Quando l’algoritmo si fa sovrano. Dieci punti per un’alternativa italiana al manifesto di Palantir
di Margherita Furlan
Palantir teorizza apertamente la quarta stagione del capitalismo, quella sovrana: il dato si fa comando, l’azienda privata si sostituisce allo Stato. È la Costituzione degli azionisti dell’Apocalisse. Dieci punti per una geometria variabile italiana e per una nuova élite culturale che sappia dialogare con i BRICS
C’è una soglia, nella traiettoria di ogni potere, oltre la quale la dissimulazione diventa superflua. La compagnia di Peter Thiel ha varcato quella soglia sabato 18 aprile 2026, quando ha pubblicato sul profilo ufficiale X un manifesto in ventidue punti che condensa il pensiero del suo amministratore delegato, Alexander Karp. Non un esercizio letterario: una dottrina politica esplicita, rivendicata, sottoscritta. La prima volta, nella storia recente, in cui una multinazionale della guerra algoritmica mette per iscritto la teoria del diritto a governare.
Chi è Palantir: il software che vede dentro le persone
Palantir Technologies nasce a Palo Alto nel 2003. La fondano cinque uomini: Peter Thiel, già capostipite di PayPal e prossimo finanziatore di Donald Trump e di J. D. Vance; Alexander Karp, filosofo formatosi a Francoforte sotto la scuola di Jürgen Habermas e oggi amministratore delegato del gruppo; Joe Lonsdale, giovane investitore californiano di area libertaria; Stephen Cohen e Nathan Gettings, ingegneri provenienti dall’universo PayPal.[1]
Il primo capitale arriva da un soggetto inconsueto per una start-up: In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA. Due milioni di dollari nel 2005, sufficienti a indirizzare lo sviluppo del software verso le esigenze dell’intelligence statunitense.[2] La nascita stessa della compagnia porta dunque iscritto, nel codice genetico, il vincolo all’apparato di sicurezza nazionale americano. Non un cliente fra i tanti: il committente originario, l’architetto invisibile delle prime scelte tecniche.
Il nome lo sceglie Karp, lettore appassionato di Tolkien. I palantíri sono, nel Signore degli Anelli, sette pietre veggenti che permettono a chi le possiede di scrutare a distanza, vedere ovunque, sorvegliare l’intero Middle-earth. Una metafora trasparente, quasi imprudente, che dice tutto del mestiere che la compagnia intende svolgere.[3] Karp ne ha parlato più volte con compiacimento, come se la citazione letteraria fosse anche dichiarazione di intenti: vedere senza essere visti e da quella asimmetria ricavare il proprio potere.
Sul piano tecnico Palantir vende oggi due prodotti principali. Il primo si chiama Gotham: una piattaforma destinata alla difesa e all’intelligence, capace di aggregare informazioni eterogenee (intercettazioni, immagini satellitari, database biometrici, registrazioni telefoniche, movimenti finanziari) e di restituirle in mappe interrogabili che mostrano persone, reti, traiettorie. Il secondo si chiama Foundry ed è destinato alle amministrazioni civili, alle aziende sanitarie, ai grandi gruppi industriali: stessa logica, applicata a cartelle cliniche, dichiarazioni fiscali, catene di approvvigionamento, comportamenti dei dipendenti.[4]
In termini comprensibili a un lettore digiuno di gergo informatico: Palantir prende dati frammentati, dispersi, custoditi da soggetti diversi, e li rende interrogabili come se fossero un’unica banca dati gigantesca. È questo il salto qualitativo. Non si tratta di immagazzinare informazioni, attività alla portata di qualsiasi server: si tratta di farle parlare insieme, di metterle in relazione, di costruire profili predittivi che anticipano comportamenti futuri di singoli individui o di intere popolazioni.
La compagnia oggi capitalizza in Borsa circa duecentoquaranta miliardi di dollari, fattura oltre quattro miliardi all’anno, occupa più di quattromila dipendenti.[5] I clienti dichiarati sono i principali apparati di sicurezza occidentali e israeliani: Central Intelligence Agency, National Security Agency, Pentagono, Federal Bureau of Investigation, Immigration and Customs Enforcement (l’agenzia federale americana incaricata delle deportazioni), polizia di New York e di Los Angeles, Israel Defense Forces, servizio sanitario britannico, ministeri della Difesa di vari paesi NATO. La Francia ha rifiutato per anni qualsiasi contratto, su pressione esplicita dell’Eliseo, considerando intollerabile l’accesso di un fornitore americano ai propri dati di intelligence. L’Italia, come vedremo, non ha posto il problema con la stessa fermezza.
