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inchiesta

Stati Uniti e Cina nell’era Trump

di Maurizio Scarpari

CINA USA011 1030x615L’irrompere sulla scena di Donald Trump ha prodotto grande sconcerto e uno scompiglio istituzionale di dimensioni impensabili negli Stati Uniti e nel mondo, mettendo in discussione la validità e la solidità del modello di governance occidentale e del concetto stesso di democrazia.[1] Per molti, la politica riconducibile allo slogan “America First” e l’arrogante determinazione con cui viene portata avanti starebbero minando la reputazione e la posizione dominante dell’America nel mondo, favorendo la Cina, pronta a cogliere ogni opportunità per promuovere le proprie relazioni economiche e migliorare la propria immagine internazionale, proponendosi come potenza consapevole delle proprie responsabilità, rispettosa delle regole internazionali e fautrice di un nuovo ordine in grado di rispondere alle esigenze di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.[2]

Ci si chiede se stiamo assistendo al declino degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente in favore di una Cina destinata a diventare entro il 2050 il “grande paese socialista moderno, prosperoso, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello”[3] di cui ha parlato con orgoglio Xi Jinping in apertura del 19° Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) nell’ottobre 2017 come alcuni sostengono, o se sta avvenendo, piuttosto, un semplice riposizionamento funzionale al mantenimento dello status quo.

Quanto pesa il fatto che alla guida delle prime due potenze economiche del pianeta ci siano dei presidenti dalla personalità forte e autoritaria, fautori di politiche egemoniche destinate a modificare radicalmente gli assetti geopolitici attuali (con Vladimir Putin che non sembra intenzionato a starsene a osservare impotente le loro mosse)? A distanza di pochi mesi dalla conclusione del primo mandato quinquennale di Xi Jinping e dalla sua riconferma alla guida del Pcc e del paese (novembre 2012 – ottobre 2017) e dopo oltre un anno dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca (gennaio 2016 – marzo 2017) e a pochi mesi dalle elezioni di medio termine previste per il 6 novembre 2018, quando si rinnoveranno la totalità della Camera e circa un terzo del Senato, qual è l’impatto che le politiche dei due leader esercitano sui delicati equilibri geopolitici globali? E quale ruolo avranno nel prossimo futuro le strategie di soft power delle due superpotenze?

 

I.I Donald Trump

Donald Trump è un facoltoso e spregiudicato imprenditore, a capo di un impero immobiliare (ma non solo) immenso, e una star televisiva di seconda grandezza. La rivista Forbes lo colloca al 818° posto nella classifica 2018 delle persone più ricche del mondo, attribuendogli un capitale personale di 3,1 miliardi di dollari (secondo altre fonti sarebbe più ingente). Non si tratta quindi di un politico di professione, nonostante in passato avesse tentato, senza successo, di proporsi sia come candidato del partito riformista sia di quello democratico prima e repubblicano poi, passando per un breve periodo anche come indipendente. La sua elezione a presidente degli Stati Uniti del novembre 2016 è avvenuta nell’incredulità generale, sfatando la convinzione, diffusa ma rivelatesi inconsistente, che il sistema elettorale americano alla fine avrebbe prevalso e impedito l’ascesa di una persona impreparata a svolgere un ruolo di così grande responsabilità, che richiede doti umane, conoscenze e competenze che Trump non possiede e non potrebbe possedere considerata la sua storia personale e professionale. Il mondo ha assistito attonito e impotente (con la sola eccezione della Russia, se troveranno conferma le ipotesi di un intervento dei servizi segreti russi a suo favore)[4] al successo di Trump e a nulla sono valse le manifestazioni di sdegno e di protesta avvenute nel paese e nel mondo intero.

Nonostante sia stato dipinto come una persona afflitta da gravi disturbi della personalità, egocentrica, narcisista, megalomane, arrogante, irascibile, vendicativa, intollerante, sessista,[5] sia stato accusato di comportamento indecente da diverse donne e ritenuto da 35 psichiatri e psicologi statunitensi “emotivamente instabile” e dunque assolutamente “inadeguato a svolgere in modo affidabile il compito di presidente”,[6] contro ogni previsione egli ha vinto le elezioni. Le ha vinte dando voce allo scontento e alla frustrazione che tanta gente comune provava e non riusciva a far arrivare ai piani alti della politica, facendosi interprete di un malessere diffuso soprattutto in aree e in strati sociali culturalmente arretrati, rivolgendosi a quel “lato oscuro”, intollerante e incline alla violenza, razzista, sessista, antiabortista, evangelico quel tanto che basta per sostituire l’antisemitismo con l’antislamismo, antiscientifico e negazionista in tema di cambiamenti climatici che è parte integrante della società americana.[7] Si è rivolto direttamente alla “pancia” di chi si sentiva escluso o tradito dalle politiche forse troppo élitarie promosse dai settori dominanti del partito democratico, adottando uno stile presidenziale fortemente anticonvenzionale, politically incorrect ma estremamente diretto ed efficace, attaccando a testa bassa tutto e tutti allo scopo di smantellare più che costruire, dividere più che unire (a Divider not a Uniter), minacciando i suoi avversari di ritorsioni se non si fossero adattati alle sue volontà, ponendosi al centro della scena come se stesse vivendo la sua esperienza di presidente in un reality-show che quotidianamente deve essere alimentato di novità eclatanti per conservare e possibilmente incrementare l’audience.[8] Ha vinto grazie alla superficialità e ai troppi errori tattici e strategici dell’establishment democratico, all’incapacità del partito repubblicano, che all’inizio stentava a identificarsi in lui, di fermalo per tempo, lottando con ostinazione contro ogni avversario più preparato e competente, contro la “palude” di Washington che tanto disprezzava, contro quell’apparato politico e burocratico-governativo che l’ha osteggiato fin dai suoi primi interventi pubblici sentendo minacciati vantaggi storicamente riconosciutigli, rivelandosi irrispettoso di ogni prassi politicamente corretta e incurante del dileggio e delle aspre critiche a cui veniva quotidianamente sottoposto. E anche dopo il suo insediamento ha dovuto combattere contro autorevoli esponenti del “suo” stesso partito, tra i quali hanno avuto un peso tutt’altro che insignificante l’ex presidente George W. Bush e senatori in carica del calibro di John McCain, Bob Corker e Jeff Flake.[9]

