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il rasoio di occam

La causa assente: tempo e lavoro all’epoca del coronavirus

di Fabio Vighi

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Nell’accelerare il processo implosivo del capitalismo globale, Covid-19 ci permette di toccare con mano il vuoto attorno a cui pulsa l’ormai sterile dialettica del capitale. Silenzioso e invisibile, il virus che oggi paralizza le nostre società contiene un piccolo frammento utopico proprio nell’incarnare il ‘grado zero’ della nostra condizione. A margine di sempre più improbabili resurrezioni neo-keynesiane o (peggio) neoliberiste, si avvicina una resa dei conti che converrebbe affrontare con spirito autenticamente critico piuttosto che (fingere di) ignorare

Pensare di poter fare ‘buon uso’ del Covid-19 è senz’altro un’illusione, oltre che offensivo per chi – come sempre le fasce sociali più deboli – muore, soffre e si appresta a fronteggiare una recessione devastante. Tuttavia, dobbiamo ammettere che il virus ci consegna un oggetto sempre più raro nella nostra epoca, ovvero un tempo almeno parzialmente liberato dalla ‘passione conformistica’ che ci lega al nostro mondo. Improvvisamente diventa possibile, in un certo senso inevitabile, sottrarci agli imperativi (o ‘aperitivi’) categorici che regolano le nostre vite. Alla fissità dello spazio in cui siamo costretti fa da contraltare una temporalità svincolata dai regimi di comportamento coattivo del turbocapitalismo post-industriale. Volente o nolente siamo obbligati a fermarci e ad ascoltare il silenzio di un mondo che, almeno per ora, non ci appartiene più.

 

1. L’evento-trauma

Se l’evento-coronavirus non può che essere percepito come trauma da intere popolazioni assoggettate alla disciplina economico-esistenziale del capitale, dobbiamo ugualmente provare a far tesoro dell’esperienza dello scacco.

Questo per due motivi preliminari: innanzitutto, perché il lavoro che a molti è stato tolto per decreto era già messo maluccio prima del coronavirus; e poi perché, nell’immediato, l’alternativa allo stallo è cedere agli impulsi sadistici di chi non vede l’ora di rispedirci tutti sul posto di lavoro – o, almeno, tutti quelli che il lavoro ancora ce l’hanno. Com’è noto, la salute dell’economia conta molto di più della salute di chi conta quasi nulla per l’economia, o peggio di chi per essa è solo zavorra. Non possiamo dunque farci illusioni: il capitale non si è mai commosso di fronte ai suoi ‘effetti collaterali’. Leggere Mario Draghi, l’uomo della provvidenza (e di Goldman Sachs), che invoca le virtù del debito pubblico come soluzione alla “guerra” economico-virologica,[1] non può destarci particolare stupore o tripudio, se solo consideriamo come in questi giorni anche i più accaniti liberisti, di fronte al virus, si son dati alla macchia. Ma anche qualora lo Stato fosse richiamato in causa nelle vesti dismesse di angelo custode di politiche economiche espansive (il che è ancora tutto da dimostrare), si tratterebbe di una piccola pezza a fronte di un’emorragia dalle proporzioni bibliche. Senza dimenticare per un secondo che la funzione principale dello Stato moderno è assecondare la competizione di mercato, non certo quella di promuovere cooperazioni internazionali o comunitarie.

Eppure, dicevamo, l’incepparsi di quell’immensa catena di montaggio che è il capitalismo globalizzato può aprire un piccolo squarcio nella fitta coltre ideologica che ci rende complici di un meccanismo riproduttivo divenuto tossico. In fondo, non è attraverso lo scacco, la sottrazione a un determinato ordine di cose, che il nuovo, anche solo come semplice intuizione di un futuro radicalmente diverso, può germogliare? Solo grazie a un piccolo o grande trauma possiamo svegliarci dal sonno ideologico che rende le nostre vite mere appendici di un anonimo dispositivo che pompa plusvalore, e nel farlo finisce per distruggere tutto ciò che gli si para davanti, incluso sé stesso. Il regime di libertà vigilata cui siamo costretti ci mostra quanto perversamente passiva sia, in realtà, la nostra febbrile partecipazione a un modello socio-economico lanciato speditamente verso il proprio collasso. In altre parole, il virus ci balena l’immagine del nostro potenziale affrancamento dal dover godere, che è sempre un dover godere per conto del capitale. Riflettere sul trauma del Covid-19 significa provare a emancipare la nostra esistenza da quelle forme di godimento perverso che ci assoggettano al dogma del produttivismo. Per quanto la politica si stia affrettando (vuoi rispolverando vecchie soluzioni eugenetiche, vuoi attraverso i colpi di bazooka delle banche centrali) a nascondere la contraddizione sistemica che la pandemia non ha causato ma di certo ha accelerato, abbiamo oggi un’occasione inedita per immaginare un futuro più solidale oltre la logica del profitto.

Walter Benjamin scrisse che, diversamente da quanto pensava Marx, le rivoluzioni non sono necessariamente “la locomotiva della storia mondiale”. Piuttosto, sono “il ricorso al freno d’emergenza da parte del genere umano in viaggio su quel treno”.[2] Se oggi la preoccupazione principale della politica sembra essere quella di far ripartire la locomotiva produttiva globale – preoccupazione legittima, per un mondo che si sa riprodurre solo consegnandosi alla propria valorizzazione economica – l’impasse attuale ci solleva almeno dall’obbligo superegoico del dover partecipare a tutti i costi. Chiunque si pone criticamente nei confronti del capitalismo – e, sottolineo, che può permettersi di farlo in questi giorni così drammatici – non può lasciarsi sfuggire l’opportunità di una riflessione a tutto campo su cos’è in gioco in un mondo tenuto sotto scacco da un virus partorito dal ventre ipertrofico del ‘più efficiente sistema economico che ci sia dato conoscere’.

In questo senso, non si può dire che le reazioni da sinistra alla crisi da coronavirus siano mancate. Le possiamo riassumere in quattro distinte categorie: 1) La risposta biopolitica, per cui il pericolo sarebbe la limitazione delle libertà personali attraverso l’esercizio dello stato di emergenza; 2) La risposta anti-liberista, per cui il nemico sarebbe il capitalismo finanziario appoggiato da formazioni politiche che nel corso degli ultimi decenni hanno criminosamente smantellato lo stato sociale, e in particolare la sanità pubblica; 3) La risposta apocalittica, per cui il virus non farebbe che accelerare la tendenza implosiva della globalizzazione, anticipando scenari via via sempre più cupi; e 4) La risposta rivoluzionaria, per cui la crisi aprirebbe la possibilità concreta di una transizione al socialismo. Per quanto vi siano opinabili gradazioni di plausibilità in tutte queste posizioni, vorrei provare a tracciare una riflessione che metta in diretta correlazione lo stato di straniante sospensione ontologica in cui ci veniamo a trovare, e il cuore pulsante di un modo di produzione che ritengo prossimo a raggiungere la sua data di scadenza, come uno yogurt qualsiasi. Detto diversamente, credo che il virus ci stia rivelando non tanto i biechi propositi di regimi biopolitici (controllo totalitario delle vite umane) o finanziari (avidità neoliberista contrapposta a redivive ricette neo-keynesiane), ma nientedimeno che il vuoto attorno a cui vortica – sempre più spompata – la puleggia della dialettica capitalista. Provo a spiegarmi.

 

2. Le pecore di Chaplin e il tempo perso

Innanzitutto, non possiamo limitarci a pensare che il neoliberismo, per come si è affermato negli ultimi quarant’anni, sia la deviazione perversa di un sistema che tutto sommato funzionava. Piuttosto, la finanziarizzazione dell’economia fu la risposta stricto sensu necessaria del capitale alla crisi sistemica di profitto che a partire dagli anni ’70 cominciò a minare le basi dell’economia reale. L’abolizione di lavoro astratto (salariato), senza possibilità di reintegrarlo agli stessi livelli occupazionali, diventa infatti sempre più pressante a partire dalla terza rivoluzione industriale (microelettronica, informatica, digitalizzazione), mentre oggi, agli albori della quarta (intelligenza artificiale), il processo di distruzione della sostanza del valore (il lavoro vivo, appunto) appare ormai irreversibile. Se è indubbio che di questi tempi l’industria finanziaria brilli di luce propria, per comprendere le motivazioni della sua informe espansione dobbiamo dunque collocarla nella piega del modo di produzione originale. Parafrasando Marx,[3] potremmo dire che l’anatomia della finanza è la chiave per comprendere l’anatomia dell’economia reale. Il capitalismo finanziario rivela cioè il meccanismo elementare attraverso cui l’economia acquisisce efficacia sociale nel mondo moderno. Come? Nel perseguire una logica compulsiva e autotelica, i giochi di prestigio della finanza (denaro che magicamente crea altro denaro) ci svelano il sotterfugio che anima il modo di produzione capitalista, dove il lavoro salariato è impiegato come presupposto del ciclo di accumulazione, il ‘fattore umano’ che ha il compito di mettere in moto, e tener lubrificato, il motore produttivo dell’economia capitalista. Da qualche tempo, però, questo elementare meccanismo produttivo s’è inceppato in concomitanza con la crescita esponenziale dell’automazione e conseguente ‘disoccupazione (e sottoccupazione) tecnologica’, condannando così l’economia reale a una continua e inarrestabile crisi di profitto. Ma andiamo con ordine.

Il capitale non è un oggetto empirico (denaro, mercato, banche, singole imprese, ecc.) e dunque lo si può comprendere solo come capitalismo, cioè come legame che socializza chi compra e chi vende forza-lavoro. Il capitalismo è un rapporto sociale e una formazione storica. Esiste come mediazione istituzionalizzata di denaro che compra lavoro, e di lavoro che produce valore per creare altro denaro, che a sua volta compra altro lavoro per produrre altro valore, in una spirale teoricamente infinita. Questa dialettica, oggi aggressivamente dissolta e insieme presa in consegna dai mercati finanziari, che vanno direttamente al sodo bypassando il lavoro, ha un’origine ben precisa. Storicamente, la narrazione capitalista s’instaura grazie a una transizione sistemica che concerne, tra le altre cose, il mutamento del ruolo del denaro. Per amor di brevità, sintetizziamo attraverso Marx che cita Aristotele:[4] si tratta del passaggio dall’economia pre-capitalista, ove il denaro è mediatore di merci (M-D-M’), alla crematistica, l’arte di far soldi, per cui il denaro s’infatua narcisisticamente di sé stesso, scatenando quell’impulso all’auto-espansione che abbiamo imparato a chiamare capitale, e che dipende dalla ‘razionale’ mediazione della merce-lavoro (D-M-D’). Quest’ultimo è infatti l’ingrediente speciale che permette al denaro di lievitare in capitale. In termini filosofici, diremmo che il capitalismo è una totalità logica e dialettica in cui capitale e lavoro rappresentano due facce della stessa medaglia. Rispetto a questa correlazione, dobbiamo tornare a chiederci quale sia il ruolo del lavoro.