«È questo il dispositivo perfetto del panottismo», scriveva Michel Foucault già nel 1975, parlando dell’architettura carceraria moderna: «indurre nel detenuto uno stato cosciente e permanente di visibilità che assicuri il funzionamento automatico del potere».[6] Il filosofo francese non poteva immaginare che cinquant’anni dopo lo stesso meccanismo, liberato dalle pareti fisiche del carcere, sarebbe stato disponibile come servizio in abbonamento per qualsiasi governo lo richiedesse. Palantir realizza, con strumenti silenziosi e capillari, ciò che la prigione benthamiana realizzava soltanto entro le proprie mura
Cosa fa Palantir: dal targeting bellico al controllo predittivo
Il primo grande contratto pubblico noto risale al 2010, quando Palantir entra negli apparati di intelligence statunitensi a sostegno delle operazioni in Iraq e in Afghanistan. Il software individua reti di insorti incrociando intercettazioni, movimenti di denaro, segnalazioni di informatori, dati biometrici raccolti ai posti di blocco. Da allora la compagnia non ha più lasciato il perimetro della guerra americana.[7]
Negli Stati Uniti il software è in dotazione all’Immigration and Customs Enforcement per la profilazione delle persone migranti irregolari. L’inchiesta congiunta di The Intercept e dell’organizzazione Mijente ha documentato come le piattaforme di Palantir abbiano alimentato, dal 2014 in poi, le retate massive volute dall’amministrazione Obama prima e da quella Trump poi: ogni volto, indirizzo, contatto telefonico utile a costruire le mappe relazionali delle comunità da deportare.[8] Il salto antropologico è evidente. Non si interviene più dopo il reato: si profila chi, statisticamente, potrebbe commetterlo. La presunzione d’innocenza viene sostituita dalla probabilità calcolata. Il diritto cede il passo all’algoritmo.
Sul fronte ucraino, Karp lo ha rivendicato pubblicamente: «senza il nostro software, gli ucraini non potrebbero combattere», ha dichiarato al Wall Street Journal del 1° febbraio 2023.[9] Le piattaforme della compagnia integrano in tempo reale le immagini dei satelliti commerciali, i dati di telemetria dei droni, le informazioni open source raccolte dagli analisti, e producono indicazioni di targeting che vengono inoltrate alle batterie di artiglieria. La guerra cinetica, fino a ieri scandita dal lavoro lento dei Capi di Stato maggiore, viene oggi accelerata in maniera vertiginosa dall’elaborazione automatica del dato.
Dal 2024 il software opera anche sul fronte iraniano e sulla Striscia di Gaza, integrato nei sistemi di targeting delle Israel Defense Forces. La piattaforma è stata ufficialmente acquisita dal ministero della Difesa israeliano nel gennaio 2024 con un accordo strategico la cui cifra esatta resta classificata.[10] Sul terreno, questo significa che le decisioni su quale edificio bombardare, sulla persona da colpire, sui corridoi da chiudere, non sono più il prodotto di catene di comando umane controllabili, bensì il risultato di un calcolo opaco, eseguito da un software privato statunitense, sulla base di dati di provenienza eterogenea.
In Europa il caso più discusso è quello britannico. Nel novembre 2023 il governo di Sua Maestà ha aggiudicato a Palantir, senza gara competitiva pienamente aperta, il contratto per la Federated Data Platform del Servizio sanitario nazionale: trecentotrenta milioni di sterline su sette anni per gestire le cartelle cliniche di sessantasette milioni di britannici.[11] Le associazioni mediche, i sindacati ospedalieri, le organizzazioni per la tutela dei dati personali hanno protestato con asprezza. Il governo ha tirato dritto. La Francia, invece, ha rifiutato per ragioni di sovranità nazionale: troppo rischioso affidare le informazioni sanitarie dei propri cittadini a un fornitore i cui server rispondono in ultima istanza al diritto americano e al Cloud Act del 2018.
In Italia opera dal 2017 una filiale, Palantir Technologies Italia Srl, con sede legale a Milano. I contratti pubblici noti riguardano la Difesa (in particolare un sistema di analisi adottato dalle forze armate per la gestione integrata delle informazioni operative) e alcune amministrazioni regionali nel comparto sanitario, oltre a partnership con grandi gruppi industriali nazionali.[12] La rendicontazione pubblica è lacunosa, frammentaria, scarsamente accessibile. Una commissione parlamentare d’inchiesta dedicata non è mai stata istituita. Il Copasir, organo deputato alla sicurezza della Repubblica, non ha prodotto rapporti pubblici sulla materia. Il silenzio istituzionale, più eloquente di qualsiasi dichiarazione, parla da solo.
«Non c’è più bisogno di rinchiudere», scriveva Gilles Deleuze nel suo Poscritto sulle società di controllo del 1990: «si controlla mediante un monitoraggio incessante che non conosce più confini».[13] Il filosofo intuiva, con trentacinque anni di anticipo, ciò che oggi vediamo: il passaggio dalle società disciplinari (la fabbrica, la scuola, l’ospedale, la prigione) a società di controllo modulare e continuo, in cui ogni soggetto è tracciato in permanenza, e la libertà di movimento dipende dal punteggio attribuito da un algoritmo. Palantir vende esattamente questa infrastruttura. E solo a chi può permettersela.
