Per il socialismo tragico
Lettera-recensione a Carlo Formenti
di Onofrio Romano
[Riportiamo la lettera-recensione di Onofrio Romano al libro di Carlo Formenti, apparsa sul suo profilo Facebook e seguita da due commenti particolarmente interessanti. ndr]
Pubblico qui la mia recensione in forma di lettera all’ultimo libro di Carlo Formenti “Il socialismo è morto, viva il socialismo!” (Meltemi, 2019), già apparsa in appendice al nostro dialogo sul marxismo “Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare” (DeriveApprodi 2019). I libri di Formenti hanno sempre suscitato un vasto e intenso dibattito nel mondo della cultura e della politica, soprattutto a sinistra e non solo in Italia. Si ricordino in particolare i suoi saggi pionieristici sulle conseguenze sociali, economiche, culturali e politiche del digital turn. Da qualche tempo, invece, egli è oggetto di mobbing politico-culturale. Dei libri di Formenti non si parla male. Semplicemente, “non se ne deve parlare”. Più che di mobbing, si tratta di una vera e propria fatwa, poiché la posta in gioco ultima è la morte civile del reprobo. Un dispositivo fascista, che nel mio piccolo conosco molto bene, praticato in maniera ricorrente dai professionisti dell’antifascismo immaginario. Lo ha esplicitato senza troppi complimenti Marco Revelli in uno sciagurato commento su Facebook, in cui rimbrottava un suo amico per aver rotto la congiura del silenzio nei confronti di Carlo, reo – l’accusa è sempre quella – di fare il gioco dell’avversario (anzi, di essere ormai totalmente nel campo dell’avversario). Guai a concentrarsi sul merito delle idee. Io non mi rassegno a questo tritacarne. Non mi rassegno al fatto che il successo a sinistra sia direttamente proporzionale al vuoto di pensiero (sardina docet). Si può essere o meno d’accordo, ma i libri di Carlo Formenti (e di tanti reprobi come lui) sono tra le poche cose che meritano oggi di essere discusse. Buona lettura.
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Ebbene sì, caro Carlo Formenti. Il tuo libro, “Il socialismo è morto, viva il socialismo!” (Meltemi 2019), è il nuovo manifesto del partito comunista, in versione tragica. Di questo ti fai carico. Di questo dobbiamo farci carico.
Il “dramma” è sempre consolatorio. La dialettica marxiana, nella fattispecie, si accomoda sulla contemplazione di una sintesi pressoché spontanea, felice e superiore alle forze esistenti. E soprattutto conta su una sceneggiatura granitica, in cui ciascun personaggio è perfettamente disegnato, battuta per battuta. La tragedia, al contrario, non regala terre promesse (per dirla con Faber). E se non c’è terra promessa non c’è nemmeno un sentiero già tracciato che ad essa conduca. In questo sei molto postmoderno. Ma senza quella gaiezza beota che di solito ammorba i postmoderni. Anche la tragedia, infatti, si presta a diventare un approdo confortevole: “non c’è salvezza collettiva, quindi si salvi chi può; goda chi può, come può”. Il disastro della sinistra è tutto qui. Il tuo postmodernismo, al contrario, è gravato dalla coscienza che, come dice Pasquale Serra, “la realtà esiste” (e in questo sei del tutto “moderno”). Pur sapendo che la terra promessa non è lì ad attenderci, non rinunci a costruirla e a cercare le vie per arrivarci.
Ebbene, noi non abbiamo la stessa cultura politica. Io ho sempre fiancheggiato i contenitori larghi e istituzionalizzati di Pci & figli; tu hai sempre fiancheggiato i margini più radicali della galassia della sinistra. Ciò che abbiamo in comune è proprio quel “lavorare ai fianchi” e non dentro. Mai integrati, mai pacificati nel contenitore dato. E non certo per vezzo, per narcisismo o per alterigia. Ci stiamo scomodi. Punto. Oggi questo disconforto torna prezioso. E’ la crepa attraverso cui vedere fuori e vederci dal di fuori. Vedere, ad esempio, la perfetta subalternità della sinistra al neoliberalismo egemone. Il congegno fondamentale che fa funzionare le nostre società - la loro logica regolativa, diremmo tecnicamente - è inscalfibile. Le distinzioni rimaste riguardano la vernice valoriale: “l’opposizione destra/sinistra - affermi - si presenta solo ormai come opposizione fra altruismo ed egoismo, interesse generale e interessi particolari, orientamento verso il progresso e il futuro e orientamento verso la conservazione e il passato”.