Nell’affidarci alla dialettica speculativa di Hegel, senza il quale di certo non avremmo il Marx dei Lineamenti e del Capitale, cioè il Marx che conta (in tutti i sensi), partiamo con l’osservare che il lavoro è retroattivamente sedotto dal denaro che vuol farsi capitale. Il denaro utilizza il lavoro come ‘personaggio in maschera’, invitandolo al gran ballo del padrone capitalista. Marx però finisce per misconoscere il ruolo costitutivo del denaro-capitale che sussume retroattivamente la forza-lavoro. Ovvero sottovaluta ciò che Hegel chiama Setzung der Voraussetzungen, la figura dialettica del ‘porre le presupposizioni’. In estrema sintesi, diciamo che per affermarsi come sistema il capitale deve porre il lavoro (il lavoro salariato, quantità astratta di tempo di lavoro) a presupposto narrativo e condizione di possibilità del proprio (del capitale) maestoso incedere. Pensiamo al montaggio delle prime tre inquadrature di Tempi moderni di Charlie Chaplin, del 1936. Il film inizia con l’immagine di un enorme orologio che copre l’intero schermo, con la lancetta dei secondi a scandire il passare del tempo; a questa immagine fa seguito l’inquadratura dall’alto di un fitto gregge di pecore che corrono ordinate nella stessa direzione, che si dissolve poi nell’inquadratura di una folla di operai che tracimano dalla metro per dirigersi frettolosamente verso i cancelli della fabbrica. Per la proprietà transitiva, la modernità (fordista, ma non solo) è plasticamente raffigurata da Chaplin come specifica modalità di regimentazione animale (gli ovini) attraverso la misurazione del lavoro: il lavoro conta (per il capitale) solo nel momento in cui può essere contato attraverso il culto profano del tempo di lavoro, da cui viene distillato quel tempo di pluslavoro che va a formare il plusvalore, e da lì il profitto.[5] Nel capitalismo tutto ciò che non è tempo di lavoro è fondamentalmente tempo perso, o tempo che serve a prepararsi a vendere o comprare lavoro. È esattamente questa, oggi, la preoccupazione dei nostri capi di stato e esperti di politica economica: stiamo perdendo tempo.

 

3. Sedotto e abbandonato: l’invenzione del lavoro

Ma tornando al Moro di Treviri, fino a che punto possiamo concordare con lui che il lavoro è la ‘sostanza del valore’? A mio avviso non è corretto asserire che il lavoro è una capacità produttiva autonoma sfruttata dal capitalista. Piuttosto, per come lo conosciamo, il lavoro cosiddetto astratto è l’invenzione epocale attraverso cui il denaro pone sé stesso come altro da sé (lavoro salariato o ‘capitale variabile’) per potersi auto-determinare in capitale. La parola ‘invenzione’ dev’essere presa alla lettera: si tratta di vera e propria autopoiesi, per cui il denaro fuoriuscito dagli schemi del modo di produzione feudale diventa capitale in quanto effetto che si auto-causa. Secondo Hegel, la storia del mondo è ragione auto-causata e auto-realizzata (Vernunft):[6] la storia si esplicita cioè nella capacità della ragione (o dello Spirito) di auto-organizzarsi partendo dalla propria inconsistenza. Ciò significa che possiamo affermare la causa del nostro agire solo sulla base dell’assenza della causa, ovvero della radicale contraddittorietà e infondatezza di tutto ciò che è.

Questo orientamento controintuitivo ci invita, innanzitutto, a pensare il rapporto causale tra la disfunzionalità di un ordine normativo e la nascita del nuovo. Ma in realtà è già così per ogni cosa che esiste: il trauma è per definizione inerente alla norma. Camminare è l’altro lato della caduta, così come nuotare è un effetto dell’andare a fondo, e vivere comincia a avere un senso per noi umani solo in risposta al sentimento della morte. La vita è dunque in perenne equilibrio sulla sua mancanza di senso, che pure continua a definirla. E lo stesso vale per il capitalismo. Affermare che il capitale è causa sui, significa dire che è l’effetto di una causa (il lavoro astratto) che lui stesso pone a significazione di qualcosa di insignificante. Solo creando la propria presupposizione simbolica nel lavoro salariato, che oggi si appresta a abolire, il capitale diventa legame sociale, ovvero capitalismo, e come tale acquista un senso storico e ontologico. Il lavoro ci appare allora come paradossale effetto retroattivo del suo effetto (il capitale): è creatore di capitale solo in quanto creato dal capitale. Potenza della ragione speculativa! Il capitalismo si comporta così come il Barone di Munchausen, che esce dalla palude in cui è caduto tirandosi fuori per i capelli.

Questa logica di auto-causazione evidentemente non lascia molto spazio a ipotesi di palingenesi proletarie. L’unica via d’uscita da un sistema che ha nella merce-lavoro la propria condizione di possibilità può venire da un lavoro liberato da sé stesso. Se c’è una dimensione delirante nei movimenti marxisti ortodossi è la persuasione che il lavoro produttivo per il capitale in qualche modo, non si capisce come, coincida con il lavoro sub specie aeternitatis, ossia con una famigerata forza-lavoro intesa come potenza autonoma universale produttrice di (altrettanto famigerati) valori d’uso. Marx ci dice che questa forza-lavoro è inalienabile alla condizione umana, e un bel giorno autorizzerà il passaggio al comunismo, dove infine sparirà (bontà sua) in quanto non avrà più motivo di essere.

A mio modesto parere, non si può però asserire che Marx abbia avuto torto nel teorizzare l’universalità del lavoro in quanto metabolismo tra genere umano e natura. Tuttavia, Marx non tenne conto del fatto che, declinato in termini speculativi, il lavoro è una determinazione negativa piuttosto che il protagonista rivoluzionario di una narrazione teleologica che si conclude con il trionfo del comunismo. In quanto dispendio di “cervello, muscoli, nervi, mani ecc.”,[7] il lavoro umano è in ultima analisi irriducibile al calcolo. Lacan lo comprese perfettamente quando, nei seminari XVI e XVII di fine anni ’60, ricondusse il lavoro al sapere dell’inconscio, un sapere che per definizione non si sa, ma si fa. Il capitalismo dunque, nel contabilizzare il lavoro umano, distorce l’oscuro lavorio dell’inconscio, quel savoir-faire, o saperci fare con le cose del mondo, che ancora animava la produzione dell’artigiano. Quel lavoro però rimaneva ai margini dei processi di significazione delle società pre-capitaliste, che si fondavano su altri valori (religione, lignaggio, ecc.). Nel momento in cui il capitalismo mette l’oggetto ‘merce-lavoro’ al centro del mondo, trasformando il nostro mondo in Arbeitsgesellschaft (‘società del lavoro’, secondo la celebre definizione di Hannah Arendt), la relazione sociale si viene a solidificare attorno all’ethos del lavoro quale rappresentazione simbolica di tempo monetizzabile.

 

4. Il silenzio che parla, e la causa che non c’è

È questa specifica “astrazione reale”[8] del lavoro che ritroviamo nel primo articolo della nostra costituzione. Detto succintamente: per affermarsi come legame sociale il capitalismo costringe il lavoro umano a assumere il ruolo di quantificazione monetaria parcellizzata in unità temporali. È su questo postulato, oggi in via d’estinzione, che si affermano tutte le società capitaliste, come del resto quelle del socialismo reale. La specifica alienazione dei moderni è scandita dal dogma del tempo di lavoro, senza il quale homo economicus si svuota di senso, perde la bussola ontologica, non sa più che fare di sé stesso. Come i sei personaggi pirandelliani, senza quel dispositivo significante che è il tempo del lavoro quantificato l’uomo moderno si riduce a personaggio in cerca d’autore – un autore che appunto gli possa dare non solo un po’ di denaro, ma soprattutto una parte da recitare. Covid-19 è dunque un trauma che agisce per sottrazione: ci priva (almeno momentaneamente) della nostra essenza, che nella modernità si risolve nella produzione di quell’entità enigmatica e speculativa che chiamiamo plusvalore. Ma il punto su cui insistere non è tanto l’alienazione in sé, che in quanto tale è la condizione formale della nostra esistenza in quanto rappresa nel linguaggio; ma il fatto che questo specifico trauma, che il virus ha reso esplicito, era da tempo venuto a disturbare la nostra presunzione di eternità, l’arrogante convinzione che il capitalismo avesse inaugurato la fine della storia. In questo senso, Covid-19 è una metonimia del capitale, oggi sempre più vicino alla propria ingestibile essenza, che mette a dura prova ogni tentativo di ricondurlo dentro i principi di razionalità della politica economica. Su questa doppiezza videro bene Deleuze e Guattari quando affermarono che “tutto è razionale nel capitalismo, tranne che il capitale”.[9]

La crisi del capitalismo contemporaneo globalizzato è pur sempre una crisi di produzione di plusvalore dovuta, come anticipato, alla dilagante automazione dei processi di produzione. È la crisi di un meccanismo cieco e impersonale che mette il lavoro al lavoro al fine di quantificarlo e strappargli un sovrappiù di produttività che, a sua volta, viene elevato a sacro Graal dell’intero sistema riproduttivo. Ma per estrarre plusvalore, il capitale deve prima significare il lavoro, ovvero sedurlo (e, infine, abbandonarlo) per conferirgli un carattere sociale, una specifica identità simbolica. Il plusvalore è dunque il risultato di un processo di significazione che ha come protagonisti il denaro-capitale e il lavoro. Marx, com’è noto, ci dice che il lavoratore corrisponde al capitale un pluslavoro, ovvero un tempo di lavoro aggiuntivo non coperto dal salario, che dunque gli viene subdolamente espropriato per formare plusvalore e realizzarsi in profitto. Tuttavia, come gli imputa, tra gli altri, Jean Baudrillard,[10] Marx finisce per giocare la sua partita sul terreno del capitale. Questo perché accetta, a sua insaputa, il presupposto fondamentale del capitalismo, che mira a fare del lavoro qualcosa di economicamente produttivo e socialmente riproduttivo. Plusvalore significa infatti per Marx capacità di produrre qualcosa in più rispetto a quanto si viene pagati. Il punto di partenza della sua critica è dunque sostanzialmente identico al postulato capitalista: la produttività di valore da parte del lavoro. Se così non fosse – se cioè non avesse ontologizzato il lavoro produttivo come forza universalmente positiva – Marx avrebbe forse intuito che il plusvalore è, in realtà, il segno della mancanza di valore, dell’impossibilità di produrre valore.

È attorno a questo segno meno spacciato per segno più dall’ingegnosa messinscena capitalista che gira vorticosamente tutto il sistema produttivo di profitto. Non è forse vero che nel capitalismo il profitto viene per definizione percepito come mancante? Più ci si arricchisce, più si percepisce il valore che non si ha e che si potrebbe avere. Il segreto riproduttivo del capitalismo sta proprio nel non averne mai abbastanza. E questo per un motivo molto semplice, benché comprensibilmente denegato da tutti: il plusvalore è un significante negativo, per definizione svalorizzato, ovvero è misura di assenza di valore piuttosto che di una quantità monetizzabile di forza-lavoro strappata al lavoratore. Proprio perché vortica attorno a un oggetto di cui gode in quanto mancante, il capitale ha la struttura della pulsione freudiana.[11] Allo stesso modo in cui è compulsivo il vizio del fumo (il fumatore gode sempre della sigaretta che verrà, non di quella che sta fumando), o il vizio del gioco (il giocatore, come nell’omonimo romanzo di Dostoevskij, gode sempre ‘in perdita’), il capitale si auto-valorizza relazionandosi al plusvalore come sostanza negativa, nel senso preciso di un fantomatico oggetto che incarna il proprio non-esserci. E la crisi sistemica che da qualche decennio stiamo attraversando smaschera il ruolo assolutamente centrale di questa mancanza nel processo di auto-valorizzazione del valore. Si può dire, infatti, che il capitale, sempre più sprovvisto del sostengo socio-simbolico dell’astrazione-lavoro, arrivi ormai a coincidere con sé stesso, ovvero con la propria esplosiva contraddizione interna – come appunto evidenziato dalla deriva finanziaria e dal suo ruolo sempre più centrale, benché assurdo, nella riproduzione delle nostre società.

