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la citta futura

A chi giova il populismo di sinistra?

di Renato Caputo

Le ragioni degli insuccessi delle principali forze populiste di sinistra e i limiti strutturali di una politica populista declinata a sinistra

34291c6bdf650fb782edbdca8ac54bea XLUna volta stabilito il significato scientifico-concettuale del termine sinistra – come proprio di chi nella lotta di classe si schiera con le classi subalterne di contro alle classi dominanti – appare evidente che un populismo il quale, in nome del superamento di tale contraddizione fondamentale giudica inessenziale l’opposizione fra destra e sinistra, giova certamente ai ceti sociali privilegiati che fanno di tutto per non rendere evidente la necessità di tale conflitto, per continuare a portarlo avanti in modo unilaterale dall’alto. Discorso analogo vale per il populismo che intende rideclinare la contraddizione sociale fondamentale come contrapposizione fra ci sta in alto e chi in basso, intendendo con i primi i politici, la “casta” e con il secondo il popolo e i suoi rappresentanti, ovvero la società civile.

Così i rappresentanti dei populisti anti-casta non solo rilanciano il mito reazionario dell’uomo qualunque, ma presentano un ceto politico e amministrativo che non solo non rappresenta affatto gli interessi dei subalterni, ma che è costituito principalmente da esponenti della media borghesia delle professioni, in primo luogo da avvocati. Del resto l’opposizione fra un potere politico, in quanto tale oppressivo, e una società civile – ovvero la sfera economica in cui, nella società capitalista, predomina l’interesse particolare e la concorrenza – è forse la più classica delle rappresentazioni liberali, ovvero della tradizione politica propria della classe dominante nella società borghese. Ecco che la contrapposizione fra alto e basso diviene l’opposizione fra la produttiva e onesta società civile economica – che intende autorappresentarsi sul piano politico – e il parassitario ceto politico tradizionale, di cui per altro sono espressione parte significativa dei principali esponenti del populismo di destra. In tal modo si vorrebbe eliminare qualsiasi autonomia del politico rispetto agli interessi economici dominanti.

Proprio perciò si porta avanti una decisa battaglia contro il finanziamento statale ai partiti politici e per ridurre al minimo gli stipendi di chi svolge funzioni di rappresentanza politica. In tal modo, lasciando i finanziamenti alla politica al mondo privato della società civile è evidente che a rafforzarsi saranno quelle forze politiche e quei politici che sono espressione diretta degli interessi dominanti nel mondo economico e non certo quelli espressione o che si porranno al servizio dei gruppi sociali subalterni. In tal modo viene rimesso in discussione quel principio cardine che ha permesso, storicamente, l’affermazione di governi democratici, di contro ai tradizionali governi oligarchici, ovvero il significativo finanziamento pubblico al mondo politico, che consente anche a cittadini delle classi sociali non abbienti di poter ricoprire incarichi politici, svolgendo la funzione di gruppo dirigente.

Resta, però, da spiegare le ragioni del successo delle forze populiste fra le classi subalterne. Tale successo non può certo essere spiegato unicamente con il fatto che il pensiero dominante è sempre espressione della classe sociale dominante e che, quindi, è normale che le masse – incapaci di pensare autonomamente e, quindi, di autogovernarsi – siano destinate a farsi dominare e manipolare dalle élite e, in particolare, dai demagoghi. Evidentemente tale processo è ai giorni nostri favorito dalla scarsa coscienza di classe delle masse popolari, che a sua volta è il prodotto del fatto che vi sia un’estrema penuria di intellettuali organici alle classi subalterne.

D’altra parte, per quanto possa essere difficile formare un adeguato numero di intellettuali organici, in grado di tornare a far essere protagoniste le masse dei subalterni, non si tratta certo di una legge di natura, visto che in passato o anche oggi in altri paesi, sebbene non vi siano delle condizioni migliori alle nostre, anzi spesso peggiori, la situazione era o è ben differente, proprio perché le classi dominanti non sono pienamente egemoni. Dunque, da un punto di vista realmente di sinistra, piuttosto che formare demagoghi “di sinistra”, in grado di mettere in discussione l’egemonia dei demagoghi “di destra”, occorrerebbe riprendere a darsi come obiettivo fondamentale quello di formare un adeguato numero di intellettuali organici al proletariato, per restituirgli la forza e la dignità perdute, che lo stanno di nuovo trasformando nella “plebe sempre all’opra china senza ideale in cui sperar”.

Dunque, il principale motivo dell’attuale successo fra i ceti sociali subalterni di populisti e demagoghi è, in primo luogo, il prodotto storico di società in cui la sinistra è tornata a essere quella che era nel nostro paese la “sinistra storica”, ovvero l’ala sinistra del partito liberale, ossia del partito rappresentante gli interessi sociali delle borghesia medio-alta, del blocco sociale dominante. Dinanzi a esponenti ormai solo sedicenti di sinistra, proprio perché non più impegnati nella difesa degli interessi delle classi subalterne, ma interessati unicamente al successo elettorale per occupare posizioni nelle istituzioni borghesi di uno Stato imperialista, è evidente che sia cresciuta sempre più l’astensione nei gruppi sociali subalterni o il voto al candidato demagogo che finisce con l’apparire, grazie al suo populismo, “meno peggio” di fronte ai rappresentanti della componente di sinistra delle classi dominanti.

