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Il paesaggio della città espansa di Donald Trump

di Miguel Martinez

Guardiamo questa doppia mappa:

La mappa illustra i due Stati Uniti: quello che ha votato per Trump in alto, quello che ha votato per Hillary Clinton sotto.

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I Rossi, a differenza dell’Italia, sono i repubblicani; gli Azzurri invece sono i democratici. E infatti, i democratici non sono “di sinistra”, come i repubblicani non sono “di destra”.

All’inizio, i repubblicani erano i calvinisti e puritani del Nord-Est – imprenditori e operai – abolizionisti e industrialisti, sostenuti in massa dai neri, e furono loro a creare la Progressive Era e a lanciare il primo imperialismo. Poi a forza di voler migliorare la società, hanno inventato pure il proibizionismo.

I Democratici erano gli episcopaliani agrari, tanto i padroni di schiavi del sud quanto gli imprenditori agricoli nelle terre di nuova conquista, seguiti da una scia di cattolici, irlandesi e italiani, e di ebrei, ostili al centralismo di Washington.

Poi il Mussolini d’America, Roosevelt, mise insieme una nuova coalizione, quella delle grandi industrie, delle banche e dei sindacati attorno all’idea di far festa per tutti con grandi opere d’ogni sorta, la più grande di tutte essendo, prevedibilmente, la guerra.

Ma la mappa è interessante anche per un’altra cosa.

Facciamo finta per un momento di non sapere quali siano i due schieramenti che compaiono nella mappa.

Il primo schieramento sembra occupare quasi tutto il paese, il secondo soltanto qualche isoletta marginale.

Eppure il primo ha vinto in realtà per poco, avrebbe potuto vincere invece il secondo, senza che cambiasse la mappa.

E questo ci dà un’idea molto grafica dell’inesistenza del territorio: i luoghi reali, per quanto grandi, con tutte le loro risorse e il loro futuro, non contano assolutamente nulla rispetto ai luoghi in cui in questo momento si trova raccolta una fitta popolazione.

Da rifletterci, quando pensiamo che il destino della Val di Susa possa essere deciso quasi senza pensarci da gente che abita a Torino e non ne sa nulla.

Comunque, dalla mappa emerge un contrasto nettissimo tra la Città (minuscole isole densamente popolate) e qualcos’altro.

Verrebbe da dire, “la campagna”. I contadini, si sa, sono stupidi, antiquati e superstiziosi, anche Mussolini esaltava la vita rurale, lo dicevo che Trump è fascista…

Sciocchezze.

La vita contadina è stata distrutta negli Stati Uniti e oggi è inesistente: il 2% della popolazione – per metà immigrati clandestini – lavora in campagna, quasi sempre nel contesto di una produzione altamente meccanizzata.

In realtà, quegli spazi immensi dove si è votato per Trump sono città espansa, “suburbia”, una fuga dalla città ottocentesca in cui la fabbrica fumosa, la residenza del suo padrone, le case dei dirigenti e le caserme degli operai dovevano essere tutte a distanza di una breve passeggiata le une dalle altre.

Lo spazio fuori città è invece il paradiso dei geometri, che hanno suddiviso ogni angolo di natura in perfetti rettangoli, venduti poi dai singoli Stati a prezzi bassissimi: alla base di tutta l’identità americana, c’è questo gesto primordiale, di trattare i luoghi come qualcosa priva di ogni identità o natura o storia, acquistabile a fee simple, cioè con un rapporto puramente economico, cosa rara nei contratti europei.

Ogni quadratino o plat diventa il pianetino di un individuo isolato, che lo può rivendere e spostarsi in qualunque altro quadratino.

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Il giovane geometra George Washington al lavoro, aiutato da uno dei suoi 316 schiavi neri

La prima fuga dalla città avviene con la ferrovia, che permette ai padroni e poi ai dirigenti di insediarsi in linde ville fuori città che scimmiottano la natura; poi in pochissimi anni, l’automobile permette a milioni di cittadini di dormire fuori dall’inferno cittadino.

All’inizio, si trattava semplicemente di trasferire negli spazi aperti, il modello della casette di legno in serie, già attuato ad esempio a Chicago nel 1900, per le infinite schiere di immigrati che dovevano mantenere in azione la splendida catena di montaggio delle macellerie:

Bastava essere bianchi, con il posto fisso e la disponibilità a indebitarsi fino al collo, un balloon frame di legno prodotto come qualunque altro oggetto in fabbrica diventava l’illusorio home della famiglia atomica che vaga nello spazio. E’ la prima volta nella storia umana che la casa diventa un prodotto di fabbrica intercambiabile.

