illatocattivo

Della difficoltà ad intendersi

In risposta ad una recensione di Dino Erba

Il Lato Cattivo

lato cattivoNel dicembre 2016, Dino Erba (DE) ha prodotto e fatto circolare una recensione del secondo numero de «Il Lato Cattivo», che rendiamo disponibile anche sul nostro blog. DE è un compagno che conosciamo da tempo e di cui, nel corso degli anni, abbiamo apprezzato in più di un'occasione le qualità umane, l'attività pubblicistica non priva di interesse delle sue Edizioni All'Insegna del Gatto Rosso, nonché certe salutari prese di posizione, non da ultimo a proposito del dilagante «pateracchio rossobruno» che – guerra in Siria aiutando – manifesta oggi, una volta di più, la crisi della militanza «anticapitalista» e dei suoi circuiti. Benché la sua recensione sia globalmente elogiativa, non possiamo astenerci da una replica, nella misura in cui il documento di DE rivela: a) dei disaccordi che nessun dibattito ulteriore (di cui DE, in coda alla sua recensione, esprime l'auspicio) potrà smussare; b) alcuni malintesi relativi ai contenuti del secondo numero della rivista.

Cominciamo da questi ultimi. A ragione, introducendo il proprio ragionamento, DE individua nella questione della classe media (salariata) il «filo conduttore» del testo; e, anche qui a ragione, riconosce che in sostanza nessuno ne parla. Molto bene. Però qualche riga più oltre sembra imputarci una distinzione fra proletariato e classe media immediatamente coincidente con la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo. A scanso di equivoci, è bene dire chiaro e tondo che così non è. Vediamo perché.

Tanto fra i proletari quanto fra le classi medie (salariate), vi sono – evidentemente in proporzioni diverse – lavoratori produttivi, lavoratori improduttivi, disoccupati (esercito di riserva) e inattivi. La distinzione risiede in realtà in un altro criterio, ovvero nell'accesso a porzioni più o meno consistenti di plusvalore estorto dalla classe capitalista. Questo viene detto chiaro e tondo alle pagine 29 e 52.

Diversamente da quanto scrive DE, il nodo centrale non risiede nel fatto che «i lavoratori dipendenti sono salariati ma non tutti i lavoratori salariati svolgono un lavoro produttivo» e questo farebbe «la differenza»: Amazon è un capitale commerciale, nessuno dei suoi dipendenti produce un solo milligrammo di plusvalore; eppure Amazon – come tanti altri capitali improduttivi – impiega dei proletari, i quali subiscono un dispotismo aziendale identico a quello di tante imprese produttive di plusvalore, se non peggiore. Ciò che «fa la differenza», al di là della comunità formale del lavoro dipendente, è che il salario del proletario corrisponde al valore della sua forza-lavoro, alla stretta riproduzione di quest’ultima, mentre quello delle classi medie è dopato da «iniezioni» di plusvalore. Nel secondo numero della rivista, ci siamo limitati a constatare che la gerarchia dei redditi non corrisponde agli effettivi differenziali di valore che caratterizzano l'insieme delle varie forze-lavoro, variabilmente semplici, dunque meno «onerose» da riprodurre, o complesse, e dunque più «onerose». Avremmo potuto aggiungere che questo ragionamento non si avvale unicamente di una deduzione logica o di una stima approssimativa del valore di questa o quella forza-lavoro, successivamente comparata al suo prezzo. Le iniezioni di plusvalore che dopano i salari delle classi medie sono empiricamente constatabili nella formazione di riserve. E ciò, per un motivo molto semplice: allorché il salario corrisponde al valore della forza-lavoro, foss'anche quella più complessa (diciamo un ingegnere aerospaziale), esso viene speso interamente per riprodurre tale forza-lavoro. Il valore della forza-lavoro non corrisponde al minimum biologico: vi è sempre la lotta di classe che vi gioca un ruolo, anche solo nella forma di un certo rapporto di forza che si perpetua nel tempo senza essere messo in discussione. E vi è sempre la componente «storica e morale», ossia le variazioni nel consumo operaio in funzione dell'ambiente storico-culturale (Marx: ci vuole il vino per gli operai tedeschi e la birra per quelli inglesi); la differenza tra ciò che si deve considerare «bisogno necessario» e ciò che si deve considerare «riserva» è essa stessa «storica e morale», e anche un orticello, un (unico) appartamento di proprietà o un modesto conto in banca, possono costituire un bisogno riconosciuto come «necessario», se il contesto lo esige o lo permette. Resta il fatto che il proletariato non costituisce riserve1, quale che sia la loro natura (immobiliare, monetaria, finanziaria).

