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La Grecia contro tutti e tutto
Il capitalismo alla resa dei conti
Giuseppe Sottile
“Greeks have been living beyond their means”. Sono oramai trent’anni che governi e istituzioni economico-finanziarie ripetono questo motivetto per ogni Paese. L’Europa si dotò di strumenti finalizzati a far fronte a questa presunta opulenza con il trattato di Maastricht, il quale ebbe come scopo principale quello di giustificare tagli alla spesa sociale in ragione di una crisi fiscale sorta a partire da un declino economico che ha la sua origine nei primi anni ’70. E’ chiaro che presunti “eccessi” di spesa hanno senso solo in ragione d’una riduzione relativa delle entrate fiscali. Negli ormai lontani anni ’50 e ’60 nessuno si lamentava della crescita della spesa pubblica e dunque del ruolo dello Stato nel computo del PIL, nel mentre le lamentele iniziano a fare la loro comparsa proprio quando questa crescita rallenta ed addirittura si riduce (esclusa la parte di spesa pubblica che sempre più in forma diretta o indiretta – ossia in uscita o entrata - si è rivolta al sostegno del settore privato).
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Il cratere della politica
di Carlo Donolo
1. Per analogia e in continuità con l'analisi precedente (cfr. "Lo straniero" n. 108) esaminiamo la costruzione politica del post-terremoto, intendendo con ciò i comportamenti politici e istituzionali successivi a emergenze di varia natura, che numerose ci hanno accompagnato in questi mesi. Emergenze - cioè situazioni nelle quali sono richiesti interventi veloci ed efficaci - e catastrofi (naturali, ma abbiamo visto quanto vi pesino interessi più che umani) sono temi per politiche di un tipo particolare. Esse richiedono la mobilitazione immediata di risorse e una finalizzazione efficiente, per ottenere la riduzione del danno maggiore possibile, compresa la riduzione delle sofferenze umane, e per predisporre al meglio la fase ricostruttiva post-evento. In questi interventi appare naturale non guardare troppo per il sottile, ma andare diritti allo scopo. Quel che conta è il risultato atteso e promesso.
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Saturno contro
di Sergio Cararo *
Solo chi ha una visione congiunturale della lotta politica poteva pensare che lo scenario nel nostro paese fosse immutabile. Al contrario, la situazione italiana in questa fase sembra quasi avere “Saturno contro”, il che, secondo gli astrologi, annuncia cambiamenti imprevedibili e repentini
In queste settimane, abbiamo ascoltato e letto “a sinistra” molte valutazioni sulle conseguenze dei recenti risultati elettorali che oscillavano tra il pessimismo per l’ulteriore affermazione del blocco berlusconiano insieme alla Lega e una coazione a ripetere del vecchio schema dell’antiberlusconismo e del meno peggio inteso come unico orizzonte riproponibile e praticabile per le forze della sinistra alternativa. Non abbiamo esitazione nel denunciare sia l’uno che l’altra come strumentali e funzionali ad una visione politica che si è rivelata nuovamente fuorviante.
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L'acqua non si vende
di Tiziano Bagarolo
Partono i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni.
Una battaglia di civiltà, una battaglia contro il capitalismo
Una posta in gioco molto alta
Negli ultimi decenni l'offensiva ideologica neoliberista, tanto insidiosa quanto menzognera, ha cercato di convincere l'opinione pubblica che privato è sinonimo di efficienza e libertà di scelta mentre pubblico è sinonimo di inefficienza e clientele. Questa offensiva ideologica aveva fondamentalmente due scopi:
1) indebolire i diritti collettivi e in particolare le conquiste realizzate dal mondo del lavoro nei decenni precedenti;
2) consentire al capitale di mettere le mani sui beni comuni (acqua, territorio, risorse ambientali, cultura...) e sui servizi e le imprese gestite dal settore pubblico (istruzione, sanità, pensioni, assicurazioni, banche, energia, reti telefoniche ecc.) per consentire un rilancio dei profitti, in una fase di tendenziale sovrapproduzione nei settori tradizionali, puntando su nuovi settori garantiti dalla protezione statale.