Da questo punto di vista non è affatto errato affermare che, attraverso il suo agghiacciante silenzio, Covid-19 ci dice la verità sul lavoro e insieme sul valore da esso prodotto: sottraendoceli in modo così brusco, il virus porta alla luce la loro reale inconsistenza, e dunque l’astuto espediente speculativo su cui continua ostinatamente a sostenersi il nostro mondo reale. Il punto però non è denunciare il gioco di prestigio del capitalismo. Piuttosto, è urgentissimo prendere coscienza del fatto che questo specifico artificio ha ormai perso la sua efficacia storica, la sua carica ontologica. La crisi terminale del capitalismo, accelerata dal virus, ci rende sempre più nudi e indifesi di fronte al nulla attorno a cui si è da secoli auto-organizzato il nostro modello di vita quale specifica forma di immunizzazione sociale. Questo nulla non dev’essere ignorato o ricusato, ma assunto a causa mancante della nostra esistenza al fine di immaginare e iniziare a progettare intorno a essa un nuovo legame sociale.


Fabio Vighi è Professore di Teoria critica all'Università di Cardiff (UK).

NOTE
[1] “Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly”, Financial Times, 25 marzo 2020.
[2] Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, I, 3, 1942, p. 1232.
[3] Cfr. K. Marx, Lineamenti frondamentali della critica dell’economia politica, vol. 1, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 33.
[4] K. Marx, Capitale vol. 1, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 185.
[5] Qui vengono alla mente altre immagini di cinema, dal Lulù Massa di Elio Petri (La classe operaia va in paradiso, 1971) al forse meno nobile ma ugualmente efficace episodio della ‘timbratura del cartellino’ nel primo Fantozzi (1975) – entrambe citazioni dell’incipit chapliniano.
[6] Si veda il paragrafo 342 nell’ultima parte dei Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel.
[7] K. Marx, op. cit., p. 76.
[8] A. Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale. Per la teoria della sintesi sociale, Milano, Feltrinelli, 1977.
[9] G. Deleuze, in Macchine desideranti. Capitalismo e schizofrenia, Verona, Ombre Corte, p.62.
[10] Di Baudrillard si veda soprattutto Le miroir de la production, Paris, Casterman, 1973.
[11] Si veda Al di là del principio del piacere, saggio di Freud del 1920.
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Paolo Selmi
Wednesday, 15 April 2020 12:06
Ciao a tutti,
sempre in materia di valore d'uso aggiungo, per chi fosse interessato, questo materiale d'archivio (KMZ, la fabbrica delle Zorkij e delle Zenit) riguardante una "Ekspertiza"
http://www.zenitcamera.com/archive/fs/report-vniite-6209.html

L'Ekspertiza, ovvero una perizia dettagliata di un dato prodotto, era svolta da un ente esterno, ovvero in questo caso L'istituto di ricerca scientifica di tutta l'Unione per l'estetica tecnica, reparto perizie tecniche (ВСЕСОЮЗНЫЙ НАУЧНО-ИССЛЕДОВАТЕЛЬСКИЙ ИНСТИТУТ ТЕХНИЧЕСКОЙ ЭСТЕТИКИ, Отдел технической экспертизы)

L'oggetto della perizia è, in questo caso, il fotofucile (fotoznajper) in una delle sue versioni. Obbiettivo da 300 mm, fatto interamente in metallo, quindi con un peso non indifferente, tale da richiedere un supporto per lo scatto a mano, non su treppiede, no stabilizzatore, no post-processing, niente da fare... negativo mosso, foto da buttare: quindi, calcio di fucile per scaricare sulle spalle il peso, grilletto al posto dell'tasto di scatto superiore (meccanismo di trasmissione dello scatto trasferito in fondo a una macchina Zenit modificata apposta), ghiera di messa a fuoco regolabile con la mano sinistra, tenendo il gomito puntato sul torace per una maggiore stabilità, 1/250 sec, 1/125 ancora ancora, una prece e il negativo usciva pulito. Almeno, i miei senza sbanfare a 1/125 escono puliti, specialmente appoggiandomi a terra o su un tavolo e trattenendo il fiato tipo cecchino.

Le foto sono abbastanza eloquenti (a differenza del testo). Veniva valutata l'ergonomia, la funzionalità, la manovrabilità. E' persino fatto un confronto con analoghi occidentali (la tedesca Novoflex usciva in quegli anni con quel prodotto).

E non erano fatti sconti, evidenziate tutte le criticità, i difetti di progettazione e, capitolo VI, esplicitate le raccomandazioni alla fabbrica per migliorare il progetto.

Poi aggiungiamo tutto quello cui ho già accennato, ma questa perizia datata 1966 mostra chiaramente che l'attenzione al valore d'uso, e nei minimi dettagli, per un bene di consumo, non era un argomento completamente estraneo.

Ciao
Paolo
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AlsOb
Tuesday, 14 April 2020 20:36
Ringrazio Fabio Vighi per il contributo e lo sforzo partecipativo per precisare e chiarire e rispondere pacatamente a ogni obiezione. Ovviamente non posso che concordare sulla visione generale e sul suo spirito. Se la potente rappresentazione e analisi di Marx riesce efficacemente a spiegare il capitalismo e il suo funzionamento, diverso è il grado di efficacia per quanto riguarda il disegno concreto di una società e modo di produzione non basati sullo sfruttamento di classe, sul valore di scambio e sulla merce. Si potrebbe ricordare che pure papa Ratzinger ebbe da dire la sua su questo punto. Anche se magari lui e la Chiesa hanno dimenticato o sorvolato sulle critiche di Walter Benjamin per esempio.
Senza dilungarmi sulla affermazione “ Ma quando Marx parla di "valori d'uso" come necessità eterna finisce per ontologizzare qualcosa che non esiste, …”
potrei anche accettarla in linea di principio, nello spirito di costruire un linguaggio che includa certe problematiche e delinei dei percorsi possibili e realistici. Tuttavia occorre notare che qui Marx non si limita al piano linguistico differenziativo nel dare dei nomi, ma ragiona strettamente in termini economici e ricardiani: la sua preoccupazione è evidenziare che ogni modo di produzione terreno (umano troppo umano verrebbe da dire), a prescindere dalla realizzazione storica, presenta alcune irrevocabili caratteristiche comuni: la produzione di un surplus siano valori d'uso o concretezze, l'esistenza di una curva di trasformazione su cui posizionarsi per scelte politiche e tecniche, e rapporti di scambio.
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Mario Galati
Tuesday, 14 April 2020 19:27
Vedo che la discussione continua. Io ritenevo il commento numero 26 la legittima chiosa e chiusura della discussione da parte dell’autore e mi ero tenuto per me quattro righe di una improvvisata possibile replica.
A questo punto, le invio e mi scuso se appaiono intempestive.
L'equivalenza tempo di lavoro astratto=denaro non mi sembra una creazione capitalistica, né il plusvalore una denominazione arbitraria capitalistica, ma un dato storico. Che abbia un valore storicamente determinato non significa che esso sia arbitrario.
Anche la diade stato politico-società civile e la conseguente scissione tra cittadino e produttore, secondo Marx, è ideologica, storicamente determinata, e allo stesso tempo reale, realmente operante, non arbitraria.
Rifiutare la positività sostanziale del plusvalore, negando la sua operatività storica secondo le le leggi proprie del capitalismo, equivale a chiudere gli occhi dinanzi ad una realtà, ritenendo di averla così negata.
Che questa non sia una legge eterna e che sia valida solo storicamente entro il sistema capitalistico non significa che si possa superare negandone l'esistenza e l'operatività.
Essa si può superare solo storicamente insieme alle condizioni storico-sociali che ne permettono la sussistenza e il dominio.
Ritenere una creazione arbitraria (semplice denominazione di una negatività) la positività del plusvalore, in quanto determinata sul denaro e su categorie capitalistiche, equivale a ritenere arbitrario tutto il capitalismo. Ma tra l'arbitrarietá e la determinatezza storica passa una bella differenza. Questa è la differenza che passa tra una lettura vicina al postmodernismo e l’altra vicina al marxismo.
Siamo nel territorio nel quale la realtà è solo linguaggio. Si cambia il nome alle cose mantenendone inalterata la sostanza (ma capisco che a questa osservazione si opporrà l'obiezione che la sostanza non esiste e i piani di discussione sono così destinati a rimanere paralleli).
Ma io ritengo tutt’altro che un progresso, inteso come superamento, l’abbandono dell’ottica marxista.
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Alfonso
Tuesday, 14 April 2020 12:19
Se sfaccettato, ancora meglio, a meno che si parli di diamanti, dai quali non nasce niente. Fabio, ottima idea hai avuto. Propongo di trovare un accordo nel costatare che il valore, seppure possa aver significato la vita umana, non rende conto (sic) qui ed ora della vita, umana e umanizzata. Grazie
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Fabio Vighi
Tuesday, 14 April 2020 11:09
Alcune rapide considerazioni sui commenti di Alfonso, AlsOb e Paolo Selmi, che ringrazio. Mi pare che la difesa a oltranza di Marx non faccia bene a Marx. Il suo non è un pensiero monolitico, ma sfaccettato. Il Marx della critica del valore capitalisticamente inteso è straordinariamente attuale; molto meno sono le categorie attraverso cui teorizza il superamento del capitalismo. Il "sostanzialismo" di Marx (lavoro come sostanza del valore) è uno strumento eccellente e insuperabile per comprendere sia lo sfruttamento del lavoratore che la crisi storica del capitale, ma non è sufficiente a indicare la via del superamento. Servono altre categorie. Quelle di "valore d'uso" e "lavoro concreto" rimangono profondamente determinate dalla definizione astratta di valore/lavoro moderno. Quando Marx scrive che "il lavoro è necessità naturale eterna dell'uomo in quanto creatore di valori d'uso", dobbiamo ammettere che fa confusione, poiché il "valore d'uso" ha senso solo nel rapporto con il "valore di scambio", ovvero non può essere separato dalla rappresentazione valoriale astratta di quest'ultimo per essere aprioristicamente definito come "necessità naturale e eterna". Il valore d'uso è un concetto necessario SOLO alla rappresentazione astratta del valore (valore di scambio) nella narrazione dialettica del capitalismo. Dunque il conflitto "valore d'uso" / "valore di scambio" non rappresenta un reale antagonismo, poiché rimane interno al processo di valorizzazione capitalisticamente inteso. Nel momento si definisce il valore d'uso come categoria metastorica e ontologica (eterna e universale) si cade nell'aporia, o meglio si finisce per giocare la partita contro il capitalismo con le regole imposte dal capitalismo. Si rimane DENTRO la narrazione capitalista. Stessa cosa dicasi per "lavoro concreto": anche questo concetto non può essere elevato a "necessità naturale e eterna", visto che nel rapporto con il lavoro astratto non può rappresentare altro che il modo in cui il lavoro astratto si appropria concretamente della materia, sia essa naturale o sociale. Anche questo è dunque un concetto della moderna astrazione produttivistica di valore. Più in generale, il lavoro come dispendio/combustione di energia umana ("cervello, mani, nervi, ecc.") in sé NON HA un valore (o un significato) particolare, a meno che non se ne faccia una sintesi sociale astratta, non gli si dia una forma, che appunto nel capitalismo è la forma della sua valorizzazione (feticistica). Ma in sé e per sé dire che il lavoro come "dispendio di energia umana" equivale a un valore è assolutamente assurdo, verrebbe da dire un paradosso sofistico. L'aspetto materiale del lavoro, la sua capacità di produrre qualcosa nello scambio organico con la natura, acquisisce un senso storico-sociale solo se inquadrato in una forma particolare di mediazione sociale, come può essere quella della valorizzazione capitalista o quella della produzione artigianale o schiavistica di periodi antecedenti al capitalismo. E' per questo che ogni modo di produzione è un legame sociale: nel dare un senso al lavoro ci socializza. Ma quando Marx parla di "valori d'uso" come necessità eterna finisce per ontologizzare qualcosa che non esiste, poiché si può dare solo nelle sue forme storiche particolari, appunto come mediazione sociale, astrazione, idealità, rappresentazione, ecc. della "combustione di energia umana".
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Paolo Selmi
Monday, 13 April 2020 22:40
"Il fatto che nei sistemi comunisti e socialisti il feticismo della merce abbia continuato a prevalere fino al punto che una vasta parte della popolazione si è fatta lobotomizzare dalla pubblicità (la menzogna che qualifica il capitalismo) dimostra come il disastro e il vero terreno della sconfitta non fosse la produzione reale ma l'educazione e il livello intellettuale e morale. Poi si sono accorti che lo scambiare la pubblicità per realtà del capitalismo li ha portati all'inferno. "
Parole da incorniciare, Alfonso.
A questo proposito pongo all'attenzione tua e di tutti i compagni questa raccolta fresca fresca di scansione...
http://rt20.mybb2.ru/viewtopic.php?f=20&t=36358&start=50
La rivista si chiamava "Novye Tovary" (nuove merci)... una specie di catalogo postalmarket senza possibilità di acquisto (vedere non toccare...)