DE ricostruisce in maniera indubbiamente pertinente il dibattito sulle classi medie all'interno della Seconda Internazionale; poi snocciola un po' di Hilferding, di Laurat, e il Bordiga degli anni '20 a proposito del movimento dannunziano. E qui si ferma. Se la sua ricostruzione delle posizioni marxiste sulle classi medie fosse andata oltre, prendendo in considerazione – a titolo di esempio – proprio il Bordiga del secondo dopoguerra (e altri scritti «programmisti» del medesimo periodo), avrebbe trovato materiali ulteriori che, sia detto per inciso, mostrano che l'esistenza della classe media salariata non è affatto una fantasia revisionista. In effetti, lo slancio della classe media nel secondo dopoguerra non poteva lasciare indifferente il comunista partenopeo e la sua compagine, che vi si confrontarono in una serie di articoli2 in cui il criterio di distinzione fra proletariato e classe media, sovente utilizzato ma mai compiutamente teorizzato, risiede appunto nella natura del reddito che la forma del salario riveste:

«Per la Sinistra l'opportunismo non è un fenomeno di natura morale e riducibile a corruzione di individui, ma è un fenomeno di natura sociale e storica per cui l'avanguardia proletaria, invece di disporsi sullo schieramento che si pone contro il fronte reazionario della borghesia e degli strati piccolo-borghesi, più di essa ancora conservatori, dà l'avvio ad una politica di saldatura fra il proletariato e le classi medie. In questo il fenomeno sociale dell'opportunismo non diverge da quello del fascismo, perché si tratta sempre di un asservimento ai ceti piccolo-borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali, la cosiddetta la classe politica, e la classe burocratico-amministrativa, che in realtà non sono classi capaci di vitalità storica, ma spregevoli ceti marginali e ruffiani, nei quali non si ravvisano i disertori della borghesia di cui Marx descrive il fatale passaggio nelle file della classe rivoluzionaria, ma i servitori migliori e le lance spezzate della conservazione capitalistica, che campano di stipendi tratti dalla estorsione del plusvalore ai proletari.» (Tesi sul compito storico, l'azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista (Tesi di Napoli), in «Il programma comunista», n. 14, 28 luglio 1965, grassetti nostri).

In questo estratto, come in molti altri, troviamo tanto i meriti quanto i limiti e le contraddizioni dell'inquadramento bordighiano della questione. Nella fattispecie, si rivelò erroneo – e il '68 lo dimostrò ampiamente – negare ogni «vitalità storica» alla classe media salariata, tanto più che Bordiga la accordava ad altre classi intermedie in altri contesti (il contadiname nelle formazioni sociali periferiche): un conto è fare le debite distinzioni fra classi fondamentali e classi «derivate», un altro è immaginare che le classi derivate non siano in grado di lottare in vista di obiettivi propri, in maniera anche accanita ed ultraviolenta. In secondo luogo, il deciframento strettamente economico del reddito della classe media salariata non è soddisfacente, poiché anche i proletari occupati nei settori improduttivi «campano di stipendi tratti dalla estorsione del plusvalore ai proletari» (produttivi). Ogni forza-lavoro, semplice o complessa, impiegata produttivamente o meno, ha un valore; e i settori improduttivi alimentati dal plusvalore che fluisce da quelli produttivi, occupando lavoratori salariati, ritrasformano una parte di questo plusvalore in valore della forza-lavoro. Il punto è che tanto nei settori produttivi che in quelli improduttivi, la classe media percepisce un bonus che eccede il valore della sua forza-lavoro. Tale bonus è assimilabile ad una rendita3, una rendita che si percepisce in virtù di un sapere che equivale a un potere, un potere sul proletariato: potere di istruirlo, di inquadrarlo, di dirigerlo, di controllarlo, di curarlo, di intrattenerlo, di rappresentarlo, di reprimerlo... ed ovviamente potere di progettare i mezzi di produzione, i prodotti e ogni altro aspetto delle mansioni che il proletario è condotto a espletare sul luogo di lavoro. Una rendita che è tanto più cospicua quanto più è grande questo potere4. Se dunque un generale attacco ai redditi da salario investe tanto il proletariato che la classe media, per il primo esso è immediatamente una tentativo di abbassare il valore della sua forza-lavoro, per la seconda è – almeno in un primo momento – una diminuzione della rendita di potere che percepisce. Terreno quanto mai scivoloso per la classe capitalista delle aree centrali e, mutatis mutandis, anche semi-periferiche (cfr. le recenti proteste in Brasile e Corea del Sud), e per un motivo molto semplice: riprendendosi la contropartita che permette la formazione e/o la conservazione di riserve, la classe capitalista rischia di giocarsi la principale base di consenso degli abituali partiti di governo, nonché l'efficacia delle strutture di inquadramento del proletariato. Questo è il dilemma attuale in cui si dibatte la classe dominante. In molti paesi dell'Europa occidentale, ad esempio, è evidente che uno snellimento e una razionalizzazione ulteriori del pubblico impiego, sarebbero fortemente auspicabili dal suo punto di vista, nonché possibili (Information Technologies aiutando), ma per ora nessun governo trova l'equazione giusta e il buon cocktail elettorale per imporli. In Francia, il candidato del centro-destra alle elezioni presidenziali del 2017, François Fillon, ha dichiarato di voler licenziare mezzo milione di funzionari, ma per ora si tratta solo di una boutade da campagna elettorale. In ogni caso, fino a quando la «crisi della rappresentanza» (che non data da ieri) si riduceva all'astensionismo operaio (o, in misura minore, ad un voto «populista» contenuto) il sistema politico ha conservato una certa stabilità; oggi rischia seriamente di imballarsi. Questo detto, è fondamentale restituire tali fenomeni nella loro giusta dimensione e scansione temporale, senza propagandismi e senza millantare «disgregazioni» del capitalismo incipienti. La crisi del 1973-‘74 e il successivo smantellamento del Welfare State postbellico, posero fine alla «saldatura fra proletariato e classi medie» che Bordiga aveva conosciuto, ma in senso totalmente diverso rispetto a quello da lui previsto, a spese del proletariato e, viceversa, senza alcun «massacro delle mezze classi» (Dialogato con Stalin). Contrariamente a quanto afferma DE, i «partiti a cui essi [i ceti medi, ndr] facevano riferimento», socialdemocrazie europee in testa, non sono affatto «evaporati», semplicemente si sono riconvertiti in partiti middle class only. E ciò fu possibile, fra l'altro, proprio perché quella crisi fu effettivamente riassorbita (ci torneremo sopra). È stata la crisi del 2008 a cambiare nuovamente le carte in tavola, ma i movimenti sociali che ne sono susseguiti hanno manifestato «saldature fra proletariato e classi medie» di tipo nuovo: volatili, effimere, estranee alla logica dell'empowerment di lunga durata allo stesso titolo delle lotte del proletariato «saldature» di cui abbiamo cercato di dare conto nel quinto capitoletto della rivista (Dall’astratto al concreto: la fase attuale), e di cui i movimenti di occupazioni di piazze nei paesi delle aree centrali e le varie Primavere, vittoriose, sconfitte o abortite, nelle formazioni semi-periferiche, sono stati gli episodi più significativi.

