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Leonardo Mazzei: I conti che non tornano

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I conti che non tornano

Leonardo Mazzei

La recessione è iniziata, i riti sciamanici della casta dominante pure - Il caso del governatore Visco

Le previsioni economiche sono assai meno attendibili di quelle meteorologiche. Ma l'economia, come la meteorologia, presenta tante di quelle sfumature da consentire un profluvio di dati. Una caterva di numeri che spesso affoga ogni possibilità di ragionamento. Eppure le cose non sono così complesse come sembra. Ma cosa c'è di meglio del dogma della «complessità» per legittimare l'attuale casta al potere? Una casta ben più potente e pericolosa di quella stracciona e infingarda che gli fornisce il supporto parlamentare a «prescindere».

Naturalmente, anche le semplificazioni (specie quelle giornalistiche) non aiutano a comprendere le cose. Si è così stritolati tra la casta dei «sapienti» - in realtà tutta rigorosamente selezionata dai «dominanti» - e il discorso da bar sulle auto blu e l'evasione fiscale a Cortina d'Ampezzo. Non che manchino economisti di valore fuori dal coro, ma l'accesso ai media è garantito solo ai sacerdoti del libero mercato, ai cantori della bontà dell'euro e dell'Europa, meglio se bocconiani e introdotti nelle cupole della finanza.

Oggi comunque il conformismo è d'obbligo: la fine dell'euro sarebbe la fine del mondo (altro che Maya!), il debito degli Stati è colpa degli sfaticati popoli-cicala, l'Italia comunque non è la Grecia, poteva diventarlo fino a novembre ma ora non più, Mario Monti è il salvatore della patria, nel 2013 ci sarà la ripresa, e così via farneticando.

Per capire la disonestà intellettuale di costoro basta fare un esempio, quello dei commenti ai declassamenti delle agenzie di rating. Certo, queste ultime sono tutto fuorché enti super partes, ma lo abbiamo scoperto solo ora? Bene, fino a novembre, ogni downgrade che riguardava l'Italia era oro colato che parlava dell'incapacità del Buffone di Arcore, il quale ovviamente ci metteva del suo, ma soprattutto dimostrava la necessità di un Papa straniero, cioè completamente autonomo da ogni vincolo democratico. Da novembre tutto è cambiato.

Ogni declassamento, pur se ben argomentato, viene ora criticato come ingiusto: come si permettono costoro, adesso che c'è Mario il Salvatore

Così vanno generalmente le cose, ed in questo modo sono stati trattati gli ultimi dati sulla recessione. Si ammette che l'economia non va bene, ma si assicura che il prossimo anno andrà meglio. Con questo cliché, che chiunque potrebbe ripetere a pappagallo, si costruiscono carriere protette dalla casta, ma certo non ci si avvicina neanche un po' alla comprensione della realtà.

Entriamo allora nel merito, cercando di capire quanto possa essere credibile la promessa degli sciamani dell'economia. Secondo costoro, l'Italia sarà in recessione nel primo semestre del 2012, poi - dopo una stabilizzazione nel secondo semestre - il lieto fine annunciato della ripresa nel 2013. Quanto è credibile questo schema? Poco. Per la precisione, niente.

Intanto bisogna ricordare quale sia il valore delle previsioni. Prendiamo, ad esempio, il Pil del 2011. Secondo il programma di stabilità del 2009 esso avrebbe dovuto registrare un aumento del 2,0% lo scorso anno. Questa previsione, accettata dall'UE e confortata dalle previsioni delle più importanti istituzioni economiche, veniva corretta - nel corso del 2011 - ad un più modesto 1,1% (Programma di stabilità, maggio 2011). Alla fine, e siamo ai giorni scorsi, ecco il responso dell'Istat: +0,4%!

Come si vede, ad un dato ottimistico iniziale segue un parziale ridimensionamento in corso d'opera, per poi arrivare ad una riduzione ancora più drastica in sede di consuntivo. Stessa cosa per il 2012. Se nel 2009 si prevedeva per il prossimo anno un +2,0%, come per il 2011, l'aggiustamento del maggio scorso indicava un +1,3%, arrivando poi all'attuale previsione del -1,5% (Bankitalia) o, se si preferisce, -2,2% (Fmi).

E' naturale che le previsioni si perfezionino con l'avvicinarsi della data di riferimento, cosicché le «previsioni» più precise risultano sempre quelle a... consuntivo. E' interessante, però, come - almeno negli ultimi anni - siano sempre risultate sbagliate in eccesso. Un caso? Difficile crederlo. Assai più probabile che gli sciamani del capitale cerchino di minimizzare la portata e le conseguenze della crisi.