La realtà si è incaricata di smentire la propaganda. Ovunque sono peggiorate le condizioni dei lavoratori (precarizzazione, meno diritti, meno salario...); i cittadini ridotti a “clienti” hanno sempre meno diritti e meno potere; ovunque il ricchi sono diventati più ricchi mentre i redditi di chi lavora si sono ridotti in modo sensibile; il capitalismo “liberalizzato” è precipitato nella più grave crisi dal crollo degli anni trenta; la riduzione dei diritti e delle prestazioni sociali e la crisi hanno portato a un generale impoverimento e prodotto nuove ingenti sacche di miseria anche nei paesi dell'Occidente ricco, come non si vedeva dalla fine del secondo conflitto mondiale.
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L'uomo d'oro e il suo gigantesco conflitto d'interesse
Vincenzo Comito
“…adesso sappiamo la verità. La crisi finanziaria globale non è stata un errore – essa è stata una truffa…; essa non è stata causata solo da una gestione enormemente cattiva da parte dei banchieri. No, essa è stata anche dovuta alla nuova complessità dei prodotti finanziari, che hanno offerto l’opportunità per frodi molto ampie e sistematiche…”
Will Hutton, The Observer, 18 aprile 2010
“…come può il governo americano portare in giudizio la Goldman Sachs?
Io pensavo che fosse la stessa Goldman Sachs a governare…”
Editoriale del Guardian, 17 aprile 2010
Premessa
In un passato anche recente non abbiamo certo mancato di fornire delle informazioni dettagliate, su questo stesso sito, in merito alle possibili malefatte finanziarie delle grandi banche di investimento, in particolare statunitensi, malefatte collegabili anche, in qualche modo, alla crisi ancora in atto nel mondo.
In particolare nell’articolo del 1 marzo 2010 - in cui si parla già dei casi della Goldman Sachs insieme a quelli di altre banche, in particolare con riferimento alle vicende greche - in quello dell’8 marzo, del 22 marzo - questa volta è in ballo la Lehman Brothers, banca peraltro già fallita - e del 31 marzo, con i casi infine della JP Morgan. E dovremmo ancora trattare, in un altro eventuale articolo, delle questioni relative almeno ad un altro istituto Usa.
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MAGNETAR TRADE: ERUZIONE VULCANICA!
Andrea Mazzalai
C'è voluta tutta la forza devastante e spettacolare di un vulcano islandese, per farci comprendere che in fondo il nostro quotidiano e frenetico errare ha bisogno di silenzio e riflessione, che in fondo la nostra vita è nulla in confronto al quotidiano spettacolo della Natura, c'è voluta tutta la rabbia popolare possibile per far esplodere il vulcano della finanza mondiale, un vulcano che promette scosse ed esplosioni da leggenda.
Mentre un squarcio di luce luce nel fine settimana ha perforato la fitta nebbia che ormai da oltre due anni grava sulla palude del sistema finanziario internazionale, il lamento di alcuni fantasmi immobiliari torna ad affacciarsi nelle stanze dei diroccati castelli della finanza mondiale.
Si fantasmi immobiliari perchè le vicende "politiche" sono solo un tassello di quello che in realtà la "nemesi immobiliare" è in grado di creare, ma di questo ne parleremo più avanti.
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Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri
Roberto Romano
Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.
Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].
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I segni del comando
UNA POLITICA NEL LABORATORIO DELLA RETE
di Sergio Bellucci, Marcello Cini
L'attuale capitalismo è un'immensa produzione di segni ridotti a merce. Per traformare la realtà, non basta però invocare il rispetto delle regole o, all'opposto, la loro violazione per restituire la libertà alla cooperazione produttiva. Occorre invece lo sviluppo di un welfare delle relazioni che favorisca le diversità senza che queste si traducano in forti diseguaglianze sociali
«Quando le immagini - scrive Franco Berardi nel suo articolo La misura dell'illegalità pubblicato il 27 marzo sul Manifesto - non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione del capitale... Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza immaginario - sono segni, immagini, numeri, proiezioni, aspettative, il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione che continuamente deterritorializza il campo dello scambio».
