Che fare? In Anno Domini 2026
di Piero Bevilacqua
Non si scambi il titolo di questo scritto – che fa il verso al celebre saggio di Lenin – per un’ingenua presunzione del suo autore. Almeno gli anni che egli porta addosso gli sconsiglierebbero qualunque accostamento a colui che resta una delle più geniali menti politiche del ’900. Né si pensi che questo titolo voglia alludere a una somiglianza di contesto tra gli anni in cui Lenin scriveva, il 1901-1902, e quelli presenti che la storia ci consegna. È esattamente il contrario. Esso serve a mostrare la radicale distanza, l’abisso catastrofico in cui siamo finiti, dopo un secolo di vicende mondiali, rispetto alla vigilia prerivoluzionaria degli inizi del secolo scorso. Ma la ragione è anche polemica, come si vedrà più avanti. Com’è noto, Lenin scriveva in una fase di vaste lotte popolari che percorrevano la Russia zarista e andava meditando sulle forme di indirizzo e organizzazione di quei movimenti verso un esito rivoluzionario. Ed era pienamente consapevole delle grandiose possibilità che allora si schiudevano alle masse popolari se si fosse agito con la necessaria consapevolezza strategica. Perché, allora, il compito era di abbattere il «baluardo più potente della reazione, non soltanto europea, ma anche asiatica» che avrebbe fatto «del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario mondiale» (Vladimir Ilic Lenin, Che fare? in Opere scelte, Editori Riuniti, 1965, p. 103). Come di fatto accadde.
Noi ci troviamo, a oltre un secolo di quelle vicende e di quell’ottobre del 1917, che vide la prima rivoluzione proletaria della storia, non alla vigilia di una vasta iniziativa popolare, non dentro un ribollire di conflitti di classe, ma all’interno del disordinato e violento tracollo di un impero di cui siamo vassalli dal dopoguerra. Le prospettive di una possibile ripresa di una iniziativa semplicemente democratica si aprono oggi solo nella forma di una particolarissima “rivoluzione passiva”: nel senso che questa espressione significa nella tradizione del pensiero rivoluzionario e democratico italiano, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci. Anche se in questo caso l’iniziativa riformatrice non è nelle mani delle nostre classi dirigenti, ma di quelle di paesi extraeuropei.
È l’emergere della Cina come potenza economica e geopolitica, l’aggregarsi pur non lineare dei paesi BRICS, è il ritorno della Russia al ruolo di grande protagonista sulla scena globale – che non è l’URSS, ma una società capitalistica – è questo vasto sommovimento che sta spezzando, pur tra grandi rischi, il dominio imperiale con cui gli Stati Uniti sono riusciti, per 80 anni, a neutralizzare in Europa ogni tentativo di trasformazione radicale del capitalismo contemporaneo. È dunque questo evento mondiale, l’aggregarsi delle placche tettoniche dei continenti dell’Est e del Sud del mondo, che sta determinando le condizioni di una possibile ripresa della grande progettualità riformatrice che era stata, per oltre un secolo, la bussola del movimento operaio internazionale.
A onor del vero, insieme alla grande rilevanza storica dell’emergere della Cina (si veda Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente, Fazi, 2025), che cambia i rapporti di forza mondiali tra Oriente e Occidente, occorre ricordare l’evento drammatico da cui tutto si è messo in moto: la resistenza e la capacità di contrasto vittorioso che la Russia ha mostrato contro il tentativo USA di distruggere la Federazione, trascinandola in una guerra per procura in Ucraina. Oggi, regnante negli USA lo schizoide, ubriaco di deliri d’onnipotenza, Donald Trump, noi possiamo intuire – mi riferisco a chi è capace di pensare – quale sarebbe stato il destino dell’umanità se gli americani fossero riusciti nell’intento di disfare la Russia. Vale a dire, se fossero riusciti a frantumarla in una miriade di staterelli da inserire nella NATO, come è accaduto a Croazia, Slovenia, Montenegro, Macedonia del Nord, un tempo parte della Repubblica Socialista di Jugoslavia, con il Kosovo, strappato alla Serbia, e oggi sede di una base americana con 5000 soldati (Daniele Ganser, Le guerre illegali della NATO, prefazione di C. Rovelli, Fazi, 2022, pp. 249-251). Perché il progetto americano prevedeva – cosa ormai documentata da tanta letteratura e testimonianze – di spartire le ricche spoglie del territorio russo e da lì muovere per la partita finale contro la Cina. Progetto che ancora nutrono, con stolta e criminale speranza, i governanti d’Europa, i quali non a caso continuano a svenarsi elargendo miliardi a Zelensky, perché continui a far morire inutilmente migliaia di ucraini e russi, soldati e popolazione civile.
