La causa assente: tempo e lavoro all’epoca del coronavirus
di Fabio Vighi

Nell’accelerare il processo implosivo del capitalismo globale, Covid-19 ci permette di toccare con mano il vuoto attorno a cui pulsa l’ormai sterile dialettica del capitale. Silenzioso e invisibile, il virus che oggi paralizza le nostre società contiene un piccolo frammento utopico proprio nell’incarnare il ‘grado zero’ della nostra condizione. A margine di sempre più improbabili resurrezioni neo-keynesiane o (peggio) neoliberiste, si avvicina una resa dei conti che converrebbe affrontare con spirito autenticamente critico piuttosto che (fingere di) ignorare
Pensare di poter fare ‘buon uso’ del Covid-19 è senz’altro un’illusione, oltre che offensivo per chi – come sempre le fasce sociali più deboli – muore, soffre e si appresta a fronteggiare una recessione devastante. Tuttavia, dobbiamo ammettere che il virus ci consegna un oggetto sempre più raro nella nostra epoca, ovvero un tempo almeno parzialmente liberato dalla ‘passione conformistica’ che ci lega al nostro mondo. Improvvisamente diventa possibile, in un certo senso inevitabile, sottrarci agli imperativi (o ‘aperitivi’) categorici che regolano le nostre vite. Alla fissità dello spazio in cui siamo costretti fa da contraltare una temporalità svincolata dai regimi di comportamento coattivo del turbocapitalismo post-industriale. Volente o nolente siamo obbligati a fermarci e ad ascoltare il silenzio di un mondo che, almeno per ora, non ci appartiene più.
1. L’evento-trauma
Se l’evento-coronavirus non può che essere percepito come trauma da intere popolazioni assoggettate alla disciplina economico-esistenziale del capitale, dobbiamo ugualmente provare a far tesoro dell’esperienza dello scacco.
Questo per due motivi preliminari: innanzitutto, perché il lavoro che a molti è stato tolto per decreto era già messo maluccio prima del coronavirus; e poi perché, nell’immediato, l’alternativa allo stallo è cedere agli impulsi sadistici di chi non vede l’ora di rispedirci tutti sul posto di lavoro – o, almeno, tutti quelli che il lavoro ancora ce l’hanno. Com’è noto, la salute dell’economia conta molto di più della salute di chi conta quasi nulla per l’economia, o peggio di chi per essa è solo zavorra. Non possiamo dunque farci illusioni: il capitale non si è mai commosso di fronte ai suoi ‘effetti collaterali’. Leggere Mario Draghi, l’uomo della provvidenza (e di Goldman Sachs), che invoca le virtù del debito pubblico come soluzione alla “guerra” economico-virologica,[1] non può destarci particolare stupore o tripudio, se solo consideriamo come in questi giorni anche i più accaniti liberisti, di fronte al virus, si son dati alla macchia. Ma anche qualora lo Stato fosse richiamato in causa nelle vesti dismesse di angelo custode di politiche economiche espansive (il che è ancora tutto da dimostrare), si tratterebbe di una piccola pezza a fronte di un’emorragia dalle proporzioni bibliche. Senza dimenticare per un secondo che la funzione principale dello Stato moderno è assecondare la competizione di mercato, non certo quella di promuovere cooperazioni internazionali o comunitarie.
Eppure, dicevamo, l’incepparsi di quell’immensa catena di montaggio che è il capitalismo globalizzato può aprire un piccolo squarcio nella fitta coltre ideologica che ci rende complici di un meccanismo riproduttivo divenuto tossico. In fondo, non è attraverso lo scacco, la sottrazione a un determinato ordine di cose, che il nuovo, anche solo come semplice intuizione di un futuro radicalmente diverso, può germogliare? Solo grazie a un piccolo o grande trauma possiamo svegliarci dal sonno ideologico che rende le nostre vite mere appendici di un anonimo dispositivo che pompa plusvalore, e nel farlo finisce per distruggere tutto ciò che gli si para davanti, incluso sé stesso. Il regime di libertà vigilata cui siamo costretti ci mostra quanto perversamente passiva sia, in realtà, la nostra febbrile partecipazione a un modello socio-economico lanciato speditamente verso il proprio collasso. In altre parole, il virus ci balena l’immagine del nostro potenziale affrancamento dal dover godere, che è sempre un dover godere per conto del capitale. Riflettere sul trauma del Covid-19 significa provare a emancipare la nostra esistenza da quelle forme di godimento perverso che ci assoggettano al dogma del produttivismo. Per quanto la politica si stia affrettando (vuoi rispolverando vecchie soluzioni eugenetiche, vuoi attraverso i colpi di bazooka delle banche centrali) a nascondere la contraddizione sistemica che la pandemia non ha causato ma di certo ha accelerato, abbiamo oggi un’occasione inedita per immaginare un futuro più solidale oltre la logica del profitto.
Walter Benjamin scrisse che, diversamente da quanto pensava Marx, le rivoluzioni non sono necessariamente “la locomotiva della storia mondiale”. Piuttosto, sono “il ricorso al freno d’emergenza da parte del genere umano in viaggio su quel treno”.[2] Se oggi la preoccupazione principale della politica sembra essere quella di far ripartire la locomotiva produttiva globale – preoccupazione legittima, per un mondo che si sa riprodurre solo consegnandosi alla propria valorizzazione economica – l’impasse attuale ci solleva almeno dall’obbligo superegoico del dover partecipare a tutti i costi. Chiunque si pone criticamente nei confronti del capitalismo – e, sottolineo, che può permettersi di farlo in questi giorni così drammatici – non può lasciarsi sfuggire l’opportunità di una riflessione a tutto campo su cos’è in gioco in un mondo tenuto sotto scacco da un virus partorito dal ventre ipertrofico del ‘più efficiente sistema economico che ci sia dato conoscere’.
In questo senso, non si può dire che le reazioni da sinistra alla crisi da coronavirus siano mancate. Le possiamo riassumere in quattro distinte categorie: 1) La risposta biopolitica, per cui il pericolo sarebbe la limitazione delle libertà personali attraverso l’esercizio dello stato di emergenza; 2) La risposta anti-liberista, per cui il nemico sarebbe il capitalismo finanziario appoggiato da formazioni politiche che nel corso degli ultimi decenni hanno criminosamente smantellato lo stato sociale, e in particolare la sanità pubblica; 3) La risposta apocalittica, per cui il virus non farebbe che accelerare la tendenza implosiva della globalizzazione, anticipando scenari via via sempre più cupi; e 4) La risposta rivoluzionaria, per cui la crisi aprirebbe la possibilità concreta di una transizione al socialismo. Per quanto vi siano opinabili gradazioni di plausibilità in tutte queste posizioni, vorrei provare a tracciare una riflessione che metta in diretta correlazione lo stato di straniante sospensione ontologica in cui ci veniamo a trovare, e il cuore pulsante di un modo di produzione che ritengo prossimo a raggiungere la sua data di scadenza, come uno yogurt qualsiasi. Detto diversamente, credo che il virus ci stia rivelando non tanto i biechi propositi di regimi biopolitici (controllo totalitario delle vite umane) o finanziari (avidità neoliberista contrapposta a redivive ricette neo-keynesiane), ma nientedimeno che il vuoto attorno a cui vortica – sempre più spompata – la puleggia della dialettica capitalista. Provo a spiegarmi.