Il manifesto in ventidue punti, ovvero la confessione
Veniamo dunque al testo che ha incrinato il velo. Sabato 18 aprile 2026, sul profilo ufficiale di Palantir su X, sono apparse mille parole organizzate in ventidue punti che sintetizzano il libro firmato da Karp e dal responsabile degli affari societari Nicholas Zamiska, The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, uscito presso Crown a marzo 2025.[14] Non un’operazione editoriale fra le tante: una dottrina apertamente esposta, sottoscritta dal vertice della compagnia, condivisa con quattro milioni di follower del profilo aziendale, ripresa da quotidiani occidentali e israeliani, discussa nei salotti del Forum di Davos.
Il punto uno fissa la cornice ideologica dell’intero documento: la Silicon Valley avrebbe un «debito morale» verso gli Stati Uniti, e l’élite ingegneristica un’obbligazione «affermativa» a partecipare alla difesa della nazione. Il punto due chiama esplicitamente alla rivolta contro la cultura della neutralità tecnologica. Per trent’anni la California si è raccontata al mondo come forza di emancipazione universale: la rete che abbatte le frontiere, la connettività che democratizza, il codice che libera. Era, in larga parte, una mitologia di copertura. Una civiltà che, anche mentendo a sé stessa, sentiva ancora il bisogno di giustificare il proprio potere in termini universalistici.
Karp e Zamiska liquidano quell’idea come viltà. Al suo posto propongono un patto di sangue tra capitale tecnologico e apparato militare statunitense. Il punto tre è il cuore teorico dell’intero documento: la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiederebbe qualcosa di più dell’appello morale, hard power, che, in questo secolo, sarebbe costruito sul software. Tradotto in lingua corrente: la deterrenza nucleare novecentesca è superata, perché sarà algoritmica, e chi comanderà il codice deterrà la sovranità. Retorica perfettamente confezionata per un’azienda i cui clienti principali sono CIA, Pentagono, ICE, polizia di New York, e il cui software risulta in uso, mentre scriviamo queste righe, nel conflitto aperto contro l’Iran.
Non a caso la domanda che pone il filosofo della tecnologia Mark Coeckelbergh, dell’Università di Vienna, autore che ha parlato senza esitazione di «tecnofascismo», non è più se costruire armi basate sull’intelligenza artificiale.[15] È chi le costruirà. Domanda dirimente. La compagnia di Karp si candida a dottrina politica dell’Occidente, e rivendica come virtù ciò che fino a ieri sarebbe stato oggetto di scrutinio democratico: la scelta di costruire armi autonome, la decisione di affidare a un soggetto privato l’analisi predittiva della sicurezza nazionale, l’integrazione tra apparato statale e infrastruttura commerciale. In ventidue punti, non una sola riga è dedicata al problema del controllo democratico. Perché il problema, per gli autori, semplicemente non esiste: la democrazia è già degradata a legittimazione tecnocratica, e la tecnocrazia si presenta come unica forma di sovranità pensabile.
Hannah Arendt, già nel 1970, aveva colto con esattezza chirurgica la differenza tra potere e violenza: «il potere corrisponde alla capacità umana non solo di agire ma di agire di concerto. Il potere non è mai proprietà di un individuo: appartiene a un gruppo e continua a esistere solo finché il gruppo resta unito». La violenza, al contrario, «si distingue per il suo carattere strumentale» e «compare là dove il potere è in pericolo».[16] Il manifesto di Karp celebra la violenza strumentale come categoria positiva: l’algoritmo come arma, il targeting come decisione, il software come legge. Esattamente l’opposto del potere arendtiano, che vive solo nella pluralità dell’agire condiviso.
La leva, le culture «regressive», il pluralismo «vuoto»
Da qui in avanti il documento si fa prescrittivo, e il mascheramento cade del tutto. Il manifesto invoca il ritorno al servizio militare obbligatorio universale: non una proposta marginale, bensì un’inversione storica della dottrina statunitense dell’all-volunteer force in vigore dal 1973.[17] Reclama un ruolo più attivo del settore tecnologico nel contrasto alla criminalità violenta, ovvero, decifrato il gergo, nella sorveglianza di massa interna. Critica, al punto ventidue, la tentazione di un «pluralismo vuoto e privo di contenuto», sostenendo che alcune culture abbiano prodotto progressi vitali mentre altre resterebbero disfunzionali e regressive.
