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Nadia Urbinati su populismo e totalitarismo

di Alessandro Visalli

Un articolo su L’Espresso in cui Nadia Urbinati risponde a due precedenti articoli di McCormick e di Del Savio e Mameliche riprendono le posizioni di Laclau riflettendo sul Machiavelli dei “Discorsi sulla prima decade di Tito Livio

o OCCUPY WALL STREET facebookPer la politologa italiana “populismo” è un concetto impreciso, che nella pratica politica è usato per descrivere cose diverse, come dice sia forme di mobilitazione e partecipazione spontanee (ad esempio il movimento dei forconi di qualche anno fa, o in modo più significativo Occupy Wall Street o gli Indignados) sia partiti organizzati nel gioco politico parlamentare (es. il Fronte Nazionale di Le Pen).

Fin qui direi che si sottolinea l’ovvio.

Ma subito dopo propone gli steccati ideali nei quali far passare il discrimine:

- se essere “solidaristico e inclusivo”, come dicono alcuni, o “discriminatorio e insofferente verso i diritti individuali e le minoranze”, come altri. Il primo criterio è dunque inquadrabile in termini di teoria politica nel dibattito tra posizioni liberali e comunitarie o repubblicane.

- Il secondo è su un’altra rubrica, se “mette a rischio le democrazie costituite”o se il populismo, al contrario, “inaugura nuove possibilità per la democrazia”. Dunque qui sarebbe in gioco la meccanica della formazione della volontà tra istituti “costituiti” e “nuove possibilità”.

Il populismo, in particolare in Sudamerica avrebbe una sua relazione con i nuovi protagonismi e istanze di riconoscimento popolare e con le istanze di redistribuzione a ciò connesse. Caudillos e campesinos, dunque. O negli Stati Uniti affonderebbe le sue tradizioni nelle esperienze ottocentesche del People’s Party. Ci sono poi i populismi europei, le esperienze di destra del fascismo, i movimenti etnocentrici (come la Lega Nord), ed i movimenti recenti che la Urbinati chiama direttamente “fascio-populisti”.

Il populismo, dunque, rappresenterebbe “tutto e il contrario di tutto”. La cosa si spiega perché con questo termine complesso ed ambiguo, vengono designati fenomeni disparati in qualche modo riconoscibili a posteriori per “un determinato stile politico”, ovvero, come dice “un insieme di tropi e figure retoriche”.

Per uscire da questa indeterminatezza la Urbinati propone una sorta di rasoio di Occam (forse in onore della rubrica che pubblica gli interventi): a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire.

Ciò che conta è alla fine come ci si rapporta alla presa del potere.

Occupy Wall Street (o il movimento NoGlobal) non sono quindi forme di populismo perché non orientate a prendere il potere, sono solo “movimenti popolari di protesta”. Il populismo “è altra cosa dalla partecipazione democratica nelle forme e nelle procedure stabilite da una costituzione”.

Con questa riclassificazione del termine, che ne stringe l’uso solo alle forme non-democratiche la discussione potrebbe anche essere chiusa. Il “populismo” alla Urbinati (e, come vedremo, alla Jan-Werner Muller) è una forma di dittatura delle maggioranze, peraltro formate con metodi discutibili.

La proposta di considerare il populismo come fenomeno, ovvero come espressione di un “grido di dolore” (Durkheim, ma riferito al socialismo, e McCormack) che si esprime dentro le democrazie rappresentative, è quindi da rigettare per via di errore di nominazione. Il “Populismo” è fuori di essa, se un fenomeno è dentro non è populismo.

In fondo sui termini basta mettersi d’accordo, e la ‘convenzione Urbinati’ potrebbe anche essere accettata. Da ora chiamo ‘Populismo’, quel fenomeno politico che cerca di oltrepassare nelle sue pratiche come nella teoria la forma democratica rappresentativa e ‘populismi’, quei fenomeni sociali che si manifestano come reazione ad un dolore diffuso e in parte provocato dalla distorsioni e dalle insufficienze di tale forma democratica.

