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lacausadellecose

La dura lezione dell’Afghanistan

di Michele Castaldo

136346Faccio una premessa: scrivo per chi è disposto a capire, ben sapendo che la stragrande maggioranza non vuol capire come chi vuole credere in dio. E non mi preoccupo più di tanto perché i fatti si stanno incaricando di imporre certe verità impensabili fino al giorno prima. Ciò detto, sono costretto a fare una seconda premessa, riportando quello che diceva Winston Churchill, cioè che la guerra è innanzitutto una guerra di bugie, se proprio bisogna dire una verità è necessario immergerla in una selva di bugie. Col risultato di sfocarla a tal punto da renderla innocua e perciò incredibile.

Se oltre a certe immagini, come quelle di migliaia di persone che fuggono verso l’aeroporto di Kabul, assaltano l’aereo per sfuggire alla furia dei talebani, volano parole grosse come « Catastrofe », « Disfatta », « La fine peggiore », « I lupi sono entrati nelle città », « Si salvi chi può », « Una macchia sulla storia dell’Occidente », oppure « abbiamo sbagliato tutto », « Fuga da Kabul », e così via, vuol dire che

la batosta è seria, e come tale è avvertita anche, ma forse soprattutto, perché gli effetti non sono quelli immediati, ma quelli successivi, ovvero quel che si metterà in moto con la cacciata ingloriosa degli occidentali dopo venti anni di vergognosa e criminale aggressione.

Gli imperialisti sono sorpresi per l’azione repentina dei talebani che in pochi giorni sono arrivati a Kabul. Ma la rivoluzione sorprende sempre, financo i rivoluzionari, figurarsi chi si augurava una uscita meno ingloriosa e un patteggiamento con i probabili nuovi governanti di quel paese.

Certo, fa scandalo, per la prepotenza degli occidentali vedere sventolare sul palazzo del governo di Kabul la bandiera islamica issata dai talebani, ma la storia ha i suoi tempi che prescindono dalla volontà degli uomini, che puntuali si presentato a saldare il conto. E siamo solo all’inizio, sia chiaro, perché quello che mostra oggi l’Afghanistan non è altro che una minima percentuale degli scenari dei prossimi anni.

C’è chi, come Aldo Cazzullo, la voce del padrone, dell’establishment che conta in Italia, soavemente ammette « Vent’anni fa in Afghanistan non ci fu nessuna vittoria occidentale o americana o della Nato. Ci fu una serie massiccia di bombardamenti Usa che colpirono duramente i talebani e diedero ai loro nemici interni la forza di entrare a Kabul, che cadde nello stesso modo repentino e inatteso di questi giorni ». Viva la faccia, di chi è costretto dai fatti a dire il vero: noi li bombardammo, loro sono arrivati nella capitale senza colpo ferire e hanno messo in fuga gli occupanti e chi li ha sostenuti nel corso di questi anni.

Il primo dato è che c’è una differenza tra i bombardamenti con migliaia di morti e una presa pacifica della capitale Kabul, ovvero di una popolazione che non è stata esposta a un nuovo massacro, e questo la dice lunga sul senso del distacco del popolo afghano rispetto alle forze d’occupazione. Questo, come primo fatto, poi vedremo il resto. Sicché le anime belle del pacifismo nostrano prendano appunti piuttosto che storcere il naso perché una parte della popolazione prende possesso del proprio territorio cacciando l’occupante.

 

Le ragioni vere dell’occupazione

Quali furono le ragioni che portarono gli Usa e gli occidentali a bombardare e occupare l’Afghanistan? Dare la caccia al terrorismo, a Bin Laden e Al Qaeda, si disse, perché responsabili dell’attentato alle torri gemelle di New York dell’11 settembre. Questa “verità” è stata ripetuta in maniera ossessiva fino a farla diventare una verità.

Poi però la storia, impersonale, ripetiamolo fino all’ossessione, impersonale, si incarica di incasellare correttamente i fatti. E oggi, indipendentemente dall’alibi vero o costruito di proposito, i fatti ci dicono che quell’occupazione era mossa da alcuni motivi nel seguente ordine: a) mettere le mani sulle immense risorse di idrocarburi e dei minerali preziosi di quel paese; b) costruire un avamposto occidentale al confine della Cina che col suo poderoso sviluppo rischiava di mettere sempre più in crisi l’economia e la potenza politica degli Usa e dell’Occidente; c) costituire un’alternativa nella gestione degli idrocarburi in concorrenza con quelli della Russia; d) porre l’attenzione all’India che, avviata verso uno sviluppo agricolo, sarebbe diventato un pericoloso concorrente per l’industria agroalimentare anche per il paese a stelle e strisce.