Si tratta di una gerarchia civilizzazionale, nero su bianco, sottoscritta non da un pensatore isolato né da un partito investito di mandato elettorale, bensì da una compagnia privata che vende alle agenzie federali strumenti di profilazione biometrica. La stessa che monetizza l’aggregazione dei dati sanitari, fiscali e di geolocalizzazione dei cittadini americani per costruire profili di targeting. Chi decide, dentro la «Repubblica tecnologica» di Karp, quali culture siano regressive? Chi calcola il coefficiente di disfunzionalità? Con quali algoritmi? Con quali pesi? Con quale diritto di appello?
Edward Said lo aveva chiarito una volta per tutte già nel 1978: l’orientalismo, ovvero la costruzione discorsiva dell’Oriente come spazio arretrato, irrazionale, bisognoso di tutela, era «uno stile occidentale per dominare, ristrutturare e detenere autorità sull’Oriente».[18] Karp e Zamiska aggiornano il vecchio dispositivo coloniale nei termini del calcolo statistico: non più il razzismo biologico ottocentesco, nemmeno la «missione civilizzatrice» dei mandati internazionali, bensì la classificazione algoritmica delle culture in vitali e regressive. Forma nuova, contenuto antico. La risposta, implicita nel manifesto, è di una semplicità disarmante: deciderà chi possiede l’infrastruttura del dato. Ovvero, circolarmente, Palantir.
La «tirannia delle app» e il disarmo della memoria europea
Sul piano economico il documento compie un’operazione raffinata. Liquida la Silicon Valley dei consumi digitali come «tirannia delle app», sostenendo che lo smartphone abbia ristretto l’orizzonte dell’innovazione invece di ampliarlo. È un modo elegante per dire: il capitalismo della distrazione è finito, ora servono strumenti seri, ovvero militari. Karp e i suoi non si pensano come concorrenti di Meta o di TikTok. Si proclamano l’uscita da quel paradigma. Il momento in cui la tecnologia smette di offrire pubblicità e comincia a vendere comando.
Sul piano geopolitico, il testo rivendica il ruolo degli Stati Uniti come garante di stabilità del secondo dopoguerra e domanda esplicitamente una revisione dei vincoli imposti a Germania e Giappone. I paletti costituzionali al riarmo tedesco e a quello nipponico, frutto della lezione duramente appresa dopo due guerre mondiali, andrebbero rimossi. Posizione che si salda perfettamente con la trasformazione della Bundeswehr in esercito interventista (cento miliardi di euro stanziati nel 2022 dal cancelliere Scholz), con il ritorno del Giappone a spese militari pari al due per cento del prodotto interno lordo, con il riarmo europeo accelerato dagli ultimi mesi di conflitto in Medio Oriente.[19] La compagnia di Thiel non si limita a osservare queste tendenze: le teorizza, le legittima, le vende. È sul loro carro che corre il proprio fatturato.
Walter Benjamin, nelle Tesi di filosofia della storia redatte alla vigilia della propria morte, aveva scritto pagine sull’angelo che vola controvento, spinto da quella stessa tempesta che gli uomini chiamano progresso, mentre davanti a lui si accumulano rovine.[20] L’immagine, lacerante, descrive con esattezza la nostra condizione: una catastrofe che si presenta come avanzata, un riarmo che si presenta come sicurezza, una sorveglianza permanente che si presenta come libertà. Il manifesto di Karp non smentisce Benjamin. Lo conferma, con uno sfacciato candore.
Una mutazione del capitalismo: dal dato merce al dato sovrano
Per cogliere fino in fondo la portata di questo testo occorre allargare lo sguardo filosofico. Il capitalismo degli ultimi quarant’anni ha attraversato tre stagioni distinte e la compagnia di Karp segna l’ingresso nella quarta.
La prima stagione è stata quella del capitalismo neoliberale classico, inaugurato da Reagan e Thatcher, cristallizzato nel Washington Consensus: lo Stato si ritira, il mercato si espande, la merce diventa il linguaggio universale dei rapporti sociali. Il suo teorico più lucido fu Milton Friedman; la sua realizzazione estrema, la crisi finanziaria del 2008.
La seconda stagione è stata quella del capitalismo di sorveglianza, diagnosticato con precisione clinica da Shoshana Zuboff.[21] Dal momento in cui Google ha scoperto, nei primi anni Duemila, che i dati comportamentali residui degli utenti potevano essere raffinati e venduti, è nata una forma inedita di accumulazione: non più il lavoro che diventa merce, ma l’esperienza stessa che diventa materia prima. La vita quotidiana, fino al battito delle palpebre davanti a uno schermo, trasformata in giacimento. Il soggetto di questa fase è ancora il consumatore, anche se catturato in modi nuovi. Il meccanismo resta mercantile. Meta, Google, Amazon ne sono gli esempi paradigmatici.
La terza stagione è stata quella del capitalismo piattaforma, teorizzato da autori come Nick Srnicek:[22] non più imprese che vendono prodotti, ma infrastrutture che mediano le transazioni economiche, le interazioni sociali, gli scambi informativi. Uber, Airbnb, Deliveroo, ma anche i cloud di Amazon Web Services e Microsoft Azure, sono i casi emblematici. Lo Stato comincia a dipendere dalle infrastrutture private per funzionare, ma la logica resta formalmente economica.
