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Disputa operaia esplosiva
di Karlo Raveli
Per rivolgersi alle origini realmente determinanti di fenomeni spaventosi come guerre, genocidi, degenerazioni climatiche, ambientali, ecologiche o elettromagnetiche, e la stessa ormai sempre più emergente crisi di riproduzione della specie – caso italiano in testa..? – risulta ormai indispensabile reimpostare concetti come ‘cambiamenti istituzionali’ e persino ‘rivoluzioni’ e così via. A cominciare dal sorpasso del vecchio anticapitalismo di ‘lotta di classe dei lavoratori’ così come da ingannevoli contesti e concetti di ‘popolo’ o ‘nazione’ di stampo statocentrista e colonialista.
Oramai approcci globali di sigillo tecnofeudale oltre che costantemente patriarcale.
* * * *
1.
Un salutare detonatore, apparso ultimamente nello Scaffale di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 17.3.2026 con l’articolo “Se l’inconscio va controcorrente e diventa uno dei mezzi di produzione della realtà”. Dove riflette sulla rigenerazione di concetti come lavoro, classe, proletariato e così via. Punzecchiando per esempio così: “la classe è unità degli interessi degli sfruttati e comunità nel desiderio”.
Però noi qui picchiamo ben più a fondo!
* * * *
2.
Con una miscela esplosiva scoperta recentemente e orientata verso l’indispensabile svolta epocale: accessibile in vari brani deflagranti di una ‘bozza operaia’ cartacea, fuori rete, segnalata qualche tempo fa’ proprio qui in Sinistrainrete da un articolo “sui qualia” (a).
Un abbozzo di dibattito che si rivela per esempio in circolazione tra femministe torinesi – a quanto pare soprattutto di NUDM – che converrebbe recuperare e accomunare in maniera intersezionale tra il più possibile di movimenti sociali radicali. Inclusi logicamente i nostri migranti, visto poi che si occupa parecchio di colonialismo.
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Di Salerno Aletta invece ci fidavamo
di Davide Miccione
Due anni fa, in estate, lessi il libro di Guido Salerno Aletta. Mi aveva colpito il titolo, la perfetta puntuta formula descrittiva della società di questi anni: Non ci fidiamo più. Il sottotitolo suonava, invece, lungo e tetro: Verso un nuovo ineluttabile futuro senza libertà, democrazia, stati. Suonava impressionante il sottotitolo, soprattutto per chi avendo letto Salerno Aletta ne conosceva il garbo e la misura nella scrittura. Non lo avevo acquistato né lo stavo leggendo solo per il titolo ovviamente. Avevo già letto l’autore nei suoi puntuali e dotti articoli economici e lo avevo sentito parlare (persino più efficace che nella scrittura) in alcune interviste o Talk Show sul web, in spazi perlopiù appartenenti a quella galassia dissenziente ancora senza nome che non ritiene la classe politica europea e americana innocente e non compromessa in tutto quello che è accaduto (a farla breve) negli ultimi cinque anni. Coloro insomma che dell’ultimo quinquennio delle emergenze mediche, economiche, sociali e belliche vedono la dimensione volontaria e politicamente costruita e non quella favolisticamente fortuita o necessitata da “altri” cattivi.
La curiosità di leggerlo mi aveva indotto a violare due principi personali regolativi di piccola etica (etichetta): quello di non comprare su Amazon e quello di non comprare libri pubblicati in self-publishing. Non ci fidiamo più infatti era purtroppo auto-pubblicato (la motivazione mi sfugge per un autore che non avrebbe avuto problemi a procurarsi una casa editrice) e poteva essere acquistato solo su Amazon. Il senso della mia ritrosia per entrambe le cose è il medesimo: non contribuire a questo processo di distruzione di tutte quelle articolazioni che costituiscono la nostra cultura (le librerie fisiche, le case editrici, la categoria di chi nelle case editrici lavora ecc) in nome di una falsa disintermediazione. Il libro ripagò la mia violazione con la qualità delle sue tesi e delle sue analisi ma al contempo mi confermò sull’orrore di queste pratiche. Infatti, a fronte di un contenuto interessante, ipercompetente e convincente, il libro in quanto oggetto editoriale mostrava la mancanza di una cura editoriale decente: una grafica strampalata, pagine saltate, una organizzazione del materiale non priva di salti interni e ripetizioni e un paratesto mutilo (mancava persino l’indicazione dell’anno di pubblicazione che graziosamente Amazon indica nel 2023, giugno).