Se l’ultimo capolavoro strategico messo a punto dagli USA, nella lunga guerra contro il vecchio nemico, fosse riuscito, noi avremmo oggi un impero unico a capo dell’intero globo, capace di esprimere di volta in volta presidenti fuori di senno, pedofili in mano al Mossad – nel frattempo diventato il Grande Sorvegliante di tutti i governi del pianeta – folli di varia taglia, come nel tardo impero romano, come in tutti gli imperi unici in cui si è spenta la residua fiamma etica e la potenza egemonica che li aveva portati alla supremazia. Quella mossa strategica degli USA, comunque, vale a dire portare le basi NATO ad «abbaiare alle porte della Russia», come diceva Papa Francesco, spingere la Federazione ad invadere il paese fratello, una costola della vecchia Russia, offre oggi ai governanti occidentali l’alibi di difendere il diritto internazionale, la possibilità di fondare il racconto, formalmente ineccepibile, del paese aggressore e aggredito. Un racconto che imprigiona anche tante forze democratiche, in Italia e altrove, nella necessità di «difendere il diritto internazionale», nella situazione paradossale di farlo in difesa sostanziale della scelta USA: vale a dire dello stato che del diritto internazionale fa strame da decenni, a partire – per restare all’ambito della guerra russo-ucraina – dal colpo di stato fomentato nel 2014 a Kiev, che ha deposto il presidente legittimo Viktor Yanukovyc e avviato l’ondata di ostilità antirussa che ha costretto Mosca all’invasione del 2022.
Eppure in questo caso emerge con esemplare chiarezza come solo la storia possa essere magistra vitae. Perché è solo l’indagine storica – che purtroppo non può diventare discorso politico corrente, da comunicare frettolosamente in TV – a mostrare le cause effettive di quella guerra ed è capace di offrire alle forze progressiste l’autorevolezza e la possibilità di indicare la via d’uscita dal conflitto. Perché la chiave di volta diplomatica per spegnerlo è il riconoscimento, a lungo negato dal segreto disegno americano e dall’inettitudine europea, delle esigenze di sicurezza reclamate dalla Federazione russa. È il riconoscimento della sovrana statualità della Russia, che non vuole certo diffondere il socialismo nel mondo, ma cerca sicurezza e ruolo internazionale dopo il decennio di anarchia dell’apertura al «libero mercato», sotto dettatura degli economisti USA. Gli anni di Eltsin e dell’ubriacatura neoliberista di un paese devastato anche da errori gravi e di lunga data della sua dirigenza.
La storia sempre grande maestra.
Il richiamo al Che fare di Lenin serve dunque innanzi tutto per rammentare che gran parte della sinistra europea e mondiale dell’età contemporanea ha tratto origine e forza dalla rottura operata nel corpo enorme della società russa dalla Rivoluzione operaia e contadina del 1917, dalla nascita, l’anno dopo, del primo stato proletario della storia. Riandare così lontano nel tempo appare oggi assolutamente necessario se vogliamo riappropriarci dell’altezza progettuale che le forze operaie e popolari avevano un tempo raggiunto, per misurare la profondità di regresso in cui esse sono state ricacciate dall’iniziativa capitalistica degli ultimi 40 anni. Oggi una delle perdite più rilevanti subite da quelle forze, causa non ultima della loro fragilità culturale, è la deprivazione di memoria storica. La diffusa scarsità di conoscenza e di proiezione dello sguardo nel fondo del passato. Come gran parte delle formazioni politiche odierne, esse vivono schiacciate nell’onnipotente presente, nella cui pancia, come nel chiasso di una fiera, si ciancia quotidianamente di futuro. Eppure il movimento operaio, l’insieme dei partiti comunisti e socialisti e dei sindacati di riferimento, si sono sentiti da sempre parte di una storia, figli di un passato eroico di lotte e conquiste, perciò proiettati verso un futuro da costruire con fatica ma con speranza di successo. Un soggetto consapevole che ha dato senso e orizzonte di vita a diverse generazioni di uomini e donne.
Dunque, cominciamo col dire che la perdita di quella che chiamerei religiosità della storia, lo smarrimento in cui si trovano le forze che aspirano a una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico, è la spia di quello che l’Occidente a guida americana è riuscito a conseguire in questi ultimi 80 anni. E tra le tante cose da segnalare c’è un dato culturale rilevantissimo: la strategia egemonica anglo-americana è riuscita a cancellare dall’orizzonte europeo la visione della storia come storia di lotta fra le classi, secondo l’imperitura lezione del Manifesto di Marx ed Engels. Il crollo dell’URSS, ad esempio, non è stata solo e semplicemente un’implosione dovuta agli errori dei suoi governi, alle contraddizioni interne di quella società e di quel blocco: dall’involuzione dittatoriale dello stalinismo negli anni ’30 sino all’imbalsamazione burocratica del ventennio di Breznev. La disfatta dell’Unione Sovietica è stata soprattutto la capitolazione inflitta alla Russia dagli Stati Uniti e dai paesi alleati in oltre 70 anni di guerra fredda. Poco meno di un secolo di sabotaggi e guerre segrete, isolamento, condizionamenti economici, trascinamento nella corsa agli armamenti, snaturamento delle politiche di sviluppo del socialismo in un paese solo.
