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La storia terreno di scontro

Ottone Ovidi

fvmyndaCi sono persone che con la loro vita incarnano lo spirito di un determinato tempo storico. Raccontare la vita di queste persone è oggi più che mai fondamentale. Per molto tempo i contemporanei hanno avuto l’abitudine di rivolgersi al passato, nel tentativo di cercare esempi di vita o ispirazione. Poteva avvenire sia per la costruzione di un immaginario legato al potere dominante, sia per la costruzione di immaginari “altri”, popolari e/o antagonisti. Negli ultimi decenni abbiamo però assistito al venir meno della capacità dei movimenti di classe o più genericamente di protesta di creare, attraverso battaglie culturali e/o politiche, un immaginario conflittuale in cui i singoli individui potessero riconoscersi, al di là dello specifico vissuto personale.

Allo stesso tempo la società neoliberista, sulla spinta della vittoria ottenuta contro i movimenti rivoluzionari e della pacificazione armata che è seguita in Europa, ha dimostrato ancora una volta la capacità della società del capitale di sussumere i modelli di vita delle sottoculture, in diversi modi a seconda del livello di resistenza di cui i diversi segmenti di popolazione erano portatori, di appropriarsene e metterli a valore, evitando così anche la possibilità che una loro politicizzazione potesse farli diventare pericolosi. Viviamo in un’epoca che è stata definita da Jean-Pierre Vernant di eterno “presentismo”, dove lo studio della storia è stato emarginato. Allo stesso tempo il potere, qualsiasi potere, ha bisogno di piegare ai propri valori, attraverso la demonizzazione o al contrario l’esaltazione, particolari eventi del passato. Questo perché è fondamentale per qualsiasi società giustificare la propria esistenza e convincere di ciò le classi subalterne. Ed è per questo che, nonostante tutto, la società neoliberista non può rinunciare alla storia, né alle scienze umanistiche in generale. Deve continuamente giustificare se stessa. Ma l’accusa di “presentismo” rimane ben posta: sconfitti militarmente e politicamente i movimenti rivoluzionari che avevano tentato l’assalto al cielo fino agli anni ottanta, venuta meno l’esperienza dell’Unione Sovietica, che al di là del giudizio storico o politico che la può accompagnare rappresentava per milioni di persone nel mondo la possibilità stessa di una società diversa, la società contemporanea sembra galleggiare in un eterno presente, un eterno da “fine della storia”, dove l’umanità avrebbe trovato finalmente la quadra per vivere e prosperare. Al massimo un’aggiustatina qui, una lì. Il futuro immaginato come il presente, tranne che per lo sviluppo di nuove e mirabolanti tecnologie. In questo contesto la memoria storica delle classi subalterne è venuta meno, si è interrotto il filo rosso che da sempre aveva legato nelle diverse generazioni la voglia di riscatto e di lotta. Nella società dell’eterno presente non c’è spazio per la madre militante di Lotta Continua o il nonno partigiano. Ma questi fenomeni, presentismo, perdita di memoria delle classi subalterne, sussunzione delle sottoculture, non sono frutto del destino o del caso. Sono figli di determinate scelte politiche e ideologiche, sono figli di un determinato momento storico, in cui una nuova borghesia transnazionale detiene saldamente il potere nelle sue mani. Mai come oggi, a fronte di un mondo sempre più dominato da conflitti e ingiustizie su larga scala, la classe al potere è stata così forte e sicura di sé. Ecco perché fondamentale, per pensare di rimettere in moto nuovamente movimenti rivoluzionari degni di questo nome, risulta ricostruire quel filo rosso della memoria storica di classe che è stato reciso, per riportare al centro dell’esistenza dell’essere umano la consapevolezza del proprio posto nella storia come orizzonte temporale di cambiamento e nella società come orizzonte di lotta. La battaglia per l’egemonia culturale che da sempre ha caratterizzato i movimenti politici di classe deve tornare ad essere affrontata con questo spirito. È per questo che raccontare la vita di determinate persone torna oggi fondamentale, non solo per restituire giustizia e dignità ad un periodo storico denigrato e condannato, ma per la possibilità di ricostruire un immaginario di classe con una sua memoria storica. Anche Eric J. Hobsbawn individua nella rottura del legame tra passato e presente uno dei tratti caratteristici della nostra epoca, sostenendo che una società come questa (“che consiste nell’assemblaggio di individui egocentrici tra loro separati, i quali perseguono solo la loro gratificazione”) sia da sempre stata implicita nella teoria dell’economia capitalista, anche trasformando e riutilizzando eredità del passato. Contemporaneamente è venuta per larga parte meno, insieme alla memoria collettiva, anche l’esperienza collettiva, intesa come condivisione di momenti fondativi e di esperienze formative per l’individuo, che per molto tempo avevano accompagnato la vita degli individui inseriti in un determinato contesto sociale e storico: “dopo il sesso, l’attività che permette di combinare al massimo grado esperienze corporee con intense emozioni è la partecipazione a una manifestazione di massa in tempi di grande esaltazione pubblica. Ma al contrario del sesso, che è essenzialmente individuale, una manifestazione di massa è un’esperienza per sua natura collettiva e al contrario dell’orgasmo – almeno per gli uomini – la si può prolungare per ore. D’altro canto, al pari del sesso, implica un’azione fisica – marciare, urlare slogan, cantare – attraverso la quale si esprime la fusione dell’individuo nella massa, e questa è l’essenza dell’esperienza collettiva”. È interessante notare come, in un momento storico in cui lo sviluppo dei mezzi di comunicazione permette all’uomo un grado potenziale di condivisione e comunicazione molto elevato, le esperienze condivise e collettive siano venute meno.