2. Le pecore di Chaplin e il tempo perso
Innanzitutto, non possiamo limitarci a pensare che il neoliberismo, per come si è affermato negli ultimi quarant’anni, sia la deviazione perversa di un sistema che tutto sommato funzionava. Piuttosto, la finanziarizzazione dell’economia fu la risposta stricto sensu necessaria del capitale alla crisi sistemica di profitto che a partire dagli anni ’70 cominciò a minare le basi dell’economia reale. L’abolizione di lavoro astratto (salariato), senza possibilità di reintegrarlo agli stessi livelli occupazionali, diventa infatti sempre più pressante a partire dalla terza rivoluzione industriale (microelettronica, informatica, digitalizzazione), mentre oggi, agli albori della quarta (intelligenza artificiale), il processo di distruzione della sostanza del valore (il lavoro vivo, appunto) appare ormai irreversibile. Se è indubbio che di questi tempi l’industria finanziaria brilli di luce propria, per comprendere le motivazioni della sua informe espansione dobbiamo dunque collocarla nella piega del modo di produzione originale. Parafrasando Marx,[3] potremmo dire che l’anatomia della finanza è la chiave per comprendere l’anatomia dell’economia reale. Il capitalismo finanziario rivela cioè il meccanismo elementare attraverso cui l’economia acquisisce efficacia sociale nel mondo moderno. Come? Nel perseguire una logica compulsiva e autotelica, i giochi di prestigio della finanza (denaro che magicamente crea altro denaro) ci svelano il sotterfugio che anima il modo di produzione capitalista, dove il lavoro salariato è impiegato come presupposto del ciclo di accumulazione, il ‘fattore umano’ che ha il compito di mettere in moto, e tener lubrificato, il motore produttivo dell’economia capitalista. Da qualche tempo, però, questo elementare meccanismo produttivo s’è inceppato in concomitanza con la crescita esponenziale dell’automazione e conseguente ‘disoccupazione (e sottoccupazione) tecnologica’, condannando così l’economia reale a una continua e inarrestabile crisi di profitto. Ma andiamo con ordine.
Il capitale non è un oggetto empirico (denaro, mercato, banche, singole imprese, ecc.) e dunque lo si può comprendere solo come capitalismo, cioè come legame che socializza chi compra e chi vende forza-lavoro. Il capitalismo è un rapporto sociale e una formazione storica. Esiste come mediazione istituzionalizzata di denaro che compra lavoro, e di lavoro che produce valore per creare altro denaro, che a sua volta compra altro lavoro per produrre altro valore, in una spirale teoricamente infinita. Questa dialettica, oggi aggressivamente dissolta e insieme presa in consegna dai mercati finanziari, che vanno direttamente al sodo bypassando il lavoro, ha un’origine ben precisa. Storicamente, la narrazione capitalista s’instaura grazie a una transizione sistemica che concerne, tra le altre cose, il mutamento del ruolo del denaro. Per amor di brevità, sintetizziamo attraverso Marx che cita Aristotele:[4] si tratta del passaggio dall’economia pre-capitalista, ove il denaro è mediatore di merci (M-D-M’), alla crematistica, l’arte di far soldi, per cui il denaro s’infatua narcisisticamente di sé stesso, scatenando quell’impulso all’auto-espansione che abbiamo imparato a chiamare capitale, e che dipende dalla ‘razionale’ mediazione della merce-lavoro (D-M-D’). Quest’ultimo è infatti l’ingrediente speciale che permette al denaro di lievitare in capitale. In termini filosofici, diremmo che il capitalismo è una totalità logica e dialettica in cui capitale e lavoro rappresentano due facce della stessa medaglia. Rispetto a questa correlazione, dobbiamo tornare a chiederci quale sia il ruolo del lavoro.
Nell’affidarci alla dialettica speculativa di Hegel, senza il quale di certo non avremmo il Marx dei Lineamenti e del Capitale, cioè il Marx che conta (in tutti i sensi), partiamo con l’osservare che il lavoro è retroattivamente sedotto dal denaro che vuol farsi capitale. Il denaro utilizza il lavoro come ‘personaggio in maschera’, invitandolo al gran ballo del padrone capitalista. Marx però finisce per misconoscere il ruolo costitutivo del denaro-capitale che sussume retroattivamente la forza-lavoro. Ovvero sottovaluta ciò che Hegel chiama Setzung der Voraussetzungen, la figura dialettica del ‘porre le presupposizioni’. In estrema sintesi, diciamo che per affermarsi come sistema il capitale deve porre il lavoro (il lavoro salariato, quantità astratta di tempo di lavoro) a presupposto narrativo e condizione di possibilità del proprio (del capitale) maestoso incedere. Pensiamo al montaggio delle prime tre inquadrature di Tempi moderni di Charlie Chaplin, del 1936. Il film inizia con l’immagine di un enorme orologio che copre l’intero schermo, con la lancetta dei secondi a scandire il passare del tempo; a questa immagine fa seguito l’inquadratura dall’alto di un fitto gregge di pecore che corrono ordinate nella stessa direzione, che si dissolve poi nell’inquadratura di una folla di operai che tracimano dalla metro per dirigersi frettolosamente verso i cancelli della fabbrica. Per la proprietà transitiva, la modernità (fordista, ma non solo) è plasticamente raffigurata da Chaplin come specifica modalità di regimentazione animale (gli ovini) attraverso la misurazione del lavoro: il lavoro conta (per il capitale) solo nel momento in cui può essere contato attraverso il culto profano del tempo di lavoro, da cui viene distillato quel tempo di pluslavoro che va a formare il plusvalore, e da lì il profitto.[5] Nel capitalismo tutto ciò che non è tempo di lavoro è fondamentalmente tempo perso, o tempo che serve a prepararsi a vendere o comprare lavoro. È esattamente questa, oggi, la preoccupazione dei nostri capi di stato e esperti di politica economica: stiamo perdendo tempo.