Prendiamo un numero a caso, 1983
https://cccp.livejournal.com/63383.html
a p. 6 troviamo un signor stereo... il massimo, 200 rubli quando lo stipendio medio era 180 (https://zen.yandex.ru/media/mamin_sibiryak/kakie-byli-zarplaty-v-sssr-v-pereschete-na-segodniashnii-den-5bf2ec7d160adb00a9a86a36)
"Parigi val bene una messa", "essenza, benzina o gasolina, tu dammi un litro e in cambio ti do... cristina", un mese e qualcosa a pane e acqua e mi faccio lo stereo!

Peccato che nel 1982 i Dire Straits pubblicavano Love over gold anche su CD, e dalla seconda metà degli anni Ottanta chi poteva faceva l'investimento e li comperava al posto del 33 giri.

Ora, in questo senso, rincorrere l'occidente sui beni di consumo non fu una buona scelta... nota triste sul finale, un numero del 1993, quando l'inferno di cui parla Alfonso ormai si era scatenato in tutta la sua violenza e Novye tovary, per riempire la carta della rivista, pubblicava cartamodelli... perché nel frattempo tutte quelle ditte avevan chiuso.
http://cccp.livejournal.com/54545.html

In effetti, non ci voleva un genio per capire che aprire al mercato occidentale con la Niva 4x4 come punta di diamante (che comunque è prodotta ancora oggi! https://www.lada.ru/cars/4x4/) e vecchi modelli di stereo (fabbriche fallite), radio (fabbriche fallite), confezioni (fabbriche fallite), televisori (fabbriche fallite), ecc. avrebbe portato al collasso economico.

Che fare? Puntare sul valore d'uso, anzi tutto. Le fotocamere sovietiche piccolo formato che sopravvissero alla riconversione delle loro fabbriche nel mercato dell'usato perché, quelle assemblate con criterio, erano dei muli. Stesso discorso per le Praktica MTL3 e MTL5.

Puntare quindi sull'ammodernamento, e su una reale attenzione all'utente finale. Separando, magari le officine militari da quelle civili... non sarebbe stato male. Caso esemplare, la FED di Charkov, nell'attuale Ucraina, così chiamata in onore di un certo Felice Dzeržinskij figlio di Edmundo. Nata dai ragazzi di Makarenko, su cui egli peraltro scrive alcune delle pagine più belle del suo Poema Pedagogico, diventa già dal 1941 una delle fabbriche più avanzate di aviazione civile e militare. Alcuni Tupolev e Antonov nacquero li. Insieme alle telemetro FED con cui avevano inizato i ragazzi di Makarenko.

Stesso fato per la fabbrica di Kiev "Arsenal" (nomen omen...), dove nel II dopoguerra trasportarono, in riparazione dei danni di guerra, le linee della telemetro Contax. Le prime Kiev uscirono ancora con alcuni componenti marcati Zeiss. Parliamo di una macchina che faceva da mezzo secondo a 1/1000 di secondo, un gioiello Bauhaus (perché come nell'AK-47, tutto stava dove doveva stare, dalla ghiera di messa a fuoco controllata dalla stessa mano che regolava l'otturatore, l'avanzamento e i tempi) di ingegneria meccanica tedesca e di ottica. Una macchina che, personalmente, ancora oggi preferisco a tante altre. Peccato che sempre nella stessa Arsenal producessero dispositivi e componenti che finivano sui Mig e sulla Saljut. Stesso discorso per la LOMO di Leningrad o la KMZ che produceva le Zenit.

Ora, fossi stato il direttore della FED, dell'Arsenal o delle altre... a cosa avrei dato la precedenza? Per cosa mi sarebbe saltata la testa? Per una leva di avanzamento di plastica (Zenit 122) che negli anni Ottanta mi faceva risparmiare quattro rubli ma poi si sarebbe usurata molto più presto di una metallica e quindi rimasta in mano al malcapitato fotoamatore? Oppure per un pezzo malfunzionante che doveva andare su un Mig?

A questo si aggiunsero una serie di malaugurate coincidenze: rivoluzioni tecnologiche che investirono la sfera dei beni di consumo riempendoli di elettronica, creando dei divari oggi colmabilissimi ma che allora amplificarono chi, fino a quel momento, non aveva visto la necessità di modificare i propri assetti produttivi. Elettronica inutile, come l'autofocus e il motorino di avanzamento automatico dei fotogrammi in situazioni normali di fotografia... anzi, dannosa perché rendeva i meccanismi estremamente più fragili, dipendenti da batterie che ti lasciavano in panne sul più bello, oltre che rendere più pesanti gli apparecchi stessi (quando invece le Olympus erano famose per la loro leggerezza e, nel suo piccolo, la mia Cosina CSM col suo cinquantino d'ordinanza arrivava a 600 g.). Elettronica inutile... e torniamo al valore d'uso. Ma, restando sempre in ambito fotografico, il vivere sugli allori degli ultimi veri prodotti competitivi degli anni Settanta (la Zorkij-4k fra le telemetro e la Zenit E, seguita dalla TTL fra le reflex) producendo sottoprodotti... fu fatale. Non ci fossero state tutte queste concomitanze, insieme a una dirigenza gorbacioviana in piena fase di smantellamento fatto passare sotto "ricostruzione" (andate a chiedere in qualsiasi ex-repubblica dell'URSS cosa ne pensino di Michele figlio di Sergio... e, su questo, li troverete tutti d'accordo!), oggi non saremmo qui fare questi discorsi.

E l'abbaglio per la popolazione fu troppo forte. Pensavano che qui tutti si potessero permettere quei beni di consumo le cui immagini passavano oltrecortina. Mio padre un milione e due da buttare negli anni Ottanta per comprare una Nikon FM2 non li aveva (15 anni fa, portata a casa con 150 euro completa di obbiettivo Nikkor 80 mm da un barbiere di Milano). E neppure quattrocentomila lire per una Praktica MTL5 (30 euro comprese spese di spedizione sulla baia). Oggi, il 63%, potesse tornare indietro, lo farebbe. Nonostante i PC son stati messi fuori legge in molte repubbliche ex-sovietiche e in altre sono fortemente limitati.

"Superare senza raggiungere"... la sfida sul valore d'uso è tutta qui: creare prodotti migliori senza inseguire prodotti che divengono obsoleti dopo sei mesi. Prodotti che durano. Prodotti belli, funzionali. Oggi quella sfida la potremmo vincere.

Un caro saluto a tutti.
Paolo Selmi
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AlsOb
Monday, 13 April 2020 20:38
Non hai annoiato, anzi hai sollevato una questione importante, del fatto che, per usare le tue parole, "Rimaniamo cioè DENTRO la visione produttivistica del lavoro per il capitale, non la superiamo affatto"; una questione che per esempio sta a cuore di Franco Trondelli, che ha segnalato in merito un interessante articolo o studio di inizio anni 70 sempre molto valido.