Il suo stile inappropriato e la mancanza di esperienza politica si sono riflessi negativamente sulla composizione dello staff presidenziale, costituito da personaggi controversi e problematici, per lo più sprovvisti delle necessarie doti e competenze almeno quanto lui, in perenne lotta tra loro per affermare la propria influenza su un leader privo di una dottrina di governo dai contenuti ideologici ed etici accettabili. Per ricoprire le cariche più delicate sono stati “arruolati” – e via via in parte prontamente rimossi e sostituiti – ideologi della destra ultraradicale e del suprematismo bianco, convinti assertori delle teorie creazioniste, antievoluzioniste e antiscientifiche, fautori di una profonda revisione del sistema amministrativo, sociale, educativo, economico e diplomatico vigente, ex-dirigenti di multinazionali con interessi in ogni angolo del globo e dell’establishment economico-finanziario di Wall Street, in particolare della potente (e discussa) banca d’affari Goldman Sachs, e un nutrito gruppo di militari al più alto livello, tra i quali il generale a quattro stelle dei marines in pensione John F. Kelly, a cui è stato affidato il ruolo chiave di capo di gabinetto.[10]

È trascorso il primo anno di governo, caratterizzato dalla totale mancanza di sobrietà e di rispetto per quelle regole non codificate che sono alla base dello stile presidenziale al quale ogni leader dovrebbe attenersi,[11] ostentando una volgarità spesso gratuita, fatta di continue aggressioni verbali contro chiunque osasse manifestare perplessità o dissenso, di affermazioni pubbliche, per lo più via twitter, dal tono polemico e ingiurioso, volte a sconfessare i suoi detrattori ma anche i suoi collaboratori più stretti se solo osavano esprimere un parere personale o agire in maniera dissonante, fornendo interpretazioni distorte della realtà, spesso rivelatesi grossolane bugie (una media di 5,6 dichiarazioni false o fuorvianti al giorno nel primo anno in carica).[12] Si è assistito a un continuo braccio di ferro con il Congresso e i media, questi ultimi in particolare ritenuti pregiudizialmente ostili e menzogneri. I molteplici conflitti d’interesse che coinvolgono l’entourage presidenziale (soprattutto familiare), la richiesta di impeachment per ostruzione alla giustizia e l’insidiosa inchiesta Russiagate hanno certamente indebolito la sua credibilità e autorevolezza, ma non la sua determinazione.

Nella prima fase del suo governo ben poche sono state le promesse elettorali che Trump è riuscito a mantenere. Ma la situazione è in parte mutata verso la fine del 2017. Il via libera dato dalla Corte Suprema al Muslim Ban e il varo della riforma fiscale, che premia principalmente i redditi da capitale e prevede tagli alle tasse per 1,5 miliardi di dollari in dieci anni, ha segnato una sorta di giro di boa, dando nuovo vigore a Donald Trump, che nemmeno il disastroso epilogo delle elezioni in Alabama hanno potuto attenuare. Ha attuato una riforma sbilanciata e per molti aspetti iniqua (solo per il 2018 è previsto un taglio alla sanità di 25 milioni di dollari, un duro colpo per l’Obamacare), che punta principalmente a ridurre drasticamente le tasse sugli utili d’impresa (dal 35 al 21%) e sui proventi dei ceti più ricchi (dal 39,6 al 37%), introducendo agevolazioni sulle proprietà immobiliari e le eredità e sul rimpatrio di profitti accumulati all’estero da società americane. Si tratta di una riforma che favorisce soprattutto la classe imprenditoriale e benestante (compreso il presidente e il suo entourage familiare)[13] e ben poco la classe media e operaia alla quale Trump vorrebbe far credere che la riforma sia principalmente indirizzata.[14]

Non stupisce quindi che il partito repubblicano abbia ritrovato la sua compattezza: solo alla Camera c’è stata qualche defezione, insignificante per il risultato finale, al Senato, dove la maggioranza repubblicana è risicata, solo Bob Corker ha votato contro, e la legge è passata con 51 voti a favore e 49 contro. Il partito repubblicano sembra ormai aver accettato le intemperanze di Trump, e alcuni suoi membri, guidati da Francis Rooney, che siede alla Camera dei Rappresentanti, hanno rotto ogni indugio e avviato una campagna in difesa di Donald Trump e denigratoria nei confronti di Robert S. Mueller III, il temutissimo quanto odiato ex Direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi) nominato dal Dipartimento di Giustizia Procuratore speciale per le indagini sul Russiagate e che Trump vorrebbe “mandare a casa”, così come ha fatto con il Direttore dell’FBI James Comey e del Vicedirettore Andrew McCabe. Sono così state messe in discussione due istituzioni, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, sino ad ora considerate sacre e inviolabili dai repubblicani.