3. Sedotto e abbandonato: l’invenzione del lavoro
Ma tornando al Moro di Treviri, fino a che punto possiamo concordare con lui che il lavoro è la ‘sostanza del valore’? A mio avviso non è corretto asserire che il lavoro è una capacità produttiva autonoma sfruttata dal capitalista. Piuttosto, per come lo conosciamo, il lavoro cosiddetto astratto è l’invenzione epocale attraverso cui il denaro pone sé stesso come altro da sé (lavoro salariato o ‘capitale variabile’) per potersi auto-determinare in capitale. La parola ‘invenzione’ dev’essere presa alla lettera: si tratta di vera e propria autopoiesi, per cui il denaro fuoriuscito dagli schemi del modo di produzione feudale diventa capitale in quanto effetto che si auto-causa. Secondo Hegel, la storia del mondo è ragione auto-causata e auto-realizzata (Vernunft):[6] la storia si esplicita cioè nella capacità della ragione (o dello Spirito) di auto-organizzarsi partendo dalla propria inconsistenza. Ciò significa che possiamo affermare la causa del nostro agire solo sulla base dell’assenza della causa, ovvero della radicale contraddittorietà e infondatezza di tutto ciò che è.
Questo orientamento controintuitivo ci invita, innanzitutto, a pensare il rapporto causale tra la disfunzionalità di un ordine normativo e la nascita del nuovo. Ma in realtà è già così per ogni cosa che esiste: il trauma è per definizione inerente alla norma. Camminare è l’altro lato della caduta, così come nuotare è un effetto dell’andare a fondo, e vivere comincia a avere un senso per noi umani solo in risposta al sentimento della morte. La vita è dunque in perenne equilibrio sulla sua mancanza di senso, che pure continua a definirla. E lo stesso vale per il capitalismo. Affermare che il capitale è causa sui, significa dire che è l’effetto di una causa (il lavoro astratto) che lui stesso pone a significazione di qualcosa di insignificante. Solo creando la propria presupposizione simbolica nel lavoro salariato, che oggi si appresta a abolire, il capitale diventa legame sociale, ovvero capitalismo, e come tale acquista un senso storico e ontologico. Il lavoro ci appare allora come paradossale effetto retroattivo del suo effetto (il capitale): è creatore di capitale solo in quanto creato dal capitale. Potenza della ragione speculativa! Il capitalismo si comporta così come il Barone di Munchausen, che esce dalla palude in cui è caduto tirandosi fuori per i capelli.
Questa logica di auto-causazione evidentemente non lascia molto spazio a ipotesi di palingenesi proletarie. L’unica via d’uscita da un sistema che ha nella merce-lavoro la propria condizione di possibilità può venire da un lavoro liberato da sé stesso. Se c’è una dimensione delirante nei movimenti marxisti ortodossi è la persuasione che il lavoro produttivo per il capitale in qualche modo, non si capisce come, coincida con il lavoro sub specie aeternitatis, ossia con una famigerata forza-lavoro intesa come potenza autonoma universale produttrice di (altrettanto famigerati) valori d’uso. Marx ci dice che questa forza-lavoro è inalienabile alla condizione umana, e un bel giorno autorizzerà il passaggio al comunismo, dove infine sparirà (bontà sua) in quanto non avrà più motivo di essere.
A mio modesto parere, non si può però asserire che Marx abbia avuto torto nel teorizzare l’universalità del lavoro in quanto metabolismo tra genere umano e natura. Tuttavia, Marx non tenne conto del fatto che, declinato in termini speculativi, il lavoro è una determinazione negativa piuttosto che il protagonista rivoluzionario di una narrazione teleologica che si conclude con il trionfo del comunismo. In quanto dispendio di “cervello, muscoli, nervi, mani ecc.”,[7] il lavoro umano è in ultima analisi irriducibile al calcolo. Lacan lo comprese perfettamente quando, nei seminari XVI e XVII di fine anni ’60, ricondusse il lavoro al sapere dell’inconscio, un sapere che per definizione non si sa, ma si fa. Il capitalismo dunque, nel contabilizzare il lavoro umano, distorce l’oscuro lavorio dell’inconscio, quel savoir-faire, o saperci fare con le cose del mondo, che ancora animava la produzione dell’artigiano. Quel lavoro però rimaneva ai margini dei processi di significazione delle società pre-capitaliste, che si fondavano su altri valori (religione, lignaggio, ecc.). Nel momento in cui il capitalismo mette l’oggetto ‘merce-lavoro’ al centro del mondo, trasformando il nostro mondo in Arbeitsgesellschaft (‘società del lavoro’, secondo la celebre definizione di Hannah Arendt), la relazione sociale si viene a solidificare attorno all’ethos del lavoro quale rappresentazione simbolica di tempo monetizzabile.
4. Il silenzio che parla, e la causa che non c’è
È questa specifica “astrazione reale”[8] del lavoro che ritroviamo nel primo articolo della nostra costituzione. Detto succintamente: per affermarsi come legame sociale il capitalismo costringe il lavoro umano a assumere il ruolo di quantificazione monetaria parcellizzata in unità temporali. È su questo postulato, oggi in via d’estinzione, che si affermano tutte le società capitaliste, come del resto quelle del socialismo reale. La specifica alienazione dei moderni è scandita dal dogma del tempo di lavoro, senza il quale homo economicus si svuota di senso, perde la bussola ontologica, non sa più che fare di sé stesso. Come i sei personaggi pirandelliani, senza quel dispositivo significante che è il tempo del lavoro quantificato l’uomo moderno si riduce a personaggio in cerca d’autore – un autore che appunto gli possa dare non solo un po’ di denaro, ma soprattutto una parte da recitare. Covid-19 è dunque un trauma che agisce per sottrazione: ci priva (almeno momentaneamente) della nostra essenza, che nella modernità si risolve nella produzione di quell’entità enigmatica e speculativa che chiamiamo plusvalore. Ma il punto su cui insistere non è tanto l’alienazione in sé, che in quanto tale è la condizione formale della nostra esistenza in quanto rappresa nel linguaggio; ma il fatto che questo specifico trauma, che il virus ha reso esplicito, era da tempo venuto a disturbare la nostra presunzione di eternità, l’arrogante convinzione che il capitalismo avesse inaugurato la fine della storia. In questo senso, Covid-19 è una metonimia del capitale, oggi sempre più vicino alla propria ingestibile essenza, che mette a dura prova ogni tentativo di ricondurlo dentro i principi di razionalità della politica economica. Su questa doppiezza videro bene Deleuze e Guattari quando affermarono che “tutto è razionale nel capitalismo, tranne che il capitale”.[9]
La crisi del capitalismo contemporaneo globalizzato è pur sempre una crisi di produzione di plusvalore dovuta, come anticipato, alla dilagante automazione dei processi di produzione. È la crisi di un meccanismo cieco e impersonale che mette il lavoro al lavoro al fine di quantificarlo e strappargli un sovrappiù di produttività che, a sua volta, viene elevato a sacro Graal dell’intero sistema riproduttivo. Ma per estrarre plusvalore, il capitale deve prima significare il lavoro, ovvero sedurlo (e, infine, abbandonarlo) per conferirgli un carattere sociale, una specifica identità simbolica. Il plusvalore è dunque il risultato di un processo di significazione che ha come protagonisti il denaro-capitale e il lavoro. Marx, com’è noto, ci dice che il lavoratore corrisponde al capitale un pluslavoro, ovvero un tempo di lavoro aggiuntivo non coperto dal salario, che dunque gli viene subdolamente espropriato per formare plusvalore e realizzarsi in profitto. Tuttavia, come gli imputa, tra gli altri, Jean Baudrillard,[10] Marx finisce per giocare la sua partita sul terreno del capitale. Questo perché accetta, a sua insaputa, il presupposto fondamentale del capitalismo, che mira a fare del lavoro qualcosa di economicamente produttivo e socialmente riproduttivo. Plusvalore significa infatti per Marx capacità di produrre qualcosa in più rispetto a quanto si viene pagati. Il punto di partenza della sua critica è dunque sostanzialmente identico al postulato capitalista: la produttività di valore da parte del lavoro. Se così non fosse – se cioè non avesse ontologizzato il lavoro produttivo come forza universalmente positiva – Marx avrebbe forse intuito che il plusvalore è, in realtà, il segno della mancanza di valore, dell’impossibilità di produrre valore.