Se consideriamo fondamentale la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, non è perché questo criterio permetterebbe di distinguere il proletariato dalle classi medie salariate, ma perché il lavoro improduttivo – che esso consista nella conservazione di valore esistente o nella sua dissipazione – è logicamente una funzione derivata. Ricostruire l'architettura del modo di produzione capitalistico (MPC) a partire dalle sue funzioni fondamentali di capitale e lavoro salariato produttivo di (plus)valore, serve appunto ad articolare le due definizioni tradizionali del proletariato, non immediatamente coincidenti fra loro: proletariato come produttore di plusvalore e proletariato come classe dei «senza riserve», l'una manifestamente troppo restrittiva, l'altra manifestamente troppo indifferenziata... tanto più oggidì, allorché esperiamo dolorosamente – giorno dopo giorno – fino a che punto, tra il segreto laboratorio della produzione di plusvalore e il resto della società capitalistica, anche quando quest’ultima sia attraversata da intensi conflitti, resti intonsa una barriera invisibile eppure solidissima. L'unica cosa che DE sa dire su questa articolazione, che impone di procedere dal dato più astratto a quello più concreto, è: «vedi le pp. 9-26, francamente un po' confuse», il che lascia intendere che non ne abbia capito granché, tant'è vero che si arrischia ad affermare che «la classe media è una classe che non produce ma consuma» (ciò che è vero anche per le frazioni improduttive o inattive del proletariato, come abbiamo visto). Da un lato, il punto non è produrre o consumare, bensì a quale fondo di consumo si attinge per consumare. Dall'altro, nella notte dei senza riserve tutte le vacche sono nere, troppo nere. Nell'unico passaggio del nostro secondo numero che DE cita, si parla di soppressione delle frontiere fra lavoro e non-lavoro, ma tutta la parte che precede insiste più e più volte sul fatto che queste frontiere vengono meno a partire da quel che succede dal lato del lavoro (degli occupati) e non dal lato del non-lavoro (dei disoccupati o degli inattivi), perché nella società odierna – come in ogni società di classe – è il lavoro il rapporto sociale fondamentale5. E sia ben chiaro che questo non significa investire di un ruolo salvifico il proletariato attivo e produttivo di plusvalore, ma semplicemente dire questa autentica banalità di base: che se questa frazione del proletariato non si muove, non ce ne sarà un’altra in grado di attaccare la produzione di plusvalore al posto suo. Fino a che ciò non avverrà su vasta scala, le convulsioni della classe media saranno un «centro di gravità permanente» anche per il proletario non legato ad alcun ambito lavorativo o per l'operaio che si dedica alla causa del No TAV (un esempio come un altro) perché in fabbrica sembra non ci sia nulla da fare. Questa è la situazione bloccata in cui ci troviamo oggi, e nessun espediente o intervento potrà mutarla, indirizzarla o «raddrizzarla» in un senso favorevole alla prospettiva comunista. A scanso di equivoci, bisogna chiarire che la rottura necessaria all'avvio di un processo rivoluzionario, non ha nulla a che vedere con «la ribalta politica», «la direzione», l'«egemonia» (in senso gramsciano o meno) del proletariato nella o della «protesta»: queste formule tradiscono una concezione ancora «novecentesca» (direbbe DE) del proletariato e dell'attività rivoluzionaria di cui può essere l'agente, come fosse un soggetto unificato e omogeneo in se stesso, per quanto «estremamente multiforme» (ancora DE). Come abbiamo cercato di illustrare nella rivista, affinché la famosa rottura abbia luogo, occorre una situazione in cui una molteplicità di lotte ricorrenti e diffuse si intersechino fra loro e – inscindibilmente – che la loro eterogeneità negli attori, nei moventi e nelle forme di lotta, sia per ciascuna un fattore di rimessa in causa di sé, e non di affermazione – ciò che esclude qualsiasi stabilizzazione politica. Lo scenario che bisogna figurarsi è quello in cui le modalità più dinamiche, e anche «atipiche», della lotta di classe degli ultimi 20-30 anni – rivolte urbane come quella «delle banlieues» francesi del 2005, lotte rivendicative «dure» ma isolate e «corporativiste», lotte di segmenti del proletariato aventi caratteristiche specifiche (immigrazione, manodopera femminile), tentativi di autogestione e lotte di disoccupati dotate di pratiche proprie (per entrambi vale l'esempio dell'Argentina: «imprese recuperate» e piqueteros) etc. – si incrocino e siano, ognuna per le altre, un calcio in culo per andare oltre se stesse (cfr. l’ultimo capitoletto della rivista: Rottura dell’enigma?). Ma, come affermiamo nella rivista, questo scenario resterà pura speculazione in assenza di una nuova crisi, e senza una massiva ondata di indisciplina che investa il «segreto laboratorio della produzione» nelle aree centrali del MPC (Europa occidentale, Stati Uniti e Giappone).