Tuttavia il tuo chiarimento, in attesa delle riflessioni sulla supposta tautologia e aporia di Marx confermano il pizzico di confusione e la conflagrazione di giochi linguistici differenti. Cioè sollevare una importante e ineludibile questione non è garanzia di una risposta adeguata. La rappresentazione scientifica del capitalismo che Marx da, nela sua modellazione del rapporto tra esoterico e essoterico, è in assoluto la migliore, la più intelligente e efficace. E è ancora l'unico a avere compreso in profondità il ruolo della moneta simbolo e significante arbitrario, del credito e del capitale fittizio. E la sua costruzione descrittiva galileiana, logica si confrontava con i limiti di pur grandi pensatori come Ricardo e Malthus stesso e soprattutto smontava definitivamente l'economia volgare. Hegel non era più la sua preoccupazione, era già superato e potrebbe anche essere lasciato fuori dal quadro.
Il fatto che nei sistemi comunisti e socialisti il feticismo della merce abbia continuato a prevalere fino al punto che una vasta parte della popolazione si è fatta lobotomizzare dalla pubblicità (la menzogna che qualifica il capitalismo) dimostra come il disastro e il vero terreno della sconfitta non fosse la produzione reale ma l'educazione e il livello intellettuale e morale. Poi si sono accorti che lo scambiare la pubblicità per realtà del capitalismo li ha portati all'inferno. (Occorre dare atto che Norberto Bobbio tra i pochissimi in qualche modo lo suggerì).
Marx dice chiaramente che in un sistema ideale comunista denaro e merce devono implodere simultaneamente, Ha ovviamente le idee chiarissime, è inattaccabile, non questionabile. Sul come possa nella pratica realizzarsi invece resta ancora problematico, Walter Benjamin per ritornare a uno che già ho citato lo mise in evidenza.
La tua critica per il modo in cui è formulata sembra, per forzare e semplificare, a una critica alla definizione di criterio di uguaglianza del limite nel calcolo infinitesimale. Opinione o meno che sia quel criterio di uguale impiegato, ogni discussione in merito resta un sofisma che non modifica di una virgola l'efficacia del modello e il suo uso.
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Fabio Vighi
Sunday, 12 April 2020 18:27
Provo a chiarire ulteriormente, non ex cathedra, ma con un ragionamento che tenti di descrivere il carattere SPECULATIVO della realtà storica per come viene orientata dal capitalismo. Com'è noto, il plusvalore (Mehrwert) per Marx è un enigma, un 'arcano' da risolvere al fine di spiegare come il capitalista, comprando forza-lavoro, spreme da essa un tempo di lavoro supplementare che informa il profitto. Io ho fatto notare che la soluzione di Marx spiega perfettamente come funziona la NARRAZIONE capitalista, ovvero la dialettica capitale-lavoro quale specifico atto creativo che instaura il capitalismo. Questa dialettica, per quanto mi riguarda, nasce però da un preciso atto formale (che ovviamente ha immense ripercussioni reali); nasce cioè dal denaro che, per lievitare a capitale e riconfigurare così la sua funzione sociale, (im)pone la propria equivalenza rispetto a determinate unità di tempo di lavoro. Si tratta dell'atto fondativo del capitalismo. Per questo non è sufficiente dire che il plusvalore si origina nel lavoro vivo come capacità produttiva universalmente data (Marx); piuttosto, bisogna precisare che si origina nella moderna finzione-lavoro, quella particolare declinazione storica del lavoro che il denaro-capitale crea a sua immagine e somiglianza per poterne spremere plusvalore. La forma del lavoro (tempo di lavoro) ne determina dunque il contenuto dialettico. Perché è evidente che l'equivalenza denaro-lavoro è assolutamente capziosa e tendenziosa, ovvero ha un senso reale solo come presupposto della dialettica lavoro-capitale che emerge con il collasso del sistema feudale. Per quale motivo fondato dovremmo credere nella definizione del lavoro come divisibile in unità temporali salariate? Si tratta di una finzione bella e buona, di una vera e propria reificazione, che però ha 'fatto presa' (come disse Althusser quando parla di materialismo aleatorio) cioè si è naturalizzata nel nostro legame sociale in un determinato momento storico. Quando dunque parliamo, con Marx, di 'lavoro come sostanza del valore', e su questo assioma costruiamo visioni teleologiche e rivoluzionarie che finiscono con il trionfo del comunismo, non teniamo conto di un particolare cruciale: quel lavoro sostanza del valore, e dunque del plusvalore, è la conseguenza dell'atto creativo attraverso cui il denaro ha, secoli fa, cominciato a ridefinire il carattere sociale del lavoro stesso in termini capitalistici. Rimaniamo cioè DENTRO la visione produttivistica del lavoro per il capitale, non la superiamo affatto (come hanno dimostrato, ahimè, i socialismi reali). A mio modo di vedere, l'unico modo per uscire da questo vicolo cieco o circolo vizioso è pensare il plusvalore per quello che è come determinazione negativa, svuotato cioè della finzione/funzione capitalista; ovvero, hegelianamente, come enigma la cui soluzione è il non avere una soluzione empirica e quantificabile come tale. Per questo dico che il plusvalore è un segno meno spacciato per segno più. Il plusvalore non si accumula affatto, ma si da' sempre in perdita, come qualcosa di refrattario alla quantificazione e al calcolo, che poi è il motivo per cui lo si deve per forza oggettivare nella forma concreta del profitto. D'altronde, non è difficile dimostrare che il tentativo di Marx di quantificare il valore come sostanza del lavoro (tempo di lavoro socialmente necessario per la riproduzione del lavoratore, ecc.), nel primo vol del Capitale (capitolo sulla 'vendita e acquisto di forza-lavoro'), sia del tutto tautologico e aporetico. Magari la prossima volta comincerò da qui. Sperando di non aver annoiato nessuno, mando a tutti i partecipanti di questa discussione un saluto e un augurio di buone cose in tempi difficili ma anche interessanti.
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Alfonso
Sunday, 12 April 2020 13:39
Marx parla di lavoro vivo come fonte di valore, e il suo consumo reale, oggettivazione di lavoro e quindi creazione di valore {Capitale, Libro I, cap 4, 3.Compera e vendita della forza-lavoro). Dove posizioni la sostanza di valore? Pensi la distinzione non sia importante? Inoltre, a cosa ti serve qualificare il plusvalore come concetto? Grazie
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AlsOb
Saturday, 11 April 2020 23:01
Fabio Vighi molto benvenuti e apprezzati sono la tua partecipazione e i commenti chiarificatori sulle tue stimolanti considerazioni. Nondimeno un pizzico di confusione discende dalla verve e forma con cui le hai proposte. Se indubbiamente è utile svecchiare e soprattutto arricchire impostazioni, universi discorsivi e quadro valoriale di riferimento la tua perorazione ha conflagrato giochi linguistici di differente ordine, la legittima speculazione teoretica sulla negatività del plusvalore e mancanza ha parzialmente invaso o presentato in modo riduttivo l'analisi scientifica sulle condizioni reali del capitalismo attuale . Cioè il discorso sull'adeguamento di categorie e presupposizioni valoriali ha rischiato di apparire non solo come un arricchimento di prospettive ma una svalorizzazione di altre fondamentali robuste categorie scientifiche nello studio del capitalismo.
Una nota a margine come i significanti nel linguaggio moderno sono diventati sostanzialmente arbitrari, così nel capitalismo fittizio la moneta è diventata moneta fittizia, significante arbitrario, in linea con le intuizioni di Marx e compimento del capitalismo.
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lorenzo p
Saturday, 11 April 2020 19:09
qua sotto e' "piccione" e non piccone
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lorenzo p
Saturday, 11 April 2020 19:05
Non posso pormi da una parte o dall'altra ammesso che ci siano, del dibattito, non ne sono all'altezza, certo che fra crisi terminale e apoteosi qualche distanza c'è. Però mi fa piacere cercare di capire i risvolti di queste interpretazioni. A mio avviso siamo lontani dalla crisi terminale quanto meno nel senso delle gerarchie di potere in essere ma anche nel modo produttivo. Per me siamo lontani dalla liberazione del lavoro da se stesso. Certo la sua contabilizzazione diventa più complessa e meno deterministica con alcuni cambi radicali e trasformazioni in atto a prescindere dal blocco momentaneo del covid. L'autore dell'articolo infatti giustamente parla da un lato della finanza come rifugio del capitale dalla poca possibilità di estrazione di valore del mondo produttivo e dall'altro punto di vista l'automazione del lavoro e l'intelligenza artificiale come elementi accelerativi della riduzione dell'impiego umano nelle attività produttive e quindi ancora una volta meno estrazione valore da lavoro umano diretto. Tra parentesi parlare di "rifugio" mi fa un pò ridere perchè con gli strumenti finanziari si sono scavate delle differenze in termini di ricchezza mai viste ai tempi dei padroni delle ferriere. Detto questo, estrarre "meno" valore dalla produzione significa da un lato estrarre da una platea meno vasta di lavoratori che non significa poi "meno" da un punto di vista quantitativo e qualitativo. Cè poi quella nuova massa di lavoro gratuito relativo alla produzione di informazioni quando utilizziamo ad esempio i cellulari (a cui è stato dato un nome mi pare). Se da una parte i bassi costi produttivi limitano il plusvalore in alcuni settori la capacità di produrre resta comunque un pilastro di questo sistema. In fondo rispetto allo stato naturale quasi biologico andare a "comprare un piccone alla coop" è enormemente meno dispendioso per un uomo in termini di lavoro che provare a cacciarne uno fra gli alberi e questo tiene insieme il sistema più che la sua retorica del progresso e del "di più". Un' interruzione può essere salutare per instillare qualche domanda nelle menti di qualcuno ma non metterà in crisi un sistema che con pur nefendezze incredibili ha uno suo funzionamento fondato su elementi materiali e su rapporti di forza favolevoli. Il fatto che ci siano dei vincoli e degli ostacoli evidenti all'orizzone del modo di produzione attuale, fra i principali ci sono sicuramente il tema delle risorse finite del pianeta e quello delle masse marginalizzate dalla rimodulazione del conteggio del valore del lavoro, non vuol dire che abbia i giorni contati. Per aprire delle vere contraddizioni bisognerebbe accorciare un pò tempi di immaginazione del nuovo legame sociale con cui si chiude l'articolo. Portare il piccione in tavola senza sfruttare nessuno e salvaguardare quello sull'albero sarà sicuramente una sfida difficile.
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Mario Galati
Saturday, 11 April 2020 15:03
Ho letto cosa ha scritto il professore Vighi, ma sarebbe opportuno che ogni interventore da lui chiamato in causa parlasse per sé e non indebitamente per tutti.
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Franco Trondoli
Saturday, 11 April 2020 13:34
Mario Galati , il Prof. Vighi ha detto giustamente, in maniera educata, che siamo dei confusionari. Da parte mia ne prendo atto. Buona Fortuna a tutti.
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Mario Galati
Saturday, 11 April 2020 10:04
Non intervengo per petulanza o per far continuare una discussione giustamente chiusa dall'autore. Lo faccio solo per dire che mi trovo d'accordo con lui sulla validità delle categorie hegeliane, dell'aufhebung, in particolare, per l'interpretazione del corso della storia.
E altrettanto d'accordo mi trovo sul valore reale, costitutivo della realtà, sulla materialità, del lavoro della psiche.
Forse non mi sono espresso chiaramente, ma pensavo di aver detto della necessità di tener fermo Hegel; soltanto, con la necessità di tenerlo fermo entro la teoria e la concezione marxiana, che, a mio avviso, non può essere scissa e usata in parti separate.
Quanto alla materialità della psiche, ossia alla materialità storico sociale dell'ideologia (in un senso di psiche che fuoriesce dalla concezione psicologica o psicanalitica propriamente dette), ho scritto chiaramente, a proposito della maturazione della coscienza rivoluzionaria, dello spirito di scissione: "tanto più che la maturazione di una coscienza rivoluzionaria nel proletariato, secondo la teoria di Marx, è a pieno titolo un mutamento strutturale, in quanto modificazione del modo di essere di una forza produttiva". Che la teoria sia prassi e non mero riflesso, penso sia un'acquisizione ormai scontata.
Non è su ciò che verte il mio dissenso; tutt'altro.
Il punto è che io ritengo che, pur con le novità e gli aggiornamenti necessari, la realtà di fondo che giustificava le categorie fondamentali del marxismo e del leninismo sia ancora operante.
Quanto alla rivoluzione, non penso affatto ad essa come a un fatto immediato e palingenetico. Credo che sia un processo. Ma non il pacifico processo del tutto che si evolve sino a trasformarsi, senza soggetti e senza vera dialettica interna, salti, punti di rottura, retrocessioni, avanzamenti, guerra di movimento e guerra di posizione. Anche qui ci soccorre Hegel con la sua concezione del rapporto tra particolare e universale, finito e infinito, soggetto e oggetto, libertà come coscienza della necessità (storico-sociale).
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Fabio Vighi
Friday, 10 April 2020 23:43
Mi sembra si stia facendo un po' di confusione rispetto a ciò che ho scritto. Da parte mia nessuna "apologia della passività sotto spoglie mistiche millenaristiche, apocalittiche e contemplative". E nessuno "psicologismo". La ragione, e dunque il lavoro della psiche, non è affatto disgiunto dai processi materiali della realtà. La materialità stessa del lavoro inteso come metabolismo uomo-natura è ovviamente (ripeto, ovviamente) modellato dalla ragione, intesa con Hegel (e Marx, fino a un certo punto) come capacità di porre, installare, specifiche condizioni storiche (presupposizioni, basi) al proprio agire. Tutto ciò che facciamo si fonda su presupposizioni (dunque un'idealità) che ci socializzano materialmente, e che rappresentano dunque la nostra necessaria alienazione, per quanto ovviamente ci siano diverti tipi e gradi di alienazione. Pensiamo per es. al linguaggio come rapporto significante-significato, e dunque come sorta di 'alienazione primaria' che ci strappa al biologismo animale. I significati sono fittizi, sono invenzioni/convenzioni puramente simboliche, che noi facciamo corrispondere a dei significanti solo perché abbiamo deciso che sia così, cioè per poter comunicare, proteggerci dall'insensatezza dell'esistenza, e costruire un legame sociale. Il linguaggio ci socializza, cioè ci immunizza dal nulla, ma allo stesso tempo ricrea questo nulla nella forma di una contraddittorietà che ci pervade proprio in quanto esseri socializzati. La dialettica hegeliana ci consegna questo schema per comprendere la storia e il suo movimento. Ogni Aufhebung ripropone la contraddizione a un livello diverso di storicità, non l'abolisce. Io credo che il nostro momento storico sia hegeliano perché sta emergendo prepotentemente la contraddizione ('negatività che si auto-relaziona', in termini strettamente hegeliani) del capitale non più solo come moto-modo di produzione, ovvero nella funzione di narrazione socializzante fondata sullo sfruttamento del lavoro vivo, ma soprattutto come 'forma di vita invecchiata' (Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto) e tenuta oggi artificialmente in vita attraverso l'economia del debito e della finanza. Non so chi possa essere il soggetto storico in grado di superare il capitalismo in crisi. Credo però che per farlo occorrerà un enorme sforzo politico di ridefinizione delle categorie che ci socializzano, incluso quelle del lavoro. Il vecchio conflitto lavoro-capitale non esiste più come forza anche solo ipoteticamente rivoluzionaria. Ciò non toglie che si debba lottare per difendere il lavoro, ovviamente, perché la dignità dell'essere umano dev'essere sempre difesa. Ma allo stesso tempo bisogna lottare per un'idea di lavoro che trascenda la definizione capitalista del lavoro astratto, soprattutto in un'epoca in cui la produzione può essere in massima parte presa in consegna dalle macchine. Per il resto - e proprio perché non riusciamo a uscire dalle categorie del capitale - la barbarie è già iniziata, soprattutto per tutti quelli (milioni di persone) che finiscono esclusi o ai margini dei processi di socializzazione capitalista, e che non possono più rientrare se non attraverso una riconfigurazione radicale del nostro modo di produzione. Il capitalismo può sopravvivere alla sua morte storica e naturale solo come barbarie generalizzata e post-apocalittica (ecologica e microbiologica, oltre che economica). Non mi sento affatto di escluderlo. Ma credo che il momento sia propizio per una politicizzazione di nuove presupposizioni (sociali, culturali, economiche, ecc.) del nostro vivere comune, oltre le categorie ormai svuotate di senso del capitale, nella consapevolezza però che la contraddizione in quanto tale non può essere abolita, ma gestita (socializzata) in modo migliore da una diversa formazione storica. All'orizzonte non vedo forze politiche in grado di porre nuove presupposizioni, cioè una nuova narrazione socio-economica che vada oltre la legge della competizione dei capitali e del feticismo della merce. Purtroppo l'Europa oggi ne è un triste esempio. Ma i cambiamenti storici possono essere repentini, dal momento che agiscono 'retroattivamente': non cambiano il nostro futuro ma il nostro passato. O meglio: per cambiare il futuro devono cambiare il passato, farci capire non quello che saremo, ma quello che saremo stati. Ogni vero cambiamento ridefinisce le condizioni di possibilità di ciò che esiste. Improvvisamente, se e quando succederà, il nuovo cambierà la nostra percezione del passato. Un esempio (sfrontatamente di parte): dopo Hegel la storia della filosofia prima di Hegel ci appare in una luce completamente diversa, in quanto ridefinita dall'evento-Hegel. Con questo passo e chiudo, e ringrazio tutti per la bella discussione.
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Franco Trondoli
Friday, 10 April 2020 23:37
Ho letto e quoto ora per intero #14. Quando dico che Galati ha delle ottime basi culturali non lo dico per esprimere kantianamente un giudizio. È un riconoscimento sincero. Io non credo alle "rivoluzioni". Credo ai processi. Se posso dire, ma non si può affrontare qui la cosa, credo al divenire "rivoluzionario" di ognuno di noi. Ma Galati scoppierà a ridere per questa "battuta". Spero che non pianga. Ho smesso di credere alle cose che "dovranno" arrivare. Ai due tempi. E non arrivano mai. Vedo il mondo moderno come un susseguirsi progressivo dello sviluppo del modo di produrre e vivere capitalistico. A partire dall'Inghilterra per arrivare alla Cina. Le cosiddette rivoluzioni ,che hanno prodotto morti innocenti sia chiaro, sono state nei fatti integrazione dei popoli con conseguente sviluppo del e nel Capitalismo. Esse sono tutte fallite, dal punto di vista delle classi popolari. Cromwell in Inghilterra, l'Americana (alla fine ha prodotto Reagan), la Francese (non fatta dalla borghesia come si crede), la Russa e la Cinese. Tutte hanno prodotto di fatto la creazione e l'integrazione delle classi operaie e lavoratrici nel Capitalismo Mondiale e nella sua consequenziale Industrializzazione. Ecco siamo a questo punto. Penso che la vita umana sia sacra. Deve essere protetta. Non va rischiata oltre misura per nessuna ragione. Adesso ,quando per me si avvicina il tramonto, vedo di più, per non mandare i giovani allo sbaraglio contro la vera reazione, un movimento Neo-Gandhiano. Senza dubbio tutto da inventare. In bocca al lupo a tutte/i.
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Franco Trondoli
Friday, 10 April 2020 22:43
Quoting Mario Galati:
"Mi dispiace dover completare questo aspetto del richiamo nietzscheano a chi invece dovrei rivolgermi soltanto per farmi spiegare tutte le cose che, a suo dire, non capisco quando esprimo il disaccordo con esse".
Così è più chiara.

