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Il pensiero in divisa

di Mario Sommella

Prima di comprare i missili, il potere europeo ha messo in marcia le coscienze. Come la logica del riarmo ha colonizzato scuole, linguaggio e senso comune, trasformando la guerra da eccezione ripudiata a evidenza indiscutibile

riarmo di europa e nato cos e e perche se ne parla 300x200.jpegC’è una legge antica in ogni forma di dominio: prima di occupare un territorio conviene occupare le teste di chi lo abita. Nessuna guerra si combatte soltanto con i cannoni; si prepara molto prima, nelle aule scolastiche, nei telegiornali, nel lessico che adoperiamo senza accorgercene, nel modo silenzioso in cui impariamo a considerare ovvio ciò che fino a ieri sarebbe stato inaccettabile. Antonio Gramsci aveva colto questo meccanismo quando distingueva il dominio imposto con la forza dall’egemonia, la forma di potere più profonda e duratura, quella che si radica nel consenso, nella cultura diffusa, nel senso comune. È esattamente su questo terreno che si gioca oggi la partita più insidiosa del riarmo europeo: non quella delle fabbriche di armi, ma quella delle coscienze.

Mentre l’Unione europea annuncia programmi di spesa militare da centinaia di miliardi di euro, un processo meno appariscente ma più decisivo attraversa in profondità la società: la costruzione paziente di un consenso preventivo alla guerra. È la militarizzazione del pensiero, cioè la trasformazione di un’intera mentalità collettiva affinché accetti come naturale, necessario e persino desiderabile ciò che la Costituzione repubblicana ripudia solennemente nel suo articolo 11. Conviene ricostruire come questo consenso venga fabbricato, quali interessi materiali lo sostengano e cosa scompaia dal nostro campo visivo quando la guerra diventa l’unico orizzonte pensabile.

 

1. Un riarmo senza precedenti

Il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei minuti, su un sobrio sfondo blu notte, il piano ribattezzato ReArm Europe, poi ridenominato Readiness 2030. L’annuncio prometteva di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa continentale.

La cifra, va detto con onestà, è in larga parte una proiezione contabile più che uno stanziamento reale: nasce dalla somma delle spese militari nazionali proiettate negli anni e da meccanismi che autorizzano nuovo debito. Ma la direzione politica è inequivocabile.

Due sono le leve principali. La prima è l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità, che consente agli Stati membri di aumentare le spese militari sforando i vincoli di bilancio: uno spazio fiscale stimato in circa seicentocinquanta miliardi di euro in quattro anni. La seconda è lo strumento SAFE, che mette a disposizione centocinquanta miliardi di prestiti agevolati per acquisti comuni di armamenti. A completare il quadro, la possibilità di dirottare verso l’industria bellica i fondi di coesione, quelli storicamente destinati a ridurre le disuguaglianze tra le regioni europee, e la rimozione delle barriere etiche che finora impedivano alla Banca europea per gli investimenti di finanziare la produzione militare. Tra gennaio e febbraio 2026 la Commissione ha approvato i primi piani nazionali SAFE, per decine di miliardi complessivi, Italia compresa.

A questa architettura europea si è saldato l’esito del vertice della NATO svoltosi all’Aja il 24 e 25 giugno 2025. Lì i governi alleati si sono impegnati a portare la spesa per la difesa e la sicurezza al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035: tre e mezzo per cento per gli armamenti veri e propri e un ulteriore uno e mezzo per infrastrutture e settori collegati. Per l’Italia significa una traiettoria che potrebbe far lievitare la spesa militare verso i settanta-ottanta miliardi annui nel giro di un decennio. Von der Leyen ha sintetizzato il nuovo clima con una frase destinata a restare: l’era dei dividendi della pace, ha dichiarato, appartiene ormai al passato.

 

2. La paura come modello di business

Dietro ogni retorica dell’emergenza conviene sempre seguire il denaro. Il riarmo europeo non è un fenomeno neutro: produce vincitori precisi e identificabili. Le grandi aziende del comparto militare-industriale, dalla tedesca Rheinmetall alla britannica BAE Systems, dalla franco-tedesca Airbus all’italiana Leonardo, vedono crescere commesse, fatturati e quotazioni. Solo per fare un esempio, all’esercito italiano sono destinati oltre venti miliardi di euro per un vasto programma di mezzi corazzati e carri armati realizzato insieme a Rheinmetall. I mercati finanziari hanno fiutato l’affare: i titoli della difesa corrono, e tra i principali azionisti di queste imprese compaiono gli stessi colossi della finanza globale, da BlackRock a Vanguard a Capital Group, che scommettono simultaneamente sull’industria americana e su quella europea, sempre più intrecciate.

