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S.Cesaratto e L.Turci: Illusioni e realtà della manovra (dopo il vertice europeo)

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Illusioni e realtà della manovra (dopo il vertice europeo)

Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci

 
Abbiamo aggiornato questo articolo per tener conto dei risultati del vertice europeo (una prima versione fu pubblicata in bella evidenza dagli amici di Micromega on line a inizio settimana; la versione attuale è uscita domenica 11 dicembre con l'Unità). Poco da aggiornare, in realtà, visto che poco ci aspettavamo, ma è andata anche peggio. Un cupo medioevo nordico ci attende.

Un "austerity club" che ci sta portando verso il medioevo

 
Vorremmo noi per primi illuderci che tutto questo servirà e siamo ammirati della reazione dignitosa del popolo italiano. Purtroppo riteniamo che questa manovra peggiorerà le cose in un quadro europeo che dopo il vertice appena concluso è divenuto, se possibile, più fosco. I nostri concittadini lo devono sapere.

Se l’analisi è sbagliata, così è quella della maggioranza dei politici italiani ed europei, sbagliate sono le soluzioni. La crisi italiana ha un’insopprimibile dimensione europea e dissentiamo da quanto Monti ha sostenuto, presentando la manovra, che la crisi del debito italiano “non è colpa degli europei, è colpa degli italiani”, che siamo “un focolaio di infezione” e rischiamo di “macchiarci della responsabilità” di far fallire l’Europa. Il debito pubblico italiano non ha causato la crisi europea. In un contesto di crescita europeo e di bassi tassi di interesse – che come non ci stanchiamo di ribadire sono stabiliti dalle banche centrali e non dai mercati, a meno che li si lasci fare – esso non avrebbe costituito un problema, tanto meno un problema urgente. C’è piuttosto qualcosa di profondamente sbagliato nella costituzione economica europea. Essa ha creato un sviluppo fittizio dell’Europa periferica basato su bolle immobiliari finanziate dalle banche dei paesi forti, fatto da puntello alle tendenze neo-mercantiliste tedesche, minato la competitività dell’Italia, determinato gravi squilibri commerciali infra-europei. Ciò nulla ha che vedere con una presunta indisciplina fiscale dei paesi periferici – tranne, forse, il caso greco di cui la Germania ben sapeva. Gli economisti americani, keynesiani e monetaristi, ci avevano avvertito: l’Euro senza forti politiche di contrasto agli squilibri non potrà durare. Ci hanno convinto che lo dicessero per paura che l’Euro scalzasse il dollaro. Fatto è che, ora, le misure adottate, devastanti per famiglie e lo stato sociale, getteranno il nostro paese in una gravissima recessione.
 
Il prof. Monti ci ha detto che questo sarebbe servito a rassicurare i tedeschi affinché l’Europa potesse intervenire a tranquillizzare i mercati finanziari. Mentre di un intervento della BCE come prestatore di ultima istanza non v’è traccia e il tutto si riduce a un modesto incremento del futuro Fondo salva-stati, le misure uscite dal vertice sono l’opposto di ridisegno progressista tale da rendere compatibile la moneta unica con la crescita, in particolare attraverso un impegno dei paesi in surplus di rilanciare le loro economie. La costituzione economica europea è stata ancora una volta riaffermata come un “austerity club” in cui ogni democrazia economica, monetaria e fiscale, viene espropriata. E’ matematico che, in questi termini la crisi europea non abbia soluzioni e volgerà al peggio.
 
Da respingere era, fin dall’inizio, l’argomento del “moral hazard” ispiratore del governo Monti, per cui avremmo dovuto dimostrare con misure ferocemente restrittive e perdita di sovranità fiscale che non ce ne saremmo approfittati dell’intervento della BCE. L’esito del vertice europeo mina questo ragionamento. E non va dimenticato che anche se quelll’intervento fosse stato concesso, esso non sarebbe sufficiente a evitare la recessione dell’Eurozona se accompagnato da restrittive politiche di bilancio, come insegna l’esperienza del governo conservatore inglese.
 
Non v’era nulla che noi o altri dovevamo peraltro dimostrare: le finanze pubbliche non hanno causato la crisi europea e la fatica di Sisifo di “aggiustarle” in un quadro di recessione peggiorerà la situazione. Sapendo questo e non temendo più in un intervento della BCE i mercati finanziari tireranno le dovute conclusioni. Come sostenuto da oltre 300 economisti (documentoeconomisti.blogspot.com), un obiettivo di stabilizzazione del rapporto debito/Pil Pil, per il quale avremmo dovuto impegnarci in Europa in un quadro di politiche espansive a livello continentale, sarebbe sufficiente per uscire da quest’incubo. Quello che a noi compete è sì di ristrutturare il bilancio pubblico, ma non per ridurre il debito in un momento di crisi, ma per rendere più eque ed efficienti spesa pubblica e prelievo fiscale sì da sostenere equità e crescita. E’ troppo chiedere che il prof. Monti ci indichi attraverso quali misure intende tutelare il paese visto che gli spread, già a livelli insostenibili, rischiano di salire ancora?

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II. A partire in specie dal secondo dopoguerra e relativamente ai Paesi industrializzati, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso ed ampio incremento dell'occupazione in ogni settore dell'economia. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.
                                                                       “Il mio punto di vista … concepisce lo sviluppo della formazione
                                                                                          economica della società come processo di storia naturale”

                                                                                   (K. Marx, Il Capitale)

III. In questa fase il capitalismo sembra aver portato a compimento, in alcune aree del pianeta, la sua più essenziale natura, ossia trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati. Il sistema capitalistico così non è altro che il sistema del lavoro salariato; è attraverso questa forma del lavoro infatti che si producono beni e servizi, ossia quella parte del reddito monetario costituito da profitti e salari.
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