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Franco Berardi Bifo: In difesa di Silvio Berlusconi (e tutta la sua banda di ruffiani predatori e tagliagole)

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In difesa di Silvio Berlusconi (e tutta la sua banda di ruffiani predatori e tagliagole)

Franco Berardi Bifo

Introduzione

Una banda di criminali sapientemente organizzati si è impadronita del potere mediatico, finanziario e politico, e lo detiene con coraggioso sprezzo del pericolo da quasi un ventennio. Un altro ventennio italiano.

La banda si difende assai bene, da ogni punto di vista. Dispone di enormi capitali coi quali è possibile comprare non solo ville, televisioni, giornali, giudici e favori sessuali, ma anche quel che più conta alla distanza: il voto di una parte consistente del Parlamento e il voto di milioni di elettori.  Dispone di avvocati ben pagati, preparati, pronti a tutto. La linea di difesa, in generale è la seguente: non intendo rispondere, non me ne importa niente delle accuse che mi rivolgete, delle rivelazioni giornalistiche e di quel che si pensa di me.

Continuo a fare quel che ho sempre fatto, e nessuno ha la forza di fermarmi. Perciò la banda resta salda in sella ancor oggi, autunno 2011. Magari meno solida di un tempo, ma solida abbastanza per continuare a governare sul nulla mentre il paese sprofonda con ogni evidenza in una crisi catastrofica di cui, per essere onesti, la banda non è affatto responsabile, checché ne dica il povero Bersani.  La crisi è stata infatti provocata da sommovimenti tellurici di portata planetaria, e la banda per lungo tempo ha deciso che il problema non la riguarda, il che non è del tutto riprovevole dato che non c’è alcun modo di venirne fuori finché la dittatura finanziaria non sarà stata abbattuta, checché ne dica il povero di Bersani.

Anche se sono solide le difese politiche mediatiche e giudiziarie, c’è un punto in cui la banda appare un po’ scoperta: la difesa ideologica, se posso dire così. Il Mammasantissima ha saputo scegliere bene gli avvocati, che son pronti ad azzannare la carotide, ma quanto agli ideologi non sembra aver comprato quelli giusti. A questo regime quasi perfetto mancano gli intellettuali, e per quanto si possa ritenere che non c’è un gran bisogno di parole quando disponi di pacchi di denari, alla lunga l’assenza di senso produce un vuoto. E in quel vuoto la banda rischia di sprofondare.

Non che manchino gli uomini di lettere, ma questi non son proprio presentabili, non dispongono degli strumenti concettuali atti a legittimare l’azione di governo della banda. C’è ad esempio un tipo come Ferrara Giuliano, noto fra i picciotti perché scrive senza errori di sintassi. Ma è rimasto un vecchio stalinista che sventola bandiere imbarazzanti, e grida a perdifiato: siam tutti americani, come un tempo osannava Leonid Brezhnev, mentre invitava gli operai di Mirafiori a denunciare alla polizia i loro compagni se avevano l’aspetto da autonomi. Ora dice che lo sfruttamento della prostituzione è culturalmente utile al paese perché aiuta a dissipare il moralismo. Ma come? Non si era presentato alle elezioni come capo di un partito anti-abortista? Chi può prendere sul serio un fregnacciaro simile?

E poi c’è l’invasato fascistoide Sgarbi Vittorio, che crede di essere un intellettuale provocatorio perché ripete da anni un paio di frasette prese in prestito, e lo fa ad alta voce come se questo desse senso alle stronzate. E poi c’è Vespa Bruno, leccaculo notissimo, autore di libroni dedicati al Cavaliere che non servono ad altro che incensare. Non c’è bisogno di incenso, ma argomenti, e fin qui gli argomenti son deboli. A che serve ripetere che Silvio è bravissimo, e i giudici porci? Occorrerebbe un po’ di fantasia, leggere qualche libro, ed informarsi un po’ sull’evoluzione del mondo, per dimostrare in maniera inconfutabile che Silvio Berlusconi è la perfetta espressione del potere globale nell’epoca presente. Di conseguenza è innocente, e vi spiego perché.