È attorno a questo segno meno spacciato per segno più dall’ingegnosa messinscena capitalista che gira vorticosamente tutto il sistema produttivo di profitto. Non è forse vero che nel capitalismo il profitto viene per definizione percepito come mancante? Più ci si arricchisce, più si percepisce il valore che non si ha e che si potrebbe avere. Il segreto riproduttivo del capitalismo sta proprio nel non averne mai abbastanza. E questo per un motivo molto semplice, benché comprensibilmente denegato da tutti: il plusvalore è un significante negativo, per definizione svalorizzato, ovvero è misura di assenza di valore piuttosto che di una quantità monetizzabile di forza-lavoro strappata al lavoratore. Proprio perché vortica attorno a un oggetto di cui gode in quanto mancante, il capitale ha la struttura della pulsione freudiana.[11] Allo stesso modo in cui è compulsivo il vizio del fumo (il fumatore gode sempre della sigaretta che verrà, non di quella che sta fumando), o il vizio del gioco (il giocatore, come nell’omonimo romanzo di Dostoevskij, gode sempre ‘in perdita’), il capitale si auto-valorizza relazionandosi al plusvalore come sostanza negativa, nel senso preciso di un fantomatico oggetto che incarna il proprio non-esserci. E la crisi sistemica che da qualche decennio stiamo attraversando smaschera il ruolo assolutamente centrale di questa mancanza nel processo di auto-valorizzazione del valore. Si può dire, infatti, che il capitale, sempre più sprovvisto del sostengo socio-simbolico dell’astrazione-lavoro, arrivi ormai a coincidere con sé stesso, ovvero con la propria esplosiva contraddizione interna – come appunto evidenziato dalla deriva finanziaria e dal suo ruolo sempre più centrale, benché assurdo, nella riproduzione delle nostre società.
Da questo punto di vista non è affatto errato affermare che, attraverso il suo agghiacciante silenzio, Covid-19 ci dice la verità sul lavoro e insieme sul valore da esso prodotto: sottraendoceli in modo così brusco, il virus porta alla luce la loro reale inconsistenza, e dunque l’astuto espediente speculativo su cui continua ostinatamente a sostenersi il nostro mondo reale. Il punto però non è denunciare il gioco di prestigio del capitalismo. Piuttosto, è urgentissimo prendere coscienza del fatto che questo specifico artificio ha ormai perso la sua efficacia storica, la sua carica ontologica. La crisi terminale del capitalismo, accelerata dal virus, ci rende sempre più nudi e indifesi di fronte al nulla attorno a cui si è da secoli auto-organizzato il nostro modello di vita quale specifica forma di immunizzazione sociale. Questo nulla non dev’essere ignorato o ricusato, ma assunto a causa mancante della nostra esistenza al fine di immaginare e iniziare a progettare intorno a essa un nuovo legame sociale.










































Comments
sempre in materia di valore d'uso aggiungo, per chi fosse interessato, questo materiale d'archivio (KMZ, la fabbrica delle Zorkij e delle Zenit) riguardante una "Ekspertiza"
http://www.zenitcamera.com/archive/fs/report-vniite-6209.html
L'Ekspertiza, ovvero una perizia dettagliata di un dato prodotto, era svolta da un ente esterno, ovvero in questo caso L'istituto di ricerca scientifica di tutta l'Unione per l'estetica tecnica, reparto perizie tecniche (ВСЕСОЮЗНЫЙ НАУЧНО-ИССЛЕДОВАТЕЛЬСКИЙ ИНСТИТУТ ТЕХНИЧЕСКОЙ ЭСТЕТИКИ, Отдел технической экспертизы)
L'oggetto della perizia è, in questo caso, il fotofucile (fotoznajper) in una delle sue versioni. Obbiettivo da 300 mm, fatto interamente in metallo, quindi con un peso non indifferente, tale da richiedere un supporto per lo scatto a mano, non su treppiede, no stabilizzatore, no post-processing, niente da fare... negativo mosso, foto da buttare: quindi, calcio di fucile per scaricare sulle spalle il peso, grilletto al posto dell'tasto di scatto superiore (meccanismo di trasmissione dello scatto trasferito in fondo a una macchina Zenit modificata apposta), ghiera di messa a fuoco regolabile con la mano sinistra, tenendo il gomito puntato sul torace per una maggiore stabilità, 1/250 sec, 1/125 ancora ancora, una prece e il negativo usciva pulito. Almeno, i miei senza sbanfare a 1/125 escono puliti, specialmente appoggiandomi a terra o su un tavolo e trattenendo il fiato tipo cecchino.
Le foto sono abbastanza eloquenti (a differenza del testo). Veniva valutata l'ergonomia, la funzionalità, la manovrabilità. E' persino fatto un confronto con analoghi occidentali (la tedesca Novoflex usciva in quegli anni con quel prodotto).
E non erano fatti sconti, evidenziate tutte le criticità, i difetti di progettazione e, capitolo VI, esplicitate le raccomandazioni alla fabbrica per migliorare il progetto.
Poi aggiungiamo tutto quello cui ho già accennato, ma questa perizia datata 1966 mostra chiaramente che l'attenzione al valore d'uso, e nei minimi dettagli, per un bene di consumo, non era un argomento completamente estraneo.