E veniamo così alle affermazioni di Ignazio Visco, fatte l'altro ieri al Forex di Parma. Il governatore della Banca d'Italia, dopo aver reso omaggio al suo predecessore Draghi e, naturalmente, al capo dell'attuale governo dei banchieri, si è lanciato in valutazioni assai azzardate, ipotizzando numeri che proprio non tornano. Vediamo il perché.

Fedele al cliché di cui sopra, Visco ha predetto la ripresa per il 2013. Una ripresa, ovviamente da facilitare con l'eliminazione dell'art.18 e con l'universalizzazione della precarietà. Fin qui tutto normale, ma per sostenere la sua tesi Visco ha forzato assai sui conti. Ecco come il Sole 24 Ore del 19 febbraio riporta il pensiero del governatore:

«La crescita economica di certo favorisce l'aggiustamento della finanza pubblica ma questa "è comunque su un sentiero sostenibile anche sotto ipotesi poco favorevoli sulla crescita e sui tassi di interesse". Secondo i calcoli di Bankitalia, infatti, con una crescita dell'ordine dell'uno per cento e anche con uno spread sui BTp decennali stabilmente a un livello elevato, cioè a 300 punti base "avanzi primari del 5% del prodotto, come quello previsto per il 2013, garantirebbero una riduzione del rapporto tra debito e prodotto maggiore di quella richiesta dalle nuove regole di bilancio", ovvero con le nuove regole del fiscal compact».

Lo schema di Visco contiene, come minimo, due ipotesi infondate ed un falso manifesto. Prendiamo pure per buono - anche se non è affatto scontato - il dato dell'avanzo primario del 5%, una mostruosità che, se verrà ottenuta, sarà solo per la ferocia antisociale della manovra di dicembre. Ma è credibile l'ipotesi sul Pil? E quella sullo spread? Assolutamente no. Queste ipotesi sono sballate, e vedremo il perché, ma dove l'imbroglio è ancora più evidente è sui livelli del debito in rapporto agli obiettivi imposti dal fiscal compact. Ma andiamo con ordine.


Il mito della crescita dietro l'angolo

Secondo il governatore nel 2013 l’uscita dalla recessione è sicura, ed un +1,0% quasi scontato. E' davvero così? La recessione in corso era prevedibile da mesi - e difatti l'avevamo ampiamente prevista - ma in termini tecnici è stata conclamata solo nei giorni scorsi. Tecnicamente, si parla di recessione solo quando si è in presenza di due trimestri consecutivi in negativo sul trimestre precedente. Se il terzo trimestre del 2011 aveva fatto segnare un -0,2%, il quarto ha registrato un -0,7% e la recessione è ora un fatto ufficiale.

Sulle previsioni negative sul 2012 si è già detto, ma da cosa dipendono? Certo, la congiuntura internazionale non aiuta, la crisi del capitalismo-casinò è ben lungi dall'essere superata, ma nel caso italiano c'è un di più che spinge gli indici verso il basso. Questo di più è proprio l'effetto recessivo della somma delle manovre economiche (Berlusconi e soprattutto Monti) del 2011. Le conseguenze della politica dei sacrifici già si sono fatte sentire, ma esse si dispiegheranno appieno solo nel corso del 2012 (basti pensare all'aumento di due punti dell'IVA). Perché dunque il 2013 dovrebbe andar meglio del 2012? La Grecia non insegna proprio il contrario?

Ma c'è di più. Da oltre un decennio l'economia italiana è stagnante - che ci sia una qualche correlazione con il passaggio all'euro? -, il Pil 2011 è ancora inferiore (del 4,23%) rispetto a quello del 2007, mentre la produzione industriale è calata rispetto a quell'anno addirittura del 14%. Ora i consumi sono previsti in calo, e non potrebbe essere altrimenti, gli investimenti privati idem (il credito alle imprese si è ridotto di 20 miliardi solo nel mese di dicembre), di quelli pubblici è meglio non parlare, vista la scelta del rigore finanziario. Resterebbero, in teoria, le esportazioni, ma è ben noto che non potranno mai riaversi rimanendo nell'eurozona. Per quale motivo dovrebbe arrivare la mitica ripresa? Il mistero è fitto, ma il risultato è certo: l'ipotesi di Visco altro non è che mera propaganda.


