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Marx e la sua rilevanza post-marxista: una rassegna

Bernhard H. F. Taureck*

Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 322-330. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/613

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001 ballerinaQuattro libri su argomenti diversi ma interconnessi. Sul TTIP [Transatlantic Trade and Investment Partnership]1 come dernier cri della globalizzazione2. Su Piketty come sostenitore di un capitalismo dinamico3. Su Polanyi e Nancy Fraser come analisti dell’emancipazione4. Sul capitalismo come concetto-base per la comprensione del nostro mondo politico5.

Una premessa. Ogni studio che si occupi anche per via indiretta di Marx deve rispondere in maniera criticamente differenziata a tre domande, che lo faccia o meno in maniera consapevole, programmatica o esplicita. La prima domanda è la seguente: che cosa accade nel modo in cui viene descritto [da Marx]? La seconda domanda suona: che cosa viene spiegato con ciò? La terza domanda è: che cosa viene previsto in maniera argomentata?

Alla prima domanda (che riguarda la descrizione) Marx ha già risposto a sua volta richiamando fenomeni come la dissoluzione della famiglia, delle piccole e medie imprese e dello Stato come risultato delle dinamiche di mercato. Ha risposto inoltre citando il fenomeno dell’alienazione dell’uomo da se stesso dal momento che è costretto a lavorare come mezzo per gli altri. A queste risposte di Marx viene oggi obiettato il fatto che le piccole e medie imprese continuano senz’altro a esistere nonostante l’accumulazione del capitale e la produzione di plusvalore assoluto.

Rispetto alla nozione di alienazione viene invece rimproverato il fatto che Marx abbia preso le mosse da una società disciplinare che ai suoi tempi era già da lungo tempo tramontata. Tuttavia, possiamo a nostra volta obiettare che con la libertà dagli obblighi di lavoro la descrizione marxiana dell’alienazione non diventerebbe comunque priva di validità.

Alla seconda domanda (quella che riguarda la spiegazione) Marx ha risposto facendo riferimento all’accumulazione originaria in Gran Bretagna, a una serie di processi dialettici e soffermandosi su nozioni come lo scambio di valori equivalenti e la teoria delle classi in lotta. Chi lo critica ricorda invece che l’accumulazione ha avuto luogo in paesi diversi solo a livello locale e che è proseguita anche quando Marx pensava che fosse terminata. Nella dialettica marxiana, inoltre, la forzalavoro rimarrebbe una grandezza dialetticamente invariata. Il valore verrebbe concepito da Marx in senso oggettivistico, dato che egli sostiene che vengono scambiati valori sempre equivalenti. Ad avviso dei critici, la borsa valori sarebbe tuttavia esposta a processi psicologici estremi, con il risultato che le operazioni di scambio vengono effettuate sulla base di valutazioni soggettive spesso irrazionali. Inoltre, le determinazioni del valore si sono specificate, nel frattempo, anche in conformità alla prospettiva di una sostenibilità ambientale. In questo senso, Marx sarebbe stato condizionato da un realismo ingenuo e sarebbe stato all’oscuro della dipendenza dall’osservatore delle percezioni e dei giudizi. Infine, sarebbe stato erroneamente dell’avviso secondo il quale i rapporti di potere possono esprimersi esclusivamente come antagonismi di classe: il potere, però, rimarrebbe presente anche dopo l’abolizione di questi ultimi.

Alla terza questione (quella relativa alla previsione) Marx ha risposto facendo ricorso alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, che emerge per via della sovrapproduzione e della concorrenza, con la conseguente riduzione delle vendite, le crisi commerciali e la conclusiva emancipazione umana. La critica a queste tesi fa valere il fatto che Marx non disponeva di alcuna teoria della tecnica, che la tecnologia e il potere possono sopravvivere al capitalismo e che il capitalismo stesso dà una forma giuridica ai conflitti di classe e attutisce le crisi (ad esempio, proteggendo la sfera privata nella società civile: lo Stato sottrae ai cittadini una parte del loro rischio di vita ma allo stesso tempo richiede ai lavoratori che si impegnino soltanto come cittadini e non come membri di una classe sociale determinata).