De gustibus. Niente che tocchi nemmeno di striscio “o’ sistema”, come dicono i napoletani.
La sfera dei valori, del resto, essendo considerata appannaggio esclusivo degli individui, non può essere oggetto di pubblica discussione, né tantomeno pretendere di dare regola alla società. Ci siamo tutti convinti che quello delle istituzioni debba essere (e, soprattutto, possa essere) un campo “neutro”, che permetta a ciascuno di fare il proprio gioco. Al posto della democrazia abbiamo messo un metronomo, come aveva lucidamente intravisto oltre quarant’anni fa il Fellini di “Prova d’orchestra”, imprimendo sulla pellicola l’esito involontario del sessantotto.
Il “politicamente corretto” è la cartina di tornasole di questo meccanismo, come giustamente sottolinei. Non si tratta di una mera denuncia di “buonismo”. Non ha nulla a che fare la critica del politicamente corretto con un auto-compiacimento cattivista o con le quotidiane sparate salviniane contro i suoi avversari politici. Il politicamente corretto va preso molto sul serio. E tu spieghi benissimo il perché. Esso, infatti, è un dispositivo di neutralizzazione, fondato su un doppio passo: con il primo, si offre pieno riconoscimento ad ogni forma d’identità e di espressione umana; con il secondo, si nega a queste di accedere alla sfera pubblico-istituzionale. I soggetti, vale a dire, vengono reclusi in una bolla meramente linguistica (è solo dentro quest’ambito che si produce il riconoscimento) e se provano a bucarla scatta immediatamente la mannaia del politicamente corretto. Ovviamente, tu lo spieghi in maniera molto meno astratta della mia.
La parabola del femminisimo è, da questo punto di vista, esemplare. Come il bambino di fronte alla nudità dell’Imperatore, ci fai vedere quanto quella lotta fondata originariamente su una rimessa in discussione dell’intero assetto sociale (a partire dal valore paradigmatico dell’asimmetria di genere) si sia progressivamente trasformata in una rivendicazione di parità col “maschio” nell’esercizio dello sfruttamento. Nancy Fraser lo dice chiaro e tondo e nessuno si permette di contraddirla. Se invece lo dici tu, anziano maschio bianco, “apriti cielo!”.
Ma la prova regina della tua buona fede sta a mio avviso nell’avvertenza successiva: le asimmetrie di genere - stiamone certi - non spariranno d’incanto con la rivoluzione socialista. La produzione non sparisce. Il lavoro di cura non sparisce. La realtà non sparisce, con il superamento del capitalismo. Ci sarà sempre da accordarsi sul “chi fa che cosa” tra esseri umani di genere diverso e le tentazioni di predominio da parte del sesso forte si riaffacceranno. A quel punto, so che ti troverò sempre dalla stessa parte. Dalla parte dei/delle più deboli.
Questa sensibilità realistica ti conduce alla domanda, a mio avviso, cruciale: il socialismo si ottiene indulgendo al progresso, allo “sviluppo oggettivo” delle forze produttive nella modernità, oppure tirando il freno a mano della (presunta) storia?
La seconda, dici tu. Senza mezzi termini. Per un marxista di lungo corso come te, immagino sia un approdo per molti versi doloroso. Di fatto usi Polanyi contro Marx. Sull’esito del “lasciare operare” il capitalismo, i due avevano visioni letteralmente opposte. Per Marx, lo scatenamento della dialettica tra le forze produttive avrebbe portato alla grande sintesi emancipativa. Per Polanyi, al contrario, il mercato auto-regolato, in sé e per sé, conduce né più né meno che alla “distruzione della società”. In questo libro, più nettamente che mai, vince Polanyi. Non è cosa da poco. Poiché questo ribalta completamente la prospettiva e, di conseguenza, l’idea di soggettività e di azione politica. Ci rigetta, appunto, nel tragico.
