Lo scioglimento dell'euro, un'idea che si imporrà nei fatti

Jacques Sapir

Dal sito RussEurope di Jacques Sapir  alcuni risultati dello studio "Scenari di scioglimento dell'euro": non sarebbe una catastrofe, ma un salva-vita. Inoltre Sapir illustra l'ipotesi di una moneta comune

Dalla fine della primavera, dai paesi dell'Europa meridionale ci arriva un concerto di "buone notizie". La crescita dovrebbe tornare in Portogallo e in Spagna, come anche in Grecia. I tassi rimangono ad un livello considerato "ragionevole". In breve, la crisi nella zona euro sarebbe dietro le spalle. Tuttavia, a un esame più attento, si può mettere seriamente in dubbio la realtà di queste affermazioni.


Siamo fuori dalla depressione?


In queste affermazioni ci sono molte manipolazioni, ma anche un po' di verità. Cominciamo con il poco di verità che contengono. Sì, la crisi sta toccando il fondo. Ciò è evidente in Spagna, dove la disoccupazione ora sembra essersi stabilizzata, anche se ad un livello molto alto (25 % della forza lavoro). Negli ultimi mesi sembra che non ci sia un peggioramento, ma questo è lontano dal corrispondere a un'uscita dalla crisi. Aggiungiamo che molte nuvole nere si profilano all'orizzonte: il credito è ancora in fase di contrazione (soprattutto in Italia e Francia), gli investimenti sono ancora scarsi (e quindi le prospettive di crescita futura).

Non c'è niente che ci consenta di dire che nei prossimi mesi i paesi dell'Europa meridionale avranno una ripresa che permetta loro di superare la crisi. La prospettiva di una nuova crisi politica in Italia, che si aggiunge alle difficoltà economiche, è altamente probabile [1].

D'altronde possiamo anche constatare (figura 1) che il miglioramento della bilancia commerciale in questo paese è legato al calo delle importazioni, piuttosto che a un aumento delle esportazioni.

                                                Figura 1
 
Fonte : Natixis Thelier C. , « Italie, une rentrée agitée », NATIXIS Special Report, n° 155

Allo stesso modo, l'aumento delle sofferenze nei bilanci delle banche è un indicatore molto affidabile di un cumularsi di problemi (Figura 2) .

                                                 figura  2


Fonte : Natixis Thelier C. , « Italie, une rentrée agitée », NATIXIS Special Report, n° 155


Data l'importanza dell'economia italiana, che è la terza più grande economia della zona euro, è chiaro che la zona euro è molto, molto lontano, dall'essere trainata dal fatturato delle imprese.

Al meglio, la crisi resterà allo stesso livello di oggi. Nel peggiore dei casi, e questo è ciò che si può temere guardando all'evoluzione del credito e degli investimenti, dopo questa pausa temporanea la situazione dovrebbe iniziare a deteriorarsi nella seconda metà del 2014. Già da ora è chiaro che entro la fine del 2013 ci vorrà un nuovo piano di salvataggio per la Grecia. [ 2 ]

E questo ci porta alla manipolazione, largamente evidente in molti media. Ormai si parla solo di "ripresa", mentre tutti gli indicatori restano allarmanti. In una parte della stampa si manifesta un consenso, soprattutto per ragioni politiche, che li porta ad annunciare il ritorno alla crescita mentre tutto lo nega. In Francia abbiamo avuto un esempio di questa pratica in materia di statistiche della disoccupazione. Ed è un fatto istruttivo, sia sullo stato dei media in Francia che dal punto di vista più generale dell'atteggiamento delle élite su questo tema. Mentre in Germania, Italia e Spagna si continua a discutere della crisi dell'euro, in Francia il problema sembra essere scomparso.


La crisi in prospettiva


La zona euro ha subito una serie di problemi: la mancanza di flussi finanziari massicci per equilibrare le strutture economiche dei paesi membri; una banca centrale indipendente fissata ad una politica inefficace [3]; e una politica di deflazione salariale iniziata dalla Germania, quasi una politica "clandestina" [4] - descritta anche come " opportunistica" o "non cooperativa" - che ha esacerbato le tendenze preesistenti a una diversa evoluzione dei salari e della produttività .

Va qui ricordato che la crisi della zona euro non data dal 2010-2011, ma ha radici molto più antiche. L' introduzione dell'euro ha comportato anche una politica monetaria unica per i paesi dell'area dell'euro. Tuttavia, tanto la congiuntura economica che le determinanti strutturali dell'inflazione - i problemi di distribuzione del reddito, ma anche la presenza di filiere produttive più o meno sensibili agli aumenti di prezzo – causano dei tassi di inflazione strutturale differenti nei diversi paesi. Ciò è dovuto alla presenza di notevoli rigidità nell'economia, che inficiano la tesi della "neutralità della moneta "[5].