Ciao
Paolo
Senza dilungarmi sulla affermazione “ Ma quando Marx parla di "valori d'uso" come necessità eterna finisce per ontologizzare qualcosa che non esiste, …”
potrei anche accettarla in linea di principio, nello spirito di costruire un linguaggio che includa certe problematiche e delinei dei percorsi possibili e realistici. Tuttavia occorre notare che qui Marx non si limita al piano linguistico differenziativo nel dare dei nomi, ma ragiona strettamente in termini economici e ricardiani: la sua preoccupazione è evidenziare che ogni modo di produzione terreno (umano troppo umano verrebbe da dire), a prescindere dalla realizzazione storica, presenta alcune irrevocabili caratteristiche comuni: la produzione di un surplus siano valori d'uso o concretezze, l'esistenza di una curva di trasformazione su cui posizionarsi per scelte politiche e tecniche, e rapporti di scambio.
A questo punto, le invio e mi scuso se appaiono intempestive.
L'equivalenza tempo di lavoro astratto=denaro non mi sembra una creazione capitalistica, né il plusvalore una denominazione arbitraria capitalistica, ma un dato storico. Che abbia un valore storicamente determinato non significa che esso sia arbitrario.
Anche la diade stato politico-società civile e la conseguente scissione tra cittadino e produttore, secondo Marx, è ideologica, storicamente determinata, e allo stesso tempo reale, realmente operante, non arbitraria.
Rifiutare la positività sostanziale del plusvalore, negando la sua operatività storica secondo le le leggi proprie del capitalismo, equivale a chiudere gli occhi dinanzi ad una realtà, ritenendo di averla così negata.
Che questa non sia una legge eterna e che sia valida solo storicamente entro il sistema capitalistico non significa che si possa superare negandone l'esistenza e l'operatività.
Essa si può superare solo storicamente insieme alle condizioni storico-sociali che ne permettono la sussistenza e il dominio.
Ritenere una creazione arbitraria (semplice denominazione di una negatività) la positività del plusvalore, in quanto determinata sul denaro e su categorie capitalistiche, equivale a ritenere arbitrario tutto il capitalismo. Ma tra l'arbitrarietá e la determinatezza storica passa una bella differenza. Questa è la differenza che passa tra una lettura vicina al postmodernismo e l’altra vicina al marxismo.
Siamo nel territorio nel quale la realtà è solo linguaggio. Si cambia il nome alle cose mantenendone inalterata la sostanza (ma capisco che a questa osservazione si opporrà l'obiezione che la sostanza non esiste e i piani di discussione sono così destinati a rimanere paralleli).
Ma io ritengo tutt’altro che un progresso, inteso come superamento, l’abbandono dell’ottica marxista.
Parole da incorniciare, Alfonso.
A questo proposito pongo all'attenzione tua e di tutti i compagni questa raccolta fresca fresca di scansione...
http://rt20.mybb2.ru/viewtopic.php?f=20&t=36358&start=50
La rivista si chiamava "Novye Tovary" (nuove merci)... una specie di catalogo postalmarket senza possibilità di acquisto (vedere non toccare...)
Prendiamo un numero a caso, 1983
https://cccp.livejournal.com/63383.html
a p. 6 troviamo un signor stereo... il massimo, 200 rubli quando lo stipendio medio era 180 (https://zen.yandex.ru/media/mamin_sibiryak/kakie-byli-zarplaty-v-sssr-v-pereschete-na-segodniashnii-den-5bf2ec7d160adb00a9a86a36)
"Parigi val bene una messa", "essenza, benzina o gasolina, tu dammi un litro e in cambio ti do... cristina", un mese e qualcosa a pane e acqua e mi faccio lo stereo!
Peccato che nel 1982 i Dire Straits pubblicavano Love over gold anche su CD, e dalla seconda metà degli anni Ottanta chi poteva faceva l'investimento e li comperava al posto del 33 giri.
Ora, in questo senso, rincorrere l'occidente sui beni di consumo non fu una buona scelta... nota triste sul finale, un numero del 1993, quando l'inferno di cui parla Alfonso ormai si era scatenato in tutta la sua violenza e Novye tovary, per riempire la carta della rivista, pubblicava cartamodelli... perché nel frattempo tutte quelle ditte avevan chiuso.
http://cccp.livejournal.com/54545.html
In effetti, non ci voleva un genio per capire che aprire al mercato occidentale con la Niva 4x4 come punta di diamante (che comunque è prodotta ancora oggi! https://www.lada.ru/cars/4x4/) e vecchi modelli di stereo (fabbriche fallite), radio (fabbriche fallite), confezioni (fabbriche fallite), televisori (fabbriche fallite), ecc. avrebbe portato al collasso economico.
Che fare? Puntare sul valore d'uso, anzi tutto. Le fotocamere sovietiche piccolo formato che sopravvissero alla riconversione delle loro fabbriche nel mercato dell'usato perché, quelle assemblate con criterio, erano dei muli. Stesso discorso per le Praktica MTL3 e MTL5.
Puntare quindi sull'ammodernamento, e su una reale attenzione all'utente finale. Separando, magari le officine militari da quelle civili... non sarebbe stato male. Caso esemplare, la FED di Charkov, nell'attuale Ucraina, così chiamata in onore di un certo Felice Dzeržinskij figlio di Edmundo. Nata dai ragazzi di Makarenko, su cui egli peraltro scrive alcune delle pagine più belle del suo Poema Pedagogico, diventa già dal 1941 una delle fabbriche più avanzate di aviazione civile e militare. Alcuni Tupolev e Antonov nacquero li. Insieme alle telemetro FED con cui avevano inizato i ragazzi di Makarenko.
Stesso fato per la fabbrica di Kiev "Arsenal" (nomen omen...), dove nel II dopoguerra trasportarono, in riparazione dei danni di guerra, le linee della telemetro Contax. Le prime Kiev uscirono ancora con alcuni componenti marcati Zeiss. Parliamo di una macchina che faceva da mezzo secondo a 1/1000 di secondo, un gioiello Bauhaus (perché come nell'AK-47, tutto stava dove doveva stare, dalla ghiera di messa a fuoco controllata dalla stessa mano che regolava l'otturatore, l'avanzamento e i tempi) di ingegneria meccanica tedesca e di ottica. Una macchina che, personalmente, ancora oggi preferisco a tante altre. Peccato che sempre nella stessa Arsenal producessero dispositivi e componenti che finivano sui Mig e sulla Saljut. Stesso discorso per la LOMO di Leningrad o la KMZ che produceva le Zenit.
Ora, fossi stato il direttore della FED, dell'Arsenal o delle altre... a cosa avrei dato la precedenza? Per cosa mi sarebbe saltata la testa? Per una leva di avanzamento di plastica (Zenit 122) che negli anni Ottanta mi faceva risparmiare quattro rubli ma poi si sarebbe usurata molto più presto di una metallica e quindi rimasta in mano al malcapitato fotoamatore? Oppure per un pezzo malfunzionante che doveva andare su un Mig?
