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Frank Furedi, La guerra contro il passato

di Andrea Balloni

A chi giova abbattere la nostra storia, l’immenso monumento del nostro passato? A chi giova aggirarsi tra edifici caduti, rovine di templi e colonne stroncate, sporcarsi la faccia col fumo nero dei libri bruciati o respirarne la cenere bianca sospesa in lamelle sottili, impalpabili come il ricordo delle pagine scomparse? A chi giova, infine, non avere più una tribuna dalla quale elevarsi per guardare lontano, ma osservare il mondo e le relazioni umane da terra, senza scorgerne un orizzonte, senza poter fare tesoro delle esperienze di chi è venuto prima di noi?

Eppure siamo nel mezzo di un attacco violentissimo contro l’edificio della cultura occidentale, la nostra cultura.

Frank Furedi, nel suo ultimo saggio La guerra contro il passato (Fazi, 2026), ci accompagna in una visita guidata al centro di una città saccheggiata dai lanzichenecchi della cancel culture, nesso lemmatico che, curiosamente, ove si inverta l’ordine dei sostantivi, non solo non perde di senso, ma, al contrario, approfondisce i suoi significati e la sua efficacia; per cui la “cultura della cancellazione” rivela, già nelle parole che la identificano, anche un secondo significato: la “cancellazione della cultura”, in un assunto finale che prevede come la guerra contro il passato sia una riscrittura della storia e dunque il tentativo di cancellazione della cultura di un’intera civiltà.

E coerentemente, e in maniera inversa, è proprio facendo appello alla cultura, ovvero stando sulle spalle dei giganti, come si tramanda abbia suggerito Bernardo di Chartres, che si può godere e fruire del libro del grande sociologo ungherese.

In altre parole, è proprio attraverso la consapevolezza della ricchezza della civiltà umana, fatta di progresso intellettuale ed esperienziale, raccolto, protetto e custodito, che si può accogliere l’interpretazione che dà Furedi della guerra in atto; comprenderla nelle sue origini, nei suoi fenomeni, nei suoi sintomi, ma anche nelle sue ragioni più profonde e nei bisogni che la alimentano, tentando di disinnescarne i meccanismi di riproduzione automatica e di bloccarne la spirale distruttiva.

 

L’attacco

La memoria storica dell’Occidente sta subendo un attacco militare, mosso da una parte dell’Occidente stesso che agisce contro la propria cultura e che, in un impeto di suprematismo presentista, espone ogni conquista culturale come macchiata di una colpa originaria gravissima, e perciò degna di essere cancellata e dimenticata, laddove la colpa torna a essere sempre la stessa: la discriminazione razziale o di genere che in passato è stata applicata da parte di una società non sufficientemente evoluta.

Ovvio, l’incapacità intellettuale che segue il rifiuto di una visione completa della storia della nostra civiltà mina qualsivoglia pretesa di analisi sociale attraverso la pochezza intellettuale e l’assenza di un approfondimento adeguato, cosicché riduce, in un cortocircuito corrosivo, qualsiasi sintesi che pretenda una nuova chiave etica a un moralismo spicciolo e privo di valore.

Il sociologo ungherese ci presenta questa tendenza narrativa, in atto in tutto l’Occidente, come una sindrome suicida che si declina in una serie di casi di ricostruzione fantasiosa o addirittura falsa degli eventi del passato; puntualizzazioni fuorvianti e ricostruzioni tendenziose, quando non gesti estremi di violenza contro i simboli della storia, oggetto di una giustizia sommaria e vendicativa, fatta di forche improvvisate, ma applicata in maniera postuma a colpevoli riesumati dalle loro tombe.

 

Ma a chi giova?

Tuttavia, l’emendamento della storia è un gesto che rimane chiuso nel passato; è un’operazione che non ha alcun esito pratico nella realtà di oggi, nelle dinamiche sociali e politiche che smuovono i grandi capitali, l’impostazione economica generale e le relazioni tra gli Stati. L’impostazione politica e filosofico-economica rimane del tutto inalterata da questo fenomeno, così come l’idea di suprematismo culturale dell’Occidente.

Allora torniamo alla domanda che ha aperto questa nostra analisi: dove nasce tutto questo, ma soprattutto, a chi giova?

La cancel culture fa parte del fenomeno più ampio della cultura woke.

Qui, appoggiandosi anche all’analisi sociologica di Emmanuel Todd (La sconfitta dell’Occidente, Fazi Editore, 2024), si può individuare la nascita di questa deriva suicida dei paesi occidentali nell’iconoclastia protestante e nel nichilismo che ne consegue. Il termine woke, ovvero “risvegliato in rapporto ai propri peccati”, è un termine religioso che nasce nell’ambito puritano-protestante americano, all’interno di una minoranza bianca che vede nella distruzione della cultura occidentale l’unico mezzo per l’espiazione dei propri peccati sociali.

Dunque questo fenomeno ha un fine di purificazione morale? Calma.

Questo tipo di movimenti civili nasce all’interno di un paradossale presente storico occidentale, portatore di un suprematismo morale che si compiace nel presentarsi come emancipativo da vincoli oppressivi, ma che è invece organico alle più trite dinamiche del capitalismo neoliberista; tali movimenti si distinguono con grande attenzione dalla politica istituzionale dei partiti e del sistema democratico. Ne assorbono le istanze più popolari e il bisogno di rappresentanza, le allontanano dal rischio di essere incanalate in derive eversive e ne sfruttano l’immagine modernista e di rinnovamento sociale, che cela invece, disinnescando possibili conflitti di classe, la realtà di una conservazione permanente.