Dal sito di Limes, di solito bene informato sulla “geopolitica” apprendiamo che « Il paese asiatico è ricco di idrocarburi e metalli preziosi, ma dipende ancora molto dagli aiuti internazionali. Con il ritiro delle truppe Nato nel 2014 cresce la preoccupazione degli investitori stranieri. Gli interessi di India e Cina si concentrano nelle materie prime ».

Dal Corriere della sera apprendiamo che « Poi ci sono gli affari. È un territorio ricco di miniere, in tanti vogliono sfruttarle e le nuove autorità dovranno aprirsi ai tecnici stranieri. I cinesi – se ci saranno le garanzie e le stanno già chiedendo da settimane – sono pronti. A scavare e osservare. »

La Repubblica inoltre scrive: « Strategico per Pechino è ora coinvolgere il Paese nel corridoio cino-pakistano (una rete di oleodotti, strade e centrali che collega Kashgar al porto di Gwadar e sulla quale ha investito 65 miliardi di dollari) per stringere ancora di più la sua alleanza con Islamabad e garantirsi dal nuovo governo a Kabul il supporto contro le forze secessioniste. »

Dal corrispondente da New York del Messaggero Flavio Pompetti con un articolo a quattro colonne ci informa che « Quel tesoro di minerali che fa gola a Russia e Cina », un tesoro che « Poche settimane dopo l’11 settembre 2001 il Pentagono commissionò alla geologa Bonita Chamberlain un rapporto sulle risorse minerarie dell’Afghanistan, che una volta confezionato indicava 1.407 possibili siti minerari e 91 risorse estraibili. Tra queste il più importante è il litio, vettore della rivoluzione elettrica prossima ventura .» una ricchezza nascosta nelle viscxere del suo territorio che « ammonta ad almeno mille miliardi di dollari. Giacimenti di rame, uranio e pietre preziose abbondano nel paese ».

Come ci si comporta in presenza di cotanto ben di dio? Un conto sarebbe stato andare là con le trivelle e tutti gli attrezzi necessari per aiutare gli afghani a tirar fuori quelle immense ricchezze e contrattare amichevolmente con loro la ripartizione, come magari si sarebbe augurato il povero Gino Strada, tutt’altra cosa è andarci bombardando, comportandosi come d’abitudine da criminali gangster.

La impersonale legge del massimo profitto non prevede morale, dunque esclude rapporti amichevoli. E chi rincorre questa possibilità rincorre un’idea che sta fuori dalle leggi del modo di produzione capitalistico. E simbolicamente Gino Strada è morto lontano dall’Afghanistan due giorni prima della presa del potere da parte dei talebani. Come dire: caro Gino qui non c’è spazio per il sentimentalismo, o si sta da una parte o dall’altra. Si dirà: si è trattato di un caso, ma la storia è ricchissima di casi, tutto accade a caso, ma non per caso, come spiega molto bene Spinoza.

Ora, i talebani saranno pure “tagliagole” come scrivono i giornalisti occidentali, saranno conservatori e integralisti finché si vuole, obbligheranno le donne a portare il burka e impediranno loro di frequentare palestre e istituti di bellezza alla occidentale, ma non sono coglioni. E non lo sono al punto da accettare di incontrare (?) chi per venti anni ha occupato il proprio paese. Come dire: ponti d’oro al nemico in fuga, e gli occidentali nella speranza di poter contrattare con chi conta, cioè con i veri rivoltosi, nella speranza di continuare a fare affari d’oro, trattando con chi per venti anni hanno definito terroristi, assassini, tagliagole e via di questo passo. Ma si sa, gli affari sono affari e si fanno anche facendo patti col diavolo. Mentre i talebani, una formazione politico-religiosa quale simbolo di una titolarità conquistata sul campo, non si sottrae a discutere da un punto di forza del futuro.