C’è poi una dimensione geopolitica che la narrazione dominante preferisce tacere. La pressione statunitense sul riarmo europeo non nasce soltanto da preoccupazioni strategiche, ma da un calcolo economico. Un’ampia letteratura critica, a partire dagli studi di economisti come Emiliano Brancaccio, ha mostrato come per gli Stati Uniti, gravati da un enorme debito verso l’estero, spingere gli alleati europei a finanziare la corsa agli armamenti rappresenti un’occasione di ricentralizzazione dei capitali e di riequilibrio della propria bilancia dei pagamenti. In altre parole, l’Europa si indebita per acquistare, in buona parte, tecnologia bellica d’oltreoceano, come conferma l’adesione a iniziative NATO che convogliano forniture militari verso l’Ucraina passando per l’industria americana.

Il dato più scomodo, però, riguarda la stessa premessa dell’emergenza. Il rapporto annuale The Military Balance dell’Istituto internazionale di studi strategici di Londra documenta come i Paesi europei della NATO, considerati anche senza gli Stati Uniti, siano complessivamente superiori a Russia e Bielorussia in quasi tutti i principali sistemi d’arma convenzionali. Descrivere l’Europa come indifesa e sguarnita, dunque, non corrisponde ai fatti: serve a giustificare il trasferimento di ingenti risorse pubbliche dal welfare all’economia di guerra. La paura, in questo schema, non è soltanto un sentimento: è un modello di business.

 

3. Le parole come armi

La guerra, prima ancora di essere combattuta, viene pronunciata. Il riarmo materiale ha bisogno di un riarmo del linguaggio che lo preceda e lo legittimi, e negli ultimi mesi i vertici politici e militari europei hanno fornito un campionario impressionante di questa operazione. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha invocato apertamente un passaggio a una mentalità di guerra, sostenendo che per prevenire la guerra bisogna prepararsi ad essa: un rovesciamento del vecchio principio di deterrenza in una vera e propria pedagogia collettiva dell’ostilità. Giorgia Meloni, al vertice dell’Aja, ha riesumato il motto latino secondo cui chi vuole la pace deve preparare la guerra, come se la pace fosse un sottoprodotto del riarmo e non il suo contrario.

Il caso più rivelatore resta però quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Commentando l’attacco israeliano all’Iran del giugno 2025, a margine del G7 in Canada, ha ringraziato Israele per il lavoro sporco che, a suo dire, starebbe facendo per tutti noi. In quella frase, che ha suscitato critiche perfino all’interno della sua maggioranza, si condensa un intero mutamento culturale: l’abbandono esplicito del diritto internazionale, la legittimazione della guerra preventiva, la delega della violenza a un attore terzo purché faccia gli interessi dell’Occidente. È la rimozione dell’ultimo pudore, la sostituzione della grammatica del diritto con quella nuda della forza.

Accanto a queste dichiarazioni opera un lavoro più sottile di ingegneria semantica. Termini come resilienza, prontezza, deterrenza, sicurezza vengono caricati di significati bellici e presentati come virtù neutre, quasi tecniche. La resilienza, nata come categoria economica e psicologica, diventa capacità di sopportare la guerra; la sicurezza si identifica con l’apparato armato e non con la tutela dei diritti sociali. È la funzione anestetizzante del linguaggio che George Orwell aveva descritto con lucidità profetica: quando le parole vengono svuotate del loro senso, il pensiero critico si spegne e l’inaccettabile diventa prima pronunciabile, poi normale, infine desiderabile.

 

4. La scuola arruolata

Nessun luogo è più strategico delle aule per fabbricare consenso, perché è lì che si formano le mentalità di domani. In Italia il processo ha una data di nascita istituzionale: il protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e quello della Difesa, avviato nel 2014 e formalizzato su scala nazionale negli anni successivi, che ha dato ai rappresentanti delle Forze armate il diritto di entrare stabilmente nelle classi. Da allora, come documentano l’inchiesta di Antonio Mazzeo e il monitoraggio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, gli studenti di ogni ordine e grado partecipano a cerimonie, parate, visite a caserme e poligoni, lezioni di educazione civica, ambientale o alla legalità affidate a personale militare.

