
Il momento pandemico e il nuovo tecnofascismo
di Paolo Bartolini
Sto leggendo in questi giorni – segnati dall’affermarsi ufficiale nell’immaginario collettivo di una tendenza fascioliberista esplicita, quella delle nuove destre o tecno-destre (ovviamente in riferimento tanto al tandem Trump/Musk quanto ai cultori di un tecno-entusiasmo volontaristico e individualista di marca transumanista e reazionaria: bizzarra amalgama adatta ai nostri tempi paradossali) – un bel libro di Franco Bifo Berardi del 2022, intitolato "Il terzo inconscio". Al cuore della sua analisi la crisi pandemica e le sue contraddizioni. Sarebbe lunga commentare, criticare o abbracciare segmenti di questa riflessione ardita di un noto pensatore radicale. Ne faccio cenno solo per dire dell’atmosfera mentale all’interno della quale ha preso forma quanto sto per esprimere sinteticamente. Uno dei miei “cavalli di battaglia” è il fatto che il tecno-capitalismo sia un sistema che produce traumi psicosociali e attiva, di conseguenza, difese psichiche arcaiche connotate dal meccanismo della dissociazione. Ragione e sentimento, mente e corpo, si separano, diventano quasi incomunicanti. Prevalgono polarizzazioni ed estremizzazioni, articolate poco e male sul versante razionale.
Personalmente ho lottato, in questo passaggio caotico della nostra storia collettiva, cercando una posizione meditata, rinunciando a entrare in una o l'altra delle curve delle due tifoserie da stadio che si sono fronteggiate. La mia opinione sulla pessima gestione dell’emergenza sanitaria è maturata per stadi. Non ho avuto mai una visione rigidamente ideologica.
Sono stato con le mie emozioni strabordanti, con la paura, con la preoccupazione per la salute mia e degli altri, ma anche con l’angoscia per la stretta autoritaria che si rendeva possibile a causa del virus, con il risultato di preparare la liquidazione del dissenso e del dibattito democratico nel nostro paese (e non solo). Nel primo semestre del 2020, come registra un libro scritto insieme al sociologo Lelio Demichelis e uscito per Jaca Book nel 2021 ("La vita lucida"), pur criticando alcune rigidità legate alle misure di contenimento imposte dai governi, provavo un fastidio molto forte per i gruppuscoli no-mask e per un certo liber(t)ismo menefreghista cavalcato da destre più o meno maccheroniche. Questo non mi ha impedito di allargare lo sguardo, di ascoltare altre campane, e soprattutto dopo l’istituzione del green pass, di criticare aspramente le discriminazioni e le menzogne portate avanti dall’esecutivo Draghi (non che il periodo contiano, con i suoi decreti a raffica, sia stato granché migliore).
Ciò che penso di questi anni, degli errori, della cecità colpevole delle sinistre, è scritto nel mio ultimo lavoro, "Nel limite dei possibili", uscito nel 2024 per Meltemi. Tuttavia sono ancora fermamente dell’idea che i traumi irrisolti, al netto del diritto di lamentarsi e combattere per un riconoscimento o addirittura un risarcimento rispetto ai danni subiti, rendano opaca e selettiva la percezione, indebolendo lo spirito critico. Accade dunque – come ben dimostra il mantra di coloro che appartengono genericamente all’area del dissenso, e dinnanzi alle tendenze neofasciste che montano come una marea disgustosa in mezzo mondo urlano: “Parlate adesso di fascismo, voi “sinistri” che avete taciuto mentre disperdevano con gli idranti i manifestanti no-green pass?! Voi che siete rimasti in silenzio e ipocritamente avete accettato odiose sospensioni dei diritti costituzionali?!” – che sia nata una tendenza autocompiaciuta e sterile che conferma la forza del populismo reazionario contemporaneo. Parlo del fatto che, a forza di negare il senso storico dell’antifascismo nel Terzo Millennio, e di ricordare la cosiddetta “dittatura sanitaria”, sta crescendo il numero delle persone che ormai accetterebbero qualsiasi leader balordo e miliardario (sessista, razzista e fascista nelle forme linguistiche, negli slogan, nei gesti e nelle azioni) purché il suo governo si dimostri antagonista rispetto all’OMS, ai vaccini, alla woke culture e al femminismo tutto (senza distinguere tra femminismo liberal e altre correnti decisamente interessanti). Insomma, come in parte accade in Italia quando giornali osceni al servizio delle destre più volgari vivono di paginate ossessivamente dedicate a vaccini e commissioni di inchiesta sui corrottissimi liberal-progressisti, ottenendo like e condivisioni da parte di un nucleo di incazzati permanenti, succede spesso che nell’aria si respiri l’inclinazione di certi antisistema a simpatizzare velatamente per neofascisti meloniani, salviniani, trumpiani, mileiani e simili. La dissociazione procurata dal tecno-capitalismo al tempo delle emergenze – sanitaria, geopolitica, ecoclimatica, dei flussi migratori, democratica, finanziaria/economica – ha operato in modo chirurgico: siamo confinati nello spazio immenso e angusto dei social, non abbiamo nessuna forza per arginare il dominio integrato del neoliberalismo e della digitalizzazione che satura la nostra psicosfera, e nemmeno più ci turbano le violenze para e neofasciste di chi parla di “deportare” i migranti, di riordinare “naturalmente” le questioni di genere, di fare business turistico a Gaza vista la felice posizione della striscia, di emanare decreti “sicurezza” vergognosi, di mettere la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo, cioè di smantellare definitivamente (portando fino in fondo il lavoro in parte condiviso con il centro-sinistra durante il berlusconismo) la Costituzione e i contrappesi della buonanima della democrazia liberale.