Questa consapevolezza da mettere subito in campo, la lotta di classe come chiave di lettura del passato, del presente e del futuro, serve per farci comprendere, con più piena aderenza alla realtà, quel che è accaduto, anche alle nostre menti, per tornare a progettare l’avvenire fuori dai confini imposti dal pensiero dominante. Una consapevolezza che ci fa comprendere una verità da dichiarare in tutta la sua crudezza: i popoli europei sono oggi, con poche eroiche eccezioni, delle «rane bollite». Essi si sono progressivamente assuefatti al dominio del capitale quale realtà naturale, alla condizione della loro vita come immodificabile, non meno del colore del cielo e del brillare delle stelle. There is no alternative, non c’è alternativa allo stato presente: è la nota sentenza con cui Margaret Thatcher aveva chiuso il corso della storia umana parecchio prima della fine ufficiale decretata da Francis Fukuyama nel 1992.
È straordinariamente rivelatore del grave regresso cognitivo che il capitalismo a guida americana è riuscito a imporre al pensiero democratico occidentale quanto ha recentemente osservato Paolo Favilli in un suo recente saggio sulla Rivoluzione russa: vale a dire «l’impensabilità» oggi della rivoluzione, la mutilazione subita dalla mente dei contemporanei, perfino degli storici di professione, che appare incapace di pensare come possibile un rovesciamento radicale da parte delle masse popolari degli assetti sociali dominanti (Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione, prefazione di P. Bevilacqua, Donzelli, 2026). Una «frattura cognitiva», ricorda Favilli, ci allontana da quella grande esperienza che ha ispirato le lotte popolari di gran parte del ’900. E, d’altra parte, ognuno può osservare come siano da tempo scomparse dal «lessico familiare» di quella che era stata la sinistra non solo il termine rivoluzione, ma lemmi meno cruenti come capitalismo, lotta di classe, conflitto, egemonia. Una parsimoniosa timidezza domina il linguaggio politico delle forze democratiche, a testimonianza di una egemonia moderata subita, accettata, introiettata. Un regresso culturale al quale, comunque, le stesse forze della sinistra europea hanno fornito un rilevante contributo (Serge Halimi, Il grande balzo all’indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale, prefazione di F. Bertinotti, Fazi, 2006).
Un grande spartiacque
Ma già questa di Halimi, che era insieme una vasta ricognizione analitica e una testimonianza, appare oggi come un esemplare documento storico. Il 24 febbraio del 2022, con lo scoppio del conflitto in Ucraina, il quadro del mondo entra in un nuovo, accelerato flusso di trasformazioni. Quell’evento genera una duplice divaricazione: da una parte accelera l’estremismo bellicista degli USA e dell’UE, dall’altra avvia un processo di disvelamento che rompe per sempre l’incanto egemonico del dominio americano. Anche perché, poco più di un anno dopo, il 7 ottobre, dopo l’incursione sanguinosa di Hamas, Israele avvia il massacro della popolazione di Gaza che allarga lo scenario delle guerre.
Dunque, per restare all’Italia, ma vale anche per l’Europa, le forze filo-atlantiche si spingono a forme di servilismo nei confronti degli USA impensabili fino a pochi anni prima. Non ritorneremo sulle meschine e perfino ridicole cronache di odio antirusso fornite da politici, uomini e donne di governo, giornalisti, intellettuali di vario rango. Basti ricordare che costoro appoggiano incondizionatamente la versione americana della guerra in Ucraina, sostengono le sanzioni antieuropee chieste dagli USA in danno delle nostre economie, non chiedono conto del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream che portavano gas russo a buon mercato in Germania (cuore dell’economia continentale), sostengono la necessità di «difendere gli ucraini», cioè la continuazione della guerra.
Al tempo stesso essi si schierano a fianco di Israele anche quando perfino le più autorevoli istituzioni internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia, dopo decine di migliaia di morti ammazzati a Gaza, certificano il genocidio in atto. Poiché anche questa sanguinosa iniziativa israeliana – che continua una lunga storia di colonialismo d’insediamento contro la popolazione palestinese – è sostenuta dagli USA, ad amministrazione democratica e poi repubblicana, la gran parte di quelle figure la giustificano e la difendono con vergognose contorsioni argomentative.
Sicché oggi, di fronte alla tiepidezza oltre che di politici e di intellettuali con cui la grande stampa ha trattato il colpo di mano dell’esercito USA contro il Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro, e la semi-copertura data all’aggressione sionista e americana all’Iran, appare ormai conclamato un fatto assai grave, lungamente taciuto: la grande stampa padronale, oltre a essere un organo di informazione del pubblico italiano (questo è l’aspetto ovvio della sua funzione), costituisce fondamentalmente la fonte del punto di vista americano in Italia. Il repertorio della difesa d’ufficio della sua politica estera nel nostro paese.