Con Palantir entriamo in una quarta stagione, che propongo di chiamare capitalismo sovrano. Non si tratta più di estrarre valore dai dati dei cittadini per venderli nel mercato pubblicitario, né di fornire alle amministrazioni infrastrutture di servizio. Qui si decide di diventare lo Stato. O, meglio, di sostituirsi alla sua funzione decisionale nelle aree critiche della sovranità: sicurezza, difesa, sanità, ordine pubblico, Welfare. Il dato non è più merce: si fa comando. Non è più oggetto di compravendita: è sostanza stessa del governo.
La lezione di Carl Schmitt torna d’attualità, con un rovesciamento vertiginoso. Per il giurista tedesco, «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione».[23] Nella Repubblica tecnologica di Karp, sovrano è chi possiede l’algoritmo che definisce cosa sia un’eccezione: chi è nemico, chi è minaccia, chi è «regressivo», chi va profilato, chi va deportato, chi va bombardato. La decisione sovrana non è più atto politico: è output computazionale. E chi scrive il codice, determina la legge.
C’è un secondo piano filosofico, altrettanto inquietante. Il liberalismo classico, da Locke a Kant, aveva costruito la legittimità del potere su una separazione: il potere pubblico risponde alle leggi della comunità politica, il potere privato risponde al mercato, e fra i due corre una frontiera giuridica presidiata dalla costituzione. Il capitalismo di sorveglianza aveva già eroso quella frontiera, ma lo faceva in silenzio, preservandone almeno la finzione giuridica. Il manifesto di Karp la dichiara abolita in punta di diritto. La tecnologia, sostiene il documento, ha un dovere «affermativo» di partecipare alla difesa nazionale: è proprio questa categoria a cancellare la separazione. La compagnia privata non collabora con lo Stato. È lo Stato stesso in altra veste, più efficiente e veloce, meno gravata dalla lentezza delle deliberazioni democratiche.
Il nome filosoficamente corretto di questa configurazione non è tecnocrazia. Il governo dei competenti al servizio del bene comune, nella formulazione classica di Henri de Saint-Simon (1760–1825), filosofo e riformatore sociale francese considerato uno dei padri del socialismo moderno e del pensiero tecnocratico, era tutt’altra cosa. Saint-Simon immaginava una società guidata da scienziati, ingegneri e industriali illuminati, capaci di sostituire i privilegi ereditari dell’Ancien Régime con un ordine razionale fondato sul merito produttivo e sul progresso collettivo. Il suo era un progetto emancipatorio, figlio dell’Illuminismo: i tecnici al potere per liberare l’umanità dall’arbitrio, non per instaurare una nuova signoria.
La definizione corretta dell’ordine che oggi la compagnia di Karp teorizza è dunque un’altra: tecnofeudalesimo. Categoria tornata in circolazione negli ultimi anni, in particolare nel dibattito intorno al saggio di Yanis Varoufakis Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo del 2023.[24] Descrive un ritorno, sotto vesti digitali, a una struttura premoderna: pochi signori dell’infrastruttura estraggono rendita, esercitano giurisdizione e dispensano protezione ai loro vassalli, mentre l’ordinamento statuale nato con la pace di Vestfalia (1648), cioè il principio stesso dello Stato-nazione sovrano su cui è costruita l’Europa moderna, viene progressivamente svuotato delle sue prerogative.
La compagnia di Thiel non è una multinazionale tra le altre. È un signore feudale che pretende fedeltà, scrive il codice della giurisdizione e, con questo manifesto, elabora la teologia politica del nuovo ordine.
La posta in gioco non è economica. È antropologica. In questa fase il cittadino cessa di essere soggetto politico e diventa flusso di dati amministrato. La cittadinanza, conquista di secoli di lotte europee, si trasforma in profilo. La Costituzione in interfaccia utente. La sovranità popolare in licenza d’uso rinnovabile. E l’Occidente, nel momento stesso in cui rivendica la propria superiorità civilizzazionale attraverso la voce di Palantir, rinnega il portato più prezioso della sua tradizione: l’idea che il potere, per essere legittimo, debba essere limitato.
Gli azionisti dell’Apocalisse e la questione italiana
Di recente ho dato un nome al blocco di cui Palantir è il pilastro tecnologico: gli azionisti dell’Apocalisse.[25] È l’ecosistema che unisce BlackRock alla finanza della guerra, SpaceX alle comunicazioni militari, la compagnia di Karp all’elaborazione del dato bellico, Anduril ai sistemi d’arma autonomi. Sono i beneficiari strutturali del caos. I soggetti per i quali ogni conflitto è un trimestre in attivo, ogni crisi un ampliamento del mercato indirizzabile. Finora questo blocco operava per inerzia capitalistica, sospinto dalla logica predatoria del profitto. Il manifesto di Karp certifica il passaggio a una fase nuova: la logica del profitto si è tradotta in ideologia esplicita, l’ideologia in progetto politico, il progetto politico in pretesa sovrana.
Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, chiamava «blocco storico» la saldatura tra struttura economica e sovrastruttura ideologica, mediata dagli intellettuali organici di una classe in ascesa.[26] Quel che oggi assistiamo è la formazione di un blocco storico tecno-finanziario di portata transnazionale: gli azionisti dell’Apocalisse e i loro intellettuali organici (Karp, Thiel, Andreessen, Musk) costituiscono l’avanguardia ideologica di una supremazia che pretende di sostituirsi alle vecchie egemonie statali. Non un’alleanza congiunturale: una nuova classe dirigente globale che reclama, per sé, il diritto a fare la storia.
La questione che si apre, dunque, non è tecnica ma politica nel senso più alto. Una democrazia che esternalizza a un’azienda privata, ora apertamente ideologica, l’analisi dei propri dati sanitari, fiscali, giudiziari e militari, ha ancora sovranità? O ha solo l’illusione di averla?
Nel Regno Unito alcuni deputati, fra cui il liberaldemocratico Martin Wrigley, membro della commissione Scienza e Tecnologia della Camera dei Comuni, hanno chiesto formalmente al governo britannico di rivedere i contratti in essere con la compagnia alla luce del manifesto.[27] In Italia, dove Palantir opera attraverso la propria filiale e attraverso partnership che riguardano la sanità e la difesa, la stessa domanda non è stata ancora posta. Né dal Parlamento, né dal Copasir, né dalla stampa di sistema. La ragione è semplice, e va nominata senza eufemismi: le nostre istituzioni non sono all’altezza. Non per insufficienza congiunturale, bensì per vocazione strutturale. Un Parlamento ridotto a ratificare decreti governativi, un organo di sicurezza cooptato dall’atlantismo più disciplinato, una Commissione europea che si vanta del proprio allineamento alla NATO, una classe dirigente selezionata in trent’anni di cursus honorum fra Bruxelles e Washington: sono questi i soggetti cui qualcuno, nel campo democratico, dovrebbe chiedere di opporsi a Palantir? La domanda contiene già la propria risposta.
Dove non può nascere la resistenza: l’illusione europeista
Occorre dirlo con nettezza, anche a costo di scontentare una parte dei lettori. La risposta al manifesto di Karp non verrà dalle istituzioni, né italiane né europee. Non verrà perché non può venire. L’Unione europea, nei suoi trattati fondanti e nella prassi consolidata, è costruita proprio sul modello che Palantir oggi teorizza apertamente: sovranità delegata, decisione esternalizzata, vincolo esterno come sostituto della volontà popolare. Bruxelles non è l’antidoto alla Repubblica tecnologica: ne è l’anticamera istituzionale, la versione amministrativa della medesima logica.
La condizione italiana è stata ampiamente documentata: paese a sovranità limitata, inserito in un’architettura di alleanze in cui gli interessi nazionali risultano strutturalmente subordinati a quelli di Washington, mediati dal filtro di Berlino e Parigi. La guerra in Iran ha portato questa condizione al suo punto di esposizione massima: basi militari utilizzate senza consultazione parlamentare, bolletta energetica dissanguata da sanzioni che non abbiamo scelto, comparto industriale sacrificato sull’altare di una competizione strategica decisa altrove.
Aldo Moro, nel suo intervento al Consiglio nazionale democristiano del novembre 1968, parlava con chiarezza profetica della necessità di una politica mediterranea italiana che dialogasse con il mondo arabo e con i paesi non allineati. «Il Mediterraneo», ricordava, «non è il cortile di nessuno: è lo spazio della nostra responsabilità storica».[28] Da quella visione, condivisa con Enrico Mattei e ripresa, in altre forme, da Bettino Craxi, l’Italia è stata progressivamente disarmata. Aggrapparsi oggi a un’ipotetica «sovranità digitale europea» come risposta a Palantir significa affidare la difesa della democrazia al principale soggetto responsabile della sua erosione. È errore di prospettiva, non di dettaglio. Le istituzioni europee non sono troppo deboli per opporsi: sono compromesse, ricattate, organiche all’architettura atlantica che del tecnofeudalesimo è la culla. Chi ancora spera in un riscatto dall’alto, in una Commissione illuminata che riscopra la Carta dei Diritti Fondamentali, sta cercando il soccorso proprio da chi ha firmato la resa.
Dove può nascere la resistenza: l’élite culturale e la geometria BRICS
La risposta, se c’è, va cercata altrove. Su due livelli che devono funzionare insieme: un piano culturale interno e un piano geopolitico esterno.