Nel complesso, dalle diverse critiche a Marx consegue che l’autore del Capitale viene certamente falsificato finché viene letto come un inventario immutabile di teoremi. Allo stesso modo si può però anche concludere che la lezione di Marx può accompagnare l’ulteriore sviluppo del capitalismo se le sue osservazioni, spiegazioni e previsioni vengono lette come qualcosa di elastico, che si estende tra il falso e il vero e che può essere d’aiuto in linea di principio e per diversi aspetti in modo appropriato anche senza che le sue considerazioni divengano infallibili.

Questa duplice conclusione è riscontrabile in diverse monografie e introduzioni dei primi anni del XXI secolo, come quelle di Gérard Bensussan6, Bernd Ternes7, Robert Misik8, Terry Eagleton9, Pierre Dardot/Christian Laval10 e, ultimo ma non meno importante, Domenico Losurdo11. Anche uno studio di Axel Honneth12 si colloca nella scia di chi intende il socialismo come armonia consolidata tra l’intimità familiare, lo sviluppo di politiche pubbliche e la riduzione delle disuguaglianze di reddito e dunque indirettamente nel senso di Marx.

A loro volta, anche i quattro libri a cui voglio fare qui riferimento dimostrano in vari modi la persistente validità post-marxista delle osservazioni, delle spiegazioni e delle previsioni di Marx. Cominciamo con Die Freihandelsfalle (La trappola del libero scambio), l’antologia dedicata all’accordo TTIP.

Quando si è tenuta la manifestazione di Berlino contro il TTIP del 10 ottobre 2015, che ha visto la partecipazione di circa 250.000 manifestanti, era ormai evidente come l’accordo CETA tra il Canada e gli Stati Uniti fosse già costato centinaia di migliaia e forse un milione di posti di lavoro da entrambe le parti. La groβe Koalition al governo in Germania, gli imprenditori o gli articoli dello “Spiegel Online” sottovalutavano invece ancora i rischi del TTIP. Ulrich Grillo, Presidente della Confidustria tedesca, era ad esempio di questa opinione: «Noi europei dobbiamo avere la volontà di plasmare la globalizzazione. Chi si limita a bloccare, perde». Grillo si rivolgeva chiaramente a chi non legge libri come Die Freihandelsfalle: con il pronome «noi», infatti, vengono intesi gli imprenditori europei, mentre la formulazione «avere la volontà di plasmare» si riferisce chiaramente all’esautorazione degli Stati in favore delle aziende private. Il «perdere» di cui parlava Grillo è poi acqua per il mulino dell’oblio. Il libro ricorda infatti come alla fine degli anni ‘90 il progetto predecessore del TTIP, chiamato MAI, sia evaporato nel momento in cui i critici della globalizzazione lo hanno reso di dominio pubblico (p. 74). Anche per quanto riguarda il TTIP, nell’ottobre del 2015 Wikileaks ha rivelato delle carte tenute sino a quel momento sotto chiave: con l’accordo previsto, anche i farmaci poco costosi (generici) sarebbero diventati più cari e inaccessibili ai pazienti bisognosi. Le analisi di questo notevole volumetto rimangono perciò attuali, nonostante tutti i nuovi eventi nel frattempo intervenuti.

Se guardiamo al suo nome, la globalizzazione avrebbe dovuto essere utile a tutti. Ma se guardiamo alla cosa stessa, appare chiaro come essa abbia privilegiato in realtà ben pochi e vada dunque intesa come la continuazione del colonialismo con altri mezzi e con altre designazioni. La crisi del 2008 ha rafforzato i ricchi. L’accordo di libero scambio previsto tra l’UE e gli Stati Uniti ha dimostrato perciò che i i governi di queste regioni «non hanno imparato nulla neppure dalla crisi finanziaria» (p. 80). È un esito che contrasta con quanto è accaduto in Asia e in Sud America, due aree che «già in passato e da lungo tempo hanno tratto conclusioni diverse dalle loro crisi regionali e hanno optato per una regolamentazione più forte dei mercati finanziari».