Che tutto ciò non sia necessario, né il prodotto di un destino cinico e baro, ma causa del trasformismo degli intellettuali tradizionali che hanno svolto il ruolo di dirigenti delle classi subalterne – in mancanza di intellettuali organici – lo dimostra quanto è recentemente avvenuto in paesi in cui il dominio della borghesia è e ha tradizioni ben più solide che da noi, come la Gran Bretagna e gli stessi Stati Uniti, in cui dei dirigenti che rappresentano l’ala moderata dei ceti subalterni stanno riprendendo il sopravvento su dirigenti espressione dell’ala sinistra delle classi dominanti, con il risultato di recuperare almeno in parte l’astensionismo delle masse popolari e da costituire una opposizione reale, per quanto moderata, ai populismi altrimenti trionfanti.

Al contrario, nel nostro paese, la parte decisamente maggioritaria delle forze che si autodefiniscono di sinistra o che a tale tradizione sono storicamente legate, sono state tra le protagoniste dirette o indirette, o non si sono opposte, se non formalmente, alle leggi più antipopolari realizzate dagli ultimi governi, dall’attacco allo Statuto dei lavoratori, alla legge Fornero, dal Jobs act alla Buona scuola. Al contrario, i populisti si sono presentati alle elezioni promettendo di eliminare o quanto meno di rivedere profondamente tali leggi liberticide e antipopolari. Da qui il successo delle forze populiste anche in quei gruppi sociali, in quelle regioni svantaggiate e fra i nuovi elettori che avevano bocciato la riforma antidemocratica della costituzione portata avanti dal governo Renzi. Quindi, quel vasto potenziale “popolo della sinistra”, che aveva battuto un importante colpo contro la restaurazione liberista portata avanti dal governo Renzi, si è sentita nuovamente tradita da una sinistra che non è stata affatto in grado di svolgere il suo ruolo di avanguardia, dando una direzione consapevole a questa spontanea capacità di opposizione dimostrata dai subalterni. In tal modo, ad avvantaggiarsene sono stati i populisti che, a differenza della maggioranza della sinistra, che sostiene donchisciottescamente di voler democratizzare l’ultraliberista e imperialista Unione europea, hanno assunto in modo demagogico la guida dell’opposizione all’Europa della Troika.

Dunque, ancora una volta, dinanzi a una sinistra sempre più solo di nome e non di fatto, che ha governato per diverso tempo la restaurazione liberista portata avanti dalle classi dominanti, hanno fatto breccia nell’elettorato popolare forze populiste che si sono presentate in discontinuità con tali politiche in nome di una rivoluzione passiva, ovvero di una rivoluzione senza rivoluzione, dall’alto. Ecco che allora, dinanzi a una sedicente sinistra che mira nuovamente a riunirsi sotto l’egida di un Pd potenzialmente non più dominato da Renzi, e una sinistra radicale che appare incapace di uscire dal suo minoritarismo, anche le elezioni comunali hanno visto una decisa affermazione delle forze populiste al governo. Queste ultime, pur tradendo buona parte delle proprie promesse elettoraliste di stampo populista e pur scatenando la più bieca forma di sedicente “socialismo”, quella nazionalista e razzista, stanno comunque dando almeno l’impressione di portare avanti una politica di rivoluzione passiva, rimettendo – per quanto su punti decisamente secondari – in discussione le principali leggi antipopolari, dalla Fornero, al Jobs act, alla Buona scuola, dimostrando, almeno apparentemente, di non essere del tutto dipendenti dal pensiero unico dominante e dai diktat della troika, con il Pd pronto a insorgere, insieme alla grande e piccola borghesia dinanzi a queste misure di rivoluzione passiva.

Dunque, abbiamo da una parte un settore, non egemone del blocco sociale dominante, i cui interessi sono spesso sacrificati agli interessi dell’alta borghesia che, per tentare di riacquisire le posizioni perdute, mira a mostrare di svolgere una funzione essenziale al mantenimento del potere della borghesia, che il suo settore predominante non appare più in grado, con le sue politiche di restaurazione liberista, di svolgere, ovvero la capacità di egemonia sulle classi popolari. Dunque, per dirla con Gramsci, “per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria”, come aveva fatto nella sua epoca la rivoluzione passiva portata avanti dalla politica corporativa fascista.