Passiamo ora ai disaccordi veri e propri, che vertono sull'orientamento politico della classe media e sulla natura della crisi del 2008, come di tutta la fase storica che l'ha preceduta e preparata.

È bene chiarire che mai abbiamo inteso assegnare alla classe media un comportamento univoco, giacché essa è caratterizzata da un intreccio di segmentazioni (divisione del lavoro, gerarchia dei redditi, settore pubblico e privato, oligopoli e outsourcing, differenziazioni etniche, culturali, sessuali etc.) che la attraversano tanto quanto attraversano il proletariato. Se è legittimo definire la classe media salariata come una classe «progressiva», è solo in opposizione alla piccola borghesia nel senso proprio del termine. Ma DE scrive:

«Nel suo insieme, la classe media va perdendo quella connotazione progressista di cui parlava Pannekoek all’inizio del Novecento. Evidente è la loro riconversione moderata (in parte reazionaria), in cui, sostanzialmente, propendono per l’equa suddivisione dei sacrifici… non per il sovvertimento sociale.» (I grassetti sono dell’autore).

La ragione sarebbe, secondo DE, globalmente riconducibile alla fine del periodo d'oro del Welfare State keynesiano. In prima battuta, facciamo notare che quel periodo è finito da un pezzo. Più in generale, è tutta questa problematica di lana caprina sull'orientamento politico, «progressista» o «reazionario», della classe media che bisogna abbandonare. È, questo, un terreno sul quale si può dire tutto e il contrario di tutto, dal momento che la classe media – come la classe capitalista e il proletariato – soggiace ad una forte diversificazione interna. La classe media vota Trump, la classe media protesta contro l'elezione di Trump; la classe media è razzista, la classe media è «cosmopolita»: due coppie di proposizioni egualmente vere, e 3 su 4 si potrebbero applicare (fatti i dovuti distinguo) anche al proletariato. Che la classe media non possa agire alcun «sovvertimento sociale», nel senso della distruzione del MPC, va da sé. Cionondimeno la possibilità di ulteriori «saldature» fra proletariato e classi medie non è affatto esclusa, tanto nelle aree centrali (ad esempio, nella forma di un movimento nero contro il razzismo negli USA) quanto in quelle semi-periferiche (ad esempio, per il tramite di movimenti anti-governativi capaci di federare tutti i beneficiari della redistribuzione delle rendita petrolifera, nei paesi produttori più deboli, oggi sofferenti). Ma né per la classe media, né d'altronde per il proletariato, è una questione di ideologia o di coscienza; tenuto in debito conto l'esaurimento della creatività storica in ambito ideologico, l'una e l'altra rimestano e continueranno a rimestare nel calderone dei bei tempi che furono: in primo luogo (nelle aree centrali) nella nostalgia per i «Trenta Gloriosi», di volta in volta rimpianti perché «c'era lavoro per tutti», ma anche perché «le città erano più sicure»... e altre amenità spesso prive di fondamento, ma che esistono e funzionano indipendentemente dal loro valore di verità (ed è normale che sia così). Risparmieremo a DE e al lettore la citazione del celebre passaggio della Sacra Famiglia su «ciò che il proletariato è» e ciò che sarà «storicamente costretto a fare».

In merito all'analisi complessiva del periodo, DE scrive:

«L’ipotesi cui io faccio riferimento [rivista «Countdown», Giussani-Pagliarone, per capirci], si richiama anch’essa alla caduta del saggio di profitto e ritiene che questa caduta abbia generato, come «controtendenza», lo spostamento (e poi la fuga) dei capitali dall’economia reale (industria), alla finanza, avviando un’irreversibile tendenza verso la speculazione, con la conseguente dissipazione di risorse, ovvero dei capitali. I capitali, dovremmo saperlo, provengono dall’estorsione del plusvalore operaio, dal lavoro NON pagato, e non dal magico mondo della finanza (dove il denaro sembra creare denaro). A sua volta, col venir meno degli investimenti produttivi/tecnologici (capitale costante), nel processo lavorativo (dove domina il rapporto D-M-D’) inevitabilmente finisce per prevalere l’estorsione di plusvalore assoluto.» (I grassetti sono dell’autore).

