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La menzogna del moderatismo

di Mario Sommella

i id3607 mw600 1x.jpgTacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.

In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.

La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.

La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?

 

1. La trincea del lessico

La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.

Radicale è diventato sinonimo di irresponsabile, marginale, fanatico. Ma se osserviamo con attenzione le posizioni effettivamente sostenute, quasi sempre il moderato è chi accetta in silenzio l’esistente, mentre il radicale è chi semplicemente chiede l’applicazione coerente di principi costituzionali ovvi. Dignità del lavoro, progressività dell’imposta, eguaglianza sostanziale, ripudio della guerra. In questa logica perversa la Costituzione del 1948 è estremista. I poteri economici e militari che la calpestano sono moderati. Un capovolgimento orwelliano che funziona soltanto finché non viene nominato.

Il moderatismo non è una posizione politica. È una tecnica di governo. Serve a definire ciò che è dicibile e ciò che è impronunciabile, ciò che merita attenzione mediatica e ciò che va relegato nelle pagine interne. Serve a ridurre il dissenso a folclore e l’analisi critica a estremismo. Serve, soprattutto, a impedire che la lingua nomini ciò che vede. Genocidio diventa conflitto. Sterminio diventa operazione. Saccheggio della ricchezza pubblica diventa riforma. Decreto repressivo diventa pacchetto sicurezza. Lo scempio è completo quando anche le opposizioni, anziché rompere il vocabolario del potere, lo accettano e lo praticano.

 

2. La patrimoniale al contrario

Negli ultimi quarant’anni in Italia è avvenuta una redistribuzione gigantesca, e in direzione opposta a quella che la sinistra storica indicava come compito proprio della politica. Negli anni Ottanta i redditi da lavoro dipendente rappresentavano oltre il 56% del prodotto interno lordo. Alle soglie del nuovo millennio quella quota era già scesa al 40%. Una caduta di sedici punti che ha pochi paragoni tra le grandi economie occidentali e che è il riflesso di un trasferimento sistematico di risorse dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti e alle rendite. La fiammata inflazionistica del 2022 e 2023 ha ulteriormente compresso la quota dei redditi da lavoro sul valore aggiunto fino al 42,5%, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, mentre cresceva specularmente il cosiddetto risultato lordo di gestione, ovvero profitti e rendite. Le rendite immobiliari, oggi, da sole superano il 12,7% del PIL.

Questa è la patrimoniale al contrario di cui parla Fabio Mussi nelle sue conversazioni più recenti. Una redistribuzione silenziosa, costante, pluridecennale, mai dichiarata, mai votata in Parlamento come riforma esplicita, eppure implacabile nei suoi effetti. Si è prodotta attraverso la moderazione salariale degli anni Novanta, la precarizzazione del lavoro avviata dal pacchetto Treu e proseguita dalla legge Biagi e dal Jobs Act, la finanziarizzazione dell’economia, la riduzione progressiva delle aliquote sulle fasce alte di reddito, l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, la flat tax per le partite IVA, la tassazione di vantaggio sulle rendite finanziarie. Centinaia di miliardi spostati verso l’alto della piramide sociale, senza che mai una sola legge dichiarasse esplicitamente questo come proprio obiettivo.

Su questo terreno il moderatismo è stato l’agente attivo della trasformazione. Ogni volta che si è avanzata la proposta di un’imposta patrimoniale ordinaria, di un’effettiva progressività sui patrimoni superiori al milione di euro, di una fiscalità europea armonizzata sui grandi capitali, è arrivata la stessa risposta. Sarebbe demagogia, populismo, marxismo nostalgico, attentato alla classe media. Si è costruito così il paradosso politico più impressionante della Repubblica. Una parte consistente di chi non possiede nulla difende il privilegio dei pochi che possiedono moltissimo, convinta da una cultura mediatica plasmata su misura del potere economico.

 

3. La menzogna degli undici milioni

Quando si parla di evasione fiscale in Italia, il dibattito pubblico viene spesso deliberatamente confuso. I dati pubblicati nel 2025 dal Ministero dell’Economia raccontano che oltre 11,3 milioni di contribuenti dichiarano un’imposta netta IRPEF pari a zero. Su questo numero si è costruita una narrazione potente, e sostanzialmente falsa, secondo cui sarebbe questa la massa degli evasori. La verità è diversa. Quelle persone, in larga parte, non evadono. Sono pensionati al minimo, lavoratori a basso reddito, contribuenti che rientrano nelle soglie di esenzione, soggetti le cui detrazioni e bonus assorbono integralmente l’imposta lorda. Sono, in altri termini, le vittime di un sistema fiscale costruito per concentrare il prelievo sui redditi medi da lavoro dipendente e per lasciare in ombra i veri patrimoni e le rendite più consistenti.