In Europa il TTIP sembra invece inevitabile e finiamo così per imporci da soli ogni sorta di costrizione materiale, mentre coloro che non sono stati in grado di capire quali regole coercitive siano state introdotte affinché i mercati possano agire definitivamente al di fuori di ogni regolamentazione finiranno, come di consueto, per far udire il loro lamento a coloro che non hanno letto un libro come questo. Un libro che va perciò raccomandato con forza. Perché offre un insieme di informazioni ordinate, oltre ad ammonimenti critici e a un elenco di alternative formulate da lungo tempo con il nome di Alternative Trade Mandate.

Tutto ciò che gli investitori oggi vogliono è una protezione contro le discriminazioni economiche da parte dei paesi ospitanti. Essi pretendono perciò garanzie in favore dei beni privati. A questo desiderio le autrici e gli autori del libro contrappongono invece l’idea di una tutela dei beni pubblici. I quali comprendono la protezione della produzione regionale, la tutela dell’ambiente, la protezione dei mercati del lavoro, i beni pubblici garantiti dallo Stato, i servizi pubblici che riguardano il cibo, l’acqua, la salute e l’istruzione.

Si può notare come una forma di protezione sia richiesta dagli investitori ma anche dai consumatori. La protezione sembra costituire oggi il bene che maggiormente viene associato al capitalismo. Sembra però una novità il fatto che la protezione dal capitalismo debba essere integrata intendendo il capitalismo stesso come un bene degno di protezione. È possibile una simile integrazione? Finora il problema non era stato neppure posto, ma con il TTIP è invece sul tavolo. Con questo accordo dovrebbe diventare possibile, infatti, risarcire le aziende per i profitti perduti e a deciderlà sarà precisamente un tribunale composto da istituzioni private sottratte a ogni controllo statale. In questa maniera vengono introdotti due elementi nuovi: il diritto a una ricompensa per le perdite subite e un esautoramento del potere dello Stato. All’interno di un ordine statale non può però esserci nessun diritto di realizzare un utile, come non può esserci un diritto di registrare gli esami andati male come se fossero stati superati. Una simile protezione del capitalismo condurrebbe infatti alla cessazione di ogni protezione contro il capitalismo.

Del tema della protezione dal capitalismo si occupa il libro di Michael Brie. È dedicato a tre fenomeni: le dinamiche del capitalismo, la protezione dal capitalismo e l’emancipazione.

Quando il capitalismo si afferma, lo Stato o la società devono trovare oppure inventare forme di protezione che siano in grado di difendere la maggioranza da quella minoranza che è costituita dagli imprenditori. Tuttavia, pensare il capitalismo attraverso categorie che fanno riferimento a una protezione dal capitalismo rimane comunque una cosa ancora legata al capitalismo stesso e non contiene in nessuno modo una dimensione che lo oltrepassi. In un confronto esemplificativo con Karl Polanyi e Nancy Fraser, tornati da alcuni anni di nuovo attuali, Brie sostiene allora che una dimensione che oltrepassi i confini del capitalismo non possa significare altro che l’emancipazione politica.

Emancipazione politica: non siamo forse qui di fronte a quel residuo utopico del XIX secolo che non ha da offrire più che una reminiscenza? Ma cosa succede se lo Stato capitalista, che dispone esclusivamente di una forma di democrazia «in uscita» (output-democracy), protegge i suoi cittadini dall’emancipazione politica perché la percepisce come una minaccia rivoluzionaria nei confronti dell’«oligarchia liberale» (è in tal modo che Danilo Zolo intende il termine «democrazia»)? Già nel 1881, del resto, Bismarck aveva inteso la sua legislazione sociale come una forma di prevenzione contro la rivoluzione, cosa a cui Brie opportunamente rimanda (p. 26).