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Che fare? Un punto di partenza: una sinistra senza idee non serve a niente
Aldo Giannuli
Se vogliamo uscire dal disastro in cui siamo, dobbiamo capire cosa c’è che non funziona nel nostro modo di fare politica: dalla scelta dei gruppi dirigenti alla definizione della linea politica, dalle forme di comunicazione a quelle di lotta, dai modelli organizzativi alla cultura politica.
Ed iniziamo proprio dalla questione della cultura politica della sinistra che ormai è il fantasma di sè stessa. Per circa trenta anni la sinistra ha smesso di studiare, pensare, produrre idee: il panorama delle riviste di sinistra è semplicemente desolante, non si ricorda un solo convegno degno di nota da almeno tre decenni, i congressi sono delle fiere della banalità: la nostra capacità progettuale è a zero.
Il Pd è tutto interno alla cultura neo liberista, ormai prende la linea da Boeri che è l’avvocato difensore delle banche e da Giavazzi che ci spiega che “Il liberismo è di sinistra”: Come dire che è più di sinistra Tremonti che, almeno, qualche sparata contro le banche e sulla globalizzazione ogni tanto la fa, anche se si tratta di innocui sfoghi verbali.
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Sartre, tutta una vita dalla parte del torto
di Angelo d'Orsi
Quando mancò - era il 15 aprile del 1980: tre anni prima, sempre a Parigi, nella notte sempre tra il 15 e il 16 aprile se n'era andato un altro grande della cultura francese, Jacques Prévert - chi scrive era borsista della Fondazione Luigi Einaudi di Torino, dove aveva dato vita a un gruppetto di giovani "ribelli" alle regole piuttosto ferree di quella nobile istituzione. Ci si vedeva oltre che nei locali della biblioteca e dell'archivio, e nelle stanze a noi riservate, al di fuori: a pranzo, a cena, in qualche circolo Arci, sul Lungo Po, e si facevano grandi discussioni politico-culturali. Eravamo insieme quando giunse la notizia. Proposi allora, in una di quelle iniziative un po' sconsiderate che caratterizzano la giovane età, di organizzare un viaggio-lampo nella Ville Lumière e partecipare ai funerali di Sartre, l'indomani. Del resto, ricordo il pezzo forte della mia argomentazione, non aveva teorizzato, Sartre, il "gruppo in fusione" ? E non era ciò che cercavamo di essere?
Il no che ricevetti fu corale. E non era tanto e solo per il peso - innanzi tutto economico, essendo tutti più o meno squattrinati - della spedizione, ma specialmente perché, come sentenziò uno dei miei compagni (oggi importante studioso e commentatore delle relazioni industriali), "Sartre era superato". Forse lo era, ma nel mio deluso entusiasmo vibrava tutta l'ammirazione per la capacità di quel vecchio filosofo (vecchio per noi: in realtà morì a 75 anni non compiuti, essendo nato, ovviamente a Parigi, il 21 giugno del 1905) di mettersi in gioco, sfidando le corporazioni intellettuali, gli ambienti accademici (accademico non fu mai, ma le sue opere erano oggetto di studio nei corsi universitari, non soltanto in Francia, e decine di studiosi togati si erano cimentati in interpretazioni sartriane), le forze politiche, e lo stesso senso comune.
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Se questo è il Partito Democratico
L'intervista di D'Alema al Sole 24 Ore
Moreno Pasquinelli
Ci siamo occupati, l'altro ieri, del convegno di Parma di Confindustria. Segnalavamo come il basso clero della borghesia padana, non senza disappunto dei vecchi cardinali del Capitale, si sia spellato le mani per osannare l'archetipo di ciò che questi peones vorrebbero essere, ovvero Silvio Berlusconi. A rappresentare il PD c'era Bersani il quale ha svolto, senza infamia né lode, il melenso discorsetto a cui ci ha abituati. Ben sapendo chi sia il demiurgo dei "democratici", Il Sole 24 Ore, ha ben pensato di fare una corposa e programmatica intervista a D'Alema, pubblicandola proprio domenica 11 aprile, affinché i peones padani se la trovassero per mano e si ficcassero bene in testa quale sia il cavallo di razza, il deus ex machina su cui le eminenze grigie del grande Capitale fanno affidamento per preparare l'agognato dopo-Berlusconi.