Invece, nel contesto di una moneta unica, le differenze d'inflazione non possono essere troppo alte a causa dei problemi di competitività interna della zona. Un certo numero di paesi quindi hanno dovuto subire un'inflazione al di sotto del loro livello strutturale. Questo, a sua volta, ha portato ad un tasso di crescita inferiore al loro tasso di crescita ottimale e spiega perché alcuni paesi come l'Italia e il Portogallo hanno sperimentato una crescita molto bassa. In realtà, questi paesi hanno perso in entrambi i campi: in competitività e in livello di crescita [ 6 ] .

Se l'economia europea langue in recessione dal 2000, è a causa dell'euro . Il fatto che la Germania se la sia cavata lo conferma, sia in ragione degli specifici vantaggi comparativi del paese sia della politica che è stata condotta dal 2002 ( la "riforma " Harz - IV) . L'euro è il cuore del problema dell'Europa. Condanna la maggior parte dei paesi che l'hanno adottato alla recessione o alla crisi, come nell'Europa del sud. La Germania ha "esportato" in questi paesi tra i 4 e i 5 milioni di disoccupati .

L' opzione di un federalismo europeo [ 7 ], oltre ai problemi politici che presenta, si scontra con l'entità delle rimesse che la Germania dovrebbe concedere ai paesi del Sud Europa [ 8 ]. La Germania infatti dovrebbe sopportare il 90 % del finanziamento di questi trasferimenti netti, tra i 232 e i 220 miliardi di ​​€ all'anno (pari a una somma che va dai 2200 ai 2.320 miliardi in dieci anni), tra l'8 % e il 9 % del suo PIL. Altre stime danno dei livelli ancora più alti, che arrivano al 12,7 % del PIL. [ 9 ] E' quindi necessario trarre tutte le conseguenze: il federalismo non sembra essere un'opzione realistica per i paesi del Nord Europa e in primo luogo per la Germania. E' inutile presentarlo come una  soluzione possibile [10].


Lo scioglimento, unico orizzonte ragionevole?

 
L'ampiezza della recessione in molti paesi annuncia un ritorno della crisi. La solvibilità degli stati non è più garantita. Il crollo delle entrate fiscali in molti paesi costituisce un acceleratore della crisi. Questa situazione testimonia la presenza di difetti strutturali nella progettazione e nella realizzazione della moneta unica. [ 11 ] Questi ultimi, troppo a lungo negati o minimizzati [ 12 ] , sono ora in procinto di essere riconosciuti.

Uno scioglimento della zona euro non sarebbe una "catastrofe", come spesso si sostiene, ma piuttosto una soluzione salva-vita per il Sud Europa e per la Francia. Questo è ciò che mostra lo studio "Scenari di dissoluzione dell'euro", pubblicato all'inizio di settembre. [ 13 ] Si legge, a seconda delle diverse ipotesi considerate, non solo dell'effetto molto utile delle svalutazioni per l'economia francese, ma anche per quei paesi ora devastati dalla crisi, come Grecia, Portogallo e Spagna. Naturalmente, a seconda delle diverse ipotesi, sia sulla natura più o meno collaborativa di questo scioglimento ma anche sulla politica economica seguita, le stime di crescita divergono. Nel peggiore dei casi, ci si può aspettare una crescita cumulata dell'8 % nel terzo anno dopo la fine dell'Euro, e nel migliore una crescita del 20 % . Nell'Europa meridionale , la crescita cumulata è in media del 6 % in Spagna, 11% in Portogallo e del 15% per la Grecia, nell'ipotesi più sfavorevole a questi paesi. Una prima lezione quindi si impone: la dissoluzione della zona euro riporterebbe la crescita in tutti i paesi dell'Europa meridionale e una massiccia e rapida diminuzione della disoccupazione. Per la Francia, possiamo stimare il calo della disoccupazione da 1 a 2,5 milioni in tre anni. Inoltre, questo riporterebbe in equilibrio il sistema pensionistico e di assistenza sociale. Nel caso della Francia, il ritorno all'equilibrio sarebbe molto veloce (in due anni) . Avrebbe un impatto significativo sulle aspettative delle famiglie, sollevate dalle preoccupazioni legate alle future riforme. I consumi aumenterebbero, e con essi la crescita, anche se non possiamo stimare questo effetto. Questa soluzione ridarebbe vitalità alle economie del Sud Europa, ma converrebbe anche alla Germania, perché un'Europa del sud in espansione porterebbe avanti i suoi rapporti commerciali con il suo vicino del nord , dopo un riaggiustamento della competitività. [ 14 ]

Gli svantaggi sarebbero molto limitati. Tenuto conto dei tassi, l'impatto di una svalutazione del 25% nei confronti del dollaro  provocherebbe un aumento del prezzo dei carburanti dal 6 % all'8 %  del prodotto "alla pompa" . Scomparso l'euro, i debiti dei singoli stati sarebbero ri-denominati in valuta nazionale .