Mi dispiace deludere chi avrebbe ,secondo me, delle ottime basi culturali per sviluppare un pensiero aperto e senza dogmi; se non si ostinasse però, ad usarle in maniera circolare. Cioè in modo tale da trovare le loro ragioni (delle basi culturali) in quello che vorrebbero criticare. Almeno in parte, un pezzo di Storia passata e anche forse di quella recente, assomiglia di più al suo modo di pensare che al mio. Il mio modo di pensare non ha risultati storici. È già stato scritto un bel articolo. Al quale sono state fatte delle considerazioni. Mi pare che sia chiara la questione. Per finire, credo che non si troverà mai il senso di una cosa, se non sappiamo quale sia la forza che se ne appropria. Forse , qualcuno inverte questo rapporto ; usa una forza passata per darle un senso attuale. Ma è solo una intuizione da dilettante. Passo e chiudo. In bocca al lupo.
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Mario Galati
Friday, 10 April 2020 21:25
"Mi dispiace dover completare questo aspetto del richiamo nietzscheano a chi invece dovrei rivolgermi soltanto per farmi spiegare tutte le cose che, a suo dire, non capisco quando esprimo il disaccordo con esse".
Così è più chiara.
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Mario Galati
Friday, 10 April 2020 21:18
"La mia conclusione è che questo meccanismo oggi mostra la corda, e questo non perché là fuori ci sono orde di proletari pronti a sfondare i cancelli dei padroni capitalisti, ma perché la dialettica del capitalismo si sta auto-dissolvendo attraverso l'inevitabile alleanza con una tecnologia che, nel promettere maggiori profitti, distrugge l'invenzione del lavoro astratto, e dunque costringe il capitale a prendere massicciamente la strada della finanza per auto-riprodursi."
Aggiungerei una ulteriore considerazione su questi assunti:
la finanziarizzazione dell'economia è solo una delle reazioni del capitale alla crisi da sovraccumulazione e caduta del saggio di profitto. Ci sono altre reazioni risolutive, distruttive di forze produttive, tra cui la guerra, che consentono la ripartenza del ciclo espansivo di accumulazione. La seconda guerra mondiale con il successivo trentennio glorioso dovrebbe dirci qualcosa.
Perciò, la tendenza incessante alla sovraccumulazione di capitale e alla riduzione del lavoro vivo rispetto al lavoro morto non necessariamente e inesorabilmente devono portare sino all'estinzione del lavoro (astratto), con la conseguente implosione-estinzione del capitalismo privo del suo presupposto.
E se anche così fosse, l'esito post capitalistico potrebbe essere anche peggiore del capitalismo, in termini di rapporti di sfruttamento e di soggezione personale, di barbarie. Ecco perché l'azione rivoluzionaria per il socialismo è indispensabile.
Altra considerazione: non capisco per quale motivo, se il capitale pone il lavoro astratto come sua presupposizione e, così facendo, plasma gli stessi lavoratori come espressione di questa categoria (il che equivale a dire che i lavoratori stessi si pensano solo come lavoratori astratti, tanto che avrebbero trasferito questa loro concezione anche nei tentativi di costruzione del socialismo, secondo l'opinabile affermazione di Vighi), la crisi del capitale non può anche determinare una nuova ottica dei lavoratori, rompendo quella egemonia? Escluderlo significherebbe inchiodarsi ad una concezione statica, non processuale, e meccanica del rapporto tra struttura e sovrastruttura, tra condizioni oggettive e condizioni soggettive nel passaggio dal capitalismo al socialismo (tanto più che la maturazione di una coscienza rivoluzionaria nel proletariato, secondo la teoria di Marx, è a pieno titolo un mutamento strutturale, in quanto modificazione del modo di essere di una forza produttiva).
È facile bollare come superata questa concezione, ma bisognerebbe sostituirle una concezione alternativa che non fosse l'apologia della passività sotto spoglie mistiche millenaristiche, apocalittiche e contemplative.
Da questa posizione, diciamo così, di passività conservatrice si rischia di cadere addirittura direttamente in una posizione reazionaria quando si usa la categoria nietzscheana del risentimento per classificare chi sostiene posizioni socialiste marxiste cosiddette ortodosse. Trondoli saprà sicuramente che Nietzsche definiva il socialismo come il risentimento dei mal nati, gli inferiori, che instilla sensi di colpa nei ben nati, i superiori dominanti. Non è una casuale coincidenza il suo richiamo alla categoria del risentimento di Nietzsche, espressione di un pensiero crudamente reazionario. Mi dispiace dover completare questo aspetto del richiamo nietzscheano a chi invece dovrei rivolgermi soltanto per farmi spiegare tutte le cose che non capisco quando esprimo il disaccordo con esse.
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AlsOb
Friday, 10 April 2020 19:36
>>La mia conclusione è che questo meccanismo oggi mostra la corda, e questo non perché là fuori ci sono orde di proletari pronti a sfondare i cancelli dei padroni capitalisti, ma perché la dialettica del capitalismo si sta auto-dissolvendo attraverso l'inevitabile alleanza con una tecnologia che, nel promettere maggiori profitti, distrugge l'invenzione del lavoro astratto, e dunque costringe il capitale a prendere massicciamente la strada della finanza per auto-riprodursi. >>

