I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino
di Francesco Cappello
La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo
Pensavamo che la questione fosse risolta ad Anchorage, ma non è così… “Dopo che il nostro Presidente ha accettato la proposta del Presidente americano ad Anchorage, vorrei sapere perché sta succedendo tutto questo. Presto sarà passato un anno dal vertice in Alaska. Non c’è stato alcun progresso, nemmeno nel comportamento di Zelensky e degli europei, nessun cambiamento. Al contrario, stanno diventando sempre più aggressivi e sfrontati.” Lavrov, il ministro degli esteri russo, sui negoziati con gli Stati Uniti sull’Ucraina. Ancora Lavrov: ”L’Occidente, sotto la bandiera del nazismo e del revanscismo, sta creando un gruppo d’attacco paneuropeo contro la Russia.”
La marcia forzata verso il conflitto continentale: La ristrutturazione bellica dell’Occidente
La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo. Quella che inizialmente veniva descritta dalle cancellerie europee e da Washington come un’assistenza logistica strettamente limitata e difensiva si è trasformata in una mobilitazione industriale, strategica e psicologica a lungo termine. L’Alleanza Atlantica sta attivamente predisponendo i propri apparati statali a uno scontro militare diretto, un processo che si palesa attraverso la progressiva rimozione dell’ambiguità strategica, l’allineamento dei confini geo-strategici, l’invio di contingenti massicci e simulazioni tattiche senza precedenti che penetrano fin nel cuore delle metropoli europee.
Il coinvolgimento operativo diretto e la strategia della provocazione
Il primo indicatore di questa transizione risiede nella natura stessa delle operazioni militari condotte in profondità nel territorio della Federazione Russa.
Gli attacchi strutturati che colpiscono centri urbani e infrastrutture energetiche vitali a centinaia di chilometri dal fronte ucraino non rappresentano una capacità autonoma di Kiev, ma costituiscono un’azione bellica diretta dell’Occidente collettivo. I sistemi tecnologici e i droni impiegati sono interamente progettati dalle industrie della NATO; la pianificazione delle rotte e l’individuazione dei bersagli avvengono tramite il trasferimento esclusivo e in tempo reale dell’intelligence satellitare anglo-americana; infine, le catene di montaggio vengono deliberatamente mantenute al di fuori dei confini ucraini all’interno di santuari logistici dell’Unione, protetti per garantirne l’inviolabilità produttiva ed evitare l’interdizione russa.
Agendo in questo modo, gli Stati Uniti, il Regno Unito e i partner europei hanno rimosso la zona grigia della neutralità, agendo come co-combattenti attivi in operazioni che Mosca percepisce come minacce esistenziali. In questo contesto, la scelta di Kiev di concentrarsi su obiettivi ad alto impatto scenografico risponde a una logica politica ben precisa. Di fronte a un logoramento insostenibile sul campo di battaglia e alla stanchezza latente degli sponsor, la leadership ucraina, che ha legato la propria sopravvivenza al proseguimento delle ostilità, è incentivata a esasperare la spettacolarità del conflitto attraverso spettacolari attacchi alle raffinerie. L’obiettivo fondamentale è mantenere alta l’attenzione mediatica e, al contempo, provocare una ritorsione russa talmente massiccia e asimmetrica da costringere le fazioni occidentali più prudenti ad abbandonare ogni ipotesi di negoziato, trascinando la NATO in un intervento terrestre diretto.
Simulazioni metropolitane e potenziamento della prima linea sul terreno
La capillarità di questa preparazione si manifesta in modo evidente nei centri nevralgici delle infrastrutture civili occidentali. Nel silenzio delle gallerie sotterranee di Charing Cross (vedi nota [1]), una delle stazioni metropolitane più frequentate di Londra, centinaia di militari del Regno Unito, degli Stati Uniti, della Francia e dell’Italia si sono addestrati simulando uno scenario di guerra aperta e diretta contro le forze russe. Questa esercitazione, denominata Arrcade Strike, è guidata dall’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC), il principale corpo d’armata a schieramento rapido della NATO sotto comando britannico. Il fatto che l’addestramento strategico al conflitto si sposti nei sotterranei di una capitale civile testimonia la profondità con cui l’apparato militare sta pianificando le dinamiche logistiche e operative di uno scontro continentale.
