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Felice Roberto Pizzuti: Quanto è monotono il “tecnico” Monti

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Quanto è monotono il “tecnico” Monti

di Felice Roberto Pizzuti

Dietro le scelte del governo c'è una politica precisa. Ed è un'applicazione radicale della visione liberista, proprio quando la crisi ne certifica il fallimento

Tra le qualità attribuite al governo Monti c'è la sobrietà; potrebbero dunque lasciare perplessi alcune sue posizioni. Ad esempio, è decisamente stravagante affermare che le misure di liberalizzazione presentate faranno aumentare il PIL addirittura del 10%. Una valutazione siffatta, prima ancora che enfatica, non ha basi affidabili di misurazione, ma esime o distoglie l’attenzione da misure di stimolo alla domanda che in una situazione di grave recessione sono sicuramente più appropriate ed efficaci.

La sobrietà di Monti suscita non minori dubbi quando, riferendosi ai tre obiettivi del suo governo – rigore dei conti pubblici, crescita ed equità –, sostiene che il terzo sarà il risultato delle riforme volte a rendere i mercati realmente concorrenziali. Solo i neoliberisti più sfrenatamente ottimistici hanno immaginato che lo sviluppo generato dai mercati implichi un miglioramento anche per i più poveri (la teoria del trickle down, dello sgocciolamento), ma non sono stati confortati da verifiche empiriche. Tuttavia, se questa è l'idea di equità e del modo di raggiungerla, non sorprende la “tosatura” del sistema previdenziale pubblico, che pure ha un saldo attivo tra contributi e prestazioni previdenziali nette pari all'1,8% del Pil e già da anni sostiene il complessivo bilancio pubblico; né sorprende il progetto di depotenziarlo ulteriormente riducendo le aliquote contributive (e quindi le prestazioni) e immaginando un ruolo sostitutivo e non aggiuntivo per la previdenza privata che, però, assorbe risorse pubbliche (e qui sorge qualche contraddizione; come pure nell’accordare proprio in questo periodo l’aumento dei pedaggi delle autostrade a favore di gestori privati operanti in un contesto molto poco concorrenziale).

Ancora meno sobrio è cercare di convincere i giovani della “monotonia” del posto fisso quando il loro drammatico problema esistenziale è che oggi e in prospettiva sono disoccupati (uno su tre in media nazionale, una su due le ragazze meridionali) e che la loro precarietà di vita si estende fino a includere una inaffidabile copertura pensionistica. Questa sgradevole irrisione della condizione giovanile trae motivo dalla convinzione governativa che, nonostante la natura recessiva della crisi, l’imperativo sia comunque migliorare le condizioni dell’offerta. Il che, per il governo, giustifica anche l’aumento dell’età pensionabile (si avrebbe più forza lavoro disponibile; ma per fare cosa?). In realtà, il trattenimento forzoso a lavoro è servito solo a fare cassa, ma con l’effetto di ridurre ulteriormente i già pochi posti di lavoro disponibili per i giovani e di rendere meno produttiva e più costosa la forza lavoro (il ché, anche dal lato dell’offerta, non è positivo).


Trappola recessiva


Sorpresa deriva anche dalla soddisfazione espressa da Monti dopo la recentissima approvazione del "Patto fiscale" ("abbiamo avuto quello che volevamo" !?) dato che l'affermazione del "rigorismo" tedesco (peraltro, poco rigorosamente influenzato dalle esigenze elettorali della Signora Merkel ) imporrà politiche deflattive all'intera Unione (pregiudicandone la sopravvivenza), e particolarmente all'Italia, che già senza queste misure è in recessione. A riprova della pericolosa "stupidità" delle due regole stabilite dal "Patto " – il rientro di 1/20 l’anno dal debito superiore al 60% del Pil e il pareggio di bilancio annuale costituzionalizzato – il loro rispetto innescherà un meccanismo di autoalimentazione degli effetti deflattivi poiché quanto più un paese già tende a una crescita bassa o negativa (e avrebbe bisogno di misure espansive), tanto più consistenti dovranno essere le "manovre" restrittive (con gli ulteriori effetti deflattivi che si cumulano in una trappola recessiva).

A ben vedere, espressioni appena usate come "sobrietà" e "stravaganza" nel descrivere le opinioni di Monti sono fuorvianti, così come lo è parlare del suo come di un "governo tecnico". Il punto è che le sue "manovre" e le sue posizioni esprimono, come è ovvio, una visione politico-culturale che, cosa niente affatto sorprendente, è liberista; anzi, le posizioni appena ricordate rivelano un'applicazione radicale di quella visione, ma proprio quando la crisi ne certifica un suo nuovo, drammatico fallimento.

Il passaggio da mercati con rendite di posizione – magari di tipo corporativo – a mercati più concorrenziali può, in alcuni casi, avere anche effetti positivi. Tuttavia, la gravità della crisi globale esplosa nel 2007-2008 conferma quanto già dimostrato dalla grande crisi degli anni trenta e da una sterminata letteratura economica cioè l'illusorietà che il mercato, liberato dai "lacci e lacciuoli", possa determinare una elevata, stabile e diffusa crescita economica. Pensare dunque che le manovre di "rigore" e di liberalizzazioni adottate possano dare contributi significativi per uscire dalla crisi e migliorare l'equità, più che stravaganza, esprime una convinzione ideologica tanto accentuata quanto contraddetta da riscontri storici e analitici.

