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La paralisi dei potenti e l’altra Europa

di Mario Pianta

Il vertice dei 4 di Roma non ha deciso niente sui nodi di fondo: debito, recessione, democrazia. Al summit di Bruxelles si rischia il fallimento. Un'alternativa c'è. Se ne discuterà al forum internazionale "Un'altra strada per l'Europa", che si terrà nel Parlamento europeo il 28 giugno, in parallelo al Consiglio europeo

C’è poco di nuovo in quanto si è detto al vertice dei quattro maggiori paesi europei chiuso venerdi a Roma, e c’è molto di non detto sull’accelerazione della crisi europea. Tra quattro giorni a Bruxelles la stessa sceneggiatura sarà rappresentata di nuovo, questa volta a ranghi completi con 27 paesi, ma né la trama e né il finale dovrebbero riservare sorprese.

La prima “mezza notizia” è sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Alla fine del vertice perfino il “cattivo” ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble ha dichiarato che dieci paesi europei sono ora pronti a introdurla. Sarebbe una vittoria di chi chiede la Tobin tax da vent’anni; per quanto limitata a pochi paesi, aggirabile dalle strategie della speculazione e efficace a colpire sono una piccola parte delle attività della finanza, la tassa avrebbe un significato simbolico fondamentale. Per la prima volta in cinque anni di crisi, la finanza verrebbe colpita dalla politica. Non sarebbero più i governi a subire inermi ogni lunedì l’attacco della speculazione, ma sarebbe la finanza a subire un piccolo colpo. Non più – o meglio, non solo – banche private salvate dai soldi pubblici, ma nuove regole che limitano la speculazione. Il problema è che l’Europa rinuncia a una norma comune e passa a un’iniziativa di “cooperazione rafforzata” tra pochi paesi, e il Regno Unito di David Cameron – l’oppositore più ostinato - può tirare un respiro di sollievo. Vedremo se al Consiglio europeo del 28 giugno quest’iniziativa verrà ufficializzata e introdotta rapidamente.

La seconda è la “non notizia” sulla responsabilità collettiva dell’Europa sul debito pubblico. L’ha chiesta timidamente Mario Monti, proponendo che il “fondo salva-stati” compri titoli spagnoli e italiani.

Hollande è d’accordo, chiede prima la “solidarietà” e gli eurobond, poi la perdita di sovranità – difficile da digerire per la Francia. Merkel accoglie solo un’”unione fiscale” pensata come protettorato tedesco sulle politiche di bilancio degli altri paesi. Qui la “convertita” è la signora del Fondo monetario Christine Lagarde, che ha imbeccato il vertice europe chiedendo eurobond, “unione fiscale” e acquisti di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea: un’Europa che si dia una scossa e aiuti anche la ripresa Usa in tempo per la rielezione di Obama. La paralisi qui è destinata a continuare e la palla resta all’amletico Mario Draghi al vertice della Bce, l’unico con gli strumenti per intervenire davvero. Finora ha salvato soltanto le banche, rifiuta di sostenere massicciamente il debito pubblico e ha fatto infuriare i tedeschi chiedendo un’”unione bancaria” per poter sorvegliare la banche a rischio. Tra i potenti regna il disordine.

La terza è una notizia inesistente, i 130 miliardi per la “crescita”, che non si da dove vengano, dove vadano e come possano far uscire l’Europa dalla recessione.

E’ del tutto improbabile che queste tre “non-notizie” riescano a tranquillizzare i mercati finanziari che lunedi giudicheranno l’affidabilità dell’euro e dell’Europa. La crisi sta diventando sempre più intricata. Le banche spagnole hanno ora bisogno di enormi finanziamenti e non si è ancora capito quanto aggraveranno i già disastrati conti pubblici di Madrid, che chiederà ora ufficialmente l’aiuto europeo. La Grecia non è più sulle prime pagine dei quotidiani, ma la crisi di Atene resta irrisolta, sul piano economico come su quello politico. E si annuncia quella di Cipro, centro finanziario soprattutto per i capitali russi e del medio oriente, con due banche al collasso e un’esposizione finanziaria insostenibile. Il governo cipriota, guidato da un primo ministro comunista legato alla Russia, ha chiesto a Mosca un super-prestito, ma potrebbe molto presto aggiungersi alla lista dei paesi euro bisognosi di aiuto – e sarà proprio Cipro ad assumere la presidenza di turno dell’Europa il prossimo primo luglio.