Parallelamente all’addestramento, il potenziamento fisico della prima linea sul fronte orientale sta subendo un’accelerazione decisiva. La cooperazione strategica tra Washington e Varsavia si è ulteriormente rinsaldata in seguito agli sviluppi politici polacchi e all’elezione del presidente Karol Nawrocki. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno formalizzato l’invio di altri cinquemila soldati americani in Polonia, una decisione che fa seguito alle manovre del Segretario alla Guerra Pete Hegseth volte a ottimizzare la dislocazione e a stabilizzare la rotazione delle brigate corazzate sul territorio europeo. Questo massiccio afflusso di contingenti d’élite e mezzi pesanti sul fianco est conferma la volontà di strutturare una barriera d’assalto avanzata, pronta a intervenire immediatamente nel momento in cui la crisi dovesse espandersi oltre gli attuali confini.
La spinta nucleare: il fronte scandinavo e la militarizzazione tedesca
Il tassello più critico e pericoloso di questa architettura di pressione è rappresentato dalla progressiva rimozione dei vincoli legati alla deterrenza nucleare lungo le nuove frontiere dell’Alleanza. In una svolta storica che cancella decenni di neutralità nordica, il governo della Finlandia ha formalizzato la volontà di revocare le restrizioni legislative che vietavano la presenza di ordigni atomici sul proprio suolo. I vertici della difesa di Helsinki, per bocca del ministro Antti Hakkanen, hanno chiarito che la nuova proposta mira ad allineare completamente il paese alla politica nucleare della NATO, legalizzando l’introduzione, il trasporto, la consegna o il possesso di armi nucleari in Finlandia. L’apertura a un potenziale schieramento atomico a ridosso dei confini settentrionali russi cancella definitivamente ogni residua zona grigia diplomatica ed avviene calpestando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) che la Finlandia aveva firmato nel 1968, lo stesso anno in cui il trattato fu aperto alla firma, e ratificato l’anno successivo, nel 1969, impegnandosi quale membro del TNP a non sviluppare, ospitare o acquisire armi nucleari.
Questo processo di nuclearizzazione del continente trova il suo secondo e fondamentale pilastro in Germania, attraverso una duplice dinamica di riarmo strategico.
Da un lato, ha preso forma il progetto statunitense di riportare sul suolo tedesco i cosiddetti “euromissili”, ovvero lo stanziamento di capacità missilistiche a lungo raggio e sistemi ipersonici convenzionali e nucleari, capaci di colpire in profondità il territorio russo e precedentemente banditi dai trattati di disarmo (Trattato INF). Seppure oggi appare sospeso l’originario intento emerso nell’estate del 2024 con cui l’allora amministrazione americana e il governo tedesco avevano stretto un accordo per rischierare in Germania, a partire dal 2026, missili a lungo raggio statunitensi come i celebri Tomahawk, con una gittata di circa 1.600 chilometri (attualmente esauriti a causa dell’ampio consumo di munizionamento ed equipaggiamenti nell’Operazione Epic Fury in Medio Oriente, che ha costretto gli Stati Uniti a razionalizzare le scorte di Tomahawk rimaste), i sistemi di difesa SM-6 e i nuovi vettori ipersonici Dark Eagle, oggi l’attenzione si è spostata sul progetto ELSA (European Long-Range Strike Approach), un consorzio che unisce Germania, Francia, Italia, Polonia, Regno Unito e Svezia per creare un missile da crociera interamente europeo con gittata superiore ai 2.000 chilometri. Poiché questo sistema non vedrà la luce prima del 2030, Berlino sta parallelamente investendo nell’ammodernamento d’emergenza dei propri arsenali nazionali e nella produzione di varianti avanzate dei vettori già in dotazione.