In compenso, però, questo orizzonte spazza via un equivoco fatale. Ci sottrae, vale dire, a quella sorta di “oggettiva complicità” del marxismo e di tutte le esperienze politiche da esse derivate (anche quelle che oggi appaiono lontanissime da quel sentiero) col liberalismo, che deriva dalla fede nell’“oggettivo sviluppo” delle forze produttive. Come dici tu, “la tendenza a concepire il capitale come limite a se stesso”, ossia la scommessa che esso si suiciderà da solo una volta giunto all’apice del suo sviluppo, fa sì che nel presente liberali e marxisti si trovino dalla stessa parte della barricata: entrambi lavorano affinché il capitale compia la sua cavalcata nella storia senza briglia alcuna. Il problema è che questo “presente” è eterno. “Il problema della catastrofe - come dice Wolfgang Sachs in riferimento a un ambito completamente diverso (quello ecologico) - è che non arriva mai”. Questo ci dice che la subalternità della sinistra alla destra non è roba recente. Non è semplicemente l’esito della crisi del welfare e dell’avvento del neoliberalismo. E’ il prodotto della fedele applicazione della lettera e dello spirito marxiano.
Ora basta, però. Occorre prendere il toro per le corna e passare finalmente dall’altra parte della barricata. Occorre smetterla di confidare nei limiti interni del capitale, “ignorando o sottovalutando i limiti che gli si contrappongono dall’esterno”. Su questi - suggerisci - occorre mettersi a lavorare politicamente, sulla scorta dei tanti autori, provenienti soprattutto dal femminismo e dall’ecologismo, che hanno mostrato come il capitale non potrebbe funzionare senza il supporto di mondi vitali non inclusi nel suo processo di valorizzazione: natura, lavoro di cura ecc. Dentro questi margini indispensabili e sempre più larghi occorre provare ad aprire fronti di lotta. “La classica contraddizione fra capitale e lavoro sembra lasciare il campo alla contraddizione capitale contro tutti”, sintetizzi in maniera fulminante.
Insomma, dal soggetto antagonistico destinale (la classe lavoratrice) c’è ormai poco da spremere. Risucchiato com’è e come è stato storicamente tra le spire dell’egemonia capitalistica. In compenso, sorgono tutt’attorno una serie di aree parassitate dal capitalismo che contengono una pluralità indistinta di domande che il capitale ha sempre più difficoltà a soddisfare. E’ questo il il terreno su cui è possibile costruire il famigerato “popolo”, che “altro non è se non l’insieme dei soggetti accomunati da una relazione antagonista nei confronti dell’oligarchia”. Saldare queste domande sparse in una lotta comune è il compito politico che ci spetta. “Costruire il blocco sociale fra terzo stato e classi medie impoverite e/o minacciate dalla globalizzazione” dev’essere l’obiettivo di una forza politica del socialismo che viene.
I canali non potranno essere quelli canonici. Bisognerà avere spregiudicatezza e saggezza nel tener fermo l’obiettivo finale. Senza farsi impressionare dalla puzza sotto il naso per gli addentellati consueti in operazioni di questo genere, come il leaderismo o le sirene della democrazia diretta. Ecco, io qui ci andrei più cauto, poiché troppe volte in questi anni ho sentito evocare la necessità di dotarsi delle forme riconosciute e invalse nella contemporaneità per far passare i “nostri” contenuti. Quello che avviene puntualmente è che rimaniamo schiacciati sotto le forme dell’avversario e i contenuti vanno a farsi benedire. Lavorerei piuttosto sulla costruzione di esempi che dimostrino la serietà, la coerenza e soprattutto l’efficacia delle forme a noi più proprie: corpi intermedi, decisioni collettive ecc. La forma è sostanza.
