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Augusto Illuminati: Viva l’Italia, ma quella del 99%

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Viva l’Italia, ma quella del 99%

di Augusto Illuminati

Non siamo eguali! Non siamo assolutamente eguali! Gliel’ha gridato così bene Vanessa in faccia a Diego Della Valle durante Servizio pubblico di Santoro che non è il caso di aggiungerci niente. Una scarpa in faccia allo scarparo mastelliano. Sì, il 99% non è eguale al residuo 1% e poco importa se quell’1% sia composto da politici corrotti o da politici falliti, da imprenditori di successo o da magliari assatanati. Ci dividono il reddito e i progetti, il bilancio del passato e le volontà di futuro. La divisione non passa fra generazioni o fra politica e società civile, non passa neppure fra garantiti e non garantiti –come vorrebbero compassionevoli riformisti e allucinati insurrezionalisti– ma fra chi pratica la democrazia e rifiuta di pagare la crisi e chi usa la crisi per accrescere i profitti e strangolare la democrazia. Di volta in volta (e fa poco differenza, se non tattica) in nome del partito della gnocca o delle larghe intese, dell’Europa o della sovranità nazionale, della Bce o di Bankitalia, rinserrati nel bunker di Bab al-Graziolya o indaffarati a comporre un governo da Fini a Di Pietro. Il partito dell’amore contro il partito della sfiga. E finiamola pure con il moralismo, perché è spassoso ridere di Scilipoti e Brunetta, ma –siamo oggettivi– che dire di Rutelli o di Bocchino, delle bischerate di Renzi o di Fini passato dalla sala operativa di Genova 2001 alle risse di Ballarò? Eguali un cazzo! E le intercettazioni di Lavitola dovrebbero distrarci dai guai che ci arrivano dalla corrispondenza di Draghi o dagli impegni libici di Napolitano e dai suoi appelli sacrificali? Tutti i “regalini” del cavalier Pompetta alle olgettine sono molto meno dei soldi che dobbiamo cacciare di tasca nostra per salvare le banche, sanare le difficoltà delle multinazionali e bombardare, in conto Usa, ieri la Libia domani l’Iran.

Il cerchio magico intorno al recalcitrante Berlusconi, a differenza di quello bossiano che mira a proteggere dai suoi nemici il capo rintronato, si mostra piuttosto intenzionato a salvare il salvabile sacrificando il capo, diluendo e scaricando il prezzo dei sacrifici “richiesti dall’Europa” e dai mercati su uno schieramento più vasto, che arrivi per lo meno al Pd. L’elusivo balletto dei commissariamenti reciproci copre la cruda realtà di una devastante manovra finanziaria per far pagare al 99% i debiti dell’1% (le cifre reali saranno un po’ diverse, ma senz’altro in un rapporto inferiore a 1-10), per far passare l’ideologia liberista del pareggio di bilancio e il ricatto del default, stroncando il tenore di vita e la volontà democratica della grande maggioranza.

Non siamo eguali, dunque, non lo siamo proprio per niente. Loro sono eguali, anche se litigano: Confindustria, moderati di ogni sorta, tromboni virtuosi alla Montezemolo o arroganti alla Marchionne, banchieri, faccendieri, speculatori, deputati peones, portavoce, ecc., oggi tutti confluenti, con la benedizione della Chiesa e del Colle, verso le larghe intese e il passo indietro. Un passo indietro per stangare meglio il 99%.

Dicono di voler salvare l’Italia, ma vogliono salvarla come stanno “salvando” la Grecia e come avrebbero voluto risanare negli anni scorsi l’Argentina e l’Islanda. Che per fortuna non ci sono state e oggi respirano meglio di noi. Vogliono salvarci introducendo l’obbligo costituzionale di pareggio del bilancio –una follia cui ha aderito con entusiasmo il Pd e su cui peraltro stanno cominciando i ripensamenti–, vogliono salvarci con i licenziamenti facili, segando le detrazioni fiscali da lavoro dipendente e gli assegni familiari quindi i salari (questa è la botta di imminente arrivo ma già ratificata nella manovra d’agosto), vogliono salvarci innalzando ancora le aliquote Iva e scatenando l’inflazione. Insomma, in nome del liberismo e nell’interesse della speculazione finanziaria, vogliono distruggere l’Italia e asservire l’euro al dollaro. Questo è il dato primario, in via secondaria esistono disaccordi se il salvatore debba essere Berlusconi o Tremonti (già bolliti), Casini o Bersani, Monti o Gianni Letta (risparmiateci l’avvocaticchio Alfano o lo sbirro Maroni). Sul programma economico e fiscale tutti d’accordo, con piccole varianti su pensioni e patrimoniale, ma senza la minima idea di come uscire dalla crisi.

Noi stiamo da un’altra parte, con idee ancora non abbastanza elaborate (inutile vantarsi) ma che si muovono nella direzione giusta. Default controllato, battaglia in un quadro europeo senza nostalgie sovraniste, orientamento verso i Bricks più che verso Usa di nuovo bellicosi, reddito di esistenza, difesa dei diritti del lavoro ex-garantito insieme a quelli della maggioranza ormai intermittente e precaria, cittadinanza ai migranti stabili e nativi (un ossimoro che denuncia le assurdità della nostra legislazione), riconversione dell’economia, riscrittura della Costituzione nella logica dei beni comuni, della proprietà del comune. Siamo convinti che questa sia la strada per salvare l’Italia, che non è minacciata dal debito ma dal modo in cui Euro Tower e Palazzo Koch (altro che Palazzo Grazioli) vogliono farcelo pagare.

Viva l’Italia, allora, ma viva l’Italia del 14 dicembre, l’Italia del 99% che è derubata ma resiste, che vogliono scippare dei referendum, del reddito e delle pensioni, che descrivono opulenta, stravaccata nei ristoranti e incollata ai cellulari oppure sognano sprofondata nell’austerità e pavesata di tricolori, sempre tuttavia docile e responsabile, vittima gaudente o riflessiva ma ognora sottomessa. Non andrà così, responsabili e moderati rischiano una grossa delusione, gettate un’occhiata distratta a Oakland.

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