 
Carnage


Carnage. Un bambino è stato ferito da un altro bambino con una bastonata. I genitori del ferito (John Reilly rappresentante di casalinghi e Jody Foster aspirante scrittrice che ha appena scritto un libro sul Darfur) incontrano i genitori dell’aggressore (Christoph Waltz avvocato, e Kate Winslet operatrice finanziaria) per discutere dell’accaduto. La loro discussione dura esattamente settantanove minuti, quanto dura il film che non stacca per un solo secondo la presa dal flusso travolgente di parole, taglienti insinuanti sprezzanti offensive imploranti, che dicono semplicemente una cosa. Non c’è più alcuna speranza di intendersi fra esseri umani, perché la sottile pellicola della civiltà che negli ultimi cinquecento anni avevamo steso a coprire il massacro, è lacerata.

Ce lo dicono i bambini armati di bastoni nei parchi della città di New York e quelli armati di mitragliatrice delle guerre africane su cui Jodie Foster scrive libri inutili e terrorizzati come il criceto che è stato lasciato là fuori sui marciapiedi della metropoli. La civiltà è finita, questo dice Yazmina Reza nel suo God of carnage, e ripete Polanski. In scena persone che rappresentano il punto più alto della civilizzazione occidentale: l’avvocato Christoph Waltz parla continuamente al cellulare col suo cliente farmaceutico che si chiede se deve ritirare dal commercio un medicinale solo perché provoca dissociazione dei movimenti nei pazienti che hanno la disgrazia di averlo assunto. Non devi ritirare proprio niente gli risponde l’avvocato, che è anche consulente del Pentagono, anzi denunciamo subito il giornale che ha rivelato la cosa. Il tormentone telefonico non si sospende un attimo, e interrompe continuamente i tentativi patetici della madre del ragazzo ferito di ottenere comprensione dai genitori dell’aggressore. Kate Winslet, la madre operatore finanziario ha un attacco di vomito, poi, dopo aver bevuto un sorso di scotch afferra il cellulare del marito e lo getta in un vaso pieno d’acqua. “Per mio marito quel che è lontano è sempre più importante di quel che è vicino” aveva detto poco prima, sintetizzando con una battuta geniale il senso di un’umanità virtualizzata, un’umanità che ha perduto ogni sentimento del concreto, ogni sentimento dell’empatico, e vive solamente dell’astratta, asintotica, infinitamente rinviata irraggiungibile promessa finanziaria.

Un paio di anni fa Woody Allen fece un film che usciva un po’ dal suo stile, un film d’azione perfetto nel ritmo, avvincente fino allo spasimo, tagliente quasi nella sua crudeltà che non lascia spiragli di speranza, mi si perdoni l’allitterazione. Match point racconta l’uccisione di una ragazza (la bionda Scarlett) da parte di un giovane britannico bello e spietato, povero ma dotato di un certo talento d’arrivista, ben piazzato in un matrimonio con una tennista dell’alta borghesia finanziaria. Scarlett, l’amante, era rimasta incinta, e minacciava la scalata sociale del bel giovane. Ma con perfetta sincronia militare il ragazzo la elimina, dopo avere ucciso una vicina di casa. Il suo destino è salvo, la carriera finanziaria assicurata.

 
L'Inghilterra

Ken Loach, per finire, ha realizzato recentemente The Irish Road, un film in cui si racconta la storia di un giovane disoccupato che accetta di partire per l’Iraq come dipendente di un’azienda di contractor. Nei paesi in cui l’Occidente cristiano ha deciso di portare la democrazia, la guerra la fanno i contractor, civili assunti da aziende che non rispondono né ai parlamenti nazionali né alla giustizia internazionale, né – naturalmente, a dio, per la semplice ragione che non esiste. Uccidono civili per lavoro, preparano la penetrazione delle corporation eliminando chi non è d’accordo o chi semplicemente si trova nel posto sbagliato. Il giovane disoccupato britannico di cui parla Loach, convinto da un amico accetta un contratto e va a lavorare in Iraq. Ma purtroppo lo ammazzano, lungo una strada pericolosa. Capita a chi è pagato per uccidere di essere ucciso a sua volta. Ma il film di Ken Loach non ci racconta la guerra, o l’Iraq. Racconta la vita quotidiana in Inghilterra: mostra il contractor che aveva convinto il giovane disoccupato suo amico a partire con lui e ora si sente corresponsabile di quella morte, la giovane moglie del ragazzo morto, e anche, naturalmente, gli imprenditori se così possiamo chiamarli: i dirigenti dell’azienda che arruola persone e le manda a uccidere perché questo è il business, ed è un business che frutta un bel po’. L’Inghilterra è un paese in cui esistono – legalmente, ufficialmente, onorevolmente – delle aziende che pagano dei giovanotti perché vadano a uccidere. Un posto infernale, spaventoso, inumano, nazista: l’Inghilterra, appunto.