E non necessariamente per patti segreti, su cui ovviamente non sapremmo dir nulla. Sebbene oggi non manchi la letteratura storica in grado di informarci del vasto e capillare lavoro di manipolazione e condizionamento culturale operato in Europa dalla CIA a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale (si veda ora, per tutti, quanto documenta, con qualche forzatura, Hauke Ritz, Perché l’Occidente odia la Russia?, prefazione di L. Canfora, Fazi, 2026). Una rilevazione che certo non sminuisce la gravità della condizione del nostro sistema d’informazione. Noi abbiamo in casa una stampa di guerra, cioè finalizzata alla propaganda e alle menzogne proprie dei periodi di conflitto bellico, per conto degli USA (Piero Bevilacqua, Stampa di guerra, «Historia Magistra», 2023, n. 43). E tanto la grande stampa che la TV, con la loro opera sistematica di omissioni e menzogne, testimoniano la grave regressione culturale del nostro paese e costituiscono, ormai da anni, uno dei problemi più gravi della formazione dello spirito pubblico nazionale. Senza dire che esse ormai formano una corrente d’opinione che intende spingere i cittadini all’accettazione della guerra come prospettiva utile e necessaria.
Un’operazione delle nostre classi dirigenti subalterne agli USA che è comune a tutto l’Occidente (Alessandro Orsini, Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali, Paperfirst, 2026) e che si inscrive dentro il generale processo di cancellazione del passato e di riscrittura della storia. È infatti dalla costruzione di un passato inventato, elaborato secondo la propaganda filo-atlantica, che si prepara l’humus culturale barbarico, l’odio per il nemico che deve rendere desiderabile la guerra.
Non sono episodi trascurabili, dunque, le risoluzioni del Parlamento europeo che, nel 2019 e il 24 gennaio 2025, hanno equiparato i simboli del comunismo sovietico con quelli del nazismo. Quest’organismo della vuota democrazia europea, che nella sua grande maggioranza ha assistito in silenzio e con suprema ignavia al genocidio di Gaza, ha preso una iniziativa destinata a rendere più pieno il tracollo di civiltà subito dal continente. Esso ha di fatto equiparato comunismo e nazismo, vale a dire il più ardito disegno di umana liberazione e di uguaglianza sociale concepito dagli uomini, una pagina gloriosa della cultura europea, col progetto scellerato di Hitler. Come se i crimini commessi in Unione Sovietica potessero decretare la criminalità del marxismo e del comunismo. Una infantile deduzione ignara del fatto che con tale procedimento logico non solo la Rivoluzione francese, il fondamento della nostra modernità politica, ma perfino il cristianesimo è degradabile a ideologia delittuosa. Quanto sangue è stato versato in nome di Dio dalla Chiesa di Roma, dalle fazioni e dalle monarchie europee nei secoli che precedono l’età contemporanea?
Il grande disvelamento
Quanto è accaduto nel mondo negli ultimi quattro anni, e l’insostenibile versione che ne hanno dato i poteri dominanti e la loro stampa di servizio, hanno generato in Italia, come in tanti altri paesi del mondo, una reazione intellettuale e un’ondata di movimenti di protesta, soprattutto giovanili, quale non si vedeva da decenni. Al contempo una fioritura mai vista prima di libri, saggi, articoli, senza contare le analisi e le interviste degli innumerevoli canali TV fruibili in rete, ha scoperchiato la pentola ribollente delle manipolazioni con cui la verità della guerra è stata falsificata.
La storia, l’esame critico di quanto accaduto e di quanto precede il presente della cronaca, si sta riprendendo il suo spazio e compie il suo severo scrutinio dei fatti. Vasta è diventata la platea dei cittadini italiani che scorge nelle cronache della politica estera delle nostre TV e dei giornali padronali un concerto propagandistico al servizio di una potenza straniera. Quegli USA per decenni considerati alleati e amici che da decenni vanno insanguinando il mondo con guerre di aggressione e che hanno sostenuto Israele nel compiere il genocidio dei palestinesi a Gaza.
Questa verità è ormai divenuta limpida e incancellabile, un marchio stampato a fuoco nella coscienza dei contemporanei. Intanto l’ultimo anno di presidenza Trump, emerso sulla scena del mondo come l’incarnazione del deep state americano, lo spregiudicato disvelatore del delirio criminale dell’impero unico planetario, ha finito col mandare in pezzi l’immagine di sé che l’America aveva costruito in decenni di potere egemonico e di infiltrazione nelle fibre dell’Europa.