Sul versante interno, occorre dire un’altra verità scomoda: la rinascita non verrà dalle urne, almeno non nel breve periodo. Il sistema politico italiano, cannibalizzato dalla personalizzazione e dal bipolarismo performativo, non è in grado di produrre una classe dirigente capace di opporsi al blocco della compagnia di Thiel. La rinascita, se avverrà, sarà opera di una nuova élite culturale: un tessuto di intellettuali, ricercatori, imprenditori sovranisti nel senso proprio del termine, giornalisti indipendenti, funzionari pubblici integri, docenti, diplomatici di formazione antica, coscienze morali capaci di pensare in termini universali. Un’élite, non una massa. Perché nei momenti di transizione storica, come insegnano Gramsci e Pareto dalle loro opposte sponde, sono sempre le minoranze organizzate a produrre egemonie nuove.[29]
Questa élite deve fare una cosa precisa, che nessun altro in Italia oggi sta facendo: costruire i canali di un dialogo diretto, continuativo, sostanziale con il mondo BRICS. Non come allineamento ideologico, non come conversione a un altro campo imperiale. Come geometria variabile: come capacità di trattare, dossier per dossier, con i soggetti internazionali che di volta in volta convergono con gli interessi reali del nostro paese. Sul gas, con Mosca e con Doha. Sulle infrastrutture, con Pechino e con Ankara. Sull’energia solare, con l’Algeria e con l’Egitto. Sui corridoi mediterranei, con il Cairo e con Astana. Sull’intelligenza artificiale non sorvegliante, con i centri di ricerca indiani e sudafricani. Su ogni singolo dossier, la domanda che l’élite culturale italiana deve saper porre è una sola: chi, in questo momento, sta facendo anche i nostri interessi? E con quel soggetto va aperto il canale.
Giulietto Chiesa lo aveva intuito con anticipo straordinario: «non si tratta di scegliere fra Washington e Mosca, fra Bruxelles e Pechino. Si tratta di capire che il mondo unipolare è finito, e che la sopravvivenza dell’Italia dipende dalla nostra capacità di pensarci dentro la transizione, non contro di essa».[30] Il BRICS, in questa prospettiva, non è un blocco politico al quale aderire. È una possibilità strutturale: il primo spazio internazionale, dalla fine del bipolarismo, in cui torna pensabile una politica estera non a somma zero, una cooperazione tecnologica non subordinata, un finanziamento dello sviluppo non condizionato alle clausole di Washington. I BRICS non sono l’anti-Occidente: sono, semmai, l’Occidente possibile dopo l’esaurimento della pretesa unipolare. Dialogare con loro, in chiave italiana, significa riappropriarsi di margini di manovra che l’ancoraggio esclusivo all’asse atlantico ci ha sottratto.
Un contro-manifesto: dieci punti per una geometria variabile italiana
A un manifesto si risponde con un manifesto. Ma a ventidue punti totalitari serve replicare con una postura, una direzione, un metodo. Dieci punti, dunque. Non ventidue. Perché la libertà, scriveva Simone Weil, «comincia dal rifiuto di una retorica gonfia».[31]
1. Riconoscere la diagnosi. Il manifesto di Palantir non è un’anomalia: è la sintesi apertamente dichiarata dell’architettura atlantica in fase tardiva. Chi denuncia la compagnia senza colpire quell’ordine non sta resistendo: sta negoziando la propria subordinazione.
2. Archiviare l’illusione europeista. L’Unione europea, nella sua attuale configurazione, non è lo scudo della democrazia contro il tecnofeudalesimo: ne è il corridoio di servizio. Ogni energia politica spesa ad auspicare una riforma interna di Bruxelles è sottratta alla costruzione di alternative reali.
3. Fondare un’élite culturale. La rinascita non passa per le urne né per i partiti. Germoglia da un tessuto di intellettuali, ricercatori, imprenditori, giornalisti, docenti, diplomatici e coscienze morali capaci di pensare l’Italia fuori dalla gabbia atlantica. Quel tessuto va riconosciuto, sostenuto, reso visibile, federato.
4. Assumere la geometria variabile come dottrina. Nessun blocco imperiale, nessuna fedeltà ideologica a priori. Su ogni dossier critico (energia, infrastrutture, tecnologia, sanità, cultura, difesa, agricoltura, industria, ricerca) si individua il soggetto internazionale i cui interessi convergono con quelli italiani, e si apre con quello un canale operativo. Il criterio non è ideologico: è realistico.
5. Trattare il BRICS come possibilità strutturale. Non un campo avversario in cui schierarsi: il primo spazio internazionale che rende nuovamente pensabile una cooperazione non subalterna. Va studiato a fondo, visitato, frequentato, compreso nelle sue contraddizioni interne. Va trattato per quel che è: la condizione di possibilità di una politica estera italiana degna del nome.