Una tale politica potrebbe anche imporre dei controlli sui capitali in ogni paese. Si noti che questo è già il caso di Cipro! Questi controlli, oltre a contribuire a “de-finanziarizzare” queste economie, limiterebbero considerevolmente la speculazione e consentirebbero alle banche centrali di fissare delle nuove parità. Una volta raggiunte queste nuove parità, potrebbe essere stabilito un sistema di fluttuazione coordinata delle valute, come ai tempi dell'ECU. Storicamente, chi ha suonato la campana a morte di questo sistema è stata la speculazione  valutaria. Una volta rimossa, o fortemente ridotta, il sistema potrebbe funzionare di nuovo.


Dalla "moneta unica" alla "moneta comune"?


Questa idea attira un certo numero di uomini (e donne) della politica . Ed è tutt'altro che assurda , anzi. In effetti, una moneta comune avrebbe dovuto essere adottata sin dal principio.

Di cosa si tratta, dunque? Si può immaginare che il sistema monetario europeo che verrebbe ripristinato a seguito dello scioglimento dell'Euro conduca a una moneta comune, che si aggiungerebbe alle monete esistenti, e che sarebbe utilizzata per tutte le transazioni (beni e servizi ma anche investimenti ) con gli altri paesi .

Questa dissoluzione della zona euro, se risulta da un'azione concertata da parte dei paesi membri, darà vita ad un sistema monetario europeo ( SME) volto a garantire che la necessaria flessibilità del tasso di cambio non si trasformi in caos. Se un tale sistema venisse implementato, avrebbe necessariamente un impatto significativo sul sistema monetario internazionale. Il nuovo SME, per essere in grado di funzionare correttamente , dovrebbe avere le seguenti caratteristiche :

( I) I tassi di cambio tra le monete dei paesi coinvolti nello SMe devono essere fissi, pur rimanendo soggetti regolarmente a revisione, per evitare il ripetersi degli squilibri che prevalgono oggi nell' Euro. Ciò comporta la creazione di una unità di conto europea e la regolamentazione dei movimenti di capitale all'interno dell'area. Se i flussi di capitali ai fini di investimento non pongono problemi a causa della parità fissa, ci deve essere un mercato molto limitato e fortemente regolamentato. Per il resto, il mercato monetario deve essere solo in contanti e con divieto assoluto di posizioni allo scoperto .

(ii) la determinazione dei tassi di cambio deve essere coordinata, nell'ambito di un consiglio finanziario europeo, che tenga conto dei cambiamenti in termini di produttività e di inflazione in ciascun paese. L' obiettivo è quello di ridurre in modo significativo le posizioni sia di credito che di debito nella bilancia dei pagamenti. Sia i deficit  che i surplus all'interno dello SME dovrebbero essere riportati su un conto speciale della BCE - che svolgerebbe quindi il ruolo di istituto di compensazione - e dovrebbero essere tassati in proporzione alla loro importanza e durata.

( Iii ) È importante che la legislazione bancaria, soprattutto per le banche commerciali, sia armonizzata. Da questo punto di vista, un meccanismo di unione bancaria è altrettanto importante come lo era nell'Euro. Questa unione bancaria dovrebbe essere amministrata dalla BCE, le cui competenze e il cui ruolo sarebbero ridefinite da un nuovo statuto
 
(iv) la Banca centrale europea avrà il compito di gestire l'unità di conto nei confronti dei paesi "fuori area". Ciò implica che sarebbe responsabile di porsi un obiettivo di parità dell'unità di conto in relazione alle altre valute (fuori dallo SME ), e che dovrebbe essere in grado di intervenire per difenderlo nei mercati finanziari. Le transazioni commerciali e finanziarie al di fuori dello SME quindi si farerebbero nell'unità di conto .