Il capitalismo per natura e definizione vive sempre una condizione critica e le fasi più o meno parossistiche di speculazione finanziaria sono state ricorsive. Anche quando il livello del reddito era molto più basso. E possono essere studiate e capite con le categorie scientifiche di Marx, che tra l'altro nella sua ultima parte di vita già investigava l'evoluzione del capitalismo verso forme dominate dal capitale fittizio e finanza.
La novità specie degli ultimi due decenni è una radicale trasformazione del capitalismo, che ha reso obsoleti tutti i paradigmi pseudometafisici insegnati e imposti dalla classe dominante per mere ideologistiche e lobotomizzanti ragioni.
Sono una commedia dell'assurdo e insulto all'intelligenza le sceneggiate della pletora di ritardati e fenomeni da baraccone di economisti volgari dediti a discettare su fenomeni che non comprendono. Privi del senso del ridicolo manco si accorgono di essere pure derisi e umiliati dalle decisioni che l'impero assume e che gettano al macero tutti i libri e dottrine a cui fanno riferimento.
Il paradigma marxiano resta invece sostanzialmente valido, deplorevole è il fatto che sia ignorato dato che i sinistri hanno abbracciato la pseudometafisica neoclassica.
Il capitalismo contemporaneo è caratterizzati dall'azione di tre vettori, la volontà da parte della classe dominante di restaurare un potere sul modello medievale (e di frenare gli elementi rivoluzionari del capitalismo), il robustissimo progresso tecnologico non neutrale e il dominio assoluto e incontratato del capitale fittizio. L'esito più marcante e dirompente non è tanto la apparente finanziarizzazione spesso usata come slogan ma la marxiana convergenza e unificazione di banca centrale e tesoro. Infatti in termini tecnici la finanza e moneta privata non sono in grado di sopperire alle necessità e sostenere la baracca, ma deve essere lo stato. Questo è il mutanento epocale.