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Per una sinistra demodernizzata
di Onofrio Romano
Il nostro pensiero “critico” è tarato entro la forma neoliberale: liberazione dei desideri, pluralizzazione delle identità. Siamo privi di un’immaginazione all’altezza del collasso dell’ordine liberale. Nei Brics, troviamo la stessa vita che in Occidente: lusso, consumo senza freni, tecnologia, performance, competizione. Arrestare la corsa, questa è la "rivoluzione"
Siamo lì
Viviamo, ci viene ripetuto, nel momento Polanyi. Il fascino un po’ malinconico delle etichette storiche ci consola con la familiarità del precedente, mentre ci lascia del tutto impreparati alla brutalità di ciò che viene. Il frangente che attraversiamo riproduce con inquietante fedeltà quello vissuto all’inizio del Novecento, quando la Prima guerra mondiale, la crisi del 1929 e l’abbandono del Gold Standard da parte degli Stati Uniti nel 1933 segnarono il congedo definitivo dal mercato autoregolato ottocentesco, cioè dal regime che Karl Polanyi individuava come il vero motore della modernità liberale.
Quel sistema arrivò al suo esito, conobbe una crisi irreversibile, e nel passaggio nacquero i mostri. Non si trattò soltanto della fine di un assetto economico, ma del crollo di una forma di regolazione sociale. Il mercato, immaginato come meccanismo naturale capace di dare ordine spontaneamente alla produzione e alla distribuzione dei beni, rivelò il proprio fondo distruttivo. Polanyi non usava mezzi termini: la mercificazione dei fattori produttivi (terra, lavoro, denaro) conduce alla dissoluzione della società. Distrugge l’habitat umano. Perché il lavoro non è una merce, ma l’esistenza stessa delle persone; la terra non è una merce, ma l’alveo naturale dentro cui la vita si dispiega; la moneta non è una merce, ma un’istituzione che organizza l’interdipendenza sociale. Trattarli come merci significa delegare la vita in comune a una macchina cieca che non può, per sua natura, prendersi cura delle condizioni della propria esistenza.
Da questo punto di vista, siamo esattamente lì. La nuova fase di regolazione avviatasi nei primi anni Ottanta – che chiamiamo neoliberismo, ma che nella sua sostanza coincide con l’ennesima mercificazione dei fattori produttivi – ha prodotto una devastazione sociale perfettamente corrispondente a quella denunciata da Polanyi. La crisi finanziaria e poi economica del 2008, la crisi sanitaria del 2020, che segnala la deregolazione strutturale del rapporto tra uomo e natura (espressione approssimativa, ma intelligibile), la guerra mondiale a pezzi che scorre sugli schermi ogni giorno, la crisi ecologica, quella energetica, quella migratoria, quella della rappresentanza: un’accumulazione di catastrofi che non si sommano, ma si moltiplicano. Il sistema non collassa, si avvita.
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Scontro con la Russia: verso una guerra su scala europea?
di Roberto Iannuzzi
Il riarmo tedesco, le tensioni nel Baltico, e un cambio di equilibri a Mosca, possono estendere la guerra nel vecchio continente al di là dei confini ucraini, e portare a un’escalation nucleare
Nei giorni scorsi, i media occidentali hanno attirato l’attenzione su una frase pronunciata dal presidente russo Vladimir Putin in occasione delle celebrazioni della vittoria sul nazismo, lo scorso 9 maggio, secondo cui il conflitto ucraino sarebbe ormai prossimo alla fine.
La frase alquanto vaga – “Credo che la questione stia per concludersi, ma si tratta davvero di una questione seria” – proferita a seguito di affermazioni molto dure nei confronti degli sforzi occidentali di sabotare ogni negoziato russo-ucraino, non deve far trarre conclusioni affrettate.
Putin ha menzionato le origini del conflitto, l’allargamento della NATO a dispetto degli accordi, e ha ribadito come, dal punto di vista russo, le leadership occidentali abbiano usato l’Ucraina come un ariete nel loro conflitto finalizzato a indebolire e destabilizzare la Russia.
Egli ha ricordato che gli europei hanno sabotato il negoziato tra Mosca e Kiev nell’aprile 2022, e ha rivelato che in quell’occasione il presidente francese Emmanuel Macron lo avrebbe ingannato spingendolo a ritirare le truppe russe da Kiev con il pretesto che gli ucraini non potevano firmare un accordo con una pistola puntata alla tempia.
Semmai, dalle dichiarazioni del presidente russo si evince che, a torto o a ragione, egli consideri in questo momento i paesi europei come una minaccia forse maggiore di quella rappresentata dagli Stati Uniti.
Questa persuasione, lungi dall’appartenere esclusivamente a Putin, sta prendendo piede negli ambienti politici russi.
In quattro anni di conflitto, lo schieramento occidentale ha infranto tabù che mai erano stati violati durante la Guerra Fredda. Paesi NATO hanno fornito a Kiev dati di intelligence e missili per colpire il territorio russo.
Nell’agosto del 2024, essi hanno appoggiato l’invasione ucraina dell’oblast russo di Kursk con armi e supporto logistico. E negli ultimi due anni hanno aiutato Kiev a colpire elementi chiave della deterrenza nucleare russa.
Nel corso del conflitto, gli europei hanno mantenuto una linea di inflessibile ostilità nei confronti di Mosca.