Il “non detto” tra i potenti d’Europa disegna una prospettiva assai fosca per un’Europa che non sa cambiare strada. Sono quattro i temi al centro di ogni strategia che voglia davvero arginare la crisi.

Il primo è il braccio di ferro con la finanza: potrebbe diventare lo scontro che definisce gli spartiacque dei nuovi schieramenti della politica europea. La speculazione si traduce in tassi d’interesse da usura sul debito pubblico, in tagli di welfare e salari, in recessione sempre più grave. E’ interesse di quasi tutti – imprese, lavoratori, forze politiche non ultraliberiste - rompere questa spirale, costruendo il consenso per misure che ridimensionino drasticamente la finanza: divisione tra banche d’affari e commerciali, restrizioni alle operazioni ad alto rischio (over the counter, derivati, acquisti allo scoperto, etc.), fine dei paradisi fiscali e armonizzazione dell’imposizione in Europa. A livello europeo, un’agenda simile potrebbe venire da un’alleanza dei paesi della periferia e la Francia di Hollande potrebbe avere un ruolo chiave.

Il secondo tema, di cui si parla poco, ma che è alla base dell’aggravarsi della crisi in Grecia, Spagna e Italia sono le fughe di capitali. I trattati europei prevedono libertà di movimento dei capitali, ma questa è stata a lungo limitata dalla politica dei governi. La speculazione finanziaria e i timori per l’uscita dall’euro dei paesi più fragili hanno spinto i ricchi di tutti i paesi a portare i soldi in Svizzera, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo e in altri paradisi fiscali. Si sono aperti squilibri enormi nei conti con l’estero dei paesi europei e scompaiono risorse per investimenti proprio dove servirebbero di più per rilanciare le capacità produttive. Perfino il Fondo monetario ha posto il problema di ridurre gli squilibri nei movimenti di capitali ed è il momento per una politica europea che orienti i capitali privati al reinvestimento nell’economia reale, nei paesi dove sono stati accumulati, con severe misure fiscali e limitazioni amministrative. Anche in questo caso, tutta l’economia reale ne avrebbe benefici, sarebbero colpiti solo gli “straricchi” di ogni paese.

Il terzo tema riguarda la recessione che ha colpito l’economia di tutta Europa (e sta ridimensionando anche il successo tedesco). L’idea dei potenti d’Europa è che tagliare spese e salari aumenti la competitività e porti a esportazioni e crescita; invece ha portato l’Europa a scivolare in una nuova grande depressione. E’ indispensabile imparare le lezioni degli anni trenta: rilanciare la domanda e avviare una redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri, rovesciando le disuguaglianze record raggiunte in Europa. Far ripartire la spesa pubblica “buona”, far crescere il lavoro, i salari e i consumi, orientare gli investimenti verso uno sviluppo sostenibile: un “green new deal” potrebbe essere la via d’uscita dalla recessione di oggi.

Il quarto è un tema tutto politico: l’azzeramento della democrazia in Europa. Le decisioni sono prese da Berlino, Bruxelles e dalla Banca centrale; i governi degli altri paesi non contano, il Parlamento europeo è impotente. Si è aggravata così la divisione tra il potere della Germania (e i suoi stati satellite) e una periferia europea sempre più debole e frammentata, un quadro in cui una maggiore integrazione europea rischia di trasformarsi – come teme la Francia – in più potere consegnato a Berlino. Ripartire dalla democrazia – negli stati e tra gli stati - è l’unica possibilità di evitare l’Europa pangermanica e le reazioni verso nuovi, illusori nazionalismi.

Sono questi i nodi della crisi europea di cui si parlerà il 28 giugno a Bruxelles al Forum “Un’altra strada per l’Europa” promosso da trenta organizzazioni sociali – tra cui Sbilanciamoci! e il manifesto – che si terrà al Parlamento europeo, con la collaborazione dei gruppi dei Verdi e della Sinistra unita europea. Rossana Rossanda aprirà i lavori e cinquanta economisti, dirigenti sindacali, esponenti dei movimenti di tutta Europa si confronteranno con trenta politici e parlamentari democratici, socialisti, verdi e della sinistra. In contemporanea con il Consiglio europeo, dal Forum del Parlamento verranno le proposte per far cambiare strada a un continente stremato da cinque anni di crisi.

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