Insomma, il sentiero che proponi mi è chiaro. E’ fatto di smontaggi e rimontaggi. Di contingenze e di prospettiva. E’ fatto, soprattutto, di tanta politica. Tutta quella che nel marxismo è finora rimasta compressa. Una politica in equal misura lontanissima sia dal sogno della reversione rivoluzionaria totale, sia dal motto cardine dei cosiddetti “prefigurativi”, ossia “cambiare il mondo senza prendere il potere”. E la politica ha bisogno di contenitori, come lo Stato. Il quale non è né un accidente transitorio sulla via della rivoluzione, né il male cui opporre l’alternativa dal basso. E’ bensì l’arena della democrazia, in cui provare “riformisticamente” (proprio così) a cambiare i rapporti di forza: “il punto - dici, richiamandoti a Gramsci - non è dunque abolire lo stato in quanto ente distinto dalla società, bensì abolirne il carattere di classe”.
Due avvertenze, però, sulla questione dello Stato. Intanto, non starei lì a incaponirmi sulla nazione e sulla patria, in chiave oppositiva all’Ue - quello che oggi passa sotto il nome di “sovranismo”, usato come insulto dai liberali e che crea un’infinità di equivoci. Per me l’importante non è il nome del contenitore ma il modello regolativo. Io voglio che un’entità istituzionale, sovrana su un territorio determinato, abbia la possibilità di decidere che cosa produrre, per quali bisogni e in che modo. A questo proposito, non possiamo negarci che la “taglia” è fondamentale per il “delinking” dalla globalizzazione. La sovranità nazionale non ci salva necessariamente dalle ingiunzioni dell’economia globale. Spesso, anzi, è il viatico per una più salda subordinazione. Io non mi accontento della sovranità. Voglio una sovranità che consenta ad un popolo di vivere sulla base dei valori costruiti collettivamente e con la lotta politica. Ecco, inviterei a guardare la sostanza, senza perdersi in contrapposizioni pretestuose su “patria sì, patria no”.
In secondo luogo, la questione migratoria. Certo, la sinistra non ha alcuna strategia sul punto. Direi che non ha nemmeno il coraggio di essere realmente “no border”. Magari lo fosse davvero. C’è solo un lacrimevole umanitarismo senza capo né coda. D’accordo. Quel che però non mi convince del discorso tuo e di molti nostri compagni è l’utilizzo di uno schema di ragionamento “sostanzialista”, simile, per certi versi, a quello che i liberali applicano alle questioni del bilancio pubblico: “non ci sono i soldi per le pensioni, per i servizi pubblici ecc.”. Allo stesso modo, noi abbiamo cominciato a dire: “non c’è lavoro e non ci sono risorse per accogliere tutti”. Non caschiamo in questo cortocircuito. Dobbiamo ribadire sempre che questo è un tempo di abbondanza straordinaria. La scarsità è il miraggio che serve a tenerci schiavi. La questione è un’altra. E’ l’accettazione della “naturalità dei flussi”, che conferma il paradigma neoliberale e dichiara estinta la possibilità dell’uomo di decidere del proprio destino. Di questo dovremmo parlare. Non di questioni di “capienza”. Al contempo, contro i liberali e contro la destra nuova, fintamente anti-liberale. Sul piano piu propriamente etico, poi, io non posso accettare che per il solo fatto di essere nato in un paese ricco dell’Occidente mi è dato di poter circolare praticamente ovunque nel mondo, mentre se fossi nato a sole settanta miglia da qui oltre l’Adriatico sarei stato condannato a dolorare a vita dentro i confini del mio paese. Non so come questo si risolva. So solo che non lo posso accettare.
Un ultimo punto. Quello per me decisivo per il socialismo tragico. Il rischio da cui dobbiamo guardarci, in questa fase, è che il nostro ritorno ai diritti sociali funzioni da respiratore artificiale per il capitalismo, come in passato. Provo a spiegarmi meglio: oggi il sistema dominante ha certamente difficoltà ad assicurare quella che i miei colleghi sociologi chiamano “integrazione sistemica”, ma il neoliberalismo infiamma ancora i cuori. Resta forte, sul piano culturale, il modello di vita che promette. Vorrei che non fossimo noi a fare in modo, con una nuova dose di diritti sociali e di Stato, che il capitalismo realizzi le sue promesse. Su questo la nostra riflessione è a dir poco attardata. Dobbiamo costruire, evocare, immaginare un mondo altrettanto seducente rispetto a quello che tutte le fucine della cultura di massa quotidianamente proiettano. Il mondo giusto non sempre coincide con il mondo bello da vivere (e da morire). Non dobbiamo essere noi a riparare i disfunzionamenti del capitalismo.