Per il resto, non meno importante, può essere utile citare ancora Walter Benjamin e il suo " Il Capitalismo come Religione".
A prescindere da alcuni minimi dettagli su cui si potrebbe sollevare qualche osservazione, Benjamin, al solito, coglie nel segno, il capitalismo non solo ha conquistato la Chiesa ma si è imposto come la più pura religione e culto estremo coinvolgendo allo stesso modo sul piano valoriale e comportamentale classe dominante e classi inferiori sfruttate. Il problema del superamento del feticismo della merce investe il senso della vita e visione del mondo che uno si da, sul piano individuale e collettivo. Adam Smith diceva che nel capitalismo i lavoratori sfruttati sono ridottj a bestie, fisicamente, moralmente e spiritualmente abbruttiti. Non appare esserci una meccanica e spontanea crescita spirituale e di consapevolezza e superamento della falsa coscienza, sebbene l'incremento del reddito dovrebbe almeno favorirli. Perciò anche una ermeneutica ontologica può contribuire a svecchiare credenze e sviluppare sensibilità, ma nella misura in cui non occulti o pretenda di definirsi come nuova astratta categoria risolutiva per funzionare da equivoca distrazione.
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Franco Trondoli
Friday, 10 April 2020 17:25
Quote#8 Fabio Vighi. "La teoria del valore-lavoro di Marx è viziata da questa 'deriva positivistica', come dimostra in primis il suo concetto di plusvalore". Gentile Prof. Vighi, se per caso leggesse questa nota, penso che sarebbe interesse di molti, il mio di sicuro, se con calma, potesse scrivere un articolo sui temi, da me virgolettati, che Lei ha gentilmente proposto. Mettere in qualche modo in rilievo le aporie, se così si può dire, della "teoria del valore-lavoro" e del concetto di plusvalore. Personalmente ho letto qualcosa di e su l'economista francese Bernard Schmitt, ma non ci sono, mi pare, molte traduzioni in Italiano e ovviamente le questioni non sono semplici. Plusvalore come cattura, la teoria di B.Schmitt in Deleuze. Ma non so se Lei si riferisca o meno a quell'interpretazione. Mi Scusi, Grazie. Cordiali Saluti.
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Mario Galati
Friday, 10 April 2020 16:51
Correggo l'errore: Questo psicologismo sembra avere la funzione...
Il solito t9.
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Mario Galati
Friday, 10 April 2020 16:49
Ringrazio Fabio Vighi per le sue precisazioni, ma, per quanto mi riguarda, non mutano le mie impressioni. E dico impressioni perché sia chiaro che, come è palese, non sono un intellettuale del livello di Vighi e, pertanto, non posso contrapporre una ampia e strutturata costruzione teorica alla sua.
Non mi convince la separazione tra il Marx scienziato del capitale e il Marx rivoluzionario; tra il Marx hegeliano e il Marx positivista.
Non contesto affatto l'eredità, l'uso, della logica e della dialettica di Hegel (anzi), ma, con Marx, non mi fermerei alla semplice riproposizione di Hegel.
Non espungo affatto l'ideologia e la psicologia dal reale, ma il movimento reale non può essere colto solo come movimento ideologico o psicologico.
Vedo bene che nell'articolo si cercano di indagare i motivi della crisi, ma quando ci si accosta alla tesi della fine del lavoro in un mondo, comprese le periferie della metropoli capitalistica, che ancora accoglie miliardi di proletari, non posso non dedurre che si ignora un dato di realtà; e lo si fa mentre si utilizza la legge della composizione organica variabile del capitale come novità inaudita e astratta, su di un piano economicistico che si vorrebbe riequilibrare con una abbondante dose parallela di psicologismo (sottolineo parallelo). Questo psicologico sembra avere la funzione di dialettizzare un movimento altrimenti deterministico e univoco del reale. La reale dialettica storica e rivoluzionaria viene respinta come utopistica, per poi essere sostituita da una dialettica logico-psicologica, ritenuta scientifica.
Questa mia differenza di vedute, con le dovute proporzioni di livello culturale, naturalmente, con Vighi non può che portare alla divergenza sul giudizio circa il bilancio storico del movimento dei lavoratori. Contesto la tesi del fallimento e credo che l'ottica deve abbracciare processi più lunghi e complessi, ancora in corso.
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Franco Trondoli
Friday, 10 April 2020 15:44
Fabio Vighi ha scritto un articolo bello, con strumenti concettuali critici conosciuti. Li ha elaborati in maniera problematica all'altezza dei tempi. I rif.ti nelle note sono chiari. Se lo scritto non viene capito non è un problema Suo. Se taluni si ritengono gli apostoli di una dottrina apodittica chiamata Marxismo-Leninismo facciano pure. Ma non devono pensare che tutti debbano essere in accordo con Loro. Se pensano che gli "altri" sbagliano, gli altri ,invece di perdere tempo sulla giusta interpretazione del Marxismo-Leninismo, possono dire semplicemente che sono gli apologeti stessi che sbagliano. Ognuno ,ad un certo punto, ha anche gli apostoli che si merita. Non vedo cosa ci sia di strano. Tutto cambia, tutto viene superato.Anche Marx e Lenin si possono ritenere superati se vengono difesi e riproposti in un certo modo. Si può dire senza poter essere smentiti che ,per esempio, Platone,Aristotele, Kant o Hegel sono stati grandissimi Filosofi, ma a nessuno viene in mente di dire che il loro pensiero sia corrispondente alla realtà in eterno. Cosi' come per i grandi Economisti classici del passato , A.Smith , Ricardo, Keynes e via dicendo. Di Marx e Lenin e' sbagliato proporne una "visione religiosa", apodittica e trascendente. Mi pare strano che non venga capito. Bisogna fare lo sforzo di andare avanti criticamente, non leggere gli avvenimenti del presente con gli occhiali del passato. Il Capitalismo cambia pelle continuamente, anche la sua critica, se aspira ad avere una minima presa sul reale vero, deve per forza aggiornare e creare dei nuovi strumenti concettuali. Non possono essere bollati e derisi come inadeguati perché non corrispondono in tutto al dettato storico di due Grandi Interpreti. Anche i Grandi Tenori "steccano", anche Maradona e Pelé hanno sbagliato i rigori. La Critica Sociale, se vuole avere una qualche speranza di interessare le nuove generazioni, deve sforzarsi di entrare in sintonia positiva con i nuovi modi di sentire, pensare, immaginare e vivere ,che nonostante tutti i guai, la realtà immanente squaderna sul campo. Nietzsche diceva che un grosso guaio è il risentimento.
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Fabio Vighi
Friday, 10 April 2020 14:31
Rispondo a Mario Galati, indirettamente a Mario M,, e ringrazio Franco Trondoli e Francesco Zucconi per i commenti. Non mi pare di aver 'ignorato con disinvoltura' la realtà dei processi materiali, del lavoro e dei lavoratori. Cerco invece di comprendere i motivi della crisi, che reputo terminale, di un modo di produzione che il lavoro e i lavoratori non sono riusciti a spostare di un millimetro, nonostante le previsioni palingenetiche dei marxismi ortodossi e di Marx stesso (il Marx peggiore; ma fortunatamente c'è un altro Marx). Sul marxismo positivista sponsorizzato da Engels e Kautsky credo proprio sia ormai evidente non si possa costruire molto in termini rivoluzionari, proprio perché quel marxismo condivide le presupposizioni del materialismo capitalista. La dialettica speculativa hegeliana, che Marx conosceva bene, può invece giocare un ruolo molto importante nella nostra comprensione dello sviluppo delle formazioni storiche, incluso il capitalismo, e soprattutto il capitalismo alla fine del suo percorso storico. Hegel, lo sappiamo, non ha applicato la sua dialettica all'economia politica del capitalismo, o lo ha fatto in modo parziale nel periodo di Jena (per motivi sui quali non mi dilungo). Ciò però non toglie che il suo metodo si possa applicare al capitalismo inteso come dialettica lavoro-capitale. Marx stesso d'altronde lo ha fatto con molta dedizione, specie nei Grundrisse, ma credo si sia fermato, come dire, sul più bello. E questo per un semplice motivo: perché ha subito le pressioni della sua epoca storica, sempre più dominata dal dogma dell'empirismo positivista, che riduce la comprensione del mondo a ciò che può calcolare, ovvero determinare come misura positiva. La teoria del valore-lavoro di Marx è viziata da questa 'deriva positivistica', come dimostra in primis il suo concetto di plusvalore. Ora, capisco che anche solo accennare a una riflessione ontologica sul ruolo del 'negativo' e della 'mancanza' possa causare orticarie acute, oltre che i soliti mal di testa, a compagni materialisti intrisi di positivismo; e posso capire che il primo cattivo pensiero di tali materialisti sia Heidegger, o magari qualche strutturalista o post-strutturalista francese. Eppure dovremmo almeno provare a intenderci sul significato di un materialismo finalmente sganciato dai suoi presupposti positivisti. La mancanza, ciò che non c'è e, ahimè, non ci sarà mai, è alla base del nostro agire, e infatti è ciò che ci umanizza, 'innalzandoci' oltre la biologia animale. E' insomma l'oggetto del nostro desiderio. Per questo i menù dei ristoranti non solo mai perfetti e ne ricerchiamo sempre di migliori; e per questo continuiamo a comunicare senza esaurire mai le possibilità di comprensione. Se il capitalismo si basa su una dipendenza da plusvalore, e da lì di profitto, è perché non ne ha mai abbastanza, ovvero si muove per inseguire una mancanza di profitto, la parte maledetta che (ancora) non c'é, né mai ci sarà perché significherebbe la morte del capitale che come sappiamo è un processo auto-espansivo. Per questo dicevo che il fumatore gode sempre della sigaretta che verrà, e non solo di quella che fuma; così come la dipendenza del ludopatico ha fondamentalmente a che fare con la perdita, perché è soprattutto nella perdita che la promessa di una vincita futura si rinnova (e questo è il tema centrale del romanzo di Dostoevsky). Non si tratta di masochismo contrattuale, ovvero patologico, ma della nostra condizione ontologica: il nostro essere nel linguaggio produce sempre una perdita, uno scarto, una mancanza, una contraddizione, attorno alla quale costruiamo le nostre esistenze 'in perdita', ovvero come ricerca, sogno o inseguimento di qualcosa di altro consegnato al futuro. Ogni forma di godimento (e il capitale indubbiamente gode), è dunque legata alla mancanza di un godimento definitivo, ovvero di soddisfazione ultima. Ora, perché negare questa semplice deduzione logica e insieme speculativa? Nella mia riflessione parto dal constatare che il capitale nega l'assenza di una base ontologica del suo agire ponendo il lavoro astratto come sua presupposizione logica. Questa a mio avviso è la dialettica del capitale che sussume il lavoro. Ma sia il lavoro che il capitale, che formano insieme un legame sociale, rimangono fondati nella loro insolubile contraddizione, nella loro negatività di base, o se vuoi nel loro feticismo, che Marx ha tanto ben descritto, e devono per questo continuamente 'dialogare', sorreggendosi a vicenda. La mia conclusione è che questo meccanismo oggi mostra la corda, e questo non perché là fuori ci sono orde di proletari pronti a sfondare i cancelli dei padroni capitalisti, ma perché la dialettica del capitalismo si sta auto-dissolvendo attraverso l'inevitabile alleanza con una tecnologia che, nel promettere maggiori profitti, distrugge l'invenzione del lavoro astratto, e dunque costringe il capitale a prendere massicciamente la strada della finanza per auto-riprodursi. Siamo evidentemente alla perversione del meccanismo dialettico iniziale; perversione che è sintomo dell'implosione in fieri della 'società del lavoro': sta già succedendo, ma preferiamo barricarci dietro categorie ormai senescenti che però ci permettono di arginare la nostra angoscia rispetto all'evaporazione in atto del legame sociale. Ma dall'angoscia può e deve nascere entusiasmo per un futuro diverso, di cui ancora però non abbiamo tangibili riscontri. Ma mi fermo qua e chiedo scusa per essermi dilungato.
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AlsOb
Friday, 10 April 2020 13:22
Anche esteticamente gradevoli intellettualistiche elucubrazioni condite però dalla temeraria presunzione di essere più intelligenti e arguti di Marx. Il livello di sospeso astrattismo logico evoca chi passi il tempo andando sulle giostre. Forse un personalistico omaggio al giovane Walter Benjamin e all'erezione dell'ordine secolare sull'idea della felicità.Al luna park.
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Mario Galati
Friday, 10 April 2020 10:59
La parte del barone di Munchausen, attribuita da Vighi al capitale, a mio avviso si addice perfettamente al sistema delle sue elucubrazioni.
Ho sentito di un racconto di Cesare Zavattini sul carattere astratto del calcolo matematico, della numerazione quantitativa che non include la qualità, che narra di un sagrestano, il quale, avendo dimenticato un giorno di suonare le campane all'orario stabilito, il giorno seguente suonò le campane, non della giornata in corso, ma del giorno precedente, in recupero; e così in tutti gli altri giorni a seguire; cosicché ogni giorno egli suonava le campane del giorno precedente, all'orario stabilito e in ritardo di 24 ore, ma la gente non se ne accorgeva.
Ecco, la considerazione di Vighi sul fumatore che mentre fuma una sigaretta non prova piacere per quella, ma per l'aspettativa della prossima ha lo stesso valore della consapevolezza del campanaro. Il campanaro sposta soggettivamente sul passato una sua azione presente, il fumatore la sposterebbe (il condizionale è d'obbligo, perché in realtà non è così e la supposizione è falsa, così come come è manipolato a proprio uso il riferimento al meccanismo masochistico del giocatore di Dostoevskij) sul futuro. In entrambi i casi, con questo artificio soggettivo, l'effettualitá del reale non esiste in virtù di una trasposizione meramente soggettiva del presente nel passato o nel futuro; o, se vogliamo abbandonare la temporalità, una cosa si trasforma in un'altra in virtù dell'imputazione psicologica soggettiva dettata dalla sensazione (dettata da ciò che si desidera. Il desiderio "libero" altro non è che sensazione immediata: altro che condizione di libertà che stabilisce in autosufficienza la logica di ciò che concepisce. L'arbitrio è in realtà schiavitù).
Ecco, in tal senso, con simili acuti procedimenti "dialettici", il plusvalore può indicare per Vighi solo una mancanza e non un reale sovrappiú estorto: poiché il capitalista estorce plusvalore come presupposto per estorcerne altro (poiché il capitalista è teso all'estorsione di altro plusvalore, che egli desidera); poiché il processo di valorizzazione è fine a se stesso, allora la valorizzazione reale non esiste, il plusvalore è una mera mancanza (in quanto mera condizione per altro plusvalore).
Tutti i processi reali, nell'impostazione di Vighi, sono ridotti a processi logici che "pongono le presupposizioni", retroattivamente. Viviamo nel regno delle ombre e dei desideri.
Non sono ferrato in queste faccende, ma azzardo l'impressione che da Hegel, che pure era storicista, si arrivi alla metafisica di Heidegger, con l'aggiunta, naturalmente, dei richiamati Lacan, Baudrillard, ecc.
Curiosa la pretesa di criticare il materialismo (e lo storicismo, sempre presente, credo, anche nelle opere logico-analitiche) di Marx in quanto non idealista.
Infine, altrettanto curiosa è la sufficienza con cui, in una visione limitata, e pure parziale, occidentocentrica, si ignora con disinvoltura la realtà e la materialità dei processi mondiali e si assume il teorema della cosiddetta fine del lavoro. Miliardi di proletari nel mondo sostanzialmente non esistono e sono superflui per la descrizione dell'autopoiesi del capitale che pone i suoi presupposti, in un'ottica esclusivamente logica e che ha già decretato la fine del lavoro. Così, ciò che dovrebbe essere un risultato del processo rivoluzionario, il superamento del lavoro astratto, risulta un risultato già acquisito dal capitale come più avanzata "fine del lavoro" tout court. Ciò che potrebbe essere una conseguenza del processo rivoluzionario è qui presentata come condizione, fasulla, di una non meglio precisata società post capitalistica.
Sembra davvero che il capitale possa finire per una mera contraddizione logica (che Vighi ritiene già compiuta), la quale però, stranamente, è determinata da processi storici (la sovraccumulazione di capitale, della quale, come nota giustamente Vighi, la finanziarizzazione è una manifestazione).
Siamo al solito enigma: con una visione del genere, in questo nulla che tutto crea e tutto sussume, nel quale non vi è processo storico materiale, o se vi è esso è solo logico e non realmente dialettico, chi deve "immaginare" e "iniziare a progettare un futuro diverso"?
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Franco Trondoli
Thursday, 09 April 2020 10:52
Quote#3."È vero, tuttavia, che nel vorticoso procedere del Capitale verso la coincidenza con se' stesso". Bravo F. Zucconi. Hai esplicitato magnificamente il processo. Si vede tutto in un lampo di tempo. Complimenti
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Franco Trondoli
Thursday, 09 April 2020 10:28
Beh ! Permettimi Mario M. Secondo me bisogna intendersi, tra le forme che puo' assumere questa crisi terminale in progress , ci possono anche essere quelle che dici tu ,oltre anche ad altre che si manifesteranno in seguito ovviamente. Forse quel "nulla" detto, è un po' un'avvicinarsi ad una situazione estrema concepita più interiormente. Ma comunque la "barbarie" una qualche "forma sociale" dovrà pur assumerla. Altrimenti l'altra opzione in campo è l'estinzione del genere umano. Penso che anche l'autore abbia ben presente che ,appunto, finché gli umani vivono, una " forma" debba esistere di per se. Ci ricordiamo del primo Blade Runner ?. Almeno, a me sembra cosi. Cordialmente
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Francesco. Zucconi
Thursday, 09 April 2020 10:26
L'articolo del Prof. Vighi è semplicemente
stupendo. Riesce a farci vedere
con una luminosità semplice
e profonda la vera trama su cui
crediamo di intessere, in apparente
autonomia e libertà, le nostre vite
e financo le nostre volontà di liberazione.
È vero, tuttavia, che nel suo vorticoso
procedere del capitale verso
la coincidenza con sé stesso
gli aspetti apocalittici dovranno,
ahinoi, emergere in modo assai esplicito...
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Mario M
Thursday, 09 April 2020 09:21
Così conclude Fabio Vighi: "La crisi terminale del capitalismo, accelerata dal virus, ci rende sempre più nudi e indifesi di fronte al nulla attorno a cui si è da secoli auto-organizzato il nostro modello di vita quale specifica forma di immunizzazione sociale."

Io vedo invece un rafforzamento ancora più brutale di questo capitalismo: la chiusura di molte attività industriali e del piccolo commercio favorisce le grandi piattaforme di internet; l'imperatore dell'informatica, Bill Gates, ci dice che prima di riunirci come persone, come esseri sociali, dovremo aspettare il vaccino, il suo vaccino, che penso verrà imposto dall'OMS di cui lui è a capo. Si vogliono silenziare le poche voci dissenzienti circa la narrazione di questa falsa pandemia, quindi c'è la concreta minaccia di non potere neanche più esprimere il proprio pensiero.

E voi mi parlate di crollo del capitalismo!? Siamo invece alla sua apoteosi, grazie anche alla falsa pandemia, falsità accettata anche dalla maggioranza degli intellettuali, della sinistra, che in questo caso porta acqua al sistema che voleva combattere.
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Franco Trondoli
Wednesday, 08 April 2020 15:23
Bellissimo Articolo ! Da studiare. Grazie a Fabio Vighi. Grazie a Sinistrainrete.
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