Ma cosa è la “democrazia rappresentativa” che il ‘Populismo’ contesterebbe con le sue pratiche indisciplinate? L’elenco della caratteristiche è questo: “libere elezioni a suffragio universale con voto segreto per eleggere rappresentanti, libertà di stampa, parole e associazione al fine di partecipare alla costruzione di opzioni politiche, conta dei voti secondo regola di maggioranza e quindi riconoscimento della minoranza (opposizione) come essenziale al gioco democratico (che non è né unanimità né consenso senza libera espressione del dissenso, di qualunque dissenso anche su questioni che la maggioranza ritiene buone e giuste)”.

Ancora, che cosa, secondo la eminente politologa, determina nel ‘Populismo’ la fuoriuscita da questo schema familiare e consolidato? Da questo ‘gioco’ così importante per la formazione della modernità? L’elemento essenziale è l’ideologica rappresentazione dell’agente centrale dello schema politico in oggetto: “il popolo”.

“Il popolo” è l’unità politica sovrana. Nella classica versione contemporanea (ma non in tutte, basti leggere come faremo lo studio di Merker “Filosofie del populismo”), il “popolo” nel ‘Populismo’ è quella unità che si crea per differenza da un ‘altro’ che è designato come nemico per il suo essere, ad esempio, “detentore di un potere economico in eccesso”. In eccesso rispetto a quello dei “comuni cittadini”, ovvero del “popolo”. Nel linguaggio rinascimentale (Machiavelli) si tratta di “popolo” verso “grandi”.

È chiaro che dunque nel ‘Populismo’ l’oggetto-popolo è una creazione del discorso. Mettere in campo come decisiva la distinzione tra eguaglianza formale (davanti alla legge ed a un set di diritti liberali che alcuni chiamano “negativi”) ed eguaglianza sostanziale (in relazione a dotazioni e capacitazioni), determina automaticamente la creazione della categoria dei ‘grandi’, e quindi quella dei ‘non-grandi’, ovvero del ‘popolo’. Un discorso presume un parlante, e dunque in questo senso il ‘Populismo’ è una creatura di una leadership, direbbe Gramsci di un “Principe” (cfr. “Noterelle su Machiavelli”).

Ora, sin qui, non cade la distinzione di Urbinati tra ‘Populismo’ e ‘populismi’; sin qui Occupy Wall Street è completamente inclusa, cosa è, infatti, se non un discorso sui ‘grandi’?

Ma a questo punto l’autrice compie uno scarto: che succede quando il movimento riesce a conquistare il potere dello Stato? Il “semplice movimento politico” muta e la sua “impazienza” (dato che tende a vedere, per la dinamica della sua stessa critica, suppongo, nelle regole date un travestimento dei ‘grandi’, un poco come diceva Marx) verso la formalità del diritto e le procedure lo porta a contestare la forma liberale. Cioè “l’eguaglianza politica e per legge ovvero la libertà nel diritto”. Alla eguaglianza formale viene quindi opposta un’eguaglianza sostanziale.

È chiaro che qui siamo al centro di un nodo di discussione molto complesso e molto frequentato. La lettura giuridica e costituzionale della democrazia è un insieme concreto di compromessi ed istituzioni la cui storia mostra l’elemento di occasionalità, di volta in volta dipendente dal contesto, insieme alla relazione con la distribuzione di poteri e dotazioni. L’essere quindi questo un “obiettivo polemico” dei ‘populismi’ è fondato su ragioni ed esperienze non banali (sia nel caso americano, come incessantemente ci viene ricordato dall’osservazione di primarie, elezioni e meccanismi di decisione concreti, sia nei casi europei).

Ma la Urbinati non ha in mente, e non ci propone, una semplice riapertura della discussione degli istituti ‘rappresentativi’, nel loro bilanciamento con quelli ‘maggioritari’ e con il potere di accesso e tribuna, ma una fuoriuscita netta. Il suo esempio di ‘Populismo’ è Orban, la maggioranza contro la minoranza. Questo è il rasoio che maneggia.

Non conta, va defalcato dal novero delle distinzioni utili (al discorso disciplinare da cui parla l’autore) , se la minoranza sia definita come ‘i grandi’ (cioè i detentori di un eccesso economico che minaccia la tenuta sociale e civile), oppure se la minoranza sia religiosa (ovvero per i suoi convincimenti, tradizioni, culture), o etnica (ad esempio ebraica). La differenza va defalcata perché l’essenza è prima, è poter decidere chi è ‘popolo’ e chi non lo è.