Dall’altro, all’interno dei circoli politici e militari di Berlino, si è aperto un inedito e profondo dibattito circa la necessità per la Germania di dotarsi di una propria forza di deterrenza nucleare autonoma o di partecipare direttamente alla gestione di un ombrello atomico sovrano, un’ambizione che capovolge completamente la postura geopolitica tedesca dal secondo dopoguerra a oggi. Il Cancelliere Friedrich Merz ha infatti aperto alla storica proposta francese di europeizzare la force de frappe, avviando un coordinamento strategico più stretto con Parigi e Londra. Anche in questo caso la volontà di dotarsi di un arsenale nucleare avviene nonostante i rigidi vincoli giuridici del Trattato di non proliferazione e degli accordi di riunificazione del 1990 che vietavano tassativamente a Berlino il possesso di ordigni propri.
Riconversione industriale e assuefazione psicologica al conflitto
Questo sforzo operativo di riarmo poggia su una radicale ristrutturazione macroeconomica. I vertici della difesa delle principali potenze continentali indicano ormai apertamente il 2029 e il 2030 come gli orizzonti temporali critici entro cui gli apparati industriali e le società dovranno raggiungere la piena maturità bellica per sostenere uno scontro totale. La totalità degli alleati europei ha raggiunto o superato l’obiettivo del due percento del PIL destinato alle spese militari, registrando aumenti di budget senza precedenti. Questa transizione economica risponde alla presa d’atto che le classi dirigenti europee hanno accettato di assumersi l’intero onere logistico del teatro continentale, un riarmo a debito che comporta dolorosi tagli alla spesa pubblica, nello stato sociale e nel welfare in generale. Nel contempo, mentre procede l’ucrainizzazione dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti riorientano strategicamente il grosso delle proprie forze verso il quadrante del Pacifico per contrastare la Cina nell’ottica di conservazione dell’unipolarismo globale.
A fare da collante a questa mobilitazione strutturale interviene una militarizzazione sistematica del discorso pubblico. Il dibattito europeo è dominato da un tribalismo mediatico che, mentre alimenta l’emergenza bellica dettata dall’idea del nemico russo che dopo l’Ucraina intende invadere i paesi europei, riduce la complessità geopolitica a una narrazione binaria, anestetizzando l’opinione pubblica ed eliminando il senso del rischio atomico. Si diffonde così l’idea illusoria che sia possibile infliggere danni strategici continui a una superpotenza nucleare senza subire conseguenze, ignorando la dottrina di Mosca che considera la pressione occidentale come una minaccia esistenziale.
Questa espansione coordinata genera un’inevitabile e speculare spirale escalatoria. La risposta russa si è già concretata in massicce esercitazioni nucleari che hanno coinvolto 64.000 militari e 7.800 mezzi di lancio balistici nei distretti di Leningrado e in quello Centrale (vedi nota [2]).
Ci si domanda se la Russia assisterà passivamente al riarmo europeo senza intervenire in alcun modo per frenarlo o scoraggiarlo prima che esso maturi in conflitto diretto.
Di fronte al crollo della diplomazia e alla conversione degli apparati industriali, appare evidente che l’asse Washington-Londra, insieme ai partner europei della NATO, piuttosto che a ricostruire quell’architettura di sicurezza europea che hanno distrutto, stia attivamente e sistematicamente posando i binari strutturali e psicologici per il prossimo, catastrofico conflitto globale a cui ogni cittadino europeo è chiamato ad opporsi prima che sia troppo tardi. Con la Russia, come incita a fare persino De Scalzi di ENI, abbiamo urgente bisogno di ristabilire rapporti di buon vicinato e di tornare alle loro risorse energetiche anche per ovviare a quella che secondo Tabarelli di Nomisma sarà la via obbligata del lockdown energetico di quest’autunno.











































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