Questa nuova situazione sembra però aver subito una battuta d’arresto all’inizio del 2018 in seguito al procedere inesorabile e sempre più insidioso delle indagini di Mueller sul Russiagate e alla pubblicazione del libro-denuncia di Michael Wolff Fire and Fury: Inside the Trump White House e le compromettenti e imbarazzanti rivelazioni rilasciate da Steve Bannon, l’ex capo stratega di Donald Trump,[15] che chiamano in causa non solo il presidente ma anche i figli Donald Jr e Ivanka, nonché il genero-senior-advisor Jared Kushner.[16]

 

I.II America First

Ogni capo di stato per comunicare in modo diretto e immediato con il suo elettorato conia uno o più slogan destinati a caratterizzare il suo mandato. È stato così per Barack Obama (“Yes we can”) ed è stato così anche per Donald Trump: “America First” (che non significa “America Alone” come Trump stesso ha voluto precisare) è lo slogan, già usato in passato per enfatizzare il nazionalismo americano in politica estera, che sintetizza perfettamente gli obiettivi di Trump presidente. Il suo corollario è “Make America Great Again”, che riprende lo slogan reganiano “Let’s America Great Again”. Per sottolineare il “tremendous success” (autoreferenziale) del suo viaggio in Asia, Trump ha poi lanciato l’ancor più efficace “America Is Back”. Sembrerebbe una contraddizione: lo spirito nazionalista e isolazionista implicito in “America First” e di rivalsa in “America Is Back” mal si coniugano con l’immagine di un’America che ambisce a svolgere responsabilmente il ruolo guida a livello globale. Una contraddizione solo apparente per Donald Trump, che è ben consapevole che gli Stati Uniti sono la prima potenza del pianeta da ben prima che egli sedesse nello Studio Ovale e che la loro leadership non era certo messa in discussione più di quanto possa esserlo ora. Egli parte dall’assunto che l’amministrazione Obama (ma talvolta il riferimento è anche alle amministrazioni Bush) abbia creato danni immensi agli Stati Uniti sia all’interno del paese sia in ambito internazionale, indebolendo l’economia e il prestigio americano nel mondo. I successi in ambito economico, la bassa disoccupazione e la borsa che macina un record dietro l’altro sarebbero gli evidenti risultati positivi della sua presidenza, un’evidente forzatura facilmente contestabile.[17] In quest’ottica non serve che gli Stati Uniti negozino con le altre nazioni e con gli organismi internazionali le loro strategie politiche, essi hanno il diritto e il dovere di imporle ovunque, unilateralmente se serve, per salvaguardare i propri interessi (spesso spacciati per “ragioni di sicurezza nazionale”) e anche quelli del mondo, per il semplice fatto che chi è posto al vertice di comando degli Stati Uniti sa cos’è meglio per tutti, coerentemente con la dottrina di “nazione indispensabile” che da decenni legittima l’interventismo americano ovunque e comunque.[18] Se negoziazione ci deve essere, essa deve avvenire secondo le regole del più forte, che detta modi e tempi a proprio insindacabile giudizio. Da qui la necessità di smantellare tutto ciò che ha caratterizzato l’amministrazione Obama; il ritiro dagli accordi sul clima e sul nucleare iraniano, dalle parterniship commerciali multilaterali e dagli organismi internazionali come l’Unesco sono la conseguenza diretta di questa visione.

In politica estera Trump si muove con la goffaggine di un elefante in una cristalleria, apparentemente senza avere una linea meditata e coerente. Le poche convinzioni che aveva al momento della sua nomina a presidente hanno dovuto fare i conti con la complessità dei problemi e con un establishment istituzionale e politico che procede in modo confuso e per certi versi schizofrenico, oscillando tra il desiderio di imbrigliarlo pur di limitarne i danni e la tentazione di assecondarlo pur di preservare i propri privilegi e ricavarne il maggior numero di vantaggi possibile. Dagli ultimi mesi del 2017, però, sentendosi più sicuro sul fronte interno, grazie soprattutto all’approvazione della legge fiscale e del Muslim Ban, Trump si è fatto più interventista e assertivo, e ha twittato compulsivamente e provocatoriamente contro l’Onu, i palestinesi, la Corea del Nord, la Cina, l’Iran, il Pakistan e chi più ne ha più ne metta.