È definire chi anzi, quale ‘principe’, ha questo potere di parola; il potere di dire la parola che separa dal ‘popolo’, dispone di un eccesso, di un “potere esorbitante”, che rende quindi tutti “insicuri”. Riemerge, nel testo della Urbinati questo antico punto di diramazione, la sicurezza davanti al Potere. La possibilità di essere protetti da questo. Riemerge la radice del discorso seicentesco e settecentesco sul potere dello Stato. La questione è sempre quindi dei “diritti individuali”.

Tre cose, per essere più precisi:

- “Diritti individuali”, diritti cioè ‘negativi’ di essere separati (cfr. Honneth “Il diritto della libertà”) di poter fare ciò che si vuole senza incontrare opposizione, libertà di essere egocentrico e svincolato dalla responsabilità comunitaria (che protegge invece incorporando). Questo modello incontra i suoi limiti non appena sistematicamente prende in considerazione i diritti degli altri, il diritto a che l’autoespressione sia effettiva, disponga dei mezzi per manifestarsi. Incontra i suoi confini quando l’individualismo metodologico si accorge della sua incompletezza, della dipendenza dalla fondazione riflessiva di questi diritti, quindi delle norme e procedure che la fondano, e del loro radicamento nella dimensione sociale che li carica di responsabilità verso la promessa in essa implicita (quella di autonomia e di espressione del proprio potenziale) che li fa in qualche modo esplodere.

- Ma anche, quindi, “divisione dei poteri”, che è la specifica tecnica messa a punto nei laboratori politici settecenteschi per tenere sotto controllo il pericolo selvaggio delle maggioranze (in particolare delle maggioranze popolari).

- Ed infine “sistema pluripartitico”, che è la forma assunta nel corso del novecento in particolare dalle democrazie occidentali.

Tutto questo, ovvero la democrazia rappresentativa dei moderni, è messo in questione dal ‘Populismo’.

Messo in questo modo il “rasoio” della Urbinati taglia un punto davvero profondo: davanti al potere di decidere, non a quello di criticare e denunciare, l’idea che si tratti di individuare ciò che rende equivalente e costituisce quindi delle soggettività disparate come ‘popolo’, facendone un soggetto di potere, se viene portato alle sue conseguenze estreme, è radicalmente non-democratico in senso moderno.

Scrive la Urbinati:

Come si intuisce, l’ideologia del ‘popolo’ è centrale. Se per democrazia noi intendiamo il governo del popolo e per popolo intendiamo la volontà politica di ‘un gruppo sufficientemente esteso’ di persone che sono unite da qualcosa di ‘sostanziale’ – reddito, religione, cultura, ecc. – possiamo pensare, con McCormick, che il populismo sia la forma più completa di democrazia, in quanto esso è attento appunto a rappresentare il popolo nella sua totalità, come massa unita da un’equivalenza valoriale che, anche se non interpreta esattamente tutte le sue parti, le unisce in un’omogeneità superiore alle parti stesse (questa è l’idea di populismo come processo di costruzione dell’unità egemonica del popolo che ci ha proposto Ernesto Laclau)”.

La proposta di McCormick, come di Del Savio e Mameli (di cui abbiamo letto anche questo, sul’euro, ed il loro manifesto “Senso Comune”), è che in questa direzione ciò che fa davvero la differenza (il luogo da incidere con il rasoio) non sia la separazione del ‘popolo’ dal ‘non-popolo’, ma il criterio posto nel discorso del ‘principe’ (che, anche nella lettura di Gramsci, è un soggetto collettivo). Se l’agente collettivo pone la questione della giustizia economica e dell’eguaglianza delle dotazioni capacitanti avremo un movimento progressivo, se pone la questione delle identità personali, culturali, etniche o religiose, avremo forme reazionarie e regressive.

Per la Urbinati la distinzione è invece da far cadere tagliando prima, si tratta solo di distinzioni tra un ‘più o meno’ di negatività. Entrambe le scelte distintive sono contingenti e socialmente determinate. Può sembrare una questione di difesa disciplinare, la serrata difesa di un confine tra ciò che pertiene al giuridico (ed al discorso politologico che lo informa) e ciò che è “sociologico”, come la mette: “come uscire dal contingentismo se la dimensione sociologica prende il sopravvento su quella giuridica e delle procedure?”