A questo si aggiunsero una serie di malaugurate coincidenze: rivoluzioni tecnologiche che investirono la sfera dei beni di consumo riempendoli di elettronica, creando dei divari oggi colmabilissimi ma che allora amplificarono chi, fino a quel momento, non aveva visto la necessità di modificare i propri assetti produttivi. Elettronica inutile, come l'autofocus e il motorino di avanzamento automatico dei fotogrammi in situazioni normali di fotografia... anzi, dannosa perché rendeva i meccanismi estremamente più fragili, dipendenti da batterie che ti lasciavano in panne sul più bello, oltre che rendere più pesanti gli apparecchi stessi (quando invece le Olympus erano famose per la loro leggerezza e, nel suo piccolo, la mia Cosina CSM col suo cinquantino d'ordinanza arrivava a 600 g.). Elettronica inutile... e torniamo al valore d'uso. Ma, restando sempre in ambito fotografico, il vivere sugli allori degli ultimi veri prodotti competitivi degli anni Settanta (la Zorkij-4k fra le telemetro e la Zenit E, seguita dalla TTL fra le reflex) producendo sottoprodotti... fu fatale. Non ci fossero state tutte queste concomitanze, insieme a una dirigenza gorbacioviana in piena fase di smantellamento fatto passare sotto "ricostruzione" (andate a chiedere in qualsiasi ex-repubblica dell'URSS cosa ne pensino di Michele figlio di Sergio... e, su questo, li troverete tutti d'accordo!), oggi non saremmo qui fare questi discorsi.
E l'abbaglio per la popolazione fu troppo forte. Pensavano che qui tutti si potessero permettere quei beni di consumo le cui immagini passavano oltrecortina. Mio padre un milione e due da buttare negli anni Ottanta per comprare una Nikon FM2 non li aveva (15 anni fa, portata a casa con 150 euro completa di obbiettivo Nikkor 80 mm da un barbiere di Milano). E neppure quattrocentomila lire per una Praktica MTL5 (30 euro comprese spese di spedizione sulla baia). Oggi, il 63%, potesse tornare indietro, lo farebbe. Nonostante i PC son stati messi fuori legge in molte repubbliche ex-sovietiche e in altre sono fortemente limitati.
"Superare senza raggiungere"... la sfida sul valore d'uso è tutta qui: creare prodotti migliori senza inseguire prodotti che divengono obsoleti dopo sei mesi. Prodotti che durano. Prodotti belli, funzionali. Oggi quella sfida la potremmo vincere.
Un caro saluto a tutti.
Paolo Selmi
Tuttavia il tuo chiarimento, in attesa delle riflessioni sulla supposta tautologia e aporia di Marx confermano il pizzico di confusione e la conflagrazione di giochi linguistici differenti. Cioè sollevare una importante e ineludibile questione non è garanzia di una risposta adeguata. La rappresentazione scientifica del capitalismo che Marx da, nela sua modellazione del rapporto tra esoterico e essoterico, è in assoluto la migliore, la più intelligente e efficace. E è ancora l'unico a avere compreso in profondità il ruolo della moneta simbolo e significante arbitrario, del credito e del capitale fittizio. E la sua costruzione descrittiva galileiana, logica si confrontava con i limiti di pur grandi pensatori come Ricardo e Malthus stesso e soprattutto smontava definitivamente l'economia volgare. Hegel non era più la sua preoccupazione, era già superato e potrebbe anche essere lasciato fuori dal quadro.
Il fatto che nei sistemi comunisti e socialisti il feticismo della merce abbia continuato a prevalere fino al punto che una vasta parte della popolazione si è fatta lobotomizzare dalla pubblicità (la menzogna che qualifica il capitalismo) dimostra come il disastro e il vero terreno della sconfitta non fosse la produzione reale ma l'educazione e il livello intellettuale e morale. Poi si sono accorti che lo scambiare la pubblicità per realtà del capitalismo li ha portati all'inferno. (Occorre dare atto che Norberto Bobbio tra i pochissimi in qualche modo lo suggerì).
Marx dice chiaramente che in un sistema ideale comunista denaro e merce devono implodere simultaneamente, Ha ovviamente le idee chiarissime, è inattaccabile, non questionabile. Sul come possa nella pratica realizzarsi invece resta ancora problematico, Walter Benjamin per ritornare a uno che già ho citato lo mise in evidenza.
La tua critica per il modo in cui è formulata sembra, per forzare e semplificare, a una critica alla definizione di criterio di uguaglianza del limite nel calcolo infinitesimale. Opinione o meno che sia quel criterio di uguale impiegato, ogni discussione in merito resta un sofisma che non modifica di una virgola l'efficacia del modello e il suo uso.
Una nota a margine come i significanti nel linguaggio moderno sono diventati sostanzialmente arbitrari, così nel capitalismo fittizio la moneta è diventata moneta fittizia, significante arbitrario, in linea con le intuizioni di Marx e compimento del capitalismo.
E altrettanto d'accordo mi trovo sul valore reale, costitutivo della realtà, sulla materialità, del lavoro della psiche.
Forse non mi sono espresso chiaramente, ma pensavo di aver detto della necessità di tener fermo Hegel; soltanto, con la necessità di tenerlo fermo entro la teoria e la concezione marxiana, che, a mio avviso, non può essere scissa e usata in parti separate.
Quanto alla materialità della psiche, ossia alla materialità storico sociale dell'ideologia (in un senso di psiche che fuoriesce dalla concezione psicologica o psicanalitica propriamente dette), ho scritto chiaramente, a proposito della maturazione della coscienza rivoluzionaria, dello spirito di scissione: "tanto più che la maturazione di una coscienza rivoluzionaria nel proletariato, secondo la teoria di Marx, è a pieno titolo un mutamento strutturale, in quanto modificazione del modo di essere di una forza produttiva". Che la teoria sia prassi e non mero riflesso, penso sia un'acquisizione ormai scontata.
Non è su ciò che verte il mio dissenso; tutt'altro.
Il punto è che io ritengo che, pur con le novità e gli aggiornamenti necessari, la realtà di fondo che giustificava le categorie fondamentali del marxismo e del leninismo sia ancora operante.
Quanto alla rivoluzione, non penso affatto ad essa come a un fatto immediato e palingenetico. Credo che sia un processo. Ma non il pacifico processo del tutto che si evolve sino a trasformarsi, senza soggetti e senza vera dialettica interna, salti, punti di rottura, retrocessioni, avanzamenti, guerra di movimento e guerra di posizione. Anche qui ci soccorre Hegel con la sua concezione del rapporto tra particolare e universale, finito e infinito, soggetto e oggetto, libertà come coscienza della necessità (storico-sociale).