Secondo tale linea, la Russia costituirebbe una grave minaccia per l’intero continente, richiedendo perciò il riarmo europeo. Al tempo stesso, sarebbe debole in Ucraina e al proprio interno, e andrebbe dunque fiaccata ulteriormente.
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Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo?
di Piersergio Serventi
Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati.
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Iran. Attacco Usa annullato o bluff?
di Piccole Note
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l'attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana
Pericolo sventato, sembra. L’attacco all’Iran non si fa. Così Trump su Truth social: “L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, mi hanno chiesto di sospendere l’attacco militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran previsto per domani, in quanto sono in corso negoziati seri e, ad avviso di questi grandi leader alleati, si raggiungerà un accordo pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e non solo”.
“Questo accordo comprenderà, cosa fondamentale, NESSUNA ARMA NUCLEARE ALL’IRAN! In virtù del rispetto che nutro per i suddetti leader, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, che NON effettueremo l’attacco all’Iran previsto per domani, ma ho anche ordinato di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala contro l’Iran in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile”.
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l’attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana.
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Iran, Ucraina e la grande illusione occidentale
di Giuseppe Gagliano
Quando la guerra non obbedisce più ai piani di Washington
La guerra contro l’Iran doveva essere, nelle intenzioni americane, una dimostrazione di forza. Doveva confermare l’idea che gli Stati Uniti possedessero ancora tutte le carte: pressione militare, superiorità tecnologica, dominio navale, sanzioni, intimidazione diplomatica. Invece il conflitto ha mostrato l’esatto contrario: Washington dispone ancora di una potenza enorme, ma non riesce più a trasformarla automaticamente in obbedienza politica.
La proposta americana respinta da Teheran non era, nella sostanza, un piano di pace. Era una richiesta di capitolazione. Le condizioni imposte dagli Stati Uniti toccavano il nodo dello stretto di Hormuz, la restituzione della libertà di passaggio, il congelamento delle capacità iraniane e l’accettazione di un ordine regionale scritto altrove. L’Iran ha risposto con una controposizione che conferma il punto essenziale: non si considera sconfitto. Anzi, ritiene di avere più margini di manovra di quanti Washington voglia ammettere.
All’inizio l’obiettivo dichiarato della guerra era il solito: nucleare iraniano, stabilità regionale, sicurezza di Israele, governo di Teheran. Ma con il passare dei giorni il centro dello scontro è diventato Hormuz. È lì che la guerra militare si è trasformata in guerra geoeconomica.
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Dalla Cina con disorientamento
di Claudio Conti
Quella dei mercati è stata una sentenza. Dal lato statunitense (che coincide poi con il punto di vista degli altrimenti anonimi “mercati”) l’incontro di Trump con Xi Jinping non ha prodotto i risultati sognati. Qualche Boeing civile in più da vendere, forse un po’ di prodotti agricoli oltre quelli già acquistati dai cinesi, ma poca sostanza economica e soprattutto geopolitica. Troppo poco per festeggiare, e quindi le borse hanno perso parecchio terreno.
Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.
In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
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Un eccezionale cronista della seconda guerra mondiale
di Eros Barone
Cari Compagni, sì, Compagni,
perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum” e “panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
Mario Rigoni Stern, messaggio inviato il 20 gennaio 2007, in occasione del Convegno Provinciale dell’ANPI di Treviso.
La figura di Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), nato ad Asiago e definito uno dei più grandi scrittori da Primo Levi, è legata indissolubilmente a quel capolavoro della narrativa basata sulle memorie di guerra che è Il sergente nella neve (sottotitolo: Ricordi della ritirata di Russia). Il racconto, scritto tra il 1944 e il 1945 e pubblicato nel 1953, si divide in due parti, Il caposaldo e La sacca, e narra le vicende dell’autore, sottufficiale degli alpini, impegnato sul fronte russo e successivamente nella terribile ritirata dell’inverno 1942-1943. La prima parte descrive la guerra di posizione, scandita dai riti caratteristici della vita militare: il rancio, la posta, gli sfoghi nostalgici tra i commilitoni sui paesi di provenienza, il cameratismo, la pulizia delle armi. Spiccano i volti di tanti compagni che via via si andranno sempre più assottigliando, ognuno còlto in un particolare atteggiamento o attraverso un’espressione dialettale, come Giuanin, la cui ricorrente domanda: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?», è il leitmotiv del libro. In questa parte del racconto, accanto alla descrizione del paesaggio, la pianura russa dominata dal “Generale inverno”, più severo e incombente che mai, prendono spesso risalto squarci di altre realtà, come quella lontana e familiare delle vallate alpine e quella della stessa terra russa, quale si indovina sotto il manto uniforme della neve, e tanto simile all’altra nel mondo contadino che la popola.