Il primo rilievo che dobbiamo fare a DE, è che prima di pretendere di contrapporsi alla nostra comprensione della fase, dovrebbe innanzitutto cercare di non contrapporsi a se stesso. Infatti, l'ipotesi a cui fa riferimento – al di là della varietà di autori proposti dalla rivista «Countdown» nei due numeri fin'ora pubblicati – non si richiama più, in senso stretto, alla caduta del saggio profitto, e non considera la fuga di capitali verso la finanza speculativa degli ultimi 35 anni, come una controtendenza inerente a tale caduta. Prendiamo come riferimento La crisi e il saggio di profitto, testo del 2012 di Paolo Giussani6, che è a suo modo fra i più significativi degli ultimi anni per quanto riguarda l’analisi della crisi. Le tesi di Giussani (e di Pagliarone, almeno a occhio e croce) si possono riassumere in tre punti:

poiché «la crisi [del 2008, ndr] è arrivata dopo un trend ascendente, o comunque non certo discendente, piuttosto prolungato, del saggio del profitto» – che, detto en passant, non è che uno fra vari picchi di prosperità da ciclo breve nel corso dei tre decenni precedenti la crisi – sarebbe «semplicemente impossibile sostenere che il saggio del profitto abbia tendenzialmente declinato lungo tutto il periodo dalla fine della guerra ad oggi, come è impossibile sostenere che la caduta del saggio del profitto abbia causato la crisi, la seconda per dimensioni dopo la depressione degli anni ’30 [...]»;

— il rigonfiamento della sfera finanziaria non sarebbe ascrivibile ad una dinamica di controtendenza rispetto alla caduta del saggio di profitto: l'«asserzione che oggi gira abbastanza di frequente fra i marxisti, secondo la quale il capitale ad un certo punto avrebbe virato verso la finanza perché il saggio del profitto era ormai troppo basso e scarseggiavano occasioni di investimento produttivo abbastanza redditizie [...] non vale assolutamente nulla. Il settore finanziario ha realizzato un saggio del profitto superiore a quello del settore produttivo lungo tutto il dopoguerra, ma la conversione dei profitti realizzati in capitale fittizio è cominciata solo all’inizio degli anni ’80, praticamente in coincidenza con la recessione del 1980-81. E come mai il saggio del profitto settoriale della finanza è relativamente più alto e tende ad innalzarsi? Questo può essere dovuto soltanto ad un boom speculativo già avviato cioè allo spostamento già in corso dei profitti verso la speculazione. La spiegazione funziona quindi, ma in senso inverso: è il trasferimento di capitale monetario alla finanza che determina l’innalzamento dei profitti finanziari e speculativi e non viceversa»;

— la crisi del 2008 non può in nessun caso essere inquadrata «nella classica idea marxiana della tendenza alla diminuzione del saggio del profitto», poiché «una crisi che sia direttamente causata dalla tendenza al ribasso del saggio del profitto deve sopraggiungere come culmine e arresto di un periodo di forte accumulazione. Il saggio di accumulazione si riduce abbastanza violentemente, una parte dei mezzi di produzione e delle scorte rimane invenduta, la forza-lavoro impiegata si contrae e con essa la domanda di beni di consumo, e la crisi si generalizza più o meno a tutti i settori produttivi. Ma la crisi iniziatasi nel 2007-2008 non è il risultato finale di un processo di forte accumulazione bensì l’esatto contrario».

Lasciando a DE il compito di constatare l'abisso che separa la sua visione da quella di Giussani, concentriamoci sulla sostanza di queste argomentazioni, e diciamo subito che si basano su constatazioni perfettamente giuste. Ma dalle stesse constatazioni – in barba al supremo bidone positivista della «evidenza empirica» – si possono trarre conclusioni diversissime, che dipendono dalla griglia interpretativa che restituisce le connessioni reciproche e i rapporti causali. E, come mostra l'incauto «fare riferimento» di DE, conclusioni differenti possono, nonostante tutto, ritrovarsi in una comune percezione generale del periodo post-anni '70, come capitalismo «marcescente», «comatoso», «declinante». Quali che siano le loro peculiarità, simili caratterizzazioni della fase non valgono più di quella che, nel 1938, scoprì che le forze produttive avevano «smesso di crescere» (cfr. Trotsky, Programma di transizione). Di nuovo, nei duri anni ‘50, e poi ancora all'indomani della crisi del '73, altre anime belle vennero a raccontarci che eravamo ormai in piena «decadenza del capitalismo», che la volta precedente era stato prematuro, ma che adesso era proprio certo! Assodato che puntualmente si rivelarono essere tutte balle, ognuno ne ricavi la morale che più gli garba.