L'esplosione del debito e la finanziarizzazione dell'economia sono aspetti importanti della crisi, ma non le cause primarie; per uscirne occorre intervenire su aspetti "reali" dell'attuale modello di crescita. In primo luogo è necessaria una migliore distribuzione del reddito; non solo per attenuare le diseguaglianze macroscopiche esplose negli ultimi decenni, ma anche per consentire ad una superiore quantità e qualità della domanda finanziata da redditi reali (anziché da "bolle" o da incerti crediti al consumo) di annullare il divario con la capacità d'offerta produttiva che è all'origine della crisi. In questo contesto, i sacrifici salariali e delle prestazioni sociali richiesti come contributo “responsabile” dei lavoratori alla ripresa dell’economia ne costituirebbero invece un aggravamento; oltre che ingiusti, essi sarebbero controproducenti rispetto all'interesse generale mentre le richieste sindacali sono coerenti alle necessità della situazione attuale.

Allo stesso tempo, nel sistema produttivo occorre una riconversione dei modelli di produzione e di consumo che, assumendo nuove compatibilità sociali e ambientali, avvii una nuova rivoluzione tecnologica capace di coniugare la quantità della crescita con una sua superiore qualità civile.


Stato e mercato


Questi cambiamenti non possono scaturire solo dalla pura combinazione spontanea di interessi e scelte individuali; è necessario un riequilibrio tra scelte di mercato (che comunque vanno fatti funzionare al meglio) e scelte pubbliche. Anche in questo secondo ambito, è necessaria una ricomposizione tra i poteri e i criteri decisionali delle autorità di politica economica democraticamente rappresentative, come i parlamenti e i governi, e quelli delle istituzioni non direttamente rispondenti alla collettività, come le banche centrali. L'eccessiva autonomia assunta dai responsabili delle politiche monetarie e finanziarie, che è stato un riflesso dell'autonomizzazione dei mercati e della loro finanziarizzazione – ha contribuito all'inefficacia delle politiche economiche e alla crescita dei debiti pubblici, favorendo la crisi. È significativo che il Cancelliere dello Scacchiere del governo conservatore inglese abbia presentato una bozza di legge che prevede, in caso di future crisi, un intervento diretto della Banca centrale (BOE) su richiesta del governo, riducendo dunque l’autonomia d’intervento della BOE. Dal confronto, la completa autonomia della Banca Centrale Europea (per suo statuto e, più ancora, perché un governo europeo nemmeno c'è) si configura sempre più "stupidamente" controproducente.

Con la globalizzazione dei mercati, il riequilibrio tra la loro sfera d’influenza e quella delle istituzioni non può più avvenire a livello nazionale; anche per questo l’Unione Europea – fondata sull’unitarietà non solo del mercato interno e della moneta, ma anche delle scelte istituzionali – diventa, per ogni paese europeo, l’ambito più idoneo, se non l’unico possibile, per affrontare la crisi.

Ma nelle fasi di transizione, la difficoltà principale – come avvertiva Keynes – non sta nell’accettare le nuove idee quanto nel liberarsi dalle vecchie.

I tedeschi, per esempio, sono ancora ossessionati dall’esperienza inflazionistica della Repubblica di Weimar pur essendo oggi alle prese con una gravissima crisi recessiva; la loro interpretazione del rigore li porta a subordinare le evidenti esigenze macroeconomiche e di riequilibrio interno del progetto europeo all’estensione del loro modello fondato sugli avanzi commerciali che è logicamente incompatibile con il passaggio da un’economia nazionale a una continentale.


Democrazia, politica e tecnica


Un male oscuro particolarmente radicato nel nostro paese è la sfiducia nella politica e nelle istituzioni; negli ultimi decenni è ulteriormente cresciuto e ostacola il nostro contributo al riequilibrio dei rapporti tra mercati e istituzioni, tra le scelte operati da pochi e quelle più democraticamente rappresentative.
Un rischio grave ma realistico dell’evoluzione della crisi nel nostro paese è che si accentui una tendenza che pure ha contribuito a determinarla a livello globale, ovvero un suo esito tecnocratico, lesivo della democrazia.

Democrazia, politica e tecnica sono strettamente interrelate; se è vero che un “governo tecnico” opera scelte la cui ineliminabile valenza politica può essere pericolosamente poco trasparente, un “governo politico” che prenda decisioni tecnicamente inconsistenti esercita effetti parimenti dannosi per la democrazia. Nel nostro paese, l’aumento negli ultimi anni della sfiducia nella politica è stato favorito dall’autoreferenzialità e dall’opportunismo diffuso nella classe politica a danno del merito. Adesso il rischio democratico deriva dal fatto che, in presenza di una forte sfiducia nei politici e nella politica, le scelte del governo Monti vengano accettate solo perché sembrano tecniche, nel senso di neutrali e “dovute”. Questo è il prezzo, in prospettiva il più alto, che già stiamo pagando per la pur comprensibile sfiducia nella politica.

Considerate le esigenze poste dalla crisi – come una migliore distribuzione, un maggior ruolo pubblico, un incremento qualitativo della crescita – la Sinistra è la parte politica potenzialmente più “attrezzata” per affrontarla e per ricevere a tal fine il consenso democratico. La Sinistra dovrebbe dunque evidenziare i suoi valori costitutivi coniugandoli con la capacità tecnica di realizzarli e di combinare gli obiettivi di medio e lungo periodo con la gestione del presente; la sua storica preoccupazione di dover sopperire alle funzioni e alle carenze del Centro destra sono rese superflue anche dal fatto che un serio politico di quell’aria è arrivato. La Sinistra deve avere la maturità di assumersi la responsabilità di classe dirigente proponendo i suoi valori perché è di essi che c’è bisogno per superare positivamente la crisi e perseguire l’interesse generale.

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peccato che i valori della sinistra sono ormai da anni al servizio del neoliberismo-pe nsiero unico.
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PARTE PRIMA

Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria

1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.

Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.

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