L’evasione vera, quella che secondo la Relazione 2025 del MEF ha tolto allo Stato circa 92,6 miliardi di euro nel 2022, ha un volto preciso. È concentrata in alcuni segmenti del lavoro autonomo, dove la propensione all’evasione IRPEF supera il 60%, è dominata dalle locazioni brevi non tracciate, dall’IVA non versata nei settori del turismo e della ristorazione, dalle multinazionali del digitale che spostano profitti in paradisi fiscali europei e non. Non sono le pensionate al minimo che dichiarano zero a togliere risorse alla sanità pubblica. Sono i grandi patrimoni, le grandi imprese, i grandi studi professionali. Eppure la propaganda di governo, ripetuta acriticamente da troppi quotidiani e talk show, scarica sui poveri la responsabilità di un sistema che è stato disegnato per tutelare i ricchi.

Su questa menzogna fondativa si reggono tutte le riforme regressive degli ultimi vent’anni. La flat tax estesa agli autonomi fino a 85.000 euro di ricavi, che è una patrimoniale alla rovescia perché tassa meno chi guadagna di più rispetto al lavoro dipendente. I condoni mascherati da rottamazione delle cartelle. La progressiva riduzione delle aliquote IRPEF presentata come sollievo per il ceto medio mentre, in realtà, beneficia in misura crescente le fasce alte. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe smontare quotidianamente questa costruzione retorica, fornire ai cittadini gli strumenti analitici per leggere i dati, restituire al fisco la sua funzione costituzionale di strumento di giustizia sociale. Una sinistra moderata, invece, accetta il quadro narrativo dell’avversario e si limita a chiedere correttivi marginali.

 

4. Il silenzio davanti al massacro

Mentre nel dibattito interno si discute di moderazione, fuori dai nostri confini è in corso uno dei massacri più documentati e più televisivi della storia recente. Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, alla data del 5 maggio 2026 il bilancio totale delle vittime dall’ottobre 2023 ha superato la soglia dei 72.615 palestinesi uccisi. Lo studio pubblicato da The Lancet nel febbraio 2026 stima che i decessi reali nei primi sedici mesi di bombardamenti possano essere stati almeno 75.000, ovvero almeno 25.000 in più rispetto ai conteggi iniziali. Tra le vittime confermate vi sono oltre 21.289 bambini. Migliaia di altri sono dispersi sotto le macerie. Il Centro palestinese per i dispersi e i deportati ha documentato la scomparsa di circa 2.900 minori soltanto nei primi mesi del 2026. Queste non sono cifre, sono persone. Famiglie intere cancellate dai registri anagrafici, comunità polverizzate, una società sistematicamente smembrata.

Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 non ha fermato la mattanza. Soltanto dall’inizio della tregua le violazioni israeliane hanno ucciso oltre 832 palestinesi a Gaza secondo il bilancio aggiornato del Ministero della Salute. In Libano, dove le operazioni militari dell’esercito israeliano proseguono nonostante i negoziati di Washington, le vittime hanno raggiunto quota 2.659, con oltre 8.183 feriti. La relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese aveva avvertito già nel settembre 2025 che il bilancio reale del genocidio sarebbe potuto risultare drammaticamente superiore a quello ufficiale.

Davanti a tutto questo, il governo italiano ha scelto la complicità. Nel 2025 sono state autorizzate forniture militari verso Israele per circa 85 milioni di euro. Il memorandum d’intesa militare tra Italia e Israele, ratificato nel 2005 e oggetto di rinnovi taciti, è stato confermato nell’aprile 2026, salvo poi essere oggetto di una sospensione tardiva e ambigua a seguito dei bombardamenti israeliani sul contingente UNIFIL e sulle aree civili libanesi. Nell’ottobre 2025 il gruppo Giuristi e avvocati per la Palestina ha presentato alla Corte penale internazionale una denuncia per concorso in genocidio nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. La denuncia, sottoscritta da oltre cinquantamila cittadini, è ancora in esame.