Trotsky e cuginetti a parte, i tratti distintivi dell'ipotesi «decadentista» dei giorni nostri, sono la contrapposizione binaria ed irrigidita fra «economia reale (industria)» (sic!) e «finanza» – ovvero la tarte à la crème dei keynesiani e degli altri apologeti del Welfare State che si vorrebbero criticare – e una certa confusione fra le nozioni di «crisi» e di «depressione/recessione lunga». Senza sovrapporre o confondere la sfera della produzione e quella della circolazione del capitale (di cui la finanza è parte), è importante mettere in rilievo la loro fondamentale unità. La cosiddetta «finanziarizzazione» è innanzitutto una maniera di riorganizzare l'insieme della riproduzione allargata a partire dal capitale industriale. Il fatto – più volte enfatizzato da DE come dal duo Giussani-Pagliarone – che non vi sia stato, dai tempi del «fordismo», alcun salto tecnologico fondamentale a livello del processo di produzione immediato, o che vi sia stata una ripresa nell'estrazione del plusvalore assoluto, non vuol dire nulla e non è di per sé un sintomo di declino. La logica dell’utile immediato che muove l'azionista, produce una pressione costante che spinge alla limitazione degli investimenti in capitale fisso e al ristagno dei salari, ma anche alla diminuzione del tempo di circolazione e di rotazione del capitale attraverso le tecnologie informatiche – diminuzione che, senza essere una controtendenza in senso proprio, incide positivamente sull'andamento del saggio di profitto. Tanto per la riduzione degli stock, quanto per l'eliminazione dell'indicizzazione salariale e di tutti gli interstizi nel tempo di lavoro che permettevano all'operaio di fumarsi, di tanto in tanto, una sigaretta in santa pace, quanto ancora per l'aumento del turn-over della manodopera funzionale a tale eliminazione, si è trattato sempre e comunque di sciogliere le rigidità fordiste entrate in crisi all'inizio degli anni '70. Tra gli alti e i bassi dei cicli brevi tornati a scandire potentemente la vita economica, dopo la loro quasi-sparizione nel periodo fordista, questo tipo di disciplinamento ha permesso un «equilibrio da sottoinvestimento» (come lo abbiamo definito nel nostro n. 2) all'interno del quale la diminuzione del saggio di accumulazione è stata una forza, non una debolezza. Ne La crisi e il saggio di profitto, Giussani dice che parlare di debolezza o di insufficienza del saggio del profitto è «un’affermazione che non ha nessun senso logico se si manca di precisare rispetto a cosa è troppo basso (o magari troppo alto): potrebbe ad esempio essere insufficiente rispetto al saggio corrente di interesse se l’indebitamento delle aziende produttive è relativamente alto. Ma in una situazione di questo genere la reazione del capitale produttivo potrà essere qualsiasi ma sicuramente non quella di trasferirsi nel circuito della speculazione». Sia, ma lo stesso discorso, mutatis mutandis, vale anche per il saggio di accumulazione: se con «periodo di forte accumulazione» si intende unicamente quello della «Golden Age», è chiaro che quella fase non tornerà più. E allora? La forbice apertasi fra saggio di accumulazione e saggio di profitto all'inizio degli anni '80, con in mezzo l'enorme realizzazione di profitti finanziari, non sarebbe comunque stata possibile senza una sufficiente porzione di profitti accumulati che la sostenesse. Questo, almeno fino al 2008. In definitiva, tutta la querelle sulla caduta del saggio di profitto come causa osservabile della crisi, è una disputa senza oggetto, poiché fino a quando gli incrementi della produttività la controbilanciano, la caduta del saggio di profitto dovuta all’aumento della composizione tecnica e organica del capitale, resta solo potenziale. Soltanto quando questi incrementi iniziano a venir meno, la caduta diviene osservabile, ed è ciò che è effettivamente accaduto in un punto di flessione che con un po' di approssimazione può essere situato, per l'insieme delle aree centrali, a cavallo fra il 2006 e il 2007. E poi? E poi anche quella crisi è passata, per il semplice motivo che «la crisi» non è un fenomeno permanente. Non si deve confondere la crisi propriamente detta che – sia generale o locale – è un fenomeno brusco e violento, con un periodo di depressione/recessione (ad es. quello attuale) che può durare anche due decenni o più, ma che in quanto tale conosce le oscillazioni del ciclo economico di breve e media durata. Il fatto che giornalisti, scribacchini e altri confusionisti di mestiere parlino ancora adesso della «crisi da cui stentiamo ad uscire», che sarebbe poi sempre la stessa da nove anni a questa parte, è la miglior prova che la «crisi permanente» è una gran cazzata. Che un'altra crisi stia covando sotto la cenere è cosa certa, ma è altrettanto certo che la crisi a venire, e tutto ciò che ne potrà scaturire di più esaltante e anche di più terribile, sarà dell'ordine del salto, dell'accelerazione, del cambiamento qualitativo e della novità storica – tutto il contrario di un lento riprodursi, sempre un po' in peggio, di ciò che già conosciamo.

A coronare la concezione decadentista del corso dell'accumulazione, si agita lo spettro della «comune rovina delle classi in lotta» di cui parla Marx nel Manifesto:

«[...] se fosse la classe media a connotare la scena politica, quasi sicuramente, si andrebbe incontro all’impantanamento sociale e quindi all’annichilimento delle classi in lotta (Marx).» (I grassetti sono dell’autore).