Tale situazione di tensione costante si è ripercossa negativamente sulle relazioni internazionali: l’intesa che sembrava esserci tra Vladimir Putin e Donald Trump alla vigilia del suo insediamento alla Casa Bianca, che avrebbe dovuto contrastare le ambizioni di Cina e Europa, si è presto dissolto, l’establishment conservatore, da sempre ostile alla Russia, ha avuto il sopravvento, imbrigliando il presidente, e le relazioni tra le due superpotenze si sono fatte difficili. Per contro, l’iniziale atteggiamento ostile e persino provocatorio nei confronti della Cina di Xi Jinping si è trasformato in dialogo obbligato. Trump ha dovuto mettere da parte, almeno per un certo periodo, le politiche protezioniste suggeritegli dal suprematista bianco Steve Bannon, anticinese convinto, e da Peter Navarro, suo Assistente per le politiche commerciali e industriali e Direttore del National Trade Council, nonché grande teorico della necessità di contrastare l’avanzata della Cina, da lui etichettata come “il più efficace assassino del pianeta”.[19] In occasione del viaggio a Pechino compiuto nel novembre 2017, dove ha ricevuto un’accoglienza “imperiale” (visita di stato plus), Trump ha usato toni molto amichevoli, tutt’altro che aggressivi (ben diversi da quelli impiegati in patria, quando prometteva che non avrebbe più permesso alla Cina di “stuprarci”), imputando lo squilibrio commerciale tra Stati Uniti e Cina non tanto ai cinesi ma alle politiche “dissennate” di Barack Obama, e ha ripetutamente elogiato Xi Jinping, definendolo “una persona squisita”, “un uomo potente”, “il re della Cina”, un amico con il quale c’è “forte attrazione chimica”,[20] senza riuscire peraltro a smuoverlo dalle sue posizioni su nessuna delle questioni principali in agenda (crisi nordcoreana, riduzione del deficit commerciale, protezione della proprietà intellettuale, soprattutto in ambito tecnologico), favorendo accordi commerciali e memoranda of understanding fumosi e non vincolanti.[21] Questo non significa che la Cina non sia più l’antagonista principale degli Stati Uniti, sia sul piano economico che politico, come si evince dalla nuova strategia per l’Indo-Pacifico varata da Trump subito dopo il viaggio in Cina (in sostituzione di quella per l’Asia-Pacifico di Obama), dalle continue dichiarazioni ostili allo strapotere economico cinese e dalla stretta imposta agli investimenti cinesi negli Stati Uniti in nome della difesa della sicurezza nazionale, non solo per quanto riguarda aziende hi-tech, come ad esempio QuanComm, considerate altamente strategiche, ma anche operatori finanziari di prima grandezza come, ad esempio, Money Gram.

In Medio Oriente Trump non sembra avere una strategia coerente, se non quella di fungere da paladino di Israele, ma ha voluto comunque mostrare i muscoli fin dai primi mesi del suo insediamento, lanciando nell’aprile 2017 un attacco missilistico in Siria, rivelatosi un’inutile farsa orchestrata solo per guadagnare consenso interno. Si è poi recato a Riad con un folto gruppo di uomini d’affari per vendere armamenti e sistemi di difesa per oltre 110 miliardi di dollari (con l’obiettivo di arrivare a 350 in un decennio), coerentemente con quanto promesso alle aziende produttrici di materiali bellici e alla National Rifle Association, la potente lobby che agisce in favore dei possessori di armi da fuoco dalla quale Trump ha ricevuto lauti finanziamenti in campagna elettorale, che lo ha indotto a sostenere che sarebbe giunto il momento, dopo l’ennesimo massacro di studenti, di armare amministrativi e docenti delle scuole, motivandoli con incentivi federali.[22] Ha inoltre fatto marcia indietro rispetto alla promessa di ritiro delle truppe dall’Afghanistan, nonostante i costi sostenuti in termini umani ed economici siano da capogiro: non solo il contingente americano non è stato ritirato, ma è stato rafforzato. Inoltre, il presidente si è espresso con toni fortemente intimidatori nei confronti di Messico, Cuba e Venezuela, e ha messo in discussione importanti accordi, come quelli sul commercio con i paesi del Pacifico (Trans Pacific Partnership, Tpp), quello tra Stati Uniti, Canada e Messico (North American Free Trade Agreement, Nafta) e quello tra Stati Uniti e Corea del Sud, introducendo dazi e vincoli in modo sconsiderato e pericoloso per l’equilibrio economico di molti paesi.[23] Ha anche ritirato la partecipazione degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi e dall’Unesco (con valore effettivo dal 31 dicembre 2018), decisione quest’ultima presa e condivisa con Israele: uno schiaffo alle politiche ambientaliste, alla cultura e ai diritti universali sostenuti da quasi 200 paesi.