Mettere la cosa nelle mani della società, sembra di capire (e questo davvero è riprendere antichi discorsi, come mostra tra gli altri Manin in “Principi del governo rappresentativo”) affida l’esito del ‘gioco’ del potere democratico nelle mani del discorso che prevale e forma ‘maggioranza’. Significa essere affidati a narrativa e retorica. Significa anche rompere quella decisione fondamentale, creatrice della contemporaneità, che stacca programmaticamente rappresentati e rappresentanti attraverso le procedure, seguendo il dibattito costituzionale americano settecentesco “epurando la democrazia [sostanziale]”. Salvaguardare la selezione di una ‘aristocrazia naturale’ è sempre stato l’obiettivo anche se nel tempo si è trasformato, da ‘notabili’ a ‘organizzazioni partitiche’ e si sta ancora trasformando in una costellazione complessa (la stessa Urbinati richiamava la richiesta di ‘direttezza’ come una delle caratteristiche contemporanee in “Democrazia in diretta”).

Andiamo un attimo a tale testo per comprendere meglio le ragioni della docente della Columbia: la democrazia per lei risiede nello scontro, nel processo politico, nella dialettica tra istituzioni e assedio del potere sociale; la democrazia risiede cioè, in modo proprio, nella sfiducia e nell’insoddisfazione (p.30). Ma deve restare in qualche modo sospesa e sempre incompleta, deve stare nella costante, opportuna e necessaria, insoddisfazione per promesse non mantenute (ed a ben vedere non mantenibili), la democrazia deriva cioè dalla costante incompletezza. Perché se si “completa”, se qualcuno afferma la soddisfazione piena (come fa il discorso neoliberale, secondo un esempio della stessa Urbinati), fuoriesce dalla democrazia. Ne attraversa il confine.

È propria l’insoddisfazione, tenuta in equilibrio instabile ma necessario da un certo grado di fiducia, ad essere, entrambe (nella loro reciproca opposizione non escludente), componenti costitutive della legittimità democratica. Questa dinamica da non risolvere, da non chiudere, “contribuisce a tenere sveglia la nostra capacità di sorveglianza, che costringe le istituzioni a sottostare all’ispezione ed al controllo, e infine innesca mutamenti istituzionali e funzionali” (p.31).

La sottile posizione della Urbinati (in questo parzialmente simile a quella di Habermas, mi sembra) vede una priorità alle istituzioni, insieme procedura e luogo, che devono essere aperte alle sfide, ma non occupate: la democrazia è, insomma, una palestra nella quale eguaglianza dell’accesso e parresia, un continuo fare e rifare, hanno il loro luogo. Questo luogo si alimenta di giudizi deliberativi che si danno quando una voce, nell’assemblea (ovvero nella dinamica interconnessa dei luoghi in cui le voci possono ascoltarsi) riesce, nel dissenso e nello scontro, a farsi definire sempre temporaneamente come vera. Come è riconosciuta “dire il vero”.  Come dice: “ciò conferma ancora una volta che a dare valore alla politica deliberativa non è il buon esito della decisione ma la libertà con la quale si delibera” (p.36).

Prendendo questa decisione, che è espressione consapevole di una lunga tradizione, si capisce che il “nemico naturale” della democrazia si manifesta quando il “vero” assume la maiuscola. Quando il processo scompare dentro la Verità data di un fatto di natura, di una “utopia antipolitica” che non attribuisce valore all’inclusione, al conflitto, alla costruzione del consenso ed alla necessità del dissenso. Quando Non Ci Sono Alternative, oppure quando al potere “negativo” dei cittadini si oppongono governi tecnici (p.72), che sbandierano velocità decisionale e chiedono la semplificazione della rappresentanza. Quando qualcuno chiede di forzare il passo.

Come la tecnocrazia, per la Urbinati, anche il populismo nasce all’interno della cornice della democrazia costituzionale, ma occorre vedere se forzerà il passo. Se i ‘populismi’ cercheranno di farsi ‘Populismo’. Il discrimine è procedurale:

a)     se, una volta acquistato il potere di prendere decisioni, la maggioranza populista rispetterà le regole che le hanno permesso di vincere ovvero se vorrà accettare il rischio di perdere;

b)     se si asterrà dall’usare il sistema statale per favorire la sua parte contro l’opposizione sconfitta così da crearsi le condizioni per una rielezione assicurata;

c)     se non gestirà le nomine delle cariche dello Stato favorendo solo la sua parte;

d)     se non riscriverà la costituzione allo scopo di restare al potere più a lungo;

e)     se non userà il potere fuori dalle regole e contro i limiti stabiliti dalla costituzione. 