«Impantanamento sociale»? Di cosa si tratterebbe? La famosa «comune rovina delle classi in lotta» di Marx, può verificarsi solamente nell'ambito di una lotta fra due modi di produzione, l’uno in declino e l’altro in ascesa: le classi antagonistiche proprie del primo vanno incontro alla «comune rovina», quelle del secondo si affermano e, in un primo tempo, possono anche condurre una lotta comune contro quelle declinanti. Anche le classi del MPC si impongono allo stesso modo, ma il MPC non genera alcun altro modo di produzione al proprio interno, né altre classi in grado di succedere a quelle capitalistiche. Dunque l'alternativa storica è di un solo tipo: rivoluzione comunista o ristrutturazione capitalistica (la guerra può essere un fattore di ristrutturazione, ma non la definisce). Formularla in altri termini significa misconoscere la natura del rapporto fra le classi fondamentali del MPC come ciò che realmente struttura la società, informando e facendo valere i propri diritti su ogni altro tipo di rapporto inter-umano o fra uomo e natura esterna (una escalation di catastrofi ambientali o l'arrivo degli extraterrestri non cambierebbe una virgola in ciò che precede). L'unità antagonistica di lavoro salariato e capitale imporrà a entrambe le classi fondamentali uno scontro epocale, di cui anche la classe capitalista ha bisogno per costruirsi una qualche chance di uscire dal pantano in cui si trova. Sono le crisi sociali più intense a imporre alla classe capitalista la necessità di dotarsi di un personale politico «all'altezza». La scipitezza dei nostrani Berlusca, Renzi, Gentiloni & Co., per non parlare della volgarità di tante altre figure maggiori o minori, è a misura della (attualmente debole) intensità della lotta fra le classi, e non deve trarre in inganno. È solo facendo sorgere una rivoluzione potente che il partito dell'ordine può raggiungere la maturità di un vero partito controrivoluzionario. È vero che non esistono superuomini, ma c'è mediocrità e mediocrità. Ci si perdoni se, come di consueto, snoccioliamo un po' di Marx (le cattive abitudini sono dure a morire):

«Victor Hugo si limita a un'invettiva amara e piena di sarcasmo contro l'autore responsabile del colpo di stato [Luigi Bonaparte, ndr]. L'avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l'atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo. Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica del colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell'eroe del colpo di stato. Egli cade così nell'errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell'eroe.» (Karl Marx, Prefazione alla seconda edizione de Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma, 1997, p. 39, grassetti nostri)

Uomini mediocri e grotteschi, in un non lontano futuro, potranno ancora fare la parte degli eroi, con grande beneficio per il sistema vigente, ma questi uomini verranno fuori da «circostanze» e «situazioni» che solo la lotta di classe potrà determinare; mentre altri uomini, egualmente mediocri e grotteschi, si adopereranno per procrastinare simili «circostanze» e «situazioni», e utilizzeranno a tal fine ogni mezzo a loro disposizione, guerra inclusa. Non certo perché l'industria militare apporterebbe chissà quali boccate d'ossigeno all'economia7, ma semplicemente perché gli Stati e la politica esistono, e perfino in condizioni di crisi catastrofica non perdono la loro relativa autonomia rispetto alla stretta determinazione economica8. Fughe in avanti di tipo militarista – come quelle di Israele a Gaza, nel 2014, o della Russia in Ucraina orientale –, buone per ricompattare (con effetto immediato ma non duraturo) compagini sociali considerate a rischio di deflagrazione dai loro governanti9, conservano dunque la loro attualità e attrattiva. Anche qui, più volte nella storia del MPC, il conflitto su ampia scala fra i poli di accumulazione più sviluppati è stato dato per obsoleto, e si è creduto che non ci sarebbero state più guerre se non contro il proletariato. Da quarant’anni a questa parte, la preponderanza assunta dalle dottrine militari della contro-insurrezione e della guerra asimmetrica, sembra portare acqua a questo mulino, e c'è chi se la beve, prendendo per oro colato ciò che il sistema racconta di se stesso. Ma le «insurrezioni» della contro-insurrezione hanno ben poco a che vedere con le insurrezioni proletarie del passato, e nulla con quelle di domani. L'asimmetria della guerra contemporanea non è l'asimmetria fra capitale e proletariato, ma l’asimmetria fra il nazionale e il globale – capitalistici l'uno e l'altro10 – in mezzo ai quali la classe rivoluzionaria dovrà trovare la sua via.

L'«impantanamento» non è un rapporto sociale. L'alternativa «socialismo o barbarie» è legata ad un'epoca in cui chi la proclamava era portato innanzi da masse, che dal canto loro potevano sentirsi chiamate a raccogliere la fiaccola del Progresso e dei Lumi, lasciata cadere da una borghesia ormai solidamente installata alla testa della società. Quell'epoca non è più, ma ciò non ha nulla a che vedere con presunte «decadenze» o «declini». La sola crisi «sistemica» sarà quella che il proletariato renderà tale; fino ad allora, nulla impedirà al MPC di ritrovare vitalità e prospettive. L'ipotesi «decadentista» è l'altra faccia delle inquietudini borghesi per una possibile «stagnazione secolare» – inquietudini da economisti, appunto, che considerano la merce forza-lavoro come una qualsiasi altra merce, e non possono perciò comprendere il corso dell'accumulazione innanzitutto come sfruttamento, cioè come un rapporto fra classi.