La prova della decisività di questo punto sta nell’attuale parabola dei paesi del Sud Europa (Italia esclusa). In questi anni ho sempre pensato che l’insorgenza potesse venire da lì. Questi paesi stentano a raggiungere gli standard europei. Precarietà, povertà, deflazione salariale, domande insoddisfatte crescono costantemente. Ma invece di ribellarsi si avvitano in un costante adattamento al ribasso, con la sinistra nel ruolo di “kapò”. Grecia, Spagna, Portogallo ecc. In tutti questi paesi la sinistra ha assunto il ruolo di addolcitore della pillola Ue. Bisogna “subire il diktat ma attuarlo nel modo meno doloroso possibile per i ceti più poveri”, ha ordinato recentemente Luciana Castellina alle sinistre europee. Questo avviene, a mio avviso, perché non riusciamo ancora a far vedere un’altra possibilità regolativa. Forse perché semplicemente non ce l’abbiamo. Su questo occorrerà lavorare nei prossimi anni.
Ma il solco l’hai tracciato. Viva il socialismo tragico!
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Alessandro Visalli
Caro Onofrio, dato che mi hai taggato ti dico sommariamente, come il mezzo consente, quel che penso. Parto dalla tua parte finale, dove si prende il toro per le corna. La tua rappresentazione imperniata sulla coppia "limiti interni/limiti esterni" del "capitale", è potente (e in certa misura condivisa) ma come tutte le rappresentazioni topologiche tende a prendere la mente. Il "capitale" non è una cosa e non ha confini, ma una logica sociale contente densi saperi e categorie (coerenti con una metafisica ed un'etica), quindi i "limiti" non si contrappongono realmente "dall'esterno", per quanto l'immagine sia utile, quanto attivano una contraddizione omniestesa. Una tensione tra la dinamica sociale necessaria alla riproduzione del capitale e quella indispensabile alla conservazione di umano e natura. Si, femminismo, ecologismo, lotte antirazziste, individuano, a partire dagli anni sessanta, altrettante periferie interne parassitate del capitalismo e quindi un potenziale di rivolta che gioca sulla contraddizione. Ma da questo a dire che "dal soggetto antagonistico destinale (la classe lavoratrice) c’è ormai poco da spremere. Risucchiato com’è e come è stato storicamente tra le spire dell’egemonia capitalistica" mi pare un salto. Il campo nel quale si esercita la riproduzione del capitale è pur sempre fondato sulla base della produzione, che tuttavia tende ad allargarsi ad ogni dimensione temporale e non della vita. Qui ci sarebbero molte distinzioni da fare (tra il diverso grado di produttività dei lavori, o il loro carattere derivato) ma corriamo. Sull'avvertenza che ne fai scaturire (dalla condizione "populista") concordo, occorre fare attenzione sempre. Ma occorre anche stare entro le cose e non sono mai pure come ci piacerebbe. Passiamo alle tre prese di distanza che proponi: 1- dici che quel che importa non è il nome del contenitore, ma il modello regolativo (ovviamente in riferimento alle definizioni del tuo bel libro). Dici anche che il punto è avere una entità istituzionale che sia effettivamente sovrana su un territorio delimitato (ovvero entro confini) e che abbia la possibilità di "decidere cosa produrre, per quali bisogni e in che modo". Sostieni quindi che per questo la taglia è importante (la questione del pennello, in qualche modo) e per attuare un delinking