Il peggio di sé Trump lo ha però espresso nella crisi con la Corea del Nord e con l’Iran, i “regimi canaglia” di turno. La pericolosa escalation verbale tra lui e Kim Jong-un ha dato la misura della totale mancanza di attitudine, preparazione e capacità di Trump a ricoprire il ruolo di Comandante in capo della prima potenza militare del pianeta, com’era peraltro prevedibile in base al profilo psicopatologico delineato dal gruppo di autorevoli psichiatri poche settimane dopo il suo insediamento.[24] Pur di distogliere l’opinione pubblica dai gravi problemi interni che lo vedevano in difficoltà, Trump non ha esitato a innescare un’escalation mediatica, mettendo a rischio la sicurezza globale, improvvisando su una questione complessa che sarebbe stato meglio lasciar gestire ai diplomatici di professione. Avendo Trump trasformato gli Stati Uniti in “una nazione pericolosa per la sicurezza mondiale”,[25] l’establishment è stato costretto a intervenire nuovamente per bloccare le intemperanze presidenziali, determinando l’allontanamento dalla Casa Bianca di Steve Bannon e del suo collaboratore Sebastian Gorka, anche lui membro del movimento dei suprematisti bianchi, e scoraggiando nuove esternazioni alla John Wayne da parte del presidente che avrebbero potuto solo far precipitare gli eventi.[26]

Alla fine, al presidente non è restato che minacciare di ritorsioni la Corea del Sud e la Cina, e insistere con la Corea del Sud e il Giappone affinché provvedessero a potenziare il loro arsenale militare, con grande plauso dell’industria bellica americana. Il messaggio è stato prontamente recepito da entrambi i governi “amici”, al punto da indurre il primo ministro giapponese Shinzo Abe a cavalcare l’onda favorevole e indire elezioni anticipate, così da avere una maggioranza più forte che gli consenta di cambiare il dettato costituzionale, unico vincolo al riarmo del paese. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dal canto suo, ha seguito la linea diplomatica suggerita da Cina, Russia e Germania e ha applicato alla Corea del Nord una serie di sanzioni. Una linea rivelatesi vincente, che ha portato a un graduale raffreddamento della tensione e a un principio di dialogo tra le due Coree, grazie soprattutto all’intermediazione cinese.

Persino la visita di stato in Asia del novembre 2017 si è rivelata, agli occhi del mondo ma non di Trump, un insuccesso, non solo sul piano politico ma anche personale. L’atteggiamento assunto nei confronti di Pechino e di Pyongyang è stato a dir poco incoerente, anche se artatamente rilassato: “alla fine, tutto si sistemerà” ha dichiarato in conclusione della visita a Seul, salvo poi dare avvio alla più minacciosa esercitazione aeronavale mai avvenuta al largo della penisola coreana, che ha coinvolto tre portaerei a propulsione nucleare e undici navi lanciamissili della marina americana, nonché sette unità della marina sudcoreana e inserire la Corea del Nord nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Alla fine, il maggior risultato del viaggio asiatico di Trump (che forse era l’obiettivo primario della missione) si è avuto sul piano commerciale, grazie a una serie di accordi miliardari siglati a margine degli incontri politici, soprattutto con il Giappone e la Corea del Sud a cui sono state vendute “le migliori armi del mondo”, con beneficio, ancora una volta, per le aziende americane, “un bel po’ di posti di lavoro per noi” ha dichiarato in più occasioni.[27] Una rincorsa agli armamenti senza posa, soprattutto dopo il lancio da parte nordcoreana del quindicesimo missile balistico Icbm che, dopo aver toccato la più alta quota mai raggiunta in precedenza (5000 chilometri all’apogeo), è caduto a 250 chilometri dalle coste del Giappone, all’interno della zona economica esclusiva, in prossimità delle sue acque territoriali. Si tratta del più potente razzo mai lanciato dalla Corea del Nord, in grado di raggiungere gli Stati Uniti e l’Europa, che ha fatto esultare Kim, che finalmente si sente a capo di una potenza nucleare, e ha permesso al Ministro della Difesa americano James Mettis di affermare che la minaccia non riguarda ora solo gli Stati Uniti ma il mondo intero.[28]

Nel discorso all’Assemblea generale dell’Onu del settembre 2017 Trump aveva cercato di riprendersi lo spazio politico perduto, ribadendo con tono deciso, al limite dell’arroganza, la sua posizione di presidente degli Stati Uniti, la nazione indispensabile investita della missione di arginare “il male” incombente sull’intera umanità. Secondo un copione già messo in scena da altri presidenti che l’hanno preceduto,[29] con una retorica da superpotenza militare arroccata nella difesa del primato americano e dei suoi imperativi geostrategici, che ricorda l’atteggiamento di George W. Bush alla vigilia della sciagurata guerra contro l’Iraq, Trump ha richiamato alla responsabilità le “nazioni sovrane” (i Buoni), affinché si facciano carico, insieme agli Stati Uniti e sotto la loro insindacabile guida, del gravoso compito di reggere i fragili equilibri mondiali costantemente minacciati dai “regimi canaglia” (i Cattivi).[30]

Il messaggio era rivolto principalmente al governo di Pechino, sollecitato a intervenire con tutto il suo peso politico ed economico per risolvere la crisi nordcoreana prima che si scatenasse “la missione suicida di Rocket Man” (Kim Jong-un) che avrebbe provocato, come reazione automatica e inevitabile, l’immediata “distruzione totale” della Corea del Nord.[31] A nuove minacce sono seguite nuove risposte da parte di Kim. Va da sé che il rischio che di questo passo si potesse produrre una situazione di miscalculation è alto, con tutte le conseguenze che l’errore umano potrebbe comportare. Ma il mutato atteggiamento dimostrato da Trump, e anche da Kim, in occasione del viaggio in Asia del presidente americano fa intendere che una cosa è lo stile reboante e iperbolico usato da Trump nei suoi tweet e discorsi pubblici, altra è il pragmatismo politico (e commerciale) a cui, obtorto collo, è infine costretto a sottostare.