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Geopolitica e lotta di classe: crisi, anti-americanismo e possibile ripresa riformista dell’attività proletaria
Alberto Deambrogio intervista Raffaele Sciortino
Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore di “Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia” (Asterios editore)
Alberto Deambrogio: La tua analisi cerca di superare la visione puramente statocentrica della geopolitica classica. Ma come può un concetto apparentemente conservatore come il ‘Perno Geografico’ di Mackinder diventare uno strumento utile per comprendere le moderne lotte di classe su scala globale se non anche in una prospettiva rivoluzionaria?
Raffaele Sciortino: Tenere insieme queste dimensioni può dare l’impressione di un cortocircuito, ma credo che il loro intreccio si stia facendo sempre più evidente. Quanto alla Geopolitica intesa come disciplina, e tralascio qui la genealogia “scabrosa” dello stesso termine, il suo campo è la potenza nello spazio, più precisamente il potere statale moderno nel suo rapporto con lo spazio antropico configurato dalla socializzazione capitalistica (quindi, storicamente determinato: altro che continuità tra la “trappola di Tucidide” e lo scontro Usa/Cina oggi). Lo spazio è una cristallizzazione del processo storico sottoposto a sua volta a mutamento, è ambiente eminentemente sociale e teatro di forze globali più che mera posta in gioco dello scontro tra potenze. Il che rimanda all’esistenza dello Stato quale formazione non a sé stante, ma all’interno di un sistema di stati, un sistema internazionale con il suo relativo “ordine” (o disordine). E rimanda, insieme, alla dinamica dell’accumulazione capitalistica che si fa Weltmarkt, mercato mondiale. Ma, almeno per i marxisti, accumulazione significa rapporti di classe, relazioni oggettive tra classi, non come cornice esterna, ma costitutivi dell’”economia” (appunto: politica) attraverso il rapporto fondamentale capitale-lavoro salariato. Quindi, i tre termini dell’equazione: capitale, classi, Stato, vanno sempre insieme e non semplicemente giustapposti uno a fianco dell’altro, ma come facce di un medesimo prisma, e vanno declinati al plurale a partire dai molti capitali e, ripeto, dal sistema di stati. Altra storia è, ovviamente, fare di questo approccio il punto di partenza di analisi e politiche determinate e significative.
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Cantico per l’Iraq - Damnatio memoriae
“Saddam l’hanno fatto gli americani, Hamas l’ha fatto Israele”
di Fulvio Grimaldi
Da Tacito e Nerone a Mainstream e Saddam
Squalificare l’avversario, seppellirlo sotto un uragano di calunnie, creare un’opinione pubblica delusa, disgustata, scoraggiata che, considerando male minore la guerra all’esistenza del mostro, ti segua nel tuo intento di farlo fuori. Creare un ambiente mediatico e, ove possibile, anche accademico, dell’intrattenimento, per non lasciare più alcuno spiraglio al dubbio che, sotto una campagna del genere, vi possa essere qualche intenzione malevola e strumentale. Dare ampio spazio alle ONG dei diritti umani, efficaci soprattutto sui sinceri democratici, quelle di un ”Occidente che ha certo difetti, ma niente di paragonabile a una dittatura o a dei terroristi”.
Sono tecniche che conosciamo fin da quando le praticavano gli storici del Senato Romano e di cui le religioni, monoteistiche ed esclusiviste, hanno colto il valore evangelizzatore: contro gli eretici bastava diffondere la voce che quel blasfemo negava il Cristo dio, o quella donna, andando a raccogliere legna nel bosco dopo il tramonto, sicuramente cercava incontri satanici.
Tutto vero, ampiamente noto ai minimamente armati di diffidenza verso chi ti bombarda con verità dall’alto, per cui resta difficile cascare ancora preda del vittimismo accusatorio di un Netanyahu, o credere a chi, a innesco di ogni protesta colorata in Iran, presenta il caso risolutivo. Una ragazza “ammazzata dalla polizia”, che magari poi risuscita in Germania (Neda Soltan 2009); o un’altra, “pestata a morte”, ma deceduta in ospedale di un male cronico (Mahsa Amini 2022); o una terza, “lapidata per aver resistito alle violenze del marito”, ma rilasciata dopo una condanna a otto anni per aver ucciso con l’amante il marito, mediante veleno e scosse elettriche (Sakineh Mohammadi, 2006).
Nei miei quasi settant’anni ne ho viste. A partire da quando, nel mondo del dopoguerra, “tutti i tedeschi sapevano dei lager e sono responsabili” e io, ragazzino da quelle parti, mi ricordavo di quanto quei tedeschi fossero rimasti stravolti ed esterrefatti all’emergere degli scheletri viventi da Auschwitz o Dachau.