(V) In questo sistema monetario europeo, non è né necessario né auspicabile che l'attuale statuto delle banche centrali sia mantenuto. Conviene riavvicinare le banche centrali ai governi – passando da una "indipendenza" a una "autonomia" nell'attuazione delle politiche decise dai governi - permettendo loro di essere coperti da prestiti e anticipazioni, almeno sulla parte non strutturale del disavanzo (peso degli interessi sul debito, misure specifiche di bilancio per far fronte a situazioni di crisi o altri imprevisti ) .

(Vi) Il debito dei paesi, per ora detenuto dal 30 % al 65 % da non residenti (soprattutto europei) sarebbe gradualmente ri-nazionalizzato. Le emissioni di debito potrebbero essere fatte solo in valuta nazionale, salvo accordi europei per mantenere una moneta comune estera, che dovrebbe avere una buona valutazione a livello internazionale, cosa che giustificherebbe che una quota minima dei debiti siano denominati nella valuta comune. In effetti, l'uso di meccanismi quali un minimo di titoli pubblici detenuti dalle banche, fornirebbe le risorse necessarie .

(vii) l' unità di conto funzionerebbe come un "paniere" di valute, in cui le proporzioni di ciascuna valuta, come la loro parità, potrebbero essere riviste.


Questo sistema effettivamente corrisponderebbe alla esistenza di una moneta progettata come unità di conto in aggiunta alle monete nazionali esistenti. Questa situazione sarebbe molto favorevole alla risurrezione dell'Euro , ma sotto la forma di una moneta comune.

Questo darebbe all'Europa sia la flessibilità interna di cui ha bisogno e sia la stabilità nei confronti del resto del mondo. Un "paniere di valute" essendo intrinsecamente più stabile di una moneta unica, la moneta comune potrebbe diventare un potente strumento di riserva, corrispondentemente ai desideri dei paesi emergenti BRICS .

Lo scioglimento dell'Euro, in queste condizioni , non segnerebbe la fine dell'Europa, come si pretende, ma al contrario la sua rimonta nell'economia globale, e per di più una rimonta da cui potrebbero trarre beneficio in maniera massiccia, sia per la crescita che la nascita nel tempo di uno strumento di riserva, i paesi in via di sviluppo dell'Asia e dell'Africa .

[1] Thelier C., « Italie, une rentrée agitée », NATIXIS Special Report, n° 155, 13 septembre, Paris.
[2] Artus P., « En quoi pourrait consister une nouvelle aide à la Grèce ?» FLASH-ECONOMIE Natixis, n° 598, 30 août 2013, Paris.
[3] Biböw J., « The Euro and Its Guardian of Stability » in Rochone L-P et S. Yinka Olawoye (edits), Monetary Policy and Central Banking : New Directions in Post-Keynesian Theory, Edwrd Elgar, Cheltenham et Northampton, 2012, pp. 190-226.
[4] Flassbeck H., « Wage Divergence in Euroland : Explosive in the Making » in Biböw J. et A. Terzi (edits.), Euroland and the World Economy – Global Player or Global Drag ?, Palgrave MacMillan, Londres, 2007.
[5] B.C. Greenwald et J.E. Stiglitz, “Toward a Theory of Rigidities” in American Economic Review, vol. 79, n°2, 1989, Papers and Proceedings, pp. 364-369. L. Ball et D. Romer, “Real Rigidities and the Nonneutrality of Money” in Review of Economic Studies, 1990, vol. 57, n°1, pp. 183-203.
[6] Voir sur ce point Biböw J. et A. Terzi (edits.), Euroland and the World Economy – Global Player or Global Drag ?, op.cit..
[7] Artus J., Trois possibilités seulement pour la zone euro, NATIXIS, Flash-Économie, n°729, 25 octobre 2012.
[8] Sapir J., “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro”, billet publié sur le carnet Russeurope le 10/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/453
[9] Artus P., « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012.
[10] Comme le fait Michel Aglietta, Zone Euro : éclatement ou fédération, Michalon, Paris, 2012
[11] Sapir J., Faut-il Sortir de l’Euro ? Le Seuil, Paris, 2012.
[12] Des travaux comme ceux collationnés dans Biböw J. et A. Terzi (edits.), Euroland and the World Economy – Global Player or Global Drag ?, Palgrave MacMillan, Londres, 2007.
[13] Sapir J., et P. Murer (avec la contribution de C. Durand), Les scenarii de la dissolution de l’Euro, Étude de la Fondation Res Publica, septembre 2013, Paris, 88p.
[14] Artus P. (red), « C’est la compétitivité-coût qui devient la variable essentielle » in Flash-Economie, Natixis, note n° 596, 30 août 2013, Paris.

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