Caso mai la schermaglia con la Corea del Nord non fosse sufficiente, incalzato dalla necessità di tenere alta l’attenzione degli americani sui problemi di politica estera, Trump ha aperto un ulteriore fronte di tensione con l’Iran, non ratificando l’accordo sul nucleare siglato nel luglio 2015 tra la Repubblica islamica e i paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) e la Germania (i cosiddetti “5+1”), gravando in questo modo di ogni decisione il Congresso e provocando l’immediata reazione del presidente Hassan Rouhani e dei “falchi”, che non aspettavano altro per criticare l’apertura all’Occidente promossa da Rouhani e sostenuta da Obama.

In questo modo una questione di politica estera è stata trasformata in un problema di politica interna, da gestire nell’ambito del complesso rapporto tra presidente e Congresso. Per l’occasione, il principio “Quando l’America è unita nessuno potrà distruggerla” enunciato da Trump nell’ambito delle commemorazioni per gli attentati dell’11 settembre 2001, è stato prontamente adattato in termini più funzionali alle necessità del momento: “Quando l’America è unita nessuna forza sulla terra potrà dividerci”.[32]

È stata adottata una strategia della tensione, durata alcune settimane, che ha indotto l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica della sicurezza Federica Mogherini a intervenire per precisare, ancor prima che si giungesse alla rottura, che “l’accordo sul nucleare iraniano non appartiene a un paese o a sei paesi, appartiene alla comunità internazionale” e che non è dunque possibile che gli Stati Uniti si assumano il compito di smantellarlo, essendo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Si è trattato di una reazione ferma alla decisione unilaterale di Trump di disattendere gli impegni sottoscritti, nonostante in precedenza egli stesso avesse certificato per ben due volte l’accordo che, sino ad allora, risultava rispettato da tutti i contraenti. Contrariamente a quanto affermato da Trump, infatti, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’ente preposto ai controlli, aveva già effettuato otto ispezioni; nell’ultimo rapporto diffuso lo scorso agosto si affermava che l’Iran stava rispettando gli impegni, come peraltro ha confermato in ottobre il presidente stesso dell’Agenzia, Yukiya Amano.[33] Trump evidentemente si considera al di sopra di qualsiasi organismo internazionale, come si può evincere dal comportamento disinvolto e arrogante con cui affronta anche i suoi alleati. Stando alle sue stesse dichiarazioni, infatti, egli avrebbe agito solo dopo averli consultati.

In una dichiarazione congiunta, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May hanno prontamente manifestato l’intenzione di Germania, Francia e Regno Unito di rispettare l’accordo e di operare per la sua piena attuazione. Posizioni favorevoli al mantenimento dell’accordo sono state espresse anche da Federica Mogherini e da altri capi di governo, compreso Vladimir Putin che, attraverso il suo portavoce, ha fatto sapere che la decisione di Trump “danneggerà l’atmosfera di prevedibilità, sicurezza, stabilità e non proliferazione in tutto il mondo”. Il presidente Rouhani, dal canto suo, ha confermato l’intenzione di Teheran di rispettare gli impegni assunti e di continuare a collaborare con l’Aiea. La situazione di alto rischio creatasi ha indotto persino Papa Francesco a intervenire e a farsi promotore di un vertice mondiale sul disarmo nucleare presso la Santa Sede. L’isolamento americano è rotto solo da Israele e Arabia Saudita, prontamente schieratisi al fianco di Trump.

Non pago, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal Global Compact, il patto Onu per la gestione mondiale di migranti e rifugiati, e nonostante il mondo intero fosse insorto per chiedergli di non farlo ha annunciato “con un semplice tweet” l’intenzione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo così la Città Santa quale capitale dello stato Israele, incurante dell’importanza nodale di questo punto nella complessa trattativa di pace israelo-palestinese e decretando la fine degli accordi di Oslo e di ogni forma di mediazione futura da parte degli Stati Uniti. “Lo schiaffo del secolo ai palestinesi” lo ha definito il presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina Abū Māzen. Grande plauso invece da parte di Israele e condanna unanime del mondo; disordini in tutta l’area, con un primo bilancio di 20 morti, 5000 feriti e oltre 1000 arresti, e bombardamenti nel sud della Striscia di Gaza da parte dell’aviazione militare israeliana per bloccare le vie di approvvigionamento (i tunnel scavati da Hamas) per gli oltre due milioni di palestinesi che vivono nella striscia.