Da ultimo, dopo le tariffe commerciali imposte a tutti i paesi del mondo, a cominciare dagli alleati europei, le minacce al Canada, alla Groenlandia, a Cuba, ha ripreso l’aggressione bellica contro l’Iran. Di nuovo in combutta con Netanyahu, che dopo Gaza cerca di ripetere l’esperimento genocidario in Libano. E questa volta con una grande novità di operazione bellica che scolpisce nell’immaginario universale la figura degli USA come i nemici armati di tutti i popoli della Terra: il blocco dei traffici nel Golfo Persico, in danno deliberato dell’economia mondiale.
Un’operazione destinata a devastare la visione del mondo che aveva orientato le generazioni vissute fin qui negli ultimi 80 anni.
Dunque, noi siamo di fronte a questo tracollo egemonico, quel potere anche intellettuale e morale che ha reso normale la sovranità limitata dell’Italia a partire dalla fine della seconda guerra mondiale (Luciano Canfora, Sovranità limitata, Laterza, 2023). È una crisi che investe le ragioni della presenza delle basi americane nel nostro paese, così come la legittimità della NATO, e tanto altro ancora, da cui l’UE – emersa disfatta da questi quattro anni di sostegno alla guerra NATO in Ucraina – così come gran parte degli stati europei, tenta di uscire imboccando la strada velleitaria del riarmo e avviandosi di fatto verso una guerra non dichiarata con la Russia.
Non mi soffermo per ragioni di spazio su tale drammatico scenario, perché il fuoco di questo articolo, già troppo lungo, rimane il nostro che fare? Rimando, per quest’ultimo aspetto, fra tanti contributi, al più recente Giuseppe Masala, Le 4 ragioni che mostrano come l’UE si stia preparando al conflitto con la Russia. Dronizzazione, militarizzazione, guerra nel Baltico, nuclearizzazione, «L’Antidiplomatico», 28.4.2026.
Un nuovo inatteso Intellettuale collettivo
Che cosa possiamo dunque fare noi, di fronte a questo drammatico passaggio d’epoca, che schiude inedite possibilità di nuovi assetti di prosperità collettiva e di giustizia mondiale e al tempo stesso ci mostra l’orlo dell’abisso verso cui tanti e potenti gruppi euroatlantici ci stanno trascinando? Quale possibilità d’azione abbiamo di fronte allo scenario grandioso dei mutamenti in atto? Perché a occupare la scena non c’è solo l’emersione, nella sua nuda violenza, dell’impero americano in declino. Un paese intrappolato in un debito gigantesco e in una bolla finanziaria con poche vie d’uscita (si veda il più recente, fra i tanti contributi di Alessandro Volpi, La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, 2025).
Oltre a ciò abbiamo di fronte l’edificio in rovina dell’Unione Europea, agente ottuso dell’ordoliberismo globalista, che ha distrutto i partiti di massa e depoliticizzato i ceti popolari, creato vertici feudali di disuguaglianza, immiserito l’economia e la società italiana, uno dei paesi fondatori dell’Unione (Gabriele Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi, 2025). Così, mentre i paesi del Sud del mondo avanzano come nuovi protagonisti della scena internazionale, il capitalismo, nella sua prevalente forma di economia finanziaria e nell’attuale configurazione di poteri mondiali, mostra la propria incompatibilità con la pace, il diritto internazionale, il welfare, la sopravvivenza stessa della biosfera e dei suoi compromessi equilibri (Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine internazionale, Fazi, 2026).
Quali ambizioni ci possiamo allora consentire? Il noi dell’interrogativo non è un pluralis maiestatis, ma è il punto di vista dei movimenti pacifisti, della miriade davvero notevole dei gruppi, associazioni, circoli, siti, blog, che oggi si muovono contro la guerra, il lavoro sfruttato, per il futuro della Terra, conducono lotta politica al di fuori dei partiti politici nazionali. Dunque un mondo in fermento, plurimo e frammentato, che si muove al di fuori dei poteri che decidono le nostre sorti, e tuttavia una ben piccola forza di fronte all’ampiezza dei problemi da affrontare (Elena Basile, Approdo per noi naufraghi. Come costruire la pace, prefazione di F. Cardini, postfazione di R. La Valle, Paperfirst, 2025). Una presa d’atto d’indispensabile realismo, senza il quale partiamo all’assalto dei mulini a vento.
Ebbene, per quel che può valere, io ho tratto preziose indicazioni di merito grazie a una recente esperienza collettiva. Com’è noto, spero a molti, il 18 aprile a Roma si è svolto un incontro organizzato da Marialinda Santilli e Claudio Grassi, per il movimento Disarma, che aveva al centro una impegnativa riflessione sulla guerra nel tempo presente. La prima fase del convegno ha visto quali relatori Pino Arlacchi, Elena Basile, Piero Bevilacqua, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Francesco Sylos Labini e Alessandro Volpi. Uno schieramento di intelligenze e competenze che mi ha spinto a osservare che non esiste in Italia un partito che abbia al suo interno un tale concerto di saperi.