Agli increduli consigliamo di dare uno sguardo alla carta geografica per scoprire che gli Usa dopo l’ubriacatura dovuta all’implosione dell’Urss, all’espansione della Nato verso Est portandosi appresso tutti i paesi europei occidentali che tentarono di mettere a frutto l’occasione comprando a quattro soldi le industrie di alcuni paesi, come per esempio la Romania, e sfruttando il proletariato di quei paesi, come Polonia, Albania, Romania, Ucraina ecc. Ripetiamo Usa e Occidente pensarono bene di dare l’assalto al drago cinese in crescita impetuosa che cominciava a far paura perché capace di invadere tutti i mercati e accaparrarsi le materie prime di cui aveva bisogno.

Il vero punto in questione è che non è cresciuta solo la Cina o l’India, ma tutti i paesi asiatici al punto da far scrivere a Parag Kanna che si è in presenza di un vero e proprio processo di asianizzazione. Altrimenti detto: il modo di produzione capitalistico non poteva essere circoscritto alla sola Europa e agli Usa e tenere sotto il tallone il resto del mondo. È questa la questione di cui gli studiosi non riescono a capacitarsi, e cioè che il capitalismo non fu una invenzione degli europei che avrebbero poi potuto controllare a proprio piacimento il suo decorso storico, no, il capitalismo è un movimento storico che si sviluppa come progresso del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione, una progressione a macchia di leopardo, fatta di scambi e di emulazioni, che si fonda su leggi non scritte ma obbligate che fanno del mercato la loro ragion d’essere.

Posta la questione in questi termini è da ritenersi del tutto “naturale” l’atteggiamento degli Usa e di tutto l’Occidente, che sentendosi in difficoltà reagiscono come hanno reagito, spostando il baricentro della propria azione nel cuore dell’Asia. E dove se non in Afghanistan per tenere a bada l’Iran che minaccia di arricchire l’uranio e munirsi della bomba atomica e contemporaneamente la Cina e la Russia per le ragioni appena esposte? Si trattò di un’azione criminale? Ma è tutta l’azione occidentale che dalle Crociate, passando poi attraverso la rapina coloniale ha seminato morte e distruzione in ogni angolo del pianeta. Di che meravigliarsi se hanno bombardato per venti anni l’Afghanistan? Siamo nella normalità imperialistica che lor signori chiamano esportazione della democrazia e che lo storico Edward Luttwak ha declamato a chiare lettere in una trasmissione de La 7 secondo cui non c’è alcuna possibilità di costruire una nazione ancor meno democratica in Afghanistan e che l’unica soluzione resta quella colonialista. Linguaggio chiaro contro gli idealismi liberali alla Ian Bremmer che vaneggiava di un coinvolgimento con la Cina da parte degli Usa per una soluzione meno catastrofica di come si è verificata.

 

Le ragioni dei toni livorosi per la batosta subita

Se le ragioni dell’occupazione furono quelle che abbiamo appena accennato e dopo venti anni si è costretti a fuggire temendo la vendetta dei talebani, si spiega benissimo il livore e la rabbia perché si è costretti a lasciare gli affari e cadere in uno stato economico comatoso che non promette nulla di buono.

Leggiamo da qualche agenzia « Il ritorno dei talebani al potere è una "catastrofe". Non ha usato mezzi termini l'Alto rappresentante dell'Unione europea, Josep Borrell, in un'audizione straordinaria all'europarlamento. « Si tratta del più importante evento di geopolitica dopo la crisi della Crimea nel 2014», ha detto Borrell, e una nuova opportunità per Cina, Russia e Turchia di estendere la loro influenza". Per questo sarà importante rafforzare le relazioni con Iran, Pakistan e India. Naturalmente, ha aggiunto il capo della diplomazia europea, bisognerà dialogare con i talebani. Ma questo non significherà dare legittimazione al loro governo ».