Mi dispiace deludere chi avrebbe ,secondo me, delle ottime basi culturali per sviluppare un pensiero aperto e senza dogmi; se non si ostinasse però, ad usarle in maniera circolare. Cioè in modo tale da trovare le loro ragioni (delle basi culturali) in quello che vorrebbero criticare. Almeno in parte, un pezzo di Storia passata e anche forse di quella recente, assomiglia di più al suo modo di pensare che al mio. Il mio modo di pensare non ha risultati storici. È già stato scritto un bel articolo. Al quale sono state fatte delle considerazioni. Mi pare che sia chiara la questione. Per finire, credo che non si troverà mai il senso di una cosa, se non sappiamo quale sia la forza che se ne appropria. Forse , qualcuno inverte questo rapporto ; usa una forza passata per darle un senso attuale. Ma è solo una intuizione da dilettante. Passo e chiudo. In bocca al lupo.
Così è più chiara.
Aggiungerei una ulteriore considerazione su questi assunti:
la finanziarizzazione dell'economia è solo una delle reazioni del capitale alla crisi da sovraccumulazione e caduta del saggio di profitto. Ci sono altre reazioni risolutive, distruttive di forze produttive, tra cui la guerra, che consentono la ripartenza del ciclo espansivo di accumulazione. La seconda guerra mondiale con il successivo trentennio glorioso dovrebbe dirci qualcosa.
Perciò, la tendenza incessante alla sovraccumulazione di capitale e alla riduzione del lavoro vivo rispetto al lavoro morto non necessariamente e inesorabilmente devono portare sino all'estinzione del lavoro (astratto), con la conseguente implosione-estinzione del capitalismo privo del suo presupposto.
E se anche così fosse, l'esito post capitalistico potrebbe essere anche peggiore del capitalismo, in termini di rapporti di sfruttamento e di soggezione personale, di barbarie. Ecco perché l'azione rivoluzionaria per il socialismo è indispensabile.
Altra considerazione: non capisco per quale motivo, se il capitale pone il lavoro astratto come sua presupposizione e, così facendo, plasma gli stessi lavoratori come espressione di questa categoria (il che equivale a dire che i lavoratori stessi si pensano solo come lavoratori astratti, tanto che avrebbero trasferito questa loro concezione anche nei tentativi di costruzione del socialismo, secondo l'opinabile affermazione di Vighi), la crisi del capitale non può anche determinare una nuova ottica dei lavoratori, rompendo quella egemonia? Escluderlo significherebbe inchiodarsi ad una concezione statica, non processuale, e meccanica del rapporto tra struttura e sovrastruttura, tra condizioni oggettive e condizioni soggettive nel passaggio dal capitalismo al socialismo (tanto più che la maturazione di una coscienza rivoluzionaria nel proletariato, secondo la teoria di Marx, è a pieno titolo un mutamento strutturale, in quanto modificazione del modo di essere di una forza produttiva).
È facile bollare come superata questa concezione, ma bisognerebbe sostituirle una concezione alternativa che non fosse l'apologia della passività sotto spoglie mistiche millenaristiche, apocalittiche e contemplative.
Da questa posizione, diciamo così, di passività conservatrice si rischia di cadere addirittura direttamente in una posizione reazionaria quando si usa la categoria nietzscheana del risentimento per classificare chi sostiene posizioni socialiste marxiste cosiddette ortodosse. Trondoli saprà sicuramente che Nietzsche definiva il socialismo come il risentimento dei mal nati, gli inferiori, che instilla sensi di colpa nei ben nati, i superiori dominanti. Non è una casuale coincidenza il suo richiamo alla categoria del risentimento di Nietzsche, espressione di un pensiero crudamente reazionario. Mi dispiace dover completare questo aspetto del richiamo nietzscheano a chi invece dovrei rivolgermi soltanto per farmi spiegare tutte le cose che non capisco quando esprimo il disaccordo con esse.
Il capitalismo per natura e definizione vive sempre una condizione critica e le fasi più o meno parossistiche di speculazione finanziaria sono state ricorsive. Anche quando il livello del reddito era molto più basso. E possono essere studiate e capite con le categorie scientifiche di Marx, che tra l'altro nella sua ultima parte di vita già investigava l'evoluzione del capitalismo verso forme dominate dal capitale fittizio e finanza.
La novità specie degli ultimi due decenni è una radicale trasformazione del capitalismo, che ha reso obsoleti tutti i paradigmi pseudometafisici insegnati e imposti dalla classe dominante per mere ideologistiche e lobotomizzanti ragioni.
Sono una commedia dell'assurdo e insulto all'intelligenza le sceneggiate della pletora di ritardati e fenomeni da baraccone di economisti volgari dediti a discettare su fenomeni che non comprendono. Privi del senso del ridicolo manco si accorgono di essere pure derisi e umiliati dalle decisioni che l'impero assume e che gettano al macero tutti i libri e dottrine a cui fanno riferimento.
Il paradigma marxiano resta invece sostanzialmente valido, deplorevole è il fatto che sia ignorato dato che i sinistri hanno abbracciato la pseudometafisica neoclassica.
Il capitalismo contemporaneo è caratterizzati dall'azione di tre vettori, la volontà da parte della classe dominante di restaurare un potere sul modello medievale (e di frenare gli elementi rivoluzionari del capitalismo), il robustissimo progresso tecnologico non neutrale e il dominio assoluto e incontratato del capitale fittizio. L'esito più marcante e dirompente non è tanto la apparente finanziarizzazione spesso usata come slogan ma la marxiana convergenza e unificazione di banca centrale e tesoro. Infatti in termini tecnici la finanza e moneta privata non sono in grado di sopperire alle necessità e sostenere la baracca, ma deve essere lo stato. Questo è il mutanento epocale.
Per il resto, non meno importante, può essere utile citare ancora Walter Benjamin e il suo " Il Capitalismo come Religione".
A prescindere da alcuni minimi dettagli su cui si potrebbe sollevare qualche osservazione, Benjamin, al solito, coglie nel segno, il capitalismo non solo ha conquistato la Chiesa ma si è imposto come la più pura religione e culto estremo coinvolgendo allo stesso modo sul piano valoriale e comportamentale classe dominante e classi inferiori sfruttate. Il problema del superamento del feticismo della merce investe il senso della vita e visione del mondo che uno si da, sul piano individuale e collettivo. Adam Smith diceva che nel capitalismo i lavoratori sfruttati sono ridottj a bestie, fisicamente, moralmente e spiritualmente abbruttiti. Non appare esserci una meccanica e spontanea crescita spirituale e di consapevolezza e superamento della falsa coscienza, sebbene l'incremento del reddito dovrebbe almeno favorirli. Perciò anche una ermeneutica ontologica può contribuire a svecchiare credenze e sviluppare sensibilità, ma nella misura in cui non occulti o pretenda di definirsi come nuova astratta categoria risolutiva per funzionare da equivoca distrazione.
Il solito t9.
Non mi convince la separazione tra il Marx scienziato del capitale e il Marx rivoluzionario; tra il Marx hegeliano e il Marx positivista.
