’ultimo decennio mostra un ritorno d’interesse per le condizioni sottostanti la vita dei tanto vezzeggiati individui, ed è qui che un rinnovato confronto con il vecchio Marx può trovare spazio d’accoglienza.

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