Fra le reazioni livorose vogliamo segnalare quella di Roberto Saviano che, dopo lunga gavetta presso vari “Servizi” e godendo di libero accesso agli incartamenti giudiziari è approdato al Corriere della sera dove gli viene riservato un articolo a settimana nel quale tratta di mafia, camorra, traffici di droga e affari ad esse connessi. Poteva mancare un suo articolo in occasione della cacciata degli occidentali dall’Afghanistan e della presa di Kabul da parte dei talebani? Anche lui perciò pronto a sputare veleno suonando la grancassa contro un popolo martoriato: « E l’Afghanistan si è trasformato in un narcostato » dice lui. Ohj mamma dove siamo capitati! Uno Stato al servizio dei trafficanti di droga. Poi però, come tutti i propagandisti che devono usare le bugie, si scopre i piedi e scrive: « gli Stati Uniti hanno speso 80 miliardi in vent’anni di guerra per addestrare un esercito afghano, creare ufficiali, truppe, poliziotti e giudici locali; i talebani, in vent’anni hanno guadagnato oltre 120 miliardi dall’oppio. Qual era l’esercito più ricco »? La stupidità rasenta il ridicolo ma chi deve fare capriole per giustificare l’onorario non bada a “spese”, basta dire delle cose. Ma non s’avvede che solo nella colonna precedente aveva scritto: « senza oppio non si possono realizzare farmaci analgesici; senza oppio niente morfina e fentalin. Ora, le case farmaceutiche comprano oppio da produttori autorizzati, ma questi sempre più spesso acquistano da società indiane che si approvvigionano dall’Afghanistan. I talebani decidono anche delle nostre anestesie e dei nostri psicofarmaci ». Che dire? Ma non è finita, perché la chiusa è da Nobel: « chiamiamo i talebani con il loro nome: narcotrafficanti ».

Posta nei termini in cui pone la questione Roberto Saviano, cioè che si tratta di uno narcostato, e ad a cui fa eco Dacia Maraini, dalle colonne dello stesso giornale, ci pare del tutto coerente la posizione di Ernesto Galli della Loggia che così conclude il suo editoriale:

«E tuttavia, si dice, è questione anche di modi: si può mai esportare la democrazia con la guerra? Può avere dei dubbi nel rispondere solo chi dimentica che da un paio di secoli proprio questo è successo innumerevoli volte. C’è una sola cosa sulla quale invece non si possono avere dubbi: ed è che se si fa una guerra del genere allora bisogna assolutamente vincerla, costi quel che costi».

Di fronte a queste velleità di criminale dominio, visto che il Della Loggia rivendica lo spirito colonialista e imperialista degli ultimi due secoli, non ci dobbiamo meravigliare che gli occidentali scappano terrorizzati fino a cadere dall’aereo pur di sottrarsi alla “furia vendicativa” dei talebani.

Il punto è che questo signore non ha capito – o forse proprio perché ha capito – che è cambiata la fase e con essa l’aria e gli occidentali nonostante tutte le loro armi atomiche e convenzionali non hanno più la forza di opporsi alla forza dell’espansione del mercato che ha posto gli asiatici su un piano diverso non solo rispetto al passato non capitalistico, ma del presente capitalistico ultrasviluppato.

Lasciamo questi signori al proprio destino dicendo che fanno parte di quella schiera di personaggi al sevizio di sua maestà il capitale e più specificamente di quello occidentale che la cacciata dall’Afghanistan li pone in una situazione meno florida di come sono stati abituati nel corso degli anni. Sputino pure veleno, la storia segue il suo corso. Lo hanno fatto per il passato, lo continueranno a maggior ragione a fare per il futuro. Il nostro è un lavoro diverso, molto diverso.

Ora, le reazioni in Afghanistan, sia quella silente di una popolazione che non si è opposta all’abbandono del paese da parte delle forze occidentali e non si è attivizzata al seguito dei talebani, sia quella rumorosa dei talebani, sia, infine, quella del nazionalismo anti-talebano, danno l’idea di una situazione di sicuro caotica, ma certamente antioccidentale, e perciò aperta a più “soluzioni”, ma tutte provvisorie, perché è fluida la fase e come tale non consente nessuna stabilità in nessun senso.

Il punto in questione è che la cacciata degli occidentali dall’Afghanistan alimenta lo scompiglio fra i paesi europei, fra questi e gli Usa e fra l’insieme degli occidentali nei confronti della Cina e della Russia. Altrimenti detto, l’insieme del modo di produzione subisce uno scossone rivoluzionario e sposta in avanti le contraddizioni decuplicandole e aprendo così scenari del tutto imprevedibili.

Nell’immediato non sarebbe da escludere un colpo di coda della bestia ferita degli Usa che prima di avviarsi definitivamente ad uscire dal più importante teatro del mercato mondiale potrà tentare disperatamente di rientrare in gioco con un colpo a sorpresa. La rivoluzione è disordine caotico con ondate di flussi e riflussi fino a modificare – in modo rivoluzionato – i precedenti rapporti.