Non accechiamoci da soli, convinti che un fascismo valga l’altro o che, peggio, non esista nessun fascismo da temere. In un’epoca di guerra – dove servono nuovi e vecchi capri espiatori, e il benessere promesso dall’illusione neoliberale si sgretola lasciando in brutta vista l’anima nera dell’ideologia dominante – sorvolare su quanto sta accadendo, seppellendo l’antifascismo e vaneggiando di un’autonomia popolare su base nazionale capace di traghettarci oltre il globalismo dei criminali neocon in salsa dem, è un errore madornale. Curiamoci, insieme, rilanciamo il pensiero critico e smettiamola di lavorare gratuitamente per chi ci considera pedine sacrificabili nel gioco dei nazionalismi e degli scontri intercapitalistici. Sogno un taglio trasversale di consapevolezza che, un giorno, porti in piazza (vicini e diversi, solidali e dialoganti) vaccinati, non vaccinati, soggetti trans, femministe, ecologisti, sinistre anticapitaliste, progressisti indipendenti, migranti, abitanti delle periferie dimenticate da Dio, piccoli imprenditori virtuosi, lavoratori e lavoratrici, precari, pacifisti, anarchici libertari (non anarcoliberisti) e tutte/i coloro che non ci pensano minimamente ad aprire la porta a questo mostro che preme e conquista consensi: il neoliberalismo autoritario in veste populista e neofascista. Spero in ultimo di non dover ripetere per la milionesima volta l’ovvio: è il progressismo da ricchi, bellicista, atlantista, liberista e antipopolare ad aver nutrito in seno alla globalizzazione economica i germi di questo “ritorno al futuro” delle destre che si dicono “alternative” e sono (Meloni docet) il braccio armato (e teso) al servizio del capitale.









































Comments
La paura irrazionale per il virus è stata sicuramente la molla su cui hanno giocato per tenere in pugno le " moltitudini", parlo con cognizione di causa avendo anche rischiato in prima persona con la polmonite bilaterale.
Invece credo che vada ripetuto per la milionesima volta:siamo arrivati qui,sia in europa,che dall'altra parte dell'oceano,perche i sinistri sinistrati dem sono stati il peggio del peggio,su tutti i fronti:economia,diritti sociali,immigrazione,guerra in ukraina e palestina e ovviamente gestione della psyco-pandemia e della inoculazione:semplicemente il peggio del peggio.
Questi fanno schifo?si,tanto quanto,non di piu,non di meno,tanto quanto!
Per cui solo una autentica,motivata,sentita aspirazione a un sincero e opportuno anti-capitalismo senza semsenza ma, da parte delle persone,di ogni orientamento,ma rispettose delle liberta' altrui,ci puo' tirare fuori da dove siamo messi.Ma quante persone sono disposte a cio'?questa e' la gran domanda!Come diceva quel filosofo inglese:ormai la gli umani sono piu' propensi a pensare a una possibile propria estinzione,che non a un radicale cambio di paradigma economico-sociale-vivenziale che escluda il capitalismo dalle loro vite.
In quanti siamo?fino a dove siamo disposti ad arrivare?
Ai posteri l'ardua sentenza, e nel frattempo: RESISTENZA!