6. Ricostruire canali culturali diretti. Accademie, università, case editrici, testate indipendenti, festival, istituti di ricerca: vanno costruiti i ponti che le istituzioni ufficiali hanno lasciato cadere. Il nostro paese deve tornare a formare russologi, sinologi, iranisti, arabisti, indologi, africanisti di altissimo livello, capaci di dialogare alla pari con le controparti culturali di quei mondi.
7. Rivendicare sovranità sul dato, senza delegarla a Bruxelles. I dati sanitari, fiscali, biometrici e di geolocalizzazione dei cittadini italiani non possono essere custoditi da Palantir, ma nemmeno da infrastrutture europee controllate dalla medesima architettura atlantica. Vanno custoditi in sedi nazionali, oppure in partenariati selezionati con paesi con cui esistano accordi sovrani reciprocamente vincolanti. La sovranità digitale italiana non è un capitolo di quella europea: è la sua alternativa.
8. Rifiutare le armi autonome, senza dipendere dai consensi NATO. L’Italia può, unilateralmente, rifiutare di ospitare, testare, acquistare sistemi d’arma autonomi basati su software privato straniero. Non occorre un trattato europeo: serve soltanto una volontà politica sostenuta da una cultura pubblica educata alla questione. La seconda precede e rende possibile la prima.
9. Costruire un’industria pubblica italiana del software strategico. Non una European Sovereign Cloud, formula che maschera l’ennesima integrazione atlantica. Un comparto italiano, con possibili partenariati selettivi con soggetti BRICS su progetti specifici. Il modello non è quello francese di Dassault Systèmes, né quello tedesco di SAP: è ancora da costruire, e nascerà solo se un’élite culturale lo pretende.
10. Restituire alla tecnologia il suo luogo antropologico. Il lavoro è più di un profilo, il cittadino è più di un dato, la cultura è più di un algoritmo, il popolo è più di un elettorato amministrato. Questo è il principio ultimo, non negoziabile, che nessun manifesto della Silicon Valley può cancellare e che nessuna istituzione di Bruxelles è oggi in grado di difendere. Può difenderlo solo una coscienza nazionale risvegliata, alleata con altre coscienze nazionali sovrane, ovunque si trovino.
Conclusione: il velo strappato e la scelta che resta
Per anni la critica alla tecnocrazia ha dovuto lavorare controcorrente, accusata di dietrologia, di complottismo, di ostilità preconcetta all’innovazione. Chi sosteneva che Palantir fosse un soggetto politico e non un semplice fornitore veniva guardato con sufficienza. Chi parlava di fusione tra Silicon Valley e apparato militare veniva tacciato di esagerazione. Chi indicava i legami fra Thiel, la destra reazionaria statunitense e l’infrastruttura di sorveglianza veniva classificato fra gli allarmisti.
Oggi quella stessa analisi è pubblicata in ventidue punti, firmata dal vertice della compagnia, condivisa sul profilo aziendale, discussa in tutto il mondo. Il velo non è stato strappato da un giornalista d’inchiesta, né da un whistleblower. L’ha lacerato Palantir stessa. È una confessione. Ed è, per chi ha occhi per leggerla, un’occasione storica. Da questo momento nessuno potrà più dire di non sapere che cosa sia, e che cosa voglia diventare, il capitalismo del dato armato.
La scelta che resta è netta. Da una parte, la tentazione rassicurante dell’europeismo, che chiede di attendere la salvezza della democrazia da istituzioni ricattate e compromesse: una strada che conosciamo, e che porta dove siamo. Dall’altra, il sentiero stretto ma reale di una rinascita culturale italiana capace di pensarsi oltre la gabbia atlantica, di costruire ponti selettivi con i paesi BRICS e con ogni altro soggetto internazionale che, su dossier specifici, faccia anche i nostri interessi.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la dottrina, finalmente, è scritta. La questione non è più chi vincerà tra i blocchi: la questione è se l’Italia saprà riconoscersi, nel proprio interesse, come paese capace di dialogare a geometria variabile con il mondo che nasce. Oppure se accetterà il proprio destino di provincia del tecnofeudalesimo. La risposta non verrà dalle istituzioni, ma da un’élite culturale che sappia accettare la propria responsabilità storica. Se saprà farlo. Tutto il resto è gestione ordinaria del declino.
Tucidide, raccontando il dialogo fra ambasciatori ateniesi e Melii, fissava la formula classica della politica tra le potenze: «i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono».[32] È la massima del realismo brutale. Eppure i Melii, prima di soccombere, scelsero la dignità della resistenza al ricatto. Non vinsero. Ma sopravvissero come monito, attraverso i secoli, a tutte le coscienze libere. La condizione italiana non è quella di Melo. È ancora possibile scegliere. La domanda è soltanto se sapremo farlo, prima che la scelta venga compiuta da altri al posto nostro.











































Add comment