Ora, poiché tra gli altri invitati al convegno c’erano intellettuali e personalità di non minore rango e considerato che i sette relatori sono pur sempre una piccola porzione delle decine e decine di altre figure di pari peso e prestigio, che militano nei movimenti e che comunque operano fuori dai partiti, mi è venuto spontaneo trarre una prima conclusione. Questo insieme di personalità disseminate in tutto il paese esprime una folta avanguardia intellettuale che rappresenta il sapere politico critico più ricco e attrezzato rispetto a tutte le altre realtà esistenti. E questo è vero tanto sul piano delle capacità di analisi della società capitalistica quanto, soprattutto, su quello della conoscenza dei problemi internazionali, oggi sovrastanti su tutte le dimensioni nazionali e che il provincialismo italiano, intrecciato al servaggio atlantista di politici e giornalisti, rende ancor più prezioso che altrove.
Non è pertanto azzardato affermare che oggi, per processo spontaneo e per ironia della storia, la cultura e la teoria, espulse dai partiti, si sono venute insediando, al di fuori di essi, dentro il magma dei movimenti e hanno dato vita a un inedito intellettuale collettivo. Non è quello teorizzato da Gramsci, che lo identificava nel nuovo partito, ma è del tutto imprevisto, sorto dal lavoro della vecchia talpa marxiana, che ha scavato inosservata, e sulle cui macerie è spuntato un nuovo paesaggio.
Dunque noi, a differenza di Lenin, non possiamo porci l’obiettivo di costruire il partito politico destinato a guidare la rivoluzione prossima ventura. Troppo grande è la sproporzione di forze che si è storicamente determinata negli ultimi 40 anni tra le residue formazioni progressiste e i poteri dominanti. Non possiamo dare l’assalto al cielo, mentre siamo sprofondati in una scarpata della storia. Senza contare che il capitalismo neoliberista ha sbriciolato anche le nostre soggettività rendendo molto più difficile che in passato ogni forma di aggregazione collettiva, sotto forma di nuovo partito (ho argomentato su tale tema in un lungo Postscriptum del mio La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione Europea, Castelvecchi, 2024).
Come possiamo dunque operare, quale compito possiamo svolgere, quale ambizione nutrire? Intanto prendere coscienza di quel che siamo realmente: produttori di indagini storiche, di conoscenza critica, di informazione libera. Come possiamo far valere queste competenze e trasformarle in forza politica capace di erodere molecolarmente i rapporti di forza dominanti, produrre mutamenti reali, contribuire a un processo generale di rinascita della politica come progetto riformatore?
Un primo compito credo dovrebbe essere quello di rendere più forte, coesa e stabile l’insieme delle nostre forze. Siamo un popolo minoritario e disperso e dunque dovremmo porre in atto un impegno organizzativo particolare per aggregare almeno i gruppi più affini. Non si tratta di immaginare una formazione organica, ma di mettere insieme, senza pretesa di unificarle, le varie anime per realizzare progetti e azioni comuni. Quello che oggi riusciamo a fare, spesso bene, con l’organizzazione di manifestazioni di piazza. Purtroppo quasi l’unica forma di attività politica pubblica in cui si esprime la nostra presenza nel paese.
E qui emerge una nostra grave debolezza e insieme l’individuazione di un altro compito: uscire dai nostri circuiti autoreferenziali, quasi esclusivamente virtuali, e parlare più direttamente ai cittadini. La nostra informazione ha un raggio d’influenza troppo limitato, è poca cosa rispetto alla potenza delle TV pubbliche e private, ai giornali padronali, che parlano a un ristretto ceto medio colto, il quale però ha poi influenza oltre il proprio perimetro sociale. Mentre, nel frattempo, i tanti preziosi canali alternativi (Ottolina, Il Contesto, Luogocomune, Radio Radio TV, Visione TV, il canale del digitale terrestre Teleambiente, per citarne alcuni) non riescono da anni ad aggregarsi in un polo unico.
In sintesi, i movimenti dovrebbero muoversi per costituire una forza più unitaria, con strumenti di direzione da sperimentare, per governare il proprio pluralismo, e nello stesso tempo ampliare la propria popolarità, presentandosi all’opinione pubblica italiana come una Terza Forza rispetto ai partiti. E qui la creatività dei movimenti dovrebbe indirizzarsi verso iniziative di crowdfunding e di azionariato popolare, al fine di raccogliere le risorse necessarie per sostenere i canali di informazione così come i tentativi, nei territori in cui è possibile, di aprire sedi per la presenza fisica dei militanti dei vari gruppi. Costituire Case dei movimenti in vari punti d’Italia, piccole casematte di visibili presenze fisiche nei quartieri, comincerebbe a dare visibilità materiale a questa Terza Forza e nello stesso tempo a far circolare le loro voci in uno spazio sociale più ampio.