E questo significa la fine della civiltà, cioè di tutto quanto si associ alla comunità della civitas, della polis, dal villaggio neolitico alla Firenze rinascimentale.

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Un mondo creato deliberatamente, sia dai privati – la General Motors negli anni Venti si comprò le linee tranviarie delle principali città statunitensi all’unico scopo di distruggerle – che dallo Stato federale, che già nel 1916 stanziò cifre enormi per adattare la viabilità del paese all’automobile; e furono potenti sussidi statali alla costruzione di case, di strade, all’industria automobilistica e ai veterani per far fronte ai debiti, che permisero la grande espansione della suburbia dopo il 1945 (proprio mentre i neri venivano risucchiati nei ruderi che la suburbizzazione si lasciava dietro nelle città).

In questo contesto, i quadratini isolati non formano alcuna comunità: sono accessibili soltanto in automobile, non si va a piedi nemmeno fino al centro commerciale, unica parvenza privata di spazio pubblico.

La sola preoccupazione comune – salvaguardare l’uniformità razziale e di classe dell’insieme di quadratini, attraverso ingegnose zoning laws che ad esempio impongono dimensioni minime (e quindi costi minimi) agli spazi edificati.

Il cuore della suburbia è la casa singola, tutta rivolta all’interno e costruita attorno all‘altare televisivo. Anzi, si potrebbe dire, l’idea della casa, visto che la famiglia media della suburbia cambia casa ben tredici volte nella propria vita. Facile accusare le femministe o le lobby gay di minare la famiglia…

In mezzo ai quadratini, i capannoni e i palazzoni isolati, in origine il lascito ideologico di Le Corbusier e della genia infernale del Bauhaus, che univano un delirio antisimbolico e livellante di estrema sinistra al bisogno degli imprenditori di produrre big stuff a poco prezzo.

Uno stile a cui Robert Venturi aggiunse il tocco americano del pop, come in questo capolavoro architettonico del Best Products Company ad Oxford Valley, in Pennsylvania.

Notate l’assenza di ogni finestra, perché non c’è nulla da vedere, nella terra di Mordor.

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I quadratini atomici, gli uomini-plat, non si ritrovano al di fuori di strutture del genere, che non sono fatte per loro, ma per imprese lontane; e talvolta nelle loro gemelle, come la Bell Shoals Baptist Church in Florida, costata 10 milioni di dollari:

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Qualunque cosa se ne possa pensare, questa umanità – la Middle Class americana, bianca e suburbana – è stata, in termini puramente statistici (reddito, alimentazione, metri quadri a disposizione e simili) all’apice della specie umana.

Ma tutta la sua triste esistenza è ancorata alla speranza nel futuro, che consiste banalmente nel pensare che si potranno pagare i propri debiti.

Ogni famiglia-atomo, oggi, ha in media i seguenti debiti (le voci riguardano le famiglie che hanno il tipo di debito in questione, quasi tutte rientrano comunque nell’ultima categoria):

 Totale per ogni famiglia americana con questo tipo di debito 
Carte di credito $16,061
Mutui per la casa $172,806
Mutui per l’automobile $28,535
Mutui per l’università $49,042
Qualunque tipo di debito $132,529

 

Leggo che anche ogni singolo contribuente oggi deve $154,161 in debiti federali.

Lascio agli appassionati analizzare in dettaglio a quanto i debiti per famiglia e per contribuente ammontini a persona, ma è interessante notare come il debito federale sia raddoppiato dal 2004 al 2015: per uscire dalla crisi, si sono inventati dei soldi, insomma, che è un modo geniale di fingere la crescita, quando la decrescita è già iniziata.

Non ci capisco nulla di ciò che si pretende siano scienze economiche, ma intuitivamente, mi sembra di capire alcune cose.

La prima, che il debito permette di fare tutto il danno che si potrebbe fare, avendo molti soldi, senza nemmeno bisogno di averli: una persona che in realtà ha in tasca poche migliaia di dollari, può fare scavare miniere, cementificare campi, bruciare benzina come se di soldi ne avesse centinaia di migliaia.

La seconda è che non esiste alcuna possibilità di pagare debiti del genere.

La terza è che tuttosi regge sull’illusione di poter pagare i debiti, e quindi sull’allegria della musica che si ascolta in sottofondo.


Nota
L’essenziale di quanto scrivo qui è dovuto a riflessioni nate leggendo lo straordinario libro di James Howard Kunstler, The Geography of Nowhere. The Rise and Decline of America’s Man-Made Landscape.

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