L'altalena dei tassi (e dello spread)

Passiamo ora al tormentone spread. Qui gli sciamani barano anche di più. Se lo possono permettere proprio grazie al tourbillon dei dati giornalieri. Visco vanta i successi di Monti, evidenziando che oggi lo spread è a 365 punti base, mentre era arrivato a 575 il 9 novembre. Tutto vero, solo che il 9 novembre è stato il giorno della massima pressione dei centri del potere finanziario internazionale (e crediamo soprattutto della Bce) per mandare al tappeto il governo Berlusconi. Già pochi giorni dopo lo spread era disceso ai livelli attuali, salvo poi risalire con un movimento altalenante assai intenso, che da metà gennaio si è indirizzato verso il basso solo per il finanziamento della Bce alle banche. Un finanziamento al tasso dell'1%, concepito anche, se non soprattutto, per spingere le banche a comprare i titoli del debito pubblico.

Questa è la ragione fondamentale del calo dello spread nelle ultime settimane. Niente di strutturale, né di durevole, dunque. Del resto, il differenziale con il Bund tedesco (questo è, come noto, lo spread) era rimasto sotto quota 200 fino all'inizio dell'estate scorsa. Il livello medio attuale (vicino a quota 400) rimane dunque circa il doppio di quello di 8 mesi fa. Difficile venderlo per un gran successo. Visco si spinge a prevedere quota 300 per il 2013. Vedremo, ma la sensazione è che una volta esauritasi la spinta dei finanziamenti della Bce (ve ne sarà un altro a fine mese) i tassi sui titoli del debito italiano torneranno a crescere.  


Il debito e il fiscal compact

Qui arriviamo ad un autentico falso. Secondo Visco, poste le condizioni n° 1 (avanzo primario al 5%), n° 2 (Pil al +1%) e n° 3 (spread a 300), l'obiettivo della riduzione del rapporto debito/Pil previsto dal fiscal compact non richiederebbe ulteriori manovre. Falso, clamorosamente falso.

Ammettiamo pure (senza però concederlo) che le tre condizioni si realizzino e sottoponiamo a verifica i calcoli del governatore. Innanzitutto, un avanzo primario (calcolato, cioè, a monte del costo degli interessi sul debito) del 5% determinerebbe comunque un disavanzo dello 0,4%, dato che gli interessi sul debito sono previsti al 5,4%.

Ammettendo che il Pil salga dell'1%, e partendo da un rapporto base debito/Pil pari al 120% (grosso modo quello attuale), avremmo che l'effetto combinato disavanzo/aumento Pil porterebbe ad un rapporto debito/Pil del 119,2% (120 + 0,4 : 101 = 119,2). Ora si da il caso che il fiscal compact preveda una riduzione di un ventesimo all'anno della quota eccedente il 60% nel rapporto debito/Pil. Dato che 120 meno 60 è uguale a 60, si tratta di recuperare un 3% di Pil all'anno per vent'anni, mentre nella migliore delle ipotesi di Visco il recupero nel 2013 sarebbe solo dello 0,8%. Resta dunque un 2,2%, in apparenza un piccolo numero, che ha però il difetto di ammontare a circa 34 miliardi di euro, un'altra mega stangata che si abbatterà sul popolo lavoratore in nome del Dio Euro e dei suoi sacerdoti di Francoforte.

Ma nessuno si preoccupi. Infatti questo calcolo è puramente ipotetico. In realtà le cose andranno assai peggio. La Grecia dovrebbe pure insegnare qualcosa. La spirale recessione-debito-interessi di sicuro non si arresterà. E l'Europa non darà certo una mano.

I numeri di Visco sono dunque sparati a casaccio, giusto per imbonire il popolo e sponsorizzare Monti. Come ha scritto Giuliano Amato, presupposto il pareggio di bilancio, occorrerebbe una crescita del 2,5% annuo per rispettare le tappe del fiscal compact. Peccato che questo sia un obiettivo che gli stessi fanatici del bocconian-pensiero non osano neppure pronunciare. Eccoli allora intenti ad imbrogliare con le loro arti sciamaniche, fatte soprattutto di numeri a raffica. Numeri falsi, però. Falsi come le promesse del Buffone di cui hanno preso il posto.


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Conti conclusi, dunque? Niente affatto, dato che, al contrario da quanto generalmente accettato, pare possibile resuscitare la dipendenza del profitto capitalistico dallo sfruttamento del lavoro, se non esattamente nella forma, almeno nello spirito di Marx, come ho cercato di mostrare, insieme a Giancarlo Gozzi, Stefano Perri e Dario Preti, in Karl Marx e la trasformazione del pluslavoro in profitto (Mediaprint, Roma 2002).

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