Si è trattato di un atto di hard diplomacy estremamente grave, l’ennesimo strappo che compromette seriamente ogni prospettiva di pace nell’area e pone ancora una volta gli Stati Uniti in un isolamento internazionale preoccupante, nel quale Trump sembra crogiolarsi compiaciuto. Infatti, alla vigilia dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apprestava a votare il 21 dicembre 2017 una risoluzione di condanna presentata da Turchia e Yemen (dopo il veto posto due giorni prima dagli Stati Uniti a una risoluzione analoga presentata dall’Egitto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; in Assemblea nessuna nazione ha diritto di veto), con toni “trumpiani” l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, ha minacciato di pesanti ritorsioni gli stati che l’avessero votata (“prenderemo i nomi di chi la voterà … non ci dimenticheremo di questo voto”), affermando la volontà dell’amministrazione statunitense di procedere comunque nel suo intento, incurante di ogni deliberazione che l’Assemblea fosse in procinto di prendere. Dei 193 paesi votanti, 21 non si sono presentati, 35 si sono astenuti, 9 hanno votato contro (inclusi Stati Uniti e Israele) e 128 si sono espressi a favore. I 7 paesi che hanno votato con Stati Uniti e Israele sono: Guatemala, Honduras, Togo, Micronesia, Palau e Isole Marshall, tutti insieme contano 27 milioni di abitanti e hanno un peso politico e diplomatico assolutamente irrilevante. È stato uno schiaffo per Trump, un insuccesso politico clamoroso, mitigato solo dal timore di ritorsioni. Va comunque osservato che, al di là delle dichiarazioni di sdegno e di condanna, alla resa dei conti il tono aggressivo e vendicativo da “bulli di quartiere” di Trump e dell’ambasciatrice Haley ha esercitato una pressione notevole su nazioni come Australia e Canada, che si sono prudentemente astenute.

Come promesso la prima rappresaglia non si è fatta attendere e ha colpito proprio l’Onu, che ha subìto un taglio di fondi per il 2018 di 285 milioni di dollari. Lo scoppio dei disordini in Iran ha fornito a Trump un’ulteriore occasione per gettare benzina sul fuoco, nella speranza che il presidente riformista Hassan Rouhani venisse travolto ed estromesso dal governo, con conseguenze drammatiche per il paese e l’intera area. I disordini in Iran hanno spinto verso l’alto il costo del petrolio, fatto questo che non influisce sull’approvvigionamento americano (da anni gli Stati Uniti sono autosufficienti), anzi favorisce il recente piano di concessioni per le attività di esplorazione ed estrazione offshore di petrolio e gas, che entro il 2024 metterà a disposizione dei petrolieri il 90% delle aree offshore di competenza americana, a fronte del 6% previsto dall’amministrazione Obama. Un duro colpo per l’ambiente, che ha scatenato la reazione di numerosi governatori, anche di fede repubblicana.

Trump non ha esitato a chiedere una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per proporre nuove sanzioni all’Iran (l’ennesimo autogol, che ha visto gli Stati Uniti ancora una volta completamente isolati), annunciando nel contempo l’intenzione di mettere fine ai finanziamenti per l’agenzia dell’Onu sull’immigrazione destinati ai palestinesi, rei di non voler scendere a patti con Israele, e ha minacciato di ritorsioni il Pakistan, che non farebbe abbastanza per debellare il terrorismo, e la Corea del Nord. Ha destato grande sconcerto l’espressione, volutamente ambigua e volgare, indirizzata al presidente nordcoreano proprio nel momento in cui le diplomazie delle due Coree, abilmente orchestrate dalla Cina, creavano i presupposti di una prima, sostanziale apertura di dialogo e collaborazione, in occasione delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, tra i due stati confinanti: “Il mio pulsante nucleare è molto più grande e potente del suo, e soprattutto funziona!” ha twittato con virile orgoglio adolescenziale![34]

 

I.III L’immagine degli Stati Uniti nel mondo

Sembra sistematico in Trump il tentativo di creare situazioni di tensione in ogni angolo della terra per poter poi cercare di costruire un rapporto basato sull’imposizione unilaterale delle proprie condizioni e, non ultimo, dei prodotti dell’industria a stelle e strisce. Il disprezzo dimostrato nei confronti di alcune nazioni e dei loro leader, spesso demonizzati o ridicolizzati, sta destabilizzando un ordine che già aveva le sue difficoltà a stare al passo con la complessità di un mondo sempre più globalizzato e imbarbarendo il clima politico generale, alimentando i rischi di seri conflitti diplomatici, commerciali, militari. Una pericolosa escalation che mette a dura prova la sicurezza globale.

Dall’elezione di Donald Trump sono avvenuti cambiamenti così radicali da erodere buona parte del consenso che la figura istituzionale del presidente della prima potenza mondiale aveva riscosso con Barack Obama. L’immagine stessa degli Stati Uniti è stata seriamente compromessa.