Certo tale politica ha oggi ridotte possibilità di mantenere la propria efficacia nel corso del tempo, in quanto i margini di riforme, di concessioni dall’alto sono sempre più compromessi dalla crisi economica strutturale dovuta alla caduta tendenziale del tasso di profitto. Perciò, una politica come quella di Podemos, che pare intenzionata, seguendo le indicazioni di Laclau, a declinare a sinistra la politica populista, difficilmente potrebbe avere un successo duraturo. Innanzitutto perché, essendo comunque di sinistra, non godrebbe del supporto o quanto meno della tolleranza trovata dal populismo di centro e destra all’interno degli organi volti a mantenere l’egemonia all’interno della società civile. Per quanto la loro posizione populista e votata al primato della politica, cioè mirante alla conquista per via essenzialmente elettoralistica delle istituzioni del governo borghese, sarà certamente più tollerata e favorita rispetto alla sinistra di classe tradizionale che punta sullo sviluppo del conflitto di classe e alla conquista del potere politico. Anche il puntare, da parte di forze come Podemos, sull’attitudine antipolitica ben presente nel senso comune popolare, dovuta al fatto che le forze politiche in campo sono nate tutte “sul terreno elettorale”, quale risultato, allo sguardo critico di Gramsci, di “un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia”, che una volta giunti al governo finirebbero per perdere altrettanto presto il consenso di cui godono oggi gli antipolitici di centro e destra. Una volta giunti al governo delle istituzioni, infatti, non riusciranno a distinguersi essenzialmente dai propri predecessori sulle cui manchevolezze avevano prosperato. Finendo così nel meccanismo dell’alternanza proprio del sistema borghese, fra la fazione di sinistra e quella di destra del blocco sociale al potere, in cui la forza di opposizione può godere dell’effimero vantaggio di non aver avuto, nell’immediato, responsabilità di governo.

Tanto più che la classe dominante, generalmente, consente a forze della sinistra che si muovono sul terreno elettorale di governare unicamente quando ci si trova dinanzi a una situazione di debito pubblico così elevato, e di vincoli internazionali così stretti, che a meno di non scendere sul terreno rivoluzionario, la sinistra di governo – come abbiamo visto prima in Italia e più recentemente in Grecia – finisce per non fare altro che governare la crisi del sistema borghese riuscendo a far passare in modo più indolore le politiche di austerity che colpiscono in primo luogo le classi subalterne che già di norma vivono appena sopra la soglia di sussistenza, necessaria alla loro riproduzione come classe.

Del resto, come abbiamo visto in diversi paesi dell’America Latina, le forze populiste di sinistra giunte al governo, portando avanti una politica di rivoluzione passiva, ovvero di riforme dall’alto tendono a passivizzare le classi subalterne, consentendo così alle classi dominanti di riprendere con una certa facilità il controllo del governo e delle proprie istituzioni, rovesciando con la frode o la violenza governi di sinistra come in Brasile, Paraguay e Honduras. In altri casi, di fronte a governi di “sinistra” dediti alla semplice governance di sistemi capitalisti, è generalmente sufficiente attendere le successive elezioni, quando smontata la mobilitazione popolare, crescerà nuovamente l’astensionismo fra le classi dominate e si presenteranno come governi di alternativa, cavalcando l’antipolitica, populisti di destra come in Argentina o in Cile. In altri casi i populisti di sinistra o finiranno per essere cooptati come classe dirigente al servizio della classe dominante, come avvenuto ad esempio in Perù e più recentemente sta avvenendo in Cile, o diverranno come in Uruguay rappresentanti dell’ala sinistra della classe dominante, o se vorranno realmente governare in contrasto con i poteri forti e il pensiero unico dominante subiranno costanti attacchi delle forze dominanti al livello nazionale e internazionale, tali dover affrontare un costante stato di eccezione, come in Venezuela che, alle lunghe, rischia di far perdere consenso al governo, per quanto populista di sinistra, come avvenuto in Nicaragua.

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Comments   

#3 Mario Galati 2018-07-12 18:45
"...e nella sua complessità". L'accento è un regalo del t9.
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#2 Mario Galati 2018-07-12 18:42
Secondo l'estensore non bisogna fare i populisti-demagoghi-elettoralisti. Poi, secondo l'estensore, occorre formare intellettuali organici alle classi lavoratrici, ossia, costruire un partito di classe, presumo comunista, e attrezzarsi per la lotta e l'autonomia di classe a tutti i livelli. Tutto ciò può avvenire solo se c'è la consapevolezza che non esistono scorciatoie e facili soluzioni, tipiche della faciloneria e della subalterna immediatezza.
Non mi sembra che questo equivalga a non fare niente. Mi sembra abbastanza impegnativo.
L'articolo è impostato sulla lotta per l'egemonia e il potere politico-sociale, non ha un taglio specificamente economico. Il riferimento alla caduta del saggio di profitto inquadra la fase attuale del sistema capitalistico nell'ottica dei suoi macrocicli; non è la trattazione della crisi in tutti i suoi aspetti è nella sua complessità.
L'autore dell'articolo va lodato perché dà il suo lucido e pregevole contributo a indirizzarci nella giusta direzione.
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#1 riccardo 2018-07-12 15:36
Bene, quindi secondo l'estensore dell'articolo non bisogna fare niente?

Mi faccia capire.

E la crisi economica è spiegata solo col calo del saggio di profitto?

Una sola frase di economia che permette di chiudere il discorso?
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