bisogna avere potenza. Affermi, insomma, di volere "una sovranità che consenta ad un popolo di vivere sulla base dei valori costruiti collettivamente e con la lotta politica". Bene, si può partire da questo, è vero che la sovranità non è mai assoluta, vero che dipende anche dalla forza, ma la questione centrale è quel "vivere sulla base dei valori costruiti collettivamente" ed emersi dalla "lotta politica" (ovvero dalla dialettica verbalizzata e non dalla dinamica muta della competizione capitalistica). Proprio per questo la questione del "popolo" è centrale, se la dinamica non deve dipendere dalla logica sistemica (denaro e potere amministrativo), ma da quella politica, la dimensione conta in senso inverso. Ci vuole un substrato di riconoscimento che non è nè scontato nè facilmente ricavabile, e che la logica sistemica imperante rende ogni giorno di più meno probabile. Questo è il punto, non l'astratto conteggio dei carri armati o delle tonnellate di acciaio. 2- la questione migratoria, attribuisci a Carlo, e ad altri, un "ragionamento sostanzialistico", che vedrebbe staticamente il lavoro come uno stock. Si tratta di una vecchia obiezione neoclassica, ed ha naturalmente un fondo di realtà (se fosse questa la posizione). La questione non è che ci "sia" scarsità o abbondanza, piano di ragionamento astratto, ma che l'attrazione di persone, e la loro estrazione dai contesti dati, secondo le esigenze funzionali del capitale tiene costantemente i fattori nelle condizioni di scarsità relativa idonea a garantire la riproduzione del capitale e non della società. Occorre che, per "vivere sulla base dei valori costruiti collettivamente", si recuperi una relativa indipendenza dalla logica funzionale del capitale. Va bene dire che bisogna discutere della "naturalità". Poi passi sul piano etico, che io rispetto avendo passato anni a studiare la relativa letteratura, ma la rappresentazione che poni della cosa è fattualmente e logicamente poco fondata, intanto se tu fossi nato a cento chilometri a sud saresti altra persona (uso il termine indicando anche la rete di impegni, tradizioni, responsabilità, che fa una persona, che non è solo un grumo di volontà e desiderio o un contenitore mobile di merci), poi nessuno fa anche te libero di circolare e nessuno fa un arabo non libero. O meglio, c'è qualcosa, e vale per te come per lui: è il denaro (ovvero la posizione relativa rispetto al capitalismo). Infine torniamo ai "valori costruiti collettivamente" (e non individualmente, prendendoli come una merce da uno scaffale), questi legittimano una collettività a definirli e quindi, per se stesso, a difenderli. Tutto il mondo fa così, da sempre ed ovunque. 3- la terza questione che poni è la più difficile, e già sono stato lungo, il rischio che una riattivazione delle funzioni di protezione sociale della funzione pubblica sia l'ennesimo "tempo comprato" per prolungare la vita di un sistema disfunzionale in modo molto profondo, allontandone il momento di crisi finale c'è. E ricordo bene il finale del tuo libro. Francamente ne dobbiamo parlare, ma non so come "costruire, evocare, immaginare un mondo altrettanto seducente rispetto a quello che tutte le fucine della cultura di massa quotidianamente proiettano", uno può immaginare tutto, ma per costruire ci vuole il materiale, le condizioni, il tempo, lo spazio, ... Beh, lavoriamoci.