Consigliamo vivamente i nostri lettori, se vogliono farsi un'idea di ciò che bolle in pentola, di andarsi a leggere questa intervista. (clicca qui).
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Le prossime guerre europee del debito
I paesi dell'Unione Europea sprofondano nella depressione
Michael Hudson
Il debito governativo in Grecia è solamente la prima di una serie di bombe del debito europeo pronte ad esplodere. I mutui immobiliari nelle economie post-sovietiche e in Islanda sono ancor più esplosivi. Anche se questi paesi non si trovano nell’Eurozona, la maggior parte dei loro debiti è espressa in euro. All’incirca l’87% dei debiti della Lettonia è in euro o in altre valute straniere, e il paese è indebitato principalmente con banche svedesi, mentre Ungheria e Romania sono indebitate in euro soprattutto con banche austriache. Quindi i prestiti contratti dai membri non appartenenti all’euro sono serviti a sostenere i tassi di cambio per pagare questi debiti del settore privato alle banche straniere, non a finanziare i disavanzi di bilancio interni come in Grecia.
Tutti questi debiti sono insostenibilmente elevati perché la maggior parte di questi paesi sta avendo dei profondi disavanzi di bilancio e sta sprofondando nella depressione.
Ora che i prezzi reali dell’immobiliare stanno diminuendo, i disavanzi commerciali non sono più finanziati da un flusso interno di prestiti sui mutui immobiliari e da acquisizioni immobiliari in valuta straniera. Non c’è alcun modo tangibile per stabilizzare le valute (ad esempio, economie in buona salute). Nell’ultimo anno questi paesi hanno sostenuto i loro tassi di cambio prendendo a prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. I termini di questi prestiti sono politicamente insostenibili: forti tagli ai bilanci del settore pubblico, aliquote fiscali più alte per i lavoratori già tassati in modo eccessivo e piani di austerità che mandano a picco le economie e obbligano altri lavoratori ad emigrare.
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Intervista a Slavoj Zizek
di Benedetto Vecchi
La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento. Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del libro «Dalla tragedia alla farsa»
Slavoj Zizek è un torrente in piena difficile da incanalare quando parla. Inizia con estemporanee impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un po' paesotto di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul cambiamento climatico. L'intervista nasce dopo la lettura del suo nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205, euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un inimmagginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo.
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Gli Stati Uniti colpiscono al cuore l'energia mondiale del futuro
di Finian Cunnigham
La perforazione prevista per questo mese del giacimento gassifero di South Pars in Iran da parte della Compagnia Nazionale del Petrolio della Cina (CNPC) potrebbe essere un preannuncio o una spiegazione di piú ampi sviluppi geopolitici.
Prima di tutto, il progetto di 5 miliardi di dollari – firmato lo scorso anno dopo anni di pressione da parte dei giganti occidentali dell’energia Total e Shell secondo le ratifiche tracciate dagli Stati Uniti – svela la principale rete futura mondiale per il rifornimento e la domanda dell’energia.
I critici hanno a lungo sospettato che la vera ragione degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali coinvolti militarmente in Iraq ed in Afghanistan sia quella di controllare il corridoio centro asiatico dell’energia. Fino ad oggi, sembra che la chiave sia stato principalmete il petrolio. Per esempio, ci sono state rivendicazioni secondo le quali un progetto di una conduttura di petrolio, che andrebbe dal Mar Caspio via Afghanistan e Pakistan fino al Mar dell’Arabia, sarebbe la principale leva dietro la quale si nasconde la apparentemente futile campagna militare degli Stati Uniti in questi Paesi.
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La grande truffa delle banche USA
di Dream Theater
Repo 105 e non solo. Il sistema finanziario americano è impostato in un modo assolutamente truffaldino e folle. E le trimestrali in uscita non devono illudere il risparmiatore.
Siamo tornati nella cosiddetta “stagione delle trimestrali”. Dopo Alcoa, sempre eccellente ed importante precursore delle trimestrali, prima società a dire come è andato il trimestre precedente, oggi sarà la volta dell’altro big player, vero e proprio benchmark del settore dei semiconduttori, ovvero Intel, e poi arriverà la prima della grandi banche Usa: JP Morgan Chase, nella giornata di mercoledì, e venerdì potrebbe essere giornata clou con i dati di due banche non proprio in formissima e comunque meno positive dal punto di vista qualitativo nella ristrutturazione, ovvero Citigroup e Bank of America.