Non contesto affatto l'eredità, l'uso, della logica e della dialettica di Hegel (anzi), ma, con Marx, non mi fermerei alla semplice riproposizione di Hegel.
Non espungo affatto l'ideologia e la psicologia dal reale, ma il movimento reale non può essere colto solo come movimento ideologico o psicologico.
Vedo bene che nell'articolo si cercano di indagare i motivi della crisi, ma quando ci si accosta alla tesi della fine del lavoro in un mondo, comprese le periferie della metropoli capitalistica, che ancora accoglie miliardi di proletari, non posso non dedurre che si ignora un dato di realtà; e lo si fa mentre si utilizza la legge della composizione organica variabile del capitale come novità inaudita e astratta, su di un piano economicistico che si vorrebbe riequilibrare con una abbondante dose parallela di psicologismo (sottolineo parallelo). Questo psicologico sembra avere la funzione di dialettizzare un movimento altrimenti deterministico e univoco del reale. La reale dialettica storica e rivoluzionaria viene respinta come utopistica, per poi essere sostituita da una dialettica logico-psicologica, ritenuta scientifica.
Questa mia differenza di vedute, con le dovute proporzioni di livello culturale, naturalmente, con Vighi non può che portare alla divergenza sul giudizio circa il bilancio storico del movimento dei lavoratori. Contesto la tesi del fallimento e credo che l'ottica deve abbracciare processi più lunghi e complessi, ancora in corso.
Ho sentito di un racconto di Cesare Zavattini sul carattere astratto del calcolo matematico, della numerazione quantitativa che non include la qualità, che narra di un sagrestano, il quale, avendo dimenticato un giorno di suonare le campane all'orario stabilito, il giorno seguente suonò le campane, non della giornata in corso, ma del giorno precedente, in recupero; e così in tutti gli altri giorni a seguire; cosicché ogni giorno egli suonava le campane del giorno precedente, all'orario stabilito e in ritardo di 24 ore, ma la gente non se ne accorgeva.
Ecco, la considerazione di Vighi sul fumatore che mentre fuma una sigaretta non prova piacere per quella, ma per l'aspettativa della prossima ha lo stesso valore della consapevolezza del campanaro. Il campanaro sposta soggettivamente sul passato una sua azione presente, il fumatore la sposterebbe (il condizionale è d'obbligo, perché in realtà non è così e la supposizione è falsa, così come come è manipolato a proprio uso il riferimento al meccanismo masochistico del giocatore di Dostoevskij) sul futuro. In entrambi i casi, con questo artificio soggettivo, l'effettualitá del reale non esiste in virtù di una trasposizione meramente soggettiva del presente nel passato o nel futuro; o, se vogliamo abbandonare la temporalità, una cosa si trasforma in un'altra in virtù dell'imputazione psicologica soggettiva dettata dalla sensazione (dettata da ciò che si desidera. Il desiderio "libero" altro non è che sensazione immediata: altro che condizione di libertà che stabilisce in autosufficienza la logica di ciò che concepisce. L'arbitrio è in realtà schiavitù).
Ecco, in tal senso, con simili acuti procedimenti "dialettici", il plusvalore può indicare per Vighi solo una mancanza e non un reale sovrappiú estorto: poiché il capitalista estorce plusvalore come presupposto per estorcerne altro (poiché il capitalista è teso all'estorsione di altro plusvalore, che egli desidera); poiché il processo di valorizzazione è fine a se stesso, allora la valorizzazione reale non esiste, il plusvalore è una mera mancanza (in quanto mera condizione per altro plusvalore).
Tutti i processi reali, nell'impostazione di Vighi, sono ridotti a processi logici che "pongono le presupposizioni", retroattivamente. Viviamo nel regno delle ombre e dei desideri.
Non sono ferrato in queste faccende, ma azzardo l'impressione che da Hegel, che pure era storicista, si arrivi alla metafisica di Heidegger, con l'aggiunta, naturalmente, dei richiamati Lacan, Baudrillard, ecc.
Curiosa la pretesa di criticare il materialismo (e lo storicismo, sempre presente, credo, anche nelle opere logico-analitiche) di Marx in quanto non idealista.
Infine, altrettanto curiosa è la sufficienza con cui, in una visione limitata, e pure parziale, occidentocentrica, si ignora con disinvoltura la realtà e la materialità dei processi mondiali e si assume il teorema della cosiddetta fine del lavoro. Miliardi di proletari nel mondo sostanzialmente non esistono e sono superflui per la descrizione dell'autopoiesi del capitale che pone i suoi presupposti, in un'ottica esclusivamente logica e che ha già decretato la fine del lavoro. Così, ciò che dovrebbe essere un risultato del processo rivoluzionario, il superamento del lavoro astratto, risulta un risultato già acquisito dal capitale come più avanzata "fine del lavoro" tout court. Ciò che potrebbe essere una conseguenza del processo rivoluzionario è qui presentata come condizione, fasulla, di una non meglio precisata società post capitalistica.
Sembra davvero che il capitale possa finire per una mera contraddizione logica (che Vighi ritiene già compiuta), la quale però, stranamente, è determinata da processi storici (la sovraccumulazione di capitale, della quale, come nota giustamente Vighi, la finanziarizzazione è una manifestazione).
Siamo al solito enigma: con una visione del genere, in questo nulla che tutto crea e tutto sussume, nel quale non vi è processo storico materiale, o se vi è esso è solo logico e non realmente dialettico, chi deve "immaginare" e "iniziare a progettare un futuro diverso"?
stupendo. Riesce a farci vedere
con una luminosità semplice
e profonda la vera trama su cui
crediamo di intessere, in apparente
autonomia e libertà, le nostre vite
e financo le nostre volontà di liberazione.
È vero, tuttavia, che nel suo vorticoso
procedere del capitale verso
la coincidenza con sé stesso
gli aspetti apocalittici dovranno,
ahinoi, emergere in modo assai esplicito...
Io vedo invece un rafforzamento ancora più brutale di questo capitalismo: la chiusura di molte attività industriali e del piccolo commercio favorisce le grandi piattaforme di internet; l'imperatore dell'informatica, Bill Gates, ci dice che prima di riunirci come persone, come esseri sociali, dovremo aspettare il vaccino, il suo vaccino, che penso verrà imposto dall'OMS di cui lui è a capo. Si vogliono silenziare le poche voci dissenzienti circa la narrazione di questa falsa pandemia, quindi c'è la concreta minaccia di non potere neanche più esprimere il proprio pensiero.
E voi mi parlate di crollo del capitalismo!? Siamo invece alla sua apoteosi, grazie anche alla falsa pandemia, falsità accettata anche dalla maggioranza degli intellettuali, della sinistra, che in questo caso porta acqua al sistema che voleva combattere.