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Antonio Di Siena
Onofrio grazie di questa tua riflessione. La trovo ottima per sintesi e qualità. E posso dire di condividerne sia l'elogio all'importanza del lavoro di Carlo sia le perplessità che riassumi nelle considerazioni finali, sulle quali voglio soffermarmi (pur nella consapevolezza di non essere un intellettuale ma semplicemente un lettore dei tuoi libri e di quelli di Carlo. Comunque sia, sul primo punto che citi anche io nutro alcune delle tue stesse perplessità. E dici bene, la sovranità non equivale automaticamente al delinking. Anzi. La sovranità,almeno per come la vedo io, non è il fine ma esclusivamente il mezzo. Strumento non solo per delimitare una collettività coesa intorno a valori condivisi, ma anche per costruire (e soprattutto rappresentare all'esterno) una società con un diverso modo di stare nel mondo. Se questo nuovo paradigma si risolverà in un insieme di paesi sovrani e indipendenti accomunati da un “non allineamento” oppure a qualcosa di più simile ad una confederazione io questo non lo so. Ben può essere che lo stravolgimento che auspichiamo non fermi la storia, ma la porti addirittura indietro (d'altronde le poleis a modo loro funzionavano anch'esse). Comunque sia, io sono convinto di due cose. La prima è che riappropriarsi della sovranità nazionale sia necessariamente il primo passo per andare a vedere cosa c'è fuori. La seconda è che per veder realizzato quanto dico più sopra probabilmente passerà (almeno) una generazione. Assomiglia (almeno per breve- medio periodo) più al messianismo giudaico che alla presa del palazzo d'inverno, e mi rendo conto che una similitudine del genere dia la cifra del (mio personale) cambio di orizzonte politico. Io vorrei ragionare avendo certamente chiari gli obiettivi ultimi, ma potendo agire passo dopo passo. Consapevole che l'avanzamento non può che procedere a tappe e piccole conquiste e non per saltum (a meno che non si voglia tornare a parlare di rivoluzioni globali). Non è un problema solo di patrie e sovranità, c'è un mondo intero da (ri) costruire nuovo di zecca. E' lunghissima, tocca farsene una ragione e accettare l'idea di dedicare la vita a questo senza probabilmente vederne il risultato. In quest'ottica mi sento di condividere anche la tua perplessità sulle migrazioni. Quantomeno in parte. Per me il tema non è “sostanzialista”, bensì etico. E lo riassumo in un principio: nasciamo legati ad una terra. Non già un legame di sangue, quanto culturale (quello che i viticoltori francesi chiamano terroir) e abbiamo il sacrosanto il diritto di non emigrare. A non lasciare la nostra casa e ad andar via solo come atto di libera scelta. Mai per imposizione. E in questo certamente rileva la tua critica sulle disuguaglianze di mobilità. Ma su questo punto consentimi una piccola critica. E' certamente possibile concepire un mondo fatto di “liberi circolatori”, ma solo se assumiamo quel mondo come “globale”. Ma il mondo è anche oceani, mari, fiumi, montagne. E' fatto di confini. E' separato. E queste differenze morfologiche hanno plasmato gli uomini, rendendolo separato anche culturalmente. Non è solo una questione economica. Certamente un modello di sviluppo diverso aiuterebbe parecchio, ma anche un cittadino americano oggi non può andare dove gli pare. Come non posso andarci io. Un somalo non può venire in europa. Ma può andare in Yemen. Tu mi dirai 'ok ma tu che ci vai a fare in Yemen'? Beh mi piacerebbe andarci, ma non posso. Non so se mi spiego. Per arrivare all'obiettivo vero di una libera circolazione delle persone con finalità sinceramente filantropiche (e non per esigenze mercatiste) torniamo al punto di partenza. Dobbiamo costruire quanto detto più sopra. Il discorso della scarsezza di risorse per accogliere tutti, pur essendo indubbiamente una verità per me è una verità parziale, un mero strumento dialettico per semplificare un concetto più complicato. E pure potenzialmente parecchio scivoloso. Da ultimo l'ultimo passaggio del tuo scritto. Anche qui non posso che darti ragione. Politicamente dobbiamo lavorare e studiare molto. Avendo a modello quanto fatto dai cinesi. Hanno studiato e ristudiato gli errori dell'Urss fino a creare una cosa diversa. La via cinese. Non necessariamente il migliore dei mondi possibili ma è pur sempre un tentativo che merita di essere analizzato. Non foss'altro perché rappresenta la plastica dimostrazione che un altro mondo è possibile. Se è possibile quello magari è possibile altro ancora.Ma per far questo temo non bastino politica ed economia. Per evocare abbiamo bisogno della potenza dell'arte, della musica, dell'immaginazione ecc ecc. Tutte cose che oggi stanno dall'altra parte della barricata. In altre parole siamo all'anno zero. E siamo pochi. Ma aumentiamo sempre di più. Il nostro tempo arriverà, basta non farsi prendere dallo sconforto. Un abbraccio.










































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