Inutile dirlo, si attendono profitti alle stelle. Le borse ed i mercati sono andati esattamente come i big player (ricordate “la mano invisibile”?) li hanno pilotati, tranquillamente, con bassa volatilità, senza grosse oscillazioni.
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La prossima stangata segreta di Berlusconi/Tremonti
Bankor*
Con le rondini, la primavera inoltrata porterà anche una stangata finanziaria da lacrime e sangue. Il progetto covava nelle segrete stanze del governo già da febbraio scorso, in grandi linee discusso e approvato in incontri segreti tra Berlusconi e Tremonti. Si è preferito aspettare l'esito delle elezioni regionali, a risultati acquisiti dalla maggioranza di centro-destra che, come era nelle proprie speranze e nei sondaggi "di famiglia", si è vista consegnare gran parte delle Regioni prima in mano al centro-sinistra
Le smentite sono d'obbligo, ma nascondono la gravità della crisi finanziaria del paese e la "disperazione" del Duo di Arcore, Berlusconi-Tremonti.
Stando, però, alle indiscrezioni trapelate da ambienti finanziari molto legati al superministro dell'Economia Tremonti, per contrastare la crisi internazionale di fiducia sul nostro bilancio pubblico (che potrebbe farci finire nel tritacarne della speculazione mondiale, come per Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda), la manovra finanziaria si baserebbe su tre linee: riscadenzamento dei Bond del Tesoro (i vari titoli di stato), allungandone le scadenze del doppio rispetto alle attuali; tassazione sugli immobili sfitti e di proprietà di banche e società finanziarie (esclusa una reintroduzione dell'ICI); aumento del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie speculative, compreso il regime di doppia tassazione per le banche, più alto per quelle "d'affari".
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Materialismo al tramonto
Rocco Ronchi
Alle spalle della sinistra attuale non c'è, come si crede, un vuoto di idee. Se oggi le si rimprovera di somigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, ha scelto l'opinione al posto della scienza, la retorica al posto della verità, la seduzione al posto della pedagogia, tutte opzioni già segnalate da Platone all'inizio della filosofia
Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all'interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un'epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo.
La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L'arena della contesa è la sfera dell'«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l'ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l'intenzione programmatica di rompere con l'eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.
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Guadalajara
di Carlo Bertani
Mai ci saremmo attesi una notizia di questo genere: tre operatori umanitari italiani, arrestati dalle forze armate afgane con la collaborazione della forza ISAF, della quale fanno parte anche militari italiani!
La notizia, in sé, si smonta come un gelato sull’asfalto d’Agosto: come molti avranno notato, all’ingresso degli ospedali di Emergency c’è sempre la scritta: “No weapons”.
Significa, semplicemente, che chiunque chieda aiuto per essere curato negli ospedali di Emergency deve depositare le armi prima d’entrare. Non è difficile immaginare che, una stanza vicina all’ingresso della struttura ospedaliera, sia adibita proprio a “deposito” per chi porta con sé delle armi: dunque, l’accusa d’aver trovato armi, è un segreto di Pulcinella.
Chi conosce l’Afghanistan sa benissimo che – anche prima delle varie guerre che hanno insanguinato il Paese negli ultimi decenni – era abitudine degli afgani girare armati.
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La mutazione è compiuta
di Emiliano Viccaro
Davanti all'esito della tornata elettorale - aumento dell'astensionismo, successo schiacciante della Lega, vittoria del berlusconismo - Francesco Raparelli ci invita, giustamente, «a fare i conti con ciò che c'è e non con ciò che dovrebbe esserci». Ripartire dalla materialità del contesto sociale, culturale, politico, dai rapporti di forza, dai punti di resistenza. Una crisi così potente necessita un'analisi spietata e poco consolante, che metta a verifica ipotesi e strategie verso quella «new thing» di cui abbiamo assoluto bisogno. Dando per assunta la cornice del ragionamento di Francesco (il carattere strutturale della crisi globale e l'egemonia delle destre nella costruzione di processi identitari e di «riterritorializzazione»), è utile indagare la «microfisica» di questo modello di governance che in Italia, a differenza degli altri paesi europei, non sembra attraversare crisi evidenti. Un punto di vista parziale, ovviamente, che fa uno zoom sulle vicende di Roma e del Lazio.