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Vita messa al lavoro
di Giuseppe Sottile
“Imparate a creare, non lavorate mai!” - R. Vaneigem, Noi che desideriamo senza fine
Una riflessione sul “lavoro animale” nel capitalismo contemporaneo deve accompagnarsi ad alcune inevitabili premesse teoriche: a) l’animale non può essere considerato un mezzo di produzione, nella forma di capitale fisso. Tale chiarimento non ha valore meramente terminologico, ma incide direttamente sulla possibilità stessa di analizzare il contributo animale in termini di lavoro erogato e di una misura conseguente. Secondo Les Beldo, infatti, la confusione tra macchina e animale produce un errore concettuale di fondo, lo potremmo chiamare un errore categoriale, poiché, come egli afferma in modo lapidario: “Machines are labor, but they do not labor”.¹ La macchina incorpora lavoro umano passato, cristallizzato. Secondo gli autori che prenderemo breve mente in considerazione, l’animale invece, nel processo produttivo industriale, svolge un’attività lavorativa caratterizzata da metabolismo, temporalità biologica, consumo di energia vitale, capacità di resistenza e compare come prodotto finale. In sostanza, l’animale è interamente sussunto al processo produttivo: come capacità lavorativa e materia prima. Potremmo osservare come l’animale, in quel loculo che è la domesticazione industriale, sia di già un prodotto del lavoro umano, non più di quanto, però, gli uomini “messi al lavoro” siano il risultato di processi di formazione pubblici o privati, più o meno complessi, esterni o interni ai luoghi di lavoro.
Secondo questi autori, in base alle caratteristiche richiamate, dovremmo estendere la nozione di sfruttamento capitalistico allo stesso lavoro animale. Non si tratta dunque di estendere la nozione di valore a tutta la natura, naturalizzandolo, ma di confinarlo al lavoro animale, che a sua volta sarebbe escluso dalla categoria dei meri servizi ecosistemici.
Questa premessa, che per certi aspetti avvicina gli autori al pensiero di Smith, ci obbliga, nel contempo, a prendere in considerazione la distinzione marxiana tra lavoro produttivo e improduttivo. Tale distinzione non dipende dalla dignità morale del lavoro né dalla sua utilità sociale, ma dalla sua funzione nel processo di valorizzazione del capitale.
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Ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel “novecentismo” nostalgico o nell'”identitarismo reattivo”
di Alessandro Visalli
AAVV. “Per un nuovo pensiero strategico”, Meltemi 2026
Per Meltemi, collana Linee, esce un volume collettivo che mette insieme atti di convegni promossi dalla rivista “L’Interferenza”. Nell’insieme emerge un documento di fase, come naturale disomogeneo, che raccoglie diciotto autori in quattro parti. L’ambizione del testo è di fornire contributi al rinnovo di un punto di vista materialista che superi la stagione del postmodernismo e del più recente “politicamente corretto”, senza tuttavia rifugiarsi nel marxismo da catechismo. La tesi di fondo, che accomuna la maggior parte dei testi, è che la sinistra occidentale, incluso quella marxista, si è fatta egemonizzare dal ceto medio urbano benestante, assorbendone priorità e battaglie. Tale spostamento ha finito per concentrarla sulle rivendicazioni politico-culturali, mettendo sullo sfondo, per lo più retorico, i temi sociali che ne rappresentavano la ragione di essere durante il Novecento (più precisamente, dagli ultimi anni dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento). Le sostituzioni operate sono: i diritti civili per i diritti sociali, il conflitto identitario per quello di classe, il cosmopolitismo per l’inter-nazionalismo. Probabilmente non per caso questo movimento, in particolare negli ultimi dieci o venti anni, si è accompagnato con lo spostamento di parte significativa dei ceti popolari e lavoratori verso destra. Dove ha trovato, non già un’effettiva difesa dei suoi interessi, quanto un riconoscimento della legittimità del suo risentimento.
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Bombe ferme, trattativa in corso
di Dante Barontini
Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Tehran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’”inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre“.
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Hantavirus e bioterrorismo psicologico
di Dott. Robert W. Malone
La paura è una delle droghe più potenti mai inventate.
A differenza degli antibiotici o degli antivirali, non richiede l’approvazione della FDA, né impianti di produzione, né trasporto a catena del freddo. La paura si diffonde da sola. Bastano un titolo, qualche esperto in televisione, una musica inquietante in sottofondo durante un notiziario, e improvvisamente milioni di persone iniziano a scrutarsi il corpo alla ricerca di sintomi di cui non sapevano di soffrire dieci minuti prima.
Il bioterrorismo psicologico è l’uso della paura della malattia come arma per manipolare individui, popolazioni, mercati e governi. A volte l’obiettivo è politico. A volte finanziario. A volte burocratico. Spesso, è tutte e tre le cose insieme.
Questa non è una teoria del complotto. È una forma riconosciuta di guerra psicologica. Ne abbiamo scritto ampiamente nel nostro libro Psywar.
In quel libro, parliamo del dottor Alexander Kouzminov, un ex ufficiale dell’intelligence sovietico-russa con una profonda esperienza nello spionaggio biologico e nelle operazioni di biosicurezza, che nel 2017 ha descritto come la paura delle malattie infettive possa essere strategicamente amplificata per plasmare il comportamento dei cittadini, influenzare i governi e creare opportunità per coloro che sono in grado di trarre vantaggio dal panico. Questo processo si chiama bioterrorismo psicologico.