La ridefinizione delle procedure aperte ed incomplete della democrazia rappresentativa potrebbe scaturire come conseguenza logica della dinamica, dal momento che “il populismo è critico della democrazia costituzionale e rappresentativa”.

Qui incide il rasoio, se raggiunto il potere non opererà contro le regole costituzionali, sarà solo un altro governo democratico che ha usato legittimamente un set di argomenti distintivi ed ha ottenuto che fossero tenuti per ‘veri’ da una qualificata maggioranza. Non sarà ‘Populismo’.

Se, invece, le forzerà, allora dipenderà dalla forma raggiunta se potrà essere chiamato ‘Populismo’ o direttamente dittatura o autocrazia.

Benjamin Arditi, lo definisce per questo periferia estrema del regime democratico.

Dunque per la Urbinati non è affatto lo stile di discorso volto ad ‘unificare un popolo’ a caratterizzare il ‘Populismo’, in questa definizione rientra la proposta di Laclau, ma rientra anche tutto il marxismo (sia socialista, sia comunista) del secondo dopoguerra e rientra la riflessione di Gramsci, una proposta politica volta ad una “unificazione dei vari interessi esistenti nel popolo per unirli intorno a un interesse comune”.

La decisione è, infatti, di nominare il ‘Populismo’ come qualcosa di diverso dalla democrazia, con le sue stesse parole: “il populismo deve essere qualche cosa di diverso dalla politica democratica e dalla democrazia (ovvero dalla pratica ideologica normale di unificazione degli interessi di un popolo) e quindi dalla costruzione del consenso politico in vista di conquistare la maggioranza”.

In questa decisione, dopo questo taglio, si ha vero ‘Populismo’ solo quando si punta a controllare lo Stato, eliminando qualsiasi opposizione perché estranea al ‘popolo’. Solo quando si sceglie di unificare il popolo sotto un leader, si sceglie di trasformare il normale conflitto in polarizzazione e semplificazione della pluralità di interessi in base ad una logica “noi/loro”. Coerentemente si usano le risorse dello Stato per forzare l’esito e conquistare tutto il potere. Il ‘Populismo’ è, insomma, totalitario.

‘Populismo’ in questa definizione è cesarista, mono-archico, punta ad una direttezza ed a corrispondenti istituzioni (McCormick propone assemblea aperta a tutti i cittadini; lotteria per selezionare i magistrati; tribunali composti da cittadini comuni), che gioca con il confine della democrazia nel momento in cui si rappresenta come politica dei molti fatti uno (‘Popolo’) contro i pochi scacciati fuori della civitas. La ricerca di un’eguaglianza economica sostanziale, trascritta nella forma sociale, come risposta al “grido di dolore” che nasce dal tradimento della democrazia formale catturata dalle èlite.

“Ma a questo punto, la democrazia populista sarebbe un’uscita dalla democrazia costituzionale: mezzi e fini si separerebbero e con lo scopo di raggiungere il fine buono (uguaglianza sostanziale) il mezzo (violazione della legge) viene ad essere giustificato.  Che sia Marx o Schmitt l’ispiratore di questa visione, è evidente che il populismo diventa a questo punto esterno alla democrazia costituzionale; non una forma politica interna alla democrazia, ma una trasformazione del regime da sistema nel quale gli attori politici prendono decisioni con la regola di maggioranza a sistema che dichiara essere il governo della maggioranza contro la minoranza (per ragioni “buone” come l’eguaglianza sostanziale). Il confine della democrazia è a questo punto oltrepassato”.

Dunque la Urbinati propone questa tassonomia:

- “o il ‘populismo’ non è altro che un movimento politico popolare, sacrosanto movimento di protesta (Del Savio e Mameli), per cui non è chiaro perché chiamarlo ‘populismo’;

- oppure è più di un movimento (McCormick) e in effetti una estrema tensione della democrazia rappresentativa verso una soluzione che rischia un’uscita dall’ordine costituzionale”.

Allora lo chiameremo ‘Populismo’ ma in realtà si tratterà del vecchio, familiare, totalitarismo.

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