Il canale privilegiato di questa penetrazione è la cosiddetta formazione scuola-lavoro, gli ex percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Il caso emblematico è il Liceo digitale sperimentato a Roma, finanziato direttamente da Leonardo, dove i tecnici dell’azienda entrano in aula a insegnare intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i tirocini nelle sedi del gruppo industriale. Non si tratta di episodi marginali: nel solo 4 novembre 2025, giornata delle Forze armate, l’Osservatorio ha censito oltre duecento iniziative con i militari nelle scuole di tutta Italia. E non è un’anomalia soltanto italiana: i documenti attuativi del piano ReArm Europe indicano espressamente il settore dell’istruzione come strategico per la riuscita del riarmo, e una risoluzione del Parlamento europeo si muove nella stessa direzione.

Il fenomeno travalica le aule e invade lo spazio pubblico. L’operazione Strade sicure, nata nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, impiega oggi circa settemila militari in diciannove regioni, con uno stanziamento superiore ai duecentodieci milioni di euro: la presenza armata nelle nostre città è diventata paesaggio ordinario, come le uniformi nelle stazioni ferroviarie. All’università, poli come l’acceleratore DIANA della NATO a Torino intrecciano industria bellica, ricerca accademica e apparati militari. Il risultato è sempre lo stesso: l’abitudine. E l’abitudine è la forma più efficace del consenso, perché non ha bisogno di essere argomentata. La missione originaria della scuola, formare cittadini consapevoli e critici, viene così rovesciata nel suo contrario: addestrare sudditi disciplinati.

 

5. Il grande rovesciamento

Per misurare la portata di questa deriva occorre ricordare da dove veniamo. Alla caduta del muro di Berlino l’Europa parlava di dividendi della pace: la riduzione delle spese militari doveva liberare risorse per il welfare, la scuola, la sanità, la cooperazione internazionale. Trentacinque anni dopo, quel lessico è stato letteralmente capovolto. La guerra non è più l’eccezione da scongiurare, ma un’ipotesi di lavoro permanente attorno a cui riorganizzare l’economia, la cultura, l’educazione.

Questo rovesciamento è tanto più grave perché contraddice le fondamenta stesse della Repubblica. L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: non è una formula retorica, ma il frutto maturo dell’esperienza di chi aveva attraversato il fascismo e due conflitti mondiali. Piero Calamandrei ricordava che la Costituzione nasce dalla Resistenza, dal rifiuto della violenza eretta a sistema di governo. Sullo stesso spirito si fondava l’UNESCO, nel cui atto istitutivo si legge che, poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che vanno costruite le difese della pace. Militarizzare il pensiero significa esattamente disfare quelle difese, mattone dopo mattone.

La storia del Novecento insegna, del resto, che la militarizzazione della società precede sempre la catastrofe: l’abitudine alla divisa, l’esaltazione delle virtù guerriere, la disciplina imposta come valore educativo furono tratti comuni dei regimi totalitari che insanguinarono il secolo. Chi ha studiato quella storia riconosce i segnali quando tornano, anche sotto forme apparentemente innocue e persino tecnologiche. La differenza tra un incubo e la lucida consapevolezza sta proprio nella capacità di nominare per tempo ciò che si vede accadere.

 

6. Una scelta politica travestita da destino

La narrazione dominante presenta il riarmo come una necessità ineluttabile, un destino imposto dalle circostanze di fronte al quale non esistono alternative. È la versione bellica del vecchio dogma neoliberista secondo cui non c’è altra strada. Ma basta osservare la disinvoltura con cui vengono reperite le risorse per smascherare l’inganno. Per anni ci è stato ripetuto che mancavano i fondi per la sanità pubblica, per la non autosufficienza, per la scuola, per il diritto alla casa; all’improvviso, per gli armamenti, una montagna di denaro pubblico si materializza senza difficoltà. Questa asimmetria non è tecnica, è profondamente politica: rivela una scala di priorità e una precisa distribuzione del potere.