Ero a Liverpool il 26 di ottobre del 2010 quando il giovane George Osborne, Ministro del Tesoro britannico presentò al Parlamento il piano di riforma economica di un paese che ha già subito la frusta thatcheriana e il cinismo blairiano. la sua riforma mi fece inorridire: cinquecentomila licenziamenti nel settore pubblico nell’arco di tre anni, riduzione drastica della spesa per la sanità, tagli sistematici alla scuola pubblica, e aumenti del 300% delle spese di iscrizione all’università. Presentando il suo piano il giovanotto sorrideva e io mi chiesi cos’è successo alla classe dirigente europea. E’ semplice: la vecchia classe dirigente aveva dovuto fare i conti con la realtà dura della lotta di classe, aveva dovuto combattere contro una società viva, vera, intelligente e capace di reagire. Poi, dopo la sconfitta dell’Union Miners nel 1983, dopo la distruzione sistematica delle strutture pubbliche e la finanziarizzazione dell’economia, il mondo era scomparso, sostituito da funzioni algoritmiche, numeri e percentuali. Questi nuovi politici di destra o di sinistra poco importa, sono cresciuti in business school in cui nessuno gli racconta che un tempo esisteva un pianeta di terra e un’umanità di carne. Non sentono il dolore né il piacere degli altri, non sanno nulla del dolore e del piacere proprio. Forse per questo il giovane George Osborne, sniffando cocaina, amava farsi frustare da una dominatrice dalla pelle nera chiamata Mistress Pain. Fatti suoi. Il problema è che Caulson, un giornalista della catena Murdoch lo ricattava per questo e allora per tacitarlo fu assunto dal premier Cameron, l’altro pollo d’allevamento che torna dalla Toscana mentre l’Inghilterra è in fiamme e manda l’esercito contro coloro che per lui sono soltanto criminali. Che ne sa lui della miseria, della rabbia, dello sfruttamento, della disoccupazione? Che ne sa lui della lotta di classe?

 
La Francia

Quando all’aeroporto JFK i poliziotti arrestarono un sessantenne per aver violentato una cameriera di colore nella suite di un hotel cinque stelle, gli intellettuali francesi (un genere che un tempo fu glorioso) seppero solo scandalizzarsi perché quel signore era stato ammanettato come un volgare malfattore. Il fatto è che in America è pratica normale ammanettare le persone e gettarle in pasto ai fotografi, anche prima di sapere se hanno commesso qualche reato.  Ma l’opinione francese se ne fotte se l’America è un paese barbarico, visto che la maggioranza dei francesi ha votato un presidente che vuole imitare George Bush. La Francia, che un tempo era il paese in cui la cronaca si interrogava dal punto di vista della storia e la storia si interrogava dal punto di vista dell’etica – ora è un paese cinico incapace di pensiero.

Io non so se il sessantenne arrestato all’aeroporto JFK, candidato socialista alla Presidenza francese, e presidente in carica dell’International Monetary Fund, ha violentato la cameriera africana che era entrata per errore nella sua Camera, o semplicemente le è saltato addosso mettendola a tacere. So che un presidente dell’IMF candidato alla presidenza della Repubblica sessantenne che imponga la sua urgenza sessuale per la durata di nove minuti a una donna di colore che fa la cameriera in un albergo è un violentatore. Punto. Non mi occorre la conferma della giornalista Therese Banon, che denuncia di essere stata aggredita sessualmente dall’energumeno dai capelli bianchi. Non mi occorre la conferma della madre di Therese Banon, che rivela di aver dissuaso la figlia dal denunciarlo per paura delle conseguenze. So che Dominique Strauss Kahn è presidente dell’IMF, un organismo che ha sulla coscienza milioni di affamati, di disoccupati, di morti per fame, che ha sulla coscienza la catastrofe politica della Jugoslavia, e la catastrofe sociale dell’Argentina. So che il partito socialista francese come tutti i partiti della sinistra europea è un partito di sfruttatori e di aspiranti assassini. E Dominique Strauss Kahn lo rappresenta come si deve: impadronendosi per nove minuti del corpo indifeso di una donna di trent’anni che è entrata nella sua camera.