Su tutto questo, dove sono stati i moderati? Hanno alzato la voce quando i portuali di Genova, Livorno e Ravenna hanno bloccato l’invio di componentistica per gli F-35 israeliani, smascherando la rete di trasferimenti coperti da segreto politico, diplomatico e militare? Hanno chiesto la rottura immediata del memorandum quando è emerso che Tajani e Crosetto hanno tentato di occultare al Parlamento l’effettiva consistenza dell’export bellico verso Tel Aviv? Hanno reagito alle dichiarazioni con cui il vicepremier ha sostenuto pubblicamente che il diritto internazionale vale fino a un certo punto? La risposta è nessuna. Il moderatismo, davanti al massacro, ha scelto il silenzio. Quando si è espresso, lo ha fatto per giustificare, contestualizzare, distinguere, smussare. Mai per condannare con la nettezza che la storia avrebbe richiesto.

 

5. Il partito ministeriale

La metamorfosi del Partito Democratico nei suoi venti anni di esistenza è il caso di studio più impressionante della deriva moderatista in Italia. Nato nell’ottobre 2007 dalla fusione tra Democratici di Sinistra e Margherita, il PD totalizzò alle politiche del 2008 oltre dodici milioni di voti, presentandosi come alternativa di sistema al berlusconismo. Da allora la sua traiettoria è stata di erosione costante. I dati elettorali del 2022 hanno certificato il dimezzamento di quel patrimonio, con poco più di sei milioni di voti, mentre milioni di elettori storicamente collocati a sinistra hanno preso la via dell’astensione, della rabbia muta, della sfiducia integrale verso ogni rappresentanza istituzionale.

Le ragioni di questa emorragia non vanno cercate nel marketing politico, nei volti dei segretari, nelle alleanze tattiche. Vanno cercate in una scelta strategica di lunga durata. Il PD ha scelto, sin dalle sue origini, di essere prima di tutto un partito di governo, un partito ministeriale, un partito disponibile a stare nelle stanze del potere a qualsiasi condizione. Ha sostenuto governi tecnici e governi di larghe intese, ha votato pareggio di bilancio in Costituzione, ha approvato il Jobs Act, ha sostenuto missioni militari ed esportazioni di armi senza chiedersi mai dove finissero. Quando un partito di sinistra rinuncia all’audacia di affrontare la piazza, di costruire conflitto sociale, di rompere con i rapporti di forza esistenti, perde la sua ragione d’essere. I sondaggi del maggio 2026 registrano un PD oscillante tra il 22 e il 23%, in fragile risalita dopo la vittoria del No al referendum costituzionale del marzo scorso, ma incapace di proporre un’alternativa programmatica credibile. La sua leader Elly Schlein contende ai candidati del campo largo una guida nominale che, nel migliore dei casi, sarà la successione di un partito ridotto alla metà di sé stesso.

Il problema non è tanto chi vincerà le primarie del centrosinistra. Il problema è cosa intende fare il centrosinistra se torna al governo nel 2027. Quale programma, quali rotture, quali soldi per finanziarle, quali alleanze sociali è disposto a costruire e quali a rompere. Senza queste risposte, la distinzione tra destra e sinistra diventa puramente cosmetica. E il moderatismo prosegue la propria opera di neutralizzazione, sotto sigle diverse e con leadership intercambiabili.

 

6. La crisi della rappresentanza

C’è una verità che i moderati non vogliono pronunciare e che invece va detta con nettezza. La crescita dell’astensionismo, oggi attestata stabilmente sopra il 35% nelle elezioni politiche e oltre il 50% in alcune amministrative, non è un fenomeno di disinteresse civico. È una scelta politica precisa. Milioni di italiani, prevalentemente nelle fasce sociali più colpite dalla redistribuzione al contrario, hanno smesso di credere che il voto possa cambiare qualcosa. Hanno ragione, almeno in parte. Hanno visto governi di destra e governi di centrosinistra applicare le stesse politiche economiche, le stesse riforme del lavoro, le stesse rinunce sulla spesa sanitaria, le stesse missioni militari, le stesse subordinazioni alla NATO e ai grandi gruppi industriali e finanziari. Hanno smesso di votare perché hanno smesso di vedere differenze sostanziali.

L’analisi di Mussi è precisa. I ricchi hanno convinto i poveri a non votare. Hanno costruito un campo politico in cui la sinistra, invece di rappresentare il lavoro, ha rappresentato la mediazione tra interessi opposti, sempre a vantaggio della parte già forte. La crisi della rappresentanza, in questo quadro, non è un incidente. È il risultato programmato di una strategia di lungo periodo. Una democrazia svuotata serve a rendere irreversibile la concentrazione della ricchezza. Una democrazia partecipata sarebbe una minaccia.