Tale impegno appare tanto più necessario alla luce dell’altro, non meno rilevante compito che i movimenti si dovrebbero assumere. Dovrebbe essere chiaro a tutti che in ultima istanza la pace si difende e la realtà sociale si modifica attraverso le deliberazioni del Parlamento, con le scelte del governo, con le leggi. Noi non abbiamo masse tumultuose al nostro seguito e non possediamo forze per utilizzare direttamente queste leve del potere costituzionale. Dunque dobbiamo poter contare sull’iniziativa delle poche formazioni politiche più vicine alle nostre posizioni, alla nostra lettura delle guerre in corso, più sensibili alle questioni della pace.
Dunque, senza tanti giri di parole, noi dovremmo stabilire rapporti di comunicazione e possibilmente di collaborazione con il gruppo AVS e il Movimento 5S. A mio avviso chi rinuncia a questo sforzo di dialogo e di pressione, immaginando che queste organizzazioni costituiscano una controparte, rinuncia in partenza a dare una qualunque efficacia alla propria azione, limitandosi a praticare una nobile opera di testimonianza.
E qui mi sia consentito svolgere una riflessione assolutamente necessaria. Domina nei movimenti e nei vari gruppi attivi nel paese una incomprensione profonda della speciale natura dell’azione politica, scambiata per una qualunque pratica culturale. Nel paese di Machiavelli, dov’è sorto il pensiero politico come sapere specifico volto al governo degli uomini, è un deficit storicamente poco giustificabile. Si tratta di una forma grave di inintelligenza che è all’origine del settarismo.
Consiste, in parte, nell’illusoria pretesa che alla piena visione dei problemi e dei compiti da svolgere da parte delle avanguardie corrisponda una pari consapevolezza delle masse popolari. È l’errore che ai suoi tempi Lenin rimproverava, ad esempio, ai «sinistri» tedeschi, i quali consideravano il parlamentarismo come «superato», immaginando che fosse anche «superato per la classe, per le masse». Un errore che li portava a scambiare «il loro desiderio, la loro posizione politica, per una realtà obiettiva» (L’estremismo, malattia infantile del comunismo [1920], in Opere scelte, cit., p. 1413).
Ma nel nostro caso si tratta anche di altro, dell’assenza di qualsiasi considerazione dei limiti operativi intrinseci all’agire politico. È l’illusione che alla perfetta astrazione della teoria elaborata dalle élites possa corrispondere un’altrettanta perfetta plasmabilità della realtà. E così si finisce col valutare il comportamento concreto dei soggetti senza alcuna considerazione del fatto che, nel passaggio dalla mente all’azione, il progetto pensato incontra, come un’ostile armatura, l’opacità, la contraddittorietà, l’imprevedibilità, la complessità del mondo reale.
Chi mette in atto un programma non lo fa nell’empireo delle idee, in piena e angelica libertà d’agire, ma dentro un campo di forze che gli consentono uno spazio delimitato sia di discorso che d’azione. È questa la ragione forse più importante delle delusioni che abbiamo subito ogni volta che una formazione di sinistra è andata al governo.
Ma per tornare al nostro presente, in termini più concreti e ravvicinati, è necessario ricordare che le forze progressiste hanno oggi in Italia un ben difficile compito. Esse operano in un paese pesantemente condizionato dagli USA e da una rete transnazionale di poteri finanziari e spionistici, da cui l’UE avrebbe dovuto difenderci, e a cui ci ha invece consegnati. Un paese la cui borghesia imprenditoriale è in larga parte redditiera, ha prosperato sfruttando selvaggiamente il lavoro salariato, innovando poco, succhiando sangue allo stato, priva di un progetto per il paese.
Ma è tutta la nostra classe dirigente, salvo poche oasi di dignità civile, a essere corrotta, culturalmente fra le più povere tra i grandi paesi europei, che negli ultimi decenni è stata moralmente devastata dal passaggio dei governi privati e personali di Silvio Berlusconi. Senza considerare che in Italia, con la nascita del PD – da considerare un errore strategico per più versi, soprattutto per la scelta del bipartitismo anglo-americano nella fase storica del suo conclamato declino – è venuta progressivamente a mancare una reale forza d’opposizione.
Nel contempo il sindacato, a partire dalla CGIL, tanto per l’azione disgregatrice della ristrutturazione del capitalismo neoliberista quanto per la scelta di accettare le compatibilità economiche richieste dal padronato, ha ridotto il conflitto operaio a una pacificata messinscena rituale. E senza conflitto, senza la forza dispiegata, libera e organizzata di chi si oppone con i propri mezzi alla forza della controparte, la democrazia, la società tutta si spengono, rassegnate a subire un sovrastante dominio.
Noi sappiamo, infatti, che la realtà si cambia infliggendo colpi e danni, costringendo a indietreggiare chi su quella realtà prospera e comanda. È di questo che occorrerebbe tener conto quando si guarda alla passività delle masse con valutazioni moralistiche, ignorando il processo storico che ha di fatto dissolto la società civile. Le masse rimangono passive non perché siano indifferenti al massacro dei bambini in Palestina, ma perché il capitalismo e le sue culture le hanno non solo manipolate e ingannate, ma soprattutto trasformate in un pulviscolo di individui.