Lunedì scorso, subito dopo la chiusura dei seggi, una giornalista dell'Unità si è divertita a fare delle interviste random all'uscita delle sezioni elettorali di Roma. Ai passanti veniva chiesto di motivare razionalmente la preferenza data a Renata Polverini o Emma Bonino, in riferimento a un punto specifico del programma, una promessa elettorale, un progetto di governo.
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La guerra si avvicina ogni giorno di più al Venezuela
di Eva Golinger
L’attacco permanente degli Stati Uniti
L’impero non smetterà di cercare meccanismi e tecniche per ottenere il suo obiettivo finale, e non potremo scartare la possibilità in un futuro prossimo di un conflitto bellico in questa regione… Se quest’anno il Venezuela fosse inserito nella famosa lista degli “Stati terroristi”, ci troveremmo alla vigilia di un conflitto militare.
L’America Latina continua, da più di duecento anni, ad essere sottoposta ad un’aggressione costante diretta da Washington. Tutte le tattiche e le strategie della guerra sporca sono state applicate ai diversi paesi della regione: colpi di Stato, assassini, uccisioni di presidenti, sparizioni, torture, dittature brutali, atrocità, persecuzione politica, sabotaggi economici, guerra mediatica, sovversione, infiltrazione di paramilitari, terrorismo diplomatico, intervento elettorale, blocchi e persino invasioni militari. Non ha mai importato chi governi alla Casa Bianca – democratici o repubblicani -. Le politiche imperiali sono state sempre conservate.
Nel secolo XXI, il Venezuela è stato uno dei principali bersagli di queste permanenti aggressioni. Dal golpe di aprile 2002 fino ad oggi, abbiamo assistito ad una pericolosa scalata di attacchi e attentati contro la Rivoluzione Bolivariana. Sebbene molti siano stati sedotti dal sorriso e dalle parole poetiche di Barack Obama, basta guardare cosa è accaduto negli ultimi tempi per verificare come l’aggressione al Venezuela si sia intensificata
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La libertà operaista
di Gigi Roggero
"Guardi, ha sbagliato piano", rispondeva all'inizio degli anni '90 Romano Alquati a una studentessa di sinistra che voleva fare una tesi sugli operai. "Qua siamo a scienze politiche. Se vuole fare una tesi sugli operai dovrebbe andare al secondo piano. Archeologia". Proprio come la "rude razza pagana", Romano non aveva dei e rifiutava i miti. Il culto del passato, poi, è una cosa davvero miserabile. Quando era arrivato a Torino, nel 1960, dopo essere cresciuto a Cremona e aver vissuto a Milano nella comune di via Sirtori (vera e propria fucina culturale e intellettuale degli anni cinquanta e sessanta, luogo di incontro di fenomenologia e marxismo, crocevia internazionale di rivoluzionari e filosofi), Romano - così come quella generazione politicamente e umanamente eccezionale che darà vita all'operaismo - non era alla ricerca di un soggetto disincarnato e metafisico, eroico custode dell'interesse generale. "C'è stato e c'è ancora fra l'altro l'operaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), l'operaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai come una ‘quota debole' della popolazione, e quindi bisognosa d'aiuto; questi operaisti amavano gli operai, l'operaità stessa. Gli operaisti ‘politici' al contrario s'interessavano ai proletari operai perché, contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza".
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Il REGNO DEL NORD
di Marco Revelli
Dunque il Piemonte è stato annesso al lombardo-veneto. Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia ha rovesciato il segno simbolico del proprio ruolo storico, come se la Seconda Guerra d'indipendenza fosse stata perduta. Come se a Solferino e San Martino avessero vinto gli altri. E infatti, appena finito di contare i voti, Zaia e Cota, all'unisono, si affrettano a proclamare la propria alleanza col Papa Re dall'accento asburgico, passando sul corpo delle donne e sul testo di una legge della Repubblica.