C’è da gioire per le opportunità offerte alla Cina e alla Russia dopo la cacciata degli occidentali dall’Afghanistan? Diciamo una cosa chiara: non c’è nessuna possibilità che il modo di produzione capitalistico si organizzi in modo diverso, cioè meno irrazionale e dunque più umano da parte di nazioni che un tempo sono state anticolonialiste e antimperialiste in nome del comunismo. Ormai le maglie del capitalismo hanno irretito ogni angolo del pianeta. È del tutto illusorio perseguire un’ipotesi che è fuori dalle leggi del materialismo, e se ci sono ancora nostalgici per un ritorno del tempo che fu aggiornato al tempo che è, sta fuori strada, perché il capitalismo si è sviluppato per necessità oggettive alla ricerca continua dell’aumento di produttività arrivando all’estorsione del massimo profitto. Il fattore storico della produttività per una lunghissima fase ha forgiato i rapporti degli uomini con i mezzi di produzione ottenendo risultati esaltanti, seppur camminando sui morti. La questione che si pone a questo stadio è che quella produttività che ha funzionato come propulsore per straordinari sviluppi in tutti i campi, compresa l’aspettativa di vita, oggi funge da fattore di conflagrazione per l’insieme del modo di produzione.

Questo lo diciamo in virtù della conoscenza del funzionamento delle leggi dell’economia che operano in modo impersonale, anarchico e perciò fuori da ogni logica. Di conseguenza la stessa Cina, come già l’India per quanto riguarda la merce forza lavoro in esubero in agricoltura, si troverà con una sovrapproduzione di mezzi di produzione e merci come è successo per l’Occidente. Per cui il ceto medio di quell’immenso paese che in questi anni ha preso il cielo con le mani sarà una variabile impazzita e perciò incontrollabile dal nazionalismo del cosiddetto partito comunista.

Insomma, detto brutalmente, la via dell’insieme dell’attuale movimento storico è ormai segnata.

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Comments

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Alfonso
Wednesday, 01 September 2021 10:21
Professore, Lei ripercorre le vicissitudini di un altro professore, il signor Dühring, in contesto ben diverso dalla Socialdemocrazia della fine del XIX secolo. Come Dühring, Lei presenta le apparenze come dati di fatto insondabili, si muove in un mondo fatto di apparenze, e pretende di far scaturire da questo miscuglio di dati la Causa e la Azione insieme. Feticizza la forma storica che assume la produzione sociale della esistenza umana come contenuto, la assolutizza e la chiama capitalismo, per poi adattarvi le Sue fantasie. A differenza di tanti che non fanno danni, Lei ne fa propaganda, richiedendo agli adepti della Sua setta di sottomettersi allo Ineluttabile (“il capitalismo è un movimento storico che si sviluppa come progresso del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione”), allo Irrazionale (“la impersonale legge del massimo profitto”). Lei opera attivamente contro ogni analisi delle classi, pretendendo di sostituirla con un risiko di ‘territori’, nei quali vagano i Suoi feticci (“una parte della popolazione prende possesso del proprio territorio cacciando l’occupante”). Lei espone il Suo livore da angelo sterminatore fino a identificarsi con chi Lei riconosce oggi come Suoi esecutori (“gli occidentali scappano terrorizzati fino a cadere dall’aereo pur di sottrarsi alla “furia vendicativa” dei talebani”), il Suo futuro, il Suo dominatore (“i talebani, una formazione politico-religiosa quale simbolo di una titolarità conquistata sul campo, non si sottrae a discutere da un punto di forza del futuro”). Lei dialoga su questa base, la spada di Brenno. Lei tratta solo con Soggetti che Lei riconosce tali, e questi sono gli Stati (“l’Iran che minaccia di arricchire l’uranio e munirsi della bomba atomica”). E cosa propone come strategia? “Accaparrarsi le materie prime”, prima di tutte “il litio, vettore della rivoluzione elettrica prossima ventura”. Lei ha bisogno di questa rivoluzione, Professore? Quindi, Professore, hanno sbagliato tutti quelli che, sempre dentro quel “movimento storico” a Lei caro, ricattano con il ferro chi sa forgiarlo. Finora, almeno. Ora si fa avanti Lei, con la Sua ricetta. Al Gazprom non La volevano, Professore?
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Liliana Frascati
Monday, 30 August 2021 19:39
Bellissimo articolo, altra cosa dei quotidiani più conosciuti!
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