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Su Thiel, Karp e altri demoni
di Andrea Petrozziello
Alexandre Koyré, nel suo libro Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, scrive che il rapporto tra gli uomini e le macchine nella storia ha attraversato tre grandi momenti. Il primo è quello antico, nel quale vige una rassegnazione nei confronti dell’impossibilità di costruire la macchina. Poi, nell’età moderna si entra in una fase di entusiasmo dato dalla costruzione dei primi congegni tecnologici. Infine, con la rivoluzione industriale, si rientra in un periodo di rassegnazione: le macchine esistono e sono ovunque, eppure l’uomo è in balia di esse. La macchina ha mantenuto le promesse e ha liberato progressivamente l’uomo dalle sue incombenze materiali, ma le possibilità che sono derivate da questa libertà hanno annichilito l’esistenza umana piuttosto che esaltarla.
Ciò che sostiene Koyré è giusto, a patto però che venga introdotto un distinguo: la rassegnazione post-industriale ha colpito la maggioranza della popolazione, ma non tutta. Se da un lato il proletario ha continuato a vivere una misera vita, il capitalista ha potuto liberarsi di parte della manovalanza salariata e non si è preoccupato per liberare i suoi lavoratori da una condizione esistenziale di sostanziale schiavitù. Anzi, alle volte quest’ultima è diventata assai più grama nella meccanizzazione del lavoro. Dunque, se tra la vasta maggioranza vige una desolante rassegnazione, entro una nettissima minoranza – data dai capitalisti – si percepisce l’entusiasmo per gli ultimi ritrovati della tecnica, che hanno ridotto parte delle incombenze derivanti dal rapporto con la manodopera.
Purtroppo, però, la metamorfosi della scienza nella tecnoscienza non si è fermata qui. Se nell’Occidente industrializzato la costruzione di macchine sempre più complesse e precise era, nell’età moderna e nella prima età contemporanea, un processo che ha interessato dapprima l’ambito della conoscenza scientifica (con la produzione di strumenti quali il telescopio), poi quello politico e sociale dell’esistenza, è da diversi decenni che la macchina ha sconfinato altresì nella sfera biologica della vita umana.
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Non ancora
di Rino Malinconico
La rivoluzione come speranza, al centro del pensiero di Ernst Bloch, ha molto da dire a chi ricerca una nuova cultura politica in questo tempo angosciante. Sono tante le ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza. Il punto di partenza resta il cosiddetto “non-ancora” che non è solo, e neppure principalmente, una dimensione temporale o spaziale, ma una dimensione esistenziale. Per questo, cambiare in profondità la società oggi significa prima di tutto cominciare dal fare e dal domandare
* * * *
Ernst Bloch resta il più attuale dei marxisti del Novecento per diverse ragioni. La rivoluzione come speranza attiva ha molto da dirci. Ecco sette ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza.
La prima. Il concetto teoreticamente nuovo di “speranza”, Ernst Bloch lo contrappone alla visione che concepisce la verità profonda dell’essente – un Io, un Noi, una qualsivoglia cosa – come insopprimibile e inesorabile “essente-secondo-possibilità”. È stata proprio questa, a ben vedere, la qualificazione fondativa delle cose-che-sono pervenutaci da tutta la tradizione filosofica. E non è difficile intuire che se una “cosa” può arrivare a esistere solamente secondo la possibilità che le è propria, essa si presenterà sempre e soltanto come ciò-che-poteva-essere. In altre parole, sciogliendo il possibile nell’effettuale si delinea l’evoluzione possibile di una qualsiasi cosa solamente come futuro-obbligato. Si tratterebbe, cioè, dell’unica possibile evoluzione, in quanto quel suo futuro sarà già in partenza contenuto, proprio sul piano ontologico, nella cosa stessa: come sua potenza, per dirla con Aristotele, o come sua negazione, per dirla con Hegel.
Tra il possibile e l’effettuale Bloch individua, invece, l’entità decisiva del non-ancora. Ed è esattamente questa nuova dimensione, concettuale e reale a un tempo, che gli permette di sottrarsi (concettualmente) all’imperio della “necessità”, ovvero alla impossibilità di ipotizzare un futuro non-obbligato.