Le responsabilità sono molteplici e vanno nominate con chiarezza. Vi è quella delle istituzioni europee e dei governi nazionali, che dirottano verso l’industria bellica risorse sottratte alla coesione sociale. Vi è quella di un sistema mediatico che ha in larga parte rinunciato al proprio compito critico, rilanciando acriticamente la retorica dell’emergenza e riducendo questioni politiche e diplomatiche a problemi puramente militari. E vi è la complicità morale di chi, di fronte al massacro dei civili palestinesi a Gaza o all’attacco preventivo contro l’Iran, ha invocato una falsa simmetria tra aggressore e aggredito, o ha addirittura ringraziato chi eseguiva materialmente il lavoro sporco. Mentre si proclama a parole il rispetto dei diritti umani, si continua a fornire armi e copertura politica a chi quei diritti li calpesta ogni giorno.

Il prezzo di questa scelta lo pagano i più deboli. Ogni euro investito nell’economia di guerra è un euro sottratto ai servizi, alla cura, all’istruzione, alla transizione ecologica. La militarizzazione non è mai gratuita: si finanzia comprimendo il welfare, precarizzando il lavoro, erodendo lo Stato sociale conquistato da generazioni di lotte. E prepara, nelle giovani generazioni addestrate all’obbedienza più che al pensiero critico, il terreno di una regressione democratica di lungo periodo, i cui effetti si misureranno solo quando sarà difficile invertire la rotta.

 

7. Disarmare il pensiero

Eppure le alternative esistono, contrariamente a quanto vuole farci credere il pensiero unico del riarmo. La pace autentica, come insegnava il fondatore degli studi sui conflitti Johan Galtung, non è la semplice assenza di guerra né lo stallo armato in cui tutti si tengono reciprocamente sotto tiro: è la presenza concreta dei diritti, della giustizia sociale, della cooperazione tra i popoli. Su questa idea di sicurezza condivisa, dove a proteggere davvero i cittadini sono il benessere sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto del diritto internazionale e non la deterrenza armata, si muovono esperienze come la proposta di legge sulla difesa civile, non armata e non violenta, depositata nel 2026 e sostenuta da un vasto movimento pacifista.

Ma la vera posta in gioco è culturale, ed è qui che il discorso torna al suo punto di partenza. Se la militarizzazione comincia nelle teste, è nelle teste che va combattuta. Significa riconquistare il terreno del senso comune sottratto dall’egemonia bellicista: restituire alle parole il loro significato, difendere la scuola e l’università come spazi di libertà critica e non come anticamere della caserma, ricostruire un immaginario in cui la forza non sia sinonimo di sicurezza e la mitezza non venga scambiata per debolezza. Contro la pedagogia dell’obbedienza serve una pedagogia della responsabilità e del dubbio.

Disarmare il pensiero è oggi il gesto politico più radicale e più necessario. Non per ingenuità, non per rimuovere la durezza dei conflitti che attraversano il mondo, ma perché una società che si abitua a considerare la guerra normale ha già perso, prima ancora di combatterla, la sua battaglia più importante: quella per rimanere umana. La domanda che ci riguarda tutti, allora, non è se l’Europa saprà armarsi in tempo, ma se saprà ancora immaginare un futuro che non abbia la forma di una trincea. Da come risponderemo dipende non soltanto la nostra sicurezza, ma la qualità stessa della nostra democrazia.


Fonti
Commissione europea, Libro bianco sulla difesa europea – Readiness 2030 e piano ReArm Europe, marzo 2025.
Consiglio europeo, conclusioni sul piano di riarmo ReArm Europe, marzo 2025.
Regolamento (UE) 2025/1106 del Consiglio che istituisce lo strumento SAFE, maggio 2025; approvazioni dei piani nazionali, gennaio-febbraio 2026.
NATO, Dichiarazione del vertice dell’Aja, 25 giugno 2025.
Camera dei deputati, dossier «Le spese per la difesa in ambito NATO 2025».
International Institute for Strategic Studies, The Military Balance 2025.
E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, ricerche sull’economia del riarmo e la centralizzazione dei capitali.
A. Mazzeo, La scuola va alla guerra, Manifestolibri, Roma 2024.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, monitoraggi e dossier 2025-2026.
Dichiarazioni pubbliche di U. von der Leyen, M. Rutte, G. Meloni e F. Merz riportate da ANSA, il manifesto, Euronews e Il Sole 24 Ore, 2025.
Rete italiana pace e disarmo, materiali sulla proposta di difesa civile, non armata e non violenta, 2026.
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