Non ci stupirebbe se il buon DE, di fronte a questa nostra replica, ci tacciasse di un approccio dogmatico ed eccessivamente sistematico. Quando l'alternativa è l'eclettismo, è un rischio al quale è necessario esporsi. Tra i sopravvissuti all'éclatement generale di tutta la Sinistra comunista «italiana», DE è uno dei pochi ad aver integrato e ripreso il concetto di comunizzazione, in particolare nel suo ultimo libro, Quale rivoluzione comunista oggi? Problemi scottanti del nostro movimento (All'Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014). Ripresa che per ora ci appare doppiamente problematica, nella misura in cui l'utilizzo del termine non garantisce in nulla che si sia d'accordo sul contenuto, e nella misura in cui si può giustificare in mille maniere diverse la sua necessità. Che vi siano dei disaccordi sull'uno o sull'altro aspetto, sarebbe ancora il minor malum; il vero problema è che nel libro di DE ci si perde in un patchwork ecumenico, in cui si vuol far marciare mano nella mano cose diversissime, dalla «critica marxista dell'economia politica» all'eco-anarchismo, passando per l'anti-bolscevismo di destra di Julij Martov e per certe nostalgie verso forme pre-capitalistiche e comunitarie di sfruttamento del lavoro, discutibili anche quando escono dalla penna di Marx. Ma cosa vi sia di specifico nella nostra epoca, in termini di struttura del rapporto di classe, di composizione e di pratiche del proletariato etc., per cui sia necessario pensare in termini differenti la rivoluzione e il comunismo, non ci viene affatto spiegato. Vedremo se il prossimo sforzo editoriale di DE apporterà qualche chiarimento. Meglio meno, ma meglio! 


Qui la recensione di Dino Erba

Note
1 Ovviamente questo schema non ha una valenza assoluta. Ma né il proletario che contraendo i suoi consumi perviene a mettere da parte, coi risparmi di una vita, un bel gruzzoletto, diventa ipso facto un piccolo-borghese, né il quadro intermedio che dilapida lo stipendio in escort e cocaina, si trasforma con ciò in un senza riserve.
2 Cfr. L'impiegato è un proletario?, in «Il programma comunista», n. 18, 29 settembre 1960; La «mezza classe» nostra bestia nera, in «Il programma comunista», n. 15, 4 agosto - 4 settembre 1963; Nota elementare sugli studenti ed il marxismo autentico di sinistra, in «Il programma comunista», n. 8, 1-15 maggio 1968.
3 Da qui l'importanza delle intuizioni contenute nell'articolo di Domenico Ferla, La distruzione del tempio (in «Il programma comunista», n. 19, 30 ottobre 1962), che abbiamo rispolverato e citato a p. 30 della rivista.
4 Per completezza, va detto però che in ambito aziendale, le disparità salariali fra uomini e donne ai piani medi e alti, sono tutt'altro che trascurabili. La questione meriterebbe una trattazione a parte.
5 Proprio per questa ragione abbiamo ormai rinunciato al concetto di «inessenzializzazione del lavoro», che non vorrebbe esprimere null'altro che la crescita della composizione tecnica e organica del capitale, tale quale appare dal punto di vista del fattore soggettivo del processo di produzione immediato... ma che a quanto pare ognuno si sente in diritto di interpretare come più gli garba.
6 Cfr. http://connessioni-connessioni.blogspot.fr/2012/01/la-crisi-e-il-saggio-di-profitto.html .
7 Ciononostante, collocare tutti gli armamenti nei faux frais è un po' sbrigativo: ça dépend. Perché, tanto per dire, dovrebbero essere «merci improduttive» (?) le armi da fuoco per uso personale negli Stati Uniti? Sebbene ufficialmente oggi solo un terzo della popolazione statunitense ne possegga almeno un esemplare, nel 1980 era quasi il 50% ad averne una, e attualmente ve ne sono comunque 357 milioni di esemplari in circolazione (270 per uso personale) per 320 milioni di abitanti. Sia detto en passant, ecco una delle condizioni del modus operandi di una rivoluzione comunista futura, che sarebbero, giusta Marx, «tutt'altro che idilliache.» (Marx a Domela Niewenhuis, 22 febbraio 1881).
8 Accordare una relativa autonomia allo Stato e alla politica, non equivale affatto ad affermare che il corso del MPC obbedisca ad un piano. Il «piano del capitale» è l'illusione retrospettiva per cui il risultato storico che di volta in volta emerge come «media ideale» di un'infinità di azioni e reazioni – imponendosi dall'esterno ad ogni agente particolare del MPC – appare come fosse già presente ab originem, cioè come la strategia di un soggetto univoco ed autodeterminato.
9 A torto o a ragione, poco importa. In merito a Israele, va comunque ricordato che la «rivolta delle tende» (2011) – parte integrante dell'ondata interclassista successiva alla crisi del 2008 – non fu affatto uno scherzo, ma un movimento molto vasto che toccò picchi di partecipazione di 450.000 manifestanti (cifra considerevole se rapportata all'insieme della popolazione israeliana) e che mise seriamente in difficoltà il governo di Netanyahu.
10 Nota bene. L'«asimmetria fra il nazionale e il globale» è soggetta ad ogni genere di rifrazioni e trapassi dialettici dell'uno nell'altro: può essere la guerra di una «coalizione di volenterosi» contro uno «Stato sovrano», ma anche l'attacco di un'organizzazione politico-militare transnazionale alla popolazione civile di uno «Stato sovrano» sul suo stesso territorio.

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