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Tempo, memoria e nichilismo in Massimo Bontempelli
di Salvatore Bravo
Massimo Bontempelli è stato un pregevole interprete della filosofia di Hegel e di Marx. La sua opera silenziosa non è stata riconosciuta dalle Accademie omologate sul “politicamente corretto”, pertanto la scure del silenzio è caduta sulla sua produzione filosofica e storica. Egli è stato hegeliano e marxiano nel tempo in cui il “pensiero debole” ha assunto la funzione ideologica di giustificare il capitalismo senza limiti. Ha denunciato la necessità del “pensiero forte” per disinnescare i processi crematistici e nichilistici in atto. Amico e compagno di lotta di Costanzo Preve, è pensatore ancora da scoprire e da capire. È scomparso precocemente nel 2011, ma le sue opere restano e la sua testimonianza di resistenza continua a indicarci la via della prassi. In un mondo di ombre che minacciosamente si allungano sul presente necessitiamo di pensatori che hanno testimoniato la “passione per la verità” e per la “prassi etica”. Sono uomini che ci rammentano che è possibile “pensare e creare” fuori dai recinti d’acciaio delle Accademie e delle filosofie decaffeinate pronte per l’uso e, dunque, a immagine degli interessi di classe delle oligarchie. Passione, coraggio, carattere e, a volte solitudine, consentono di portare “vita pensante” nel “deserto del capitale” che avanza minaccioso.
Il plesso teorico del tempo storico, dal filosofo e storico Massimo Bontempelli concettualizzato, ci apre alla possibilità di comprendere il nichilismo contemporaneo. Per riaprire il tempo della storia, fu convinzione del filosofo pisano, è necessario trascendere i processi di derealizzazione e valutare criticamente il proprio tempo storico mediante paradigmi veritativi fondati razionalmente. La dialettica umanizza l’esistenza e prepara la coscienza di classe. L’essere umano è temporalità incarnata nella storia, non è mai astratto, ma è parte integrante del suo tempo e del ruolo che occupa nel modo di produzione e dunque può pensare e rigenerare la temporalità storica con l’impegno e con i processi di concettualizzazione volti a decodificare il proprio tempo storico. La coscienza, mai monade astratta, è temporalità creante, pertanto la definizione del concetto di “tempo” ci dona la categoria teoretica con cui valutare la contemporaneità.
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Stupidità artificiale
di Pierluigi Fagan
Un interessante articolo (nel primo commento il link) illustra la nuova “dumb economy”, più o meno “L’economia della stupidità” e dato il ruolo ordinativo che l’economia ha nella formazione e funzionalità sociale (e politica), il tutto tende a diventare “la società della stupidità”.
Questo movimento verso la semplicità è simmetrico contrario alle caratteristiche dell’era in cui stiamo storicamente transitando ovvero l’era complessa. La definiamo “artificiale” poiché non si tratta di, per altro difficili da definire, dotazione naturale di intelligenza o il suo contrario ma di una serie di pressioni convergenti verso una singola e decisiva operazione: ridurre lo spazio-tempo mentale. Laddove lo spazio mentale è sovraffollato, dove le funzioni superiori (neocorteccia) sono funzionalmente attivate assieme ai centri delle emozioni, dove il bombardamento delle percezioni sovrasta gli spazi di riflessione ed il tutto è proprio di individui de-socializzati e immersi in un universo di pressanti incombenze, lo spazio mentale è oggettivamente sempre più limitato. Ma altrettanto per il tempo, in cui le funzioni riflessive e di composizione del pensiero necessitano funzionalmente del tempo per esplicarsi. Riducete spazio e tempo mentale e avrete la stupidità artificiale. A quel punto si innesca la lotta per la fatidica “risorsa scarsa passibile di usi alternativi” ovvero l’attenzione.
L’intera macchina commerciale, la politica dal punto di vista di chi la esercita come professione, il sistema informativo, la nuova e vociante suburra social in cui moltitudini sono in cerca del loro quarto d’ora di celebrità (relativa), lottano per colpire il più intensamente e a lungo possibile le nostre strutture neuronali. Il che aggrava il problema dell’autonomia di spazio e tempo mentale.
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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
di Gigi Sartorelli
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza del e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
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In piena crisi gli Usa di Trump celebrano il modello cinese di Xi Jinping. I retroscena di un summit
di Alessandro Volpi
La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l’Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all’ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l’Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l’esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell’economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell’aiuto cinese per arginarla, per approdare a un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli.
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Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità.
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Federico Caffè tra democrazia economica e trasformazione del lavoro*
Attualità di un riformismo necessario
di Roberto Antonio Romano
Roberto Antonio Romano rilegge il pensiero di Federico Caffè alla luce delle trasformazioni del lavoro contemporaneo: precarietà, salari stagnanti, frammentazione produttiva e indebolimento della rappresentanza sindacale. Caffè concepiva l’economia come disciplina civile, legata a democrazia e giustizia sociale. In un contesto segnato dalla globalizzazione del capitale e dalla debolezza delle istituzioni europee, il suo riformismo resta un riferimento per ripensare lavoro, welfare e democrazia economica
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Nel dibattito economico contemporaneo si registra un paradosso evidente. Da un lato, la crescita delle capacità produttive, dell’innovazione tecnologica e dell’integrazione dei mercati ha ampliato in misura straordinaria le possibilità materiali delle società avanzate. Dall’altro, si sono intensificati fenomeni di precarietà occupazionale, stagnazione salariale, disuguaglianza distributiva e indebolimento delle forme collettive di rappresentanza del lavoro. In molti paesi europei, compresa l’Italia, la questione sociale non si presenta più nelle forme classiche del conflitto industriale novecentesco, ma attraverso una frammentazione diffusa: lavori intermittenti, bassi salari, polarizzazione professionale, vulnerabilità dei giovani e difficoltà di accesso a tutele universalistiche.