La risposta a questa crisi non può essere il rilancio nostalgico di un riformismo che ha fallito o l’imitazione tardiva delle peggiori pulsioni autoritarie della destra. La risposta è il ritorno a un’idea di sinistra come mobilitazione popolare, conflitto sociale organizzato, alleanza tra lavoratori dipendenti, precari, pensionati, migranti, studenti, insegnanti, sanitari. È la riconquista degli spazi fisici della politica, dei territori, delle assemblee, delle piazze. È la costruzione di un Fronte costituzionale e popolare capace di rimettere in discussione i rapporti di forza materiali, non soltanto le narrazioni mediatiche.

 

7. Costituzione, parola estremista

La nostra Costituzione del 1948 è stata scritta da partigiani, da intellettuali antifascisti, da credenti e laici, da liberali e socialisti, da comunisti e cattolici. Quel testo, nato dalla Resistenza al fascismo storico, contiene una rivoluzione silenziosa e inadempiuta. L’articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro, non sul capitale. L’articolo 3 impone alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza dei cittadini. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. L’articolo 32 garantisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo. L’articolo 53 stabilisce la progressività del sistema tributario. Sono parole che, applicate sul serio, sarebbero rivoluzionarie. Per questo, oggi, sono trattate da estremiste.

La vittoria del No al referendum costituzionale del marzo 2026, con oltre il 54% dei voti contrari alla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e con un’affluenza vicina al 59%, ha mostrato che esiste ancora un’Italia che non ha rinunciato alla Carta. Ma quella vittoria, come ricordava Piero Calamandrei nel suo discorso del 1955, non è data una volta per tutte. La Costituzione vive solo se i cittadini la fanno propria, la praticano, la traducono in conflitto sociale e in azione politica quotidiana. Una sinistra che fosse all’altezza di questo compito dovrebbe smettere di chiamarsi moderata. Dovrebbe rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al campo costituzionale e popolare, riconoscere che oggi essere costituzionali significa essere radicalmente, intransigentemente, irrevocabilmente antagonisti rispetto al modello capitalistico e imperialista che governa l’Occidente.

Tornare a chiamare le cose con il loro nome è il primo gesto politico necessario. Genocidio è genocidio. Sterminio è sterminio. Patrimoniale è patrimoniale. Imperialismo è imperialismo. Sfruttamento è sfruttamento. Quando i moderati rinunciano a queste parole, accettano la disfatta che si finge equilibrio. Quando le riprendono, riaprono lo spazio della politica come scelta tra mondi possibili, non come amministrazione dell’inevitabile. La menzogna del moderatismo si smaschera nel momento in cui si dice ad alta voce che il re è nudo, che il sovrano dell’economia capitalistica e dell’apparato militare-industriale ci ha condotti dove siamo, e che spetta a noi, oggi, rovesciare la scena. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. È scritto nella nostra storia, prima ancora che nei nostri manifesti.


Fonti
Ministero della Salute di Gaza, bilancio vittime al 5 maggio 2026, ANSA, 5 maggio 2026.
The Lancet, studio sulla mortalità a Gaza, febbraio 2026, ripreso da L’Espresso, 18 febbraio 2026.
Centro palestinese per i dispersi e i deportati, dati su minori scomparsi, maggio 2026.
Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti 2025-2026.
Giuristi e Avvocati per la Palestina, denuncia alla Corte Penale Internazionale per concorso in genocidio, ottobre 2025.
Ministero dell’Economia e delle Finanze, Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, edizione 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia, ottobre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Da dove arrivano i redditi degli italiani, 2025.
Il Sole 24 Ore, Dichiarazioni 2025, oltre 11,3 milioni di italiani esenti da IRPEF, aprile 2026.
Sondaggi SWG per TG La7, Noto Sondaggi per Porta a Porta, YouTrend per Sky TG24, rilevazioni aprile-maggio 2026.
L’Indipendente, Il governo Meloni dice no alle sanzioni contro Israele, maggio 2025.
Il Fatto Quotidiano, Quando l’Italia giustificava le guerre d’Israele, aprile 2026.
Pagella Politica, Da Gaza ai salari, fact-checking di Meloni a Porta a Porta, ottobre 2025.
Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
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