 
Terri

Negli ultimi giorni di questa estate torrida nella rete italiana abbiamo potuto vedere e ascoltare l’intervista rilasciata a un giornalista di Repubblica da una ragazza di Bari che si chiama Terri De Niccolò.

Qui di seguito riporto per esteso la sua intervista. E’ breve, lucida, profonda. Dice tutto quello che c’è da dire:

Tarantini (il ruffiano che procurava giovani donne al Presidente Berlusconi, del quale mi onoro di essere difensore ideologico, NdT) è un imprenditore di grande successo un mito che era riuscito ad arrivare all’apice, beh non è da tutti. Tutti coloro che ora lo calpestano, che lo condannano in realtà sono invidiosi non hanno mai vissuto e secondo me non vivranno mai un giorno come Tarantini. Un giorno da leone, invece gli altri vivono cent’anni da pecora è questa la differenza.
È tutto mosso dall’invidia.
Se chiedi a una donna se vuole andare da Silvio ma ci va a piedi, correndo anche.
Se sei una bella donna e ti vuoi vendere lo devi poter fare perché anche la bellezza è un valore come dice Sgarbi.
Se tu sei racchia e fai schifo te ne devi stare a casa perché la bellezza è un valore che viene pagato come la bravura di un medico. E’ così.
Chi questo non lo capisce e dice: ah il ruolo della donna viene minimizzato beh allora stai a casa ma non mi rompere i coglioni.
Io dico che questa definizione della donna tangente è sbagliata perché dacché mondo è mondo voglio dire tarantini  non ha scoperto l’acqua calda.
Questo sistema esiste da tantissimi anni addirittura dalla prima repubblica.
Se non usa la donna tangente userà le mazzette ma che vuol dire.
Quando sei onesto non fai un grande business rimani nel piccolo secondo me.
Purtroppo è così se vuoi aumentare i numeri devi rischiare il culo. E’ la legge del mercato.
Più alto vuoi andare più devi passare sui cadaveri. Ed è giusto che sia così. Però qui non viene capito perché c’è un’idea cattolica, c’è un’idea morale. Questo mi fa incazzare L’idea moralistica della sinistra che tutti devono guadagnare duemila euro al mese.
La legge è di chi è leone.
Se sei pecora rimani a casa con duemila euro al mese. Se vuoi ventimila euro ti devi mettere sul campo e ti devi vendere tua madre.
A sinistra è peggio perché sono loffi e non pagano a destra almeno sono più alla grande.
Io mi compro un vestito così e vado con una pezza da cento euro molte donne avevano abiti da due cinque mila euro, vai lì dall’imperatore che fai con un filettino di dodo, vai con cose importanti, lui apprezza perché è un esteta, invece vai da Frisullo…”

Molto scandalo ha provocato questa intervista tra i beneducati ascoltatori di Fabio Fazio. Anime belle, ipocriti che Terri ha messo a posto da par sua. Magari a Terri dovrebbero spiegare che gli sfigati, le racchie e i moralisti che debbono starsene a casa, difficilmente guadagnano “solo” duemila euro come crede lei. Duemila euro in Italia non li guadagna più nessuno lavorando in una scuola, in una fabbrica o restandosene a casa come dice lei. In Italia chi ha vent’anni non solo non guadagna duemila euro, ma non ne guadagna neppure mille, e neppure ottocento. Ne guadagna cinquecento se trova un lavoro precario che dura finché fa comodo a qualche padrone che poi si scopa la Terri col ricavato.

Perché se vuoi fare il business grosso, come lei dice, devi passare sopra i cadaveri.

Come i bambini del Congo orientale che per sopravvivere usano il machete e squartano i bambini del Congo occidentale, che problema c’è? Cinque milioni di morti, si calcola, nell’ultimo decennio. Perché se vuoi fare il business grosso devi passare sopra i cadaveri. Ed è giusto che sia così.

Ma la vita così diventa allegra? Perché non c’è qualcuno che lo chiede a Terri?

Ho guardato il suo sorriso legnoso e mi sono chiesto se la Terri sia felice. Cazzi suoi, risponderebbe Sgarbi. Ma io penso di no, perché anche se ti procura ventimila euro, vendere tua madre non può far bene neanche a te.