In questo quadro, il pensiero di Federico Caffè conserva una sorprendente attualità. La sua riflessione non si limitava infatti alla politica economica in senso stretto, ma investiva il rapporto tra economia, istituzioni democratiche e dignità del lavoro. Per Caffè, l’economia non era una tecnica neutrale finalizzata alla massimizzazione di grandezze aggregate, bensì una scienza sociale chiamata a confrontarsi con fini collettivi, valori costituzionali e condizioni concrete di vita delle persone.
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Rovelli vs Wittgenstein
di Francesco Bercic
L’accostamento tra l’ultimo libro di Carlo Rovelli e il pensiero di Ludwig Wittgenstein sorge quasi spontaneo. A parte le numerose citazioni del filosofo viennese alle quali attinge l’ormai celebre divulgatore scientifico, il paragone è suggerito fin dal titolo: Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi) pare un calco approssimativo di quella tesi capitale del Tractatus, la 6.127, in cui si afferma che “tutte le proposizioni sono di pari valore / equivalenti” (gleichberechtigt nell’originale tedesco). Addirittura, sui social network capita di incontrare simpatici meme in cui Rovelli viene presentato come una sorta di suo discepolo contemporaneo, con il marginale dettaglio di porre sullo stesso piano un filosofo – per quanto peculiare – a un fisico di professione. Lo spunto, al di là delle iperboli, rimane tuttavia interessante. In linea con le precedenti pubblicazioni, le conclusioni di Rovelli si estendono a un orizzonte ben più vasto della meccanica quantistica, tracciando i contorni di una visione del mondo “giustificata” – a suo parere – dalle principali scoperte della fisica del Novecento. Basta però scavare poco sotto questa affinità di facciata, per scorgere una differenza più profonda che allontana le parabole del loro pensiero: non tanto nel contenuto delle idee, quanto nel diverso orientamento intellettuale, nello spirito che li anima.
Un merito innegabile che va attribuito a Rovelli è aver portato all’attenzione dei lettori italiani quella grande frattura epistemologica che, almeno per quanto riguarda la fisica, ha coinciso con la svolta quantistica nel primo Novecento. Una frattura di cui oggi si ha ancora vaga contezza, spesso anche da parte di chi studia discipline contigue. Si può affermare senza remore che, nell’immaginario collettivo, la concezione del lavoro scientifico sia rimasta ferma ai tempi di Galileo e Newton: l’uomo, perfettamente padrone della sua Ragione, che scopre fuori di sé le leggi eterne della natura, avanzando in un cammino di progresso inesorabile. Rovelli ha compito facile nello smontare le fondamenta di un impianto siffatto, si direbbe di determinismo classico e di derivazione neopositivista, in cui il linguaggio intrattiene rapporti di corrispondenza univoca con la realtà. Da questo punto di vista, la vicinanza a Wittgenstein è marcata. L’uomo non conosce enti o oggetti semplici – scrive Rovelli riecheggiando il Tractatus – ma costruisce modelli, in cui a contare non sono le singole “cose”, bensì la relazione che si istituisce tra loro. L’uomo conosce solo quella relazione – il “come” direbbe il Wittgenstein, non il “che cosa”. E, a partire da questi modelli, avanza ipotesi – ipotesi, non leggi.
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Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)
di Emanuele Maggio
Sono passati 32 anni dalla Prima Repubblica. Finalmente si può essere nostalgici senza passare per fascisti, per nascondere in casa un busto di Pasquale Saraceno, mica del Duce.
In quei trent’anni gloriosi di miracolo sociale ed economico (1950-1980), l’Italia ha costruito il più potente apparato statale non-sovietico del mondo.
Quel patto costituzionale e socialdemocratico tra Stato e Mercato che nel 1991, all’alba della svolta liberista di Maastricht, fece titolare al Corriere “Italia quarta potenza”, sopra Regno Unito e Francia.
Era un sistema basato su tre pilastri: imprese pubbliche enormi, ramificate e ad alto impatto strategico e tecnologico; una banca centrale sovrana che tesaurizzava riserve auree e comprava titoli di Stato per abbassare i tassi mentre finanziava la spesa; un governo dirigista in grado di mobilitare il risparmio nazionale per ripagare il debito e allocare gli investimenti.
Dietro questo sistema vi erano le menti di funzionari e dirigenti brillanti, come Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Paolo Baffi, oltre ovviamente a un apparato partitocratico ideologicamente compatibile, per il quale lo Stato non era una bestemmia o una zavorra sul groppone dei privati, ma un generatore attivo di valore, però a vantaggio di tutti.
Eravamo praticamente la Francia di De Gaulle, ma fatta meglio.
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