Fatta salva la buona fede dei tanti attivisti, pare evidente il fine manipolatorio dell’espressione dei popoli e il tentativo di neutralizzazione politica delle rivendicazioni sociali.

L’esistenza di questo tipo di fenomeni giova dunque a quella parte della società — nella quale trova anche sostegno economico e organizzativo — che ha interesse a che le cose non cambino in Occidente: alle oligarchie economiche che si spartiscono il potere; giova a élite pronte a tutto, perfino ad annientare ogni relazione con il proprio passato e con la propria cultura, con la propria civiltà e con la propria nazione, pur di perseverare sulla strada del privilegio etico ed economico.

 

Lingua e linguaggio

Nel quadro del fenomeno generale del conflitto per la revisione della storia occidentale, che abbiamo fin qui preso in esame, trova posto, in ultima istanza, il progetto di una riformulazione del linguaggio, ovvero una revisione della lingua sulla base di ciò che si ritiene politicamente corretto e in linea con quanto è considerato correttivo della patologia cronica di ciò che è datato; nel tentativo di cancellazione dalla memoria storica dei popoli delle ragioni filologiche che portano quei popoli a esprimere un dato concetto con una determinata parola, avviene un fenomeno di autocombustione interna del pensiero, nel quale svaniscono l’identità di una nazione, la sua legittimità e la sua autorità, in quanto fondate sul proprio passato, sull’identità etnica e sulla lingua.

Come ci ricorda Eric Hobsbawm (Nazionalismo, Bur, 2023, pp. 350-351): “Le nazioni senza passato sono contraddizioni in termini. Ciò che rende tale una nazione è il passato […]. Se c’è oggi un criterio standard di ciò che costituisce una nazione con diritto all’autodeterminazione, cioè all’istituzione di uno Stato-nazione territoriale indipendente, questo criterio sarà etnico-linguistico, in quanto la lingua è, laddove possibile, portata a esprimere e simboleggiare l’etnicità. […]”

Dunque, una società senza i valori che le sono propri, senza la propria storia e la propria lingua, è una società incapace di sostenere se stessa e facile vittima di predazione, sia essa culturale o, più semplicemente, coloniale; una società che annulla il rapporto con la propria storia smarrisce qualunque fondamento, ogni pilastro su cui basare il proprio presente e il proprio futuro, le basi stesse dell’educazione dei figli.

La messa in discussione della continuità dell’esperienza collettiva rende inaccessibile il pozzo della cultura accumulata, annullando qualsivoglia possibilità di separazione del bene dal male.

 

Una metafora

Un’esperienza che ogni tanto devo fare, e che mi riconcilia con la mia linea evolutiva di Homo sapiens, è una visita turistica a un monumento di Roma: c’è una basilica ai piedi dell’Esquilino, una piccola chiesa in rapporto all’immensità delle grandi basiliche papali; si chiama San Clemente. In venti metri di sviluppo verticale, la basilica porta con sé la storia di una civiltà.

Al piano cui si accede dall’esterno si sviluppa una magnifica costruzione d’impianto romanico del XII secolo, eretta con materiale di spoglio e decorata con magnifici mosaici e affreschi. Al piano sottostante si trova la basilica paleocristiana del IV secolo, che conserva bellissimi affreschi medievali dell’VIII-XI secolo, dove si possono ancora leggere, graffiate sull’intonaco, alcune delle primissime testimonianze della lingua italiana. Al piano ancora inferiore si trova una domus del I secolo a.C., al cui interno troviamo un mitreo del II secolo d.C., a testimonianza dell’evoluzione e della trasformazione culturale e religiosa della civiltà che ha calpestato le pietre di questa parte del pianeta.

Devo prendere a prestito, come mi capita spesso, le parole di Pier Paolo Pasolini; il pensatore ebbe a dire nel 1961 su Vie Nuove (n. 47, a. XVI, 30 novembre): “Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me”.

La forza potente di cui parla Pasolini è l’elemento aggregante, l’esperienza umana collettiva dei secoli; è la terra su cui cresce la scienza umana, è il discrimine che nutre la nostra moralità e il nostro futuro.

Nell’apparecchiarsi, dunque, alla disfida contro un presente occidentale che si rappresenta come apice della civiltà mondiale, ma che non sente la necessità di una propria storia e interpreta il progresso e il progressismo come liberazione da tutti i vincoli della tradizione, in una nuova moralità che, di fatto, prescinde da un passato attraverso il quale la società ha imparato a distinguere il bene dal male e dunque a compiere il bene e a giudicare il male, il sociologo ungherese ci invita ad accettare la sfida in una delle battaglie intellettuali che definisce tra le più importanti del nostro tempo, per la libertà culturale, l’identità collettiva, il futuro stesso della nostra civiltà; ci invita ad accogliere con stupore e riconoscenza la storia intellettuale della nostra società e a salire i gradini che portano sugli antichi, depredati, ma sacri templi del nostro attualissimo passato, per sentirne il peso nelle eterne fondamenta.

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