Il libro di Polanyi The Great Transformation. The Political and Economic Origins of Our Time è apparso di nuovo nel 2001, con una prefazione di Joseph E. Stiglitz, presso la Beacon Press di Boston13 . Polanyi riteneva che il lavoro, la terra e il denaro rappresentassero soltanto merci fittizie e che la loro commercializzazione dovesse essere regolata. Nella sua prefazione Stiglitz rimanda al fatto che il mercato auto-regolativo, inteso da Polanyi come un inganno, potrebbe portare persino a un «capitalismo della mafia» e a un «sistema politico mafioso». L’esempio della Russia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica dimostrerebbe in questo senso che il mercato non ha affatto migliorato quel paese. E questo perché mancavano a tale scopo «le infrastrutture legali e istituzionali necessarie».

I testi di Nancy Fraser e Karl Polanyi tradotti e ristampati da Brie sono di valore inestimabile. Le considerazioni di Fraser si possono ridurre alla frase chiave: «D’ora in avanti non ci sarà più nessuna protezione sociale senza emancipazione» (p. 114). I testi di Polanyi ristampati (tra cui un saggio sull’Amleto che ci fa capire come quel periodo così cupo fosse tuttavia anche carico di speranze) e la Rosa-Luxemburg-Lecture di Karin Polanyi-Levitt sono documenti preziosi, che mettono in evidenza il fatto che è il «common sense» dei cittadini a costituire la «base della politica in una democrazia» (p 128).

Il libro di Ralf Krämer Kapitalismus verstehen (Comprendere il capitalismo) affronta, ricorrendo a un vasto armamentario di concetti economici di taglio marxista i due problemi principali del capitalismo contemporaneo: l’economia finanziaria (intesa come aspettativa di marketing) e la situazione occupazionale. Sia che si tratti della legge del valore e del plusvalore, sia che si tratti del fordismo e del post-fordismo, sia che si tratti delle crisi a partire dal 2008, sia che si tratti di una ristrutturazione sociale del capitalismo -richiesta da Krämer in luogo del suo superamento –, tutti questi argomenti vengono trattati in maniera approfondita quanto lucida. Krämer mostra nei fatti come le concezioni di Karl Marx e Friedrich Engels, pur risalendo al XIX secolo, rimangano ancora oggi elastiche. Citazioni efficaci di entrambi i classici accompagnano quasi continuamente le sue osservazioni.

La sostituzione del neoliberismo, inteso come l’idea di una privatizzazione dei beni pubblici, con una ristrutturazione socioecologica del capitalismo non poteva certamente essere anticipata da Marx. Ma la pretesa marxiana di un’eredità disposta a vantaggio delle generazioni future, rimessa in circolazione da Iring Fetscher, potrebbe essere formulata come un divieto valido per l’oggi: le generazioni future non devono trovare una situazione che li costringa a disintossicare una terra avvelenata. Se noblesse oblige e se il capitalismo è incapace di obblighi, ci dovrebbero essere regole che lo costringano finalmente ad assumerne.

Il libretto su Piketty è di facile lettura e si riassume facilmente. Piketty constata una condizione r > g (per cui la ricchezza patrimoniale è maggiore del tasso di crescita economica) e richiede un’inversione: g > r (la crescita deve essere maggiore della ricchezza patrimoniale). Per ottenere questa inversione Piketty propone una tassa sul patrimonio mondiale, che scatterebbe a un livello patrimoniale determinato. I conservatori sospettano in Piketty un marxismo nascosto. I critici di sinistra scorgono nella sua analisi soltanto descrizioni sistemiche che non pongono la questione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Questo libretto illustra tutti questi aspetti.