Non c'è dubbio che è questo il dato centrale delle elezioni. Il fatto che, con buona pace di Pier Luigi Bersani, dà per intero la misura della sconfitta del centro-sinistra: la "caduta" del Piemonte. Perché con essa la Lega, occupando con uomini propri tanto il Nord est che il Nord-ovest e aumentando il proprio già forte peso in Lombardia, unifica sotto le proprie bandiere pressoché tutto il Nord. "Governa", di fatto, la Padania. Può dire - e di fatto così è - di non aver guadagnato solo due amministrazioni regionali della Repubblica, ma di aver conquistato "un regno": il più "pesante" della penisola. D'ora in poi la geografia politica italiana non sarà più la stessa.
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La nuova generazione
di Andrea Fumagalli
Terziario avanzato e lavoro autonomo
Che il mercato del lavoro sia in ebollizione è cosa nota. Non siamo più nei tempi in cui la stabilità del lavoro rappresentava una delle poche certezze della vita. Tuttavia, l’implosione della fabbrica fordista, con il suo carico di gerarchia, comando, subordinazione e alienazione, non ha liberato potenzialità e opportunità di vita migliori. Anzi. Venendo meno la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, più che liberare la vita, ha fatto sì che essa sia stata sempre più sottomessa al ricatto del lavoro.
Tutto è cominciato alla fine degli anni Settanta, quando le prime strategie di delocalizzazione (outsourcing) e di snellimento della grande fabbrica (downsizing) hanno scomposto l’organizzazione rigida dei siti industriali, prevalentemente situati nel nord-ovest del paese. Nuove filiere produttive si sono evolute in direzione est e sud-est. L’asse pedemontano che da Milano arriva a Trieste, passando per Bergamo Brescia, Verona, Treviso, Udine è diventato uno dei centri della produzione manifatturiera italiana. Parimenti, lungo la via Emilia, verso Bologna e lungo la dorsale adriatica, si è espanso un modello di industrializzazione diffusa, eminentemente metalmeccanico, specializzato nei rapporti di subfornitura con le grandi imprese internazionali.
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La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa
Emiliano Brancaccio
In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (Sole 24 Ore, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l’intero assetto della Unione monetaria europea.
Le principali difficoltà in seno alla zona euro riguardano più gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l’andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacità dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri è la causa principale di tali squilibri. In Germania l’elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttività oraria del lavoro. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti è una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto più contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L’economia tedesca risulta quindi sempre più competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di “pigs”.
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Precarietà, flessibilità, creatività
intervista di Cesare Del Frate ad Enzo Rullani
Nei suoi saggi, lei sostiene che la new economy adotta come principio la valorizzazione della complessità, piuttosto che il suo controllo. Che cosa si deve intendere per complessità in campo economico?
Il termine new economy oggi non va più di moda, dopo i fasti degli anni Novanta. Ma di quella stagione, passata la bolla speculativa che l’ha “bruciata”, rimangono due cose. La prima è la fabbrica flessibile, primo nucleo di intelligenza artificiale insediato nei processi produttivi, che può fornire una produzione “a lotto uno” (pezzi singoli), o in piccole serie, senza eccessiva crescita dei costi. La seconda è la rete globale e al tempo stesso capillare di Internet, che fornisce una formidabile base tecnologica per la divisione del lavoro cognitivo a scala molto estesa, tale da esaltare le chances del networking intellettuale e di business.
La complessità, intesa come varietà, variabilità e indeterminazione, costa oggi molto meno di una volta. L’impresa automobilistica che introduce nuovi modelli ogni mese, o il produttore di abbigliamento che pratica il “riassortimento continuo” in funzione delle vendite realizzate, giorno per giorno, nei negozi di tutto il mondo non sono più rare eccezioni.
Non c’è più il produttore che fa tutto da sé, secondo la regola fordista della massima integrazione verticale del ciclo produttivo. Oggi il tipico produttore manifatturiero lavora in filiera (dividendosi il lavoro con altri, a monte e a valle), si specializza in un particolare core business e ricorre estesamente all’outsourcing per tutto il resto, acquistando dai fornitori materiali, energia, componenti, semilavorati, lavorazioni conto terzi, servizi e conoscenze.
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