Cara Terri.

Caro Vittorio.

E’ vero, la legge è di chi è leone. Se abbiamo imparato qualcosa negli ultimi trent’anni, è proprio questa cosa qua.  Infatti i bambini si uccidono con il kalashnikov e gli stupri si sono moltiplicati di numero negli ultimi trent’anni (leggere Kat Banyard: The equality Illusion Faber and Faber 2011 che parla di violenza sulle donne).

 
Predatori

Stiamo vivendo un processo di rapida dissoluzione delle basi stesse della civiltà, e la colpa non è di Silvio Berlusconi, ma del capitalismo finanziario, della logica predatrice della classe dei Berlusconi di tutto il mondo.

La borghesia, che era classe dirigente nell’epoca moderna, era una classe territorializzata: il potere borghese era fondato sulla proprietà di beni fisici, e sulla prosperità di una larga parte della popolazione che viveva sul territorio, dato che la crescita e l’espansione della ricchezza erano legate al consumo crescente e al benessere sociale. Per questo il conflitto e l’alleanza di operai e borghesia industriale crearono una forma di civiltà sociale che non era tanto amichevole in generale, ma rendeva possibile forme di solidarietà e talvolta perfino di amicizia.

Ora l’amicizia è bandita, l’amore ridicolizzato, la solidarietà impossibile, perché la vecchia borghesia è stata sostituita da una classe deterritorializzata di predoni, il cui potere si fonda sul continuo spostamento del valore, sulla menzogna sistematica, sulla simulazione e sulla distruzione della ricchezza altrui. La ricchezza finanziaria si fonda su segni, numeri, attese, debiti, promesse.
 

Chiamiamola classe virtuale. In primo luogo perché la produzione e la circolazione di merci semiotiche sono rese possibili dalle tecnologie virtuali. In secondo luogo perché questa nuova classe non si può precisamente definire. E’ polverizzata, elusiva, sfuggente e ubiqua, e in questo senso virtuale.

La partecipazione al gioco finanziario è molto più diffuso di quanto lo fosse la vecchia proprietà borghese. Il net trading ha dato a un vasto pubblico di scommettitori occasionali la possibilità di avere accesso al mercato finanziario, e una larga porzione della popolazione, in modo consapevole o inconsapevole, è obbligata a investire il suo danaro nel rischio finanziario.

Si pensi all’insistenza con cui qualche anno fa i Giavazzi e gli Ichino – truffatori di professione - hanno cercato di convincere i lavoratori a investire i loro soldi nei fondi pensione privati. Per fortuna in pochi ci sono caduti. L’intera categoria dei tagliaboschi canadesi ha perduto la pensione perché l’agenzia finanziaria che deteneva i loro fondi è stata coinvolta nel crollo della Lehman Brothers.

Lavoratori che non hanno la minima conoscenza del gioco finanziario sono costretti ad affidare il loro futuro a quelli che affettuosamente si chiamano “i Mercati” (mi raccomando, dicono i politici, non fate innervosire i Mercati). Sono questi lavoratori parte della classe finanziaria? In un certo senso lo sono: tutti dobbiamo rischiare, tutti dobbiamo sentirci capitalisti, altrimenti rimani a casa e non ci rompere i coglioni come dice la Terri, raffinata.

Dobbiamo usare i soldi della tua pensione e della tua liquidazione per coraggiose operazioni speculative.

Un tempo il mercato finanziario era un luogo nel quale si incontravano persone che possedevano denaro con persone che avevano bisogno di denaro per realizzare dei progetti, era luogo di indicizzazione del valore di imprese, individui, prodotti e così via. Le valutazioni finanziarie erano segni che si riferivano a degli oggetti reali: significazioni di valore.

Grazie agli effetti della globalizzazione digitale e alla polverizzazione degli scambi ora il gioco è rovesciato. I segni che un tempo erano indicatori di valore ora sono diventati atti linguistici performativi. Quando un’agenzia di rating è in grado di degradare un paese, o un’azienda, non si limita a funzionare come indicatore, ma diviene un fattore di valorizzazione o di svalutazione.