Secondo un sondaggio condotto in 37 nazioni dal Pew Research Center nel maggio 2017, il tasso di fiducia nel presidente in carica è crollato dal 64% di Obama a fine mandato al 22% di Trump a pochi mesi dal suo insediamento; coloro che hanno manifestato la loro sfiducia sono invece passati dal 23% al 74%.[35] Secondo sondaggi successivi, condotti verso la fine di ottobre 2017 su un campione di soli cittadini americani, solo il 34% degli intervistati (in seguito sceso al 32%) si è dichiarato a favore di Trump, mentre il 59% ha manifestato la propria disapprovazione.[36]

La pubblicazione del libro-denuncia di Michael Wolff Fire and Fury: Inside the Trump White House nel gennaio 2018[37] ha dato un nuovo, duro colpo all’immagine del presidente e dei suoi familiari, formalmente coinvolti contro ogni prassi istituzionale in delicate attività di governo, rendendo ancor più imbarazzante il suo permanere alla Casa Bianca. La bocciatura inferta qualche giorno dopo lo scandalo dall’Authority per l’energia (Ferc) al piano di finanziamenti per le centrali elettriche, che avrebbe dovuto rilanciare le attività legate all’estrazione e alla lavorazione del carbone (una delle principali misure promesse da Trump in campagna elettorale volte a rovesciare le politiche di Obama sui cambiamenti climatici), e il blocco da parte di un giudice distrettuale del provvedimento anti-immigrazione relativo agli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni (i cosiddetti Dreamers, coloro che “sognano” una vita serena e sicura nel paese in cui sono cresciuti), che una legge voluta da Obama intendeva naturalizzare, rappresentano l’ennesima manifestazione di insofferenza e chiusura da parte dell’apparato amministrativo nei confronti di un presidente che sembra muoversi in perenne dissintonia con il sentiment di buona parte del paese e del mondo. Il problema degli immigrati illegali è stato al centro di aspre polemiche, culminate nel government shutdown (blocco delle attività amministrative) e nelle dure reazioni suscitate dalle frasi sprezzanti rilasciate da Trump, nel corso di una riunione bipartisan sui paesi di origine degli immigrati caraibici, latinoamericani e africani, da lui definiti shithole countries “paesi cessi”, che hanno provocato l’immediata condanna e le richieste di scuse formali avanzate dall’Onu, dall’Unione africana (che rappresenta 55 paesi africani) e da altre nazioni che hanno etichettato come “razziste” le affermazioni del presidente, costringendolo a intervenire più volte per negare l’accaduto, al di là di ogni evidenza, visto che a denunciare l’accaduto erano stati due senatori, uno dei quali repubblicano (Lindsay Graham), presenti entrambi alla riunione.[38] È stata una situazione imbarazzante per molti esponenti del partito repubblicano e dei collaboratori di Trump, che ha determinato, oltre alla dura presa di posizione del senatore repubblicano Lindsay Graham, dell’ambasciatore americano a Panama John Feeley, che ha rassegnato le dimissioni pur di salvaguardare il proprio onore, e del Segretario di Stato Rex Tillerson, costretto ancora una volta a prendere le distanze dal presidente e a pronunciare un discorso sui “valori americani” che hanno nelle “differenze e diversità” e nel “rispetto” la loro stella polare, concetti evidentemente estranei al Trump-pensiero, fortemente condizionato da retaggi razzisti del passato duri a morire.[39] La posizione indipendente assunta da “T-Rex” Tillerson su questa come su altre questioni di rilevanza internazionale ha portato, nel marzo 2018, al suo licenziamento, brutalmente annunciato al mondo e al diretto interessato con un semplice tweet; al suo posto è stato nominato Mike Pompeo, il Direttore della Cia fedele sostenitore della linea dura promossa da Trump con Iran e Nord Corea: il capo dell’agenzia di intelligence più potente del mondo posto a capo della diplomazia statunitense, un fatto clamoroso che si commenta da sé.

Trump non sembra preoccuparsi troppo di quelli che considera incidenti di percorso e tantomeno dei sondaggi inclementi nei suoi confronti, ritenendoli poco rilevanti essendo confezionati ad arte dai suoi avversari e dai media per denigrare i suoi “indiscutibili” successi. Più viene criticato e ostacolato, più aumentano la sua rabbia e la sua frenesia a twittare in modo compulsivo e scomposto (sono oltre 2300 i tweet inviati nel solo primo anno del suo mandato), creando da sé i presupposti per nuove polemiche e situazioni di crisi.[40] Come in a one-man show Trump sembra aver un bisogno irrefrenabile di prendere tutta la scena, costi quel che costi: non passa giorno, ormai, che non intervenga su qualsiasi questione, sempre con i toni aspri, faziosi, aggressivi e provocatori di chi si sente in guerra con tutti. A livello mediatico è riuscito a surclassare qualsiasi altro politico o capo di stato, imponendosi all’attenzione mondiale come nessun altro prima di lui era riuscito a fare e il mondo un po’ alla volta si sta abituando alle sue intemperanze. Ci si chiede quanto possa sostenere un ritmo di esposizione così elevato senza subirne effetti devastanti.[41] In questa situazione, a ben poco sono serviti i toni concilianti usati a Davos, chiaramente ad usum della platea presente esplicitamente invitata a investire massicciamente nella sua America, e le parole di distensione pronunciate nel discorso sullo stato dell’Unione, che preludeva al violento tentativo di affossare la Commissione che indaga sul Russiagate prima che la situazione diventi per lui e il suo entourage insostenibile.

Già nel maggio 2017 la percentuale di quanti, a livello internazionale, hanno espresso un giudizio positivo sugli Stati Uniti come nazione leader erano crollati dal 64% al 49%, mentre coloro che hanno dichiarato di avere una visione negativa sono aumentati dal 26% al 39%.[42] Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata e molti osservatori ritengono che nel 2018 la tendenza non migliorerà, anzi.[43]

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