Contro ogni tentazione di delegare il compito di pensare e di scrivere alle consorterie intellettuali è necessario appropriarsi della conoscenza, della riflessione, dell’elaborazione e del racconto della storia come passaggi necessari in una pratica di trasformazione dello stato di cose presenti.

La ricostruzione di individui sociali non è un problema del futuro, essa riguarda l’oggi nella trasformazione del mondo oggettivo.

La storia è un’articolazione della lotta ideologica e pertanto una determinazione essenziale della lotta di classe. E’ un segmento, ma investe l’intero campo delle forme ideologiche della coscienza e dunque l’intero campo del reale. La storia esprime e dissimula nello stesso tempo i rapporti tra gli esseri umani. Non è un connotato facoltativo, ma una delle condizioni per l’esistenza dell’umanità, è movimento espansivo della materia sociale, è un accumulo di informazioni, un processo essenziale e costitutivo della produzione e riproduzione sociale. La storia non è un magazzino dove vengono accatastate le informazioni, i documenti, gli atti, qualcosa di passivo, ma è un meccanismo che riceve, codifica e decodifica i messaggi e li traduce. E’ il movimento delle informazioni ed è il processo di memoria dei collettivi umani, delle formazioni sociali determinate, siano classi o gruppi specifici, e questa facoltà si attua con modalità storicamente determinate.

Nella stagione attuale, affermandosi il dominio reale del capitale in tutti i campi, in tutti i rapporti sociali, la storia-merce si afferma come formazione ideologica borghese. La storia, facendosi riproduttrice di merce e cioè di se stessa come merce, è un canale privilegiato attraverso cui passa la programmazione fabbricata dal capitale. Non esiste una storia neutrale o obiettiva. Se così fosse si potrebbe scrivere un solo libro per ogni singolo avvenimento storico. Ma per ogni avvenimento storico possiamo scrivere tanti libri quante sono le letture e le interpretazioni che diamo di quell’episodio e queste non sono il frutto del capriccio o della sensibilità di chi scrive, ma della sua collocazione ideologica e di classe. Una prima grande divisione si può fare tra chi partecipa alle manifestazioni del dominio reale del capitale e chi a queste si contrappone. La storia è sapere di una classe contro un’altra.

Scriveva Jacques Le Goff che “il documento non è innocente, esso serve ad avvertire, esso deforma tanto quanto informa, impone il punto di vista durevole, è un documento-monumento”. L’applicazione del metodo scientifico allo studio della storia e delle scienze umanistiche in generale, necessaria quanto positiva, non va a scalfire le problematiche qui discusse. Dietro al velo di verità scientifica si celano, ancora e sempre, posizioni politiche ed ideologiche, che oggi, proprio per la difficoltà del movimento di classe di avere egemonia culturale sulla società, agiscono in maniera procedurale, senza che chi ne è portatore se ne renda conto. Le storie di corruzione, baronia e prostituzione intellettuale che caratterizzano il mondo accademico e culturale italiano le lasciamo per un momento da parte.

Pertanto la storia risponde alle domande che ogni classe si è data: cosa ricordare? Come ricordare? Cosa relegare all’oblio? La storia, e anche la memoria collettiva, deve sbarazzarsi della funzione di zaino dentro il quale si accatastano le informazioni prodotte da tutte le formazioni sociali, è invece l’occasione in cui le informazioni vengono selezionate, censurate, dimenticate, reinterpretate, ricordate quando non addirittura prodotte.

Ciascuna epoca e ciascun gruppo sociale ha avuto e ha il proprio repertorio di forme di discorso per la comunicazione ideologica e ciascun genere di discorso quotidiano ha la propria serie corrispondente di temi e pertanto di storia-storie.

La storia-storie sono condizionate soprattutto dall’organizzazione sociale dei partecipanti coinvolti e anche dalle condizioni immediate della loro interazione. La storia non può essere relegata nella coscienza e in alte regioni vaghe ed elusive, magari in una presunta neutralità o scientificità, la storia non può essere separata dalle forme concrete del rapporto sociale. Di fatto, la storia ha due facce, qualsiasi anatema può diventare una parola di encomio, qualsiasi verità può essere una grossa bugia.

La storia è una componente essenziale della creatività storica ed ideologica. Prende forma e sostanza dai gruppi organizzati di un processo del rapporto sociale e pertanto dai segni creati nel processo del rapporto sociale. Se privassimo la storia del suo contenuto ideologico, segnico, non rimarrebbe assolutamente niente.  

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