L’indicizzazione finanziaria ha sempre prodotto degli effetti di posizionamento e di valutazione degli agenti economici, e le previsioni finanziarie sono sempre state profezie che si auto realizzano provocando euforia panico e veri effetti sull’economia. Ma negli ultimi decenni la pervasività della finanza digitale ha dato un ruolo dominante al fattore finanziario, che ora distrugge risorse, e perfino le condizioni di riproduzione futura.

Sempre più spesso la valorizzazione finanziaria coincide con la distruzione di beni materiali: non la creazione della ricchezza, ma la sua distruzione serve a produrre denaro.

La tecnica predatoria consiste nell’aggredire un territorio, un’impresa, una struttura sociale, una popolazione, dissolvere la sua consistenza produttiva, privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, per poi abbandonare quel territorio una volta devastato dallo sciame predatorio.

I partiti politici, i governi e i media sembrano avere solo la funzione di convincere le popolazioni terrorizzate ad accettare lo scambio: lavorare sempre di più per sempre meno salario, allo scopo di ricostituire sempre più in fretta il bene comune che domattina il capitale finanziario verrà a depredare nuovamente. I lavoratori lavorano e i governi procurano carne fresca per i mercati.

Perché ve la prendete tanto con i ruffiani della corte di Arcore, dal momento che ogni governo fa lo stesso lavoro?

 
Conclusione

La vecchia borghesia sfruttava il lavoro operaio per investire in macchinari e case di cui poi largamente si appropriava. La classe criminale finanziaria non produce più niente, si limita a distruggere ciò che nei secoli moderni operai e borghesi hanno creato. Ma adesso sta per finire, perché si sta distruggendo le condizioni stesse perché qualcuno possa produrre in condizioni civili.

 
Silvio Berlusconi non sopravviverà a lungo nonostante il cerone sul viso e i capelli piantati sul cranio. A lui che gliene può importare?  Ha passato gli ultimi quarant’anni a preparare la distruzione di un paese che forse merita quel che gli è capitato (o forse no, ma questo è un argomento su cui non sono preparato).  C’è riuscito, gli è andata fatta bene. Si è venduto la madre, ha camminato sui cadaveri, ed ora, bello bello se la svigna, forse senza passare per Piazzale Loreto (non lo so, ora vediamo).

Perché non smettete di perseguitarlo? Siete stati suoi complici. Veltroni ha detto nell’84 che Berlusconi era un uomo di sinistra, D’Alema gli ha aperto la porta della Bicamerale, e tutti i governi di centro-sinistra che si sono succeduti hanno a fatto a gara nel non sollevare l’unico problema che avrebbe avuto senso sollevare: si può consegnare il potere politico a un uomo che possiede già tre televisioni due giornali quattro case editrici, una finanziaria, un’agenzia pubblicitaria e quante altre cose mi dimentico?

Non si può.

Ma non accade lo stesso in Inghilterra e in America, dove spadroneggia nel mediascape un signore che non si faceva scrupolo di far circolare messaggi falsi dal cellulare di una bambina appena uccisa da un violentatore?

Non accade lo stesso in Francia dove il partito della sinistra si sarebbe volentieri fatto rappresentare da un signore che, non contento di presiedere un organismo criminale come l’IMF va in giro violentando ragazzine e cameriere?

E allora perché ve la prendete con il vecchio padrino?

Lasciatelo morire in pace.

E andate all’inferno con lui.
 

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di Elisabetta Teghil

La settimana scorsa, all’alba di un giorno qualunque, a Milano, un giovane ghanese ha ucciso tre persone, a caso, le prime incontrate per strada.

I media hanno parlato di follia omicida, hanno intervistato la gente del quartiere sotto shock, un quartiere alla periferia della città, hanno parlato della storia delle vittime, dei parenti, degli amici, di vite sconvolte e di città impaurite.

Il rispetto del dolore per chi ha perso il figlio, il padre, l’amico è dovuto e imprescindibile.

Ma non è stata spesa una parola sul giovane nero che, dicono sempre i media, parla solo un dialetto del Ghana e un inglese stentato.

Nessuno/a si è chiesto come mai passasse la notte nei ruderi di Villa Trotti, un edificio abbandonato a poca distanza dal luogo dei fatti. Nessuno/a si è domandato il perché di due richieste d’asilo respinte e di due decreti di espulsione pendenti o come e dove trovasse da mangiare o perché fosse qui in Italia.

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