Aggiungo due particolari. In primo luogo, fenomeni come la tendenza del capitalismo ad acquietarsi sul patrimonio, al godimento del lusso, al’irrigidimento dello spirito di innovazione erano stati già osservati nel 1913 da Werner Sombart nel suo studio Der Bourgeois. Zur Geschichte des modernen Wirtschaftsmenschen14 per l’Italia, l’Olanda, la Spagna, la Francia e la Gran Bretagna, a differenza di Germania e Stati Uniti. Marx non aveva notato questa tendenza. In secondo luogo, Piketty riscopre quella tassazione progressiva che gli autori del Manifesto del Partito comunista avevano richiesto già nel 1848: quella misura sulle cui basi soltanto è stata possibile, da allora, una convivenza in regime capitalistico. Il libretto su Piketty ci conduce così a un dilemma: se c’è crescita, un collasso ecologico e le disuguaglianze sociali sembrano inevitabili. Un capitalismo fondato sul lusso e sui patrimoni conduce invece a disuguaglianze che non possono essere compensate e all’esclusione dalla politica della maggioranza dei cittadini. La discussione e l’elaborazione di questo dilemma sono ancora in sospeso.

Il TTIP, Piketty e il quasi-libro di testo di economia politica scritto da Krämer sono dedicati alle sproporzioni economiche oggi più evidenti. Sembra trovare conferma la sentenza di Rathenau secondo la quale l’economia è il nostro destino. I lavori di Polanyi e di Nancy Fraser ci dicono, invece, che l’economia non è e non deve essere il nostro destino. Anche Axel Honneth, da parte sua, con l’espressione “socialismo” vuole intendere l’armonizzarsi reciproco della sfera privata, della volontà politica e di uno smantellamento istituzionalizzato

14 Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, trad. it. di H. Furst, Guanda, Parma 1994, N.d.T.

delle disparità di reddito. In questo modo, Marx non viene confinato nei limiti della sua dimensione storica. Al contrario, il post-marxismo si propone di far confluire le fonti marxiane, almeno sul piano metodologico, in direzione di un’armonia post-antropocentrica tra naturalità e cultura. Quell’armonia al cui avvelenamento il capitalismo lavora con sempre nuove idee. 


Trad. it. dal tedesco di Teodosio Orlando.

* (Università di Braunschweig)

Note
1 Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, N.d.T.
Harald Klimenta, Andreas Fisahn et alii: Die Freihandelsfalle. Transatlantische Industriepolitik ohne Bürgerbeteiligung – das TTIP, VSA Verlag, Hamburg 2014, pp. 126.
3 Joachim Bischoff e Bernd Müller, Piketty kurz & kritisch. Eine Flugschrift zum Kapitalismus im 21. Jahrhundert, VSA Verlag, Hamburg 2015, pp. 93.
4 Michael Brie, Polanyi neu entdecken. Das hellblaue Bändchen zu einem möglichen Dialog von Nancy Fraser & Karl Polanyi, VSA Verlag, Hamburg 2015, pp. 74.
Ralf Krämer, Kapitalismus verstehen. Einführung in die politische Ökonomie der Gegenwart, VSA, Hamburg 2015, pp. 253.
Marx le sortant, Hermann, Paris 2007.
Karl Marx: eine Einführung, UTB Verlag, Stutgart 2008.
Marx verstehen, Anaconda Verlag, Köln 2012.
9 Why Marx was Right, Yale University Press, London 2011; trad. it. Perché Marx aveva ragione, Roma, Armando 2013.
10 Marx, prénom: Karl, Gallimard, Paris 2012.
11 Più recentemente con La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014.
12 Die Idee des Sozialismus, Suhrkamp, Berlin 2015; trad. it. L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Feltrinelli, Milano 2016 [v. la recensione di Matteo Giangrande in questo stesso numero, MS].
13 La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, introd. di A. Salsano, trad. it. di R. Vigevani, Einaudi, Torino 2010.
14 Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, trad. it. di H. Furst, Guanda, Parma 1994, N.d.T.

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