Si dimentica che le masse erano diventate «volontà collettiva», organismi capaci di lotta, grazie al lungo e paziente lavoro di costruzione del partito politico dell’età contemporanea.
E per finire non possiamo non ricordare, anche per quanto di simbolicamente infamante rappresenta per l’Italia, che nell’anno Domini 2026, al governo della Repubblica, siede una nipotina del Duce, espressione di quelle forze contro cui, 80 anni fa, tante donne e tanti uomini hanno dovuto dare la vita per strappare la libertà, oggi sempre più ristretta, di cui godiamo, insieme alla nostra insidiata Costituzione.
In Anno Domini 2026
Quindi nel generale processo di dissolvimento e di degradazione politica e morale subita dai partiti tradizionali non possiamo non guardare ad AVS e 5S, con tutte le riserve e le critiche che vogliamo, come a dei preziosi, isolati avamposti di lotta, sopravvissuti al generale naufragio, con cui occorre dialogare e discutere, a partire dai punti di dissenso.
E cominciamo col dire che quanto, ad esempio, i due partiti in questione sostengono a proposito della guerra in Ucraina non corrisponde solo a ciò che realmente i loro dirigenti pensano, ma anche a ciò che essi possono dire, a ciò che si possono consentire di sostenere senza essere lapidati dai giornali padronali, senza essere silenziati dalle TV e scomparire dalla scena, senza guastare gravemente i rapporti con il Partito Democratico, con cui debbono pur progettare un’alleanza elettorale per sconfiggere l’attuale maggioranza di centro-destra.
Calati nella realtà dell’azione, le elaborazioni intellettuali si debbono misurare con i rapporti di forza in campo e con le varie finalità di un’azione politica che deve tener conto di molteplici variabili. Chi sta dietro una scrivania a scrivere deve legittimamente rispettare la coerenza logica delle proprie analisi, delle proprie argomentazioni, ma chi dirige un partito, chi governa, chi agisce nel magma dell’agone politico, non può conservare la purezza di una pratica meramente intellettuale.
È ovvio e noto che con questi partiti non c’è una condivisione piena su tutto. La politica estera, soprattutto la lettura della guerra in Ucraina, ci divide. Personalmente credo che non sia una buona scelta quella fatta dai 5S – il partito italiano che comunque si è schierato con più coraggio contro la guerra e contro il genocidio di Israele e degli USA a Gaza – di subordinare l’acquisto del gas russo da parte dell’Italia a un cessate il fuoco sul fronte ucraino.
È un grave danno per il paese – mentre la guerra nel Golfo Persico strangola le economie europee per carenza di energia – subordinare il ricorso alle forniture del gas a un’incerta data di pausa della guerra. Tanto più che ad avanzare la richiesta alla Russia sarebbe l’Italia, uno stato che nel 1941 ha aggredito l’Unione Sovietica insieme alle armate di Hitler, che non ha mosso un dito per qualche soluzione diplomatica del conflitto, ha partecipato, insieme a una parte dell’opposizione, a tutte le sanzioni antirusse chieste dagli USA, continua a mandare armi in Ucraina, ha rivolto un’oltraggiosa calunnia da parte del suo Presidente, che ha paragonato la Russia di Putin al Terzo Reich, che pratica da anni un grottesco, fanatico, vergognoso ostracismo agli atleti e agli artisti di quel paese. L’Italia, semplicemente, non ha i titoli morali, prima che politici, per chiedere alcunché.
Tuttavia occorre avere l’onestà di riconoscere che le divergenze con AVS e 5S non sono insanabili. Mentre, d’altra parte, considerato che spesso non c’è accordo neppure fra di noi, soprattutto sull’interpretazione della guerra in Ucraina, sarebbe ben strana la pretesa che debba esserci solo con quei partiti.
Ma, a proposito dei 5S, debbo aggiungere un’altra considerazione, che è anche una critica nei confronti del nostro fronte. Dopo la premessa d’obbligo che non ho in tasca tessere di partito, voglio ricordare che, a mio avviso, la formazione guidata da Giuseppe Conte rappresenta una delle poche forze politiche su cui si possano porre delle speranze e comunque la più aperta a una dimensione e logica di movimento.
Un po’ di memoria storica è necessaria. L’emersione, infatti, di questo fenomeno politico nell’Italia del primo decennio del millennio è stato l’ultimo sussulto di ribellione della società civile in un paese profondamente corrotto e politicamente rassegnato. A questo movimento caotico e contraddittorio, come tutti i movimenti di rivolta spontanei, che insieme ad alcuni errori ha prodotto comunque qualche risultato importante, come il reddito di cittadinanza, Giuseppe Conte ha dato di recente una forma più coerente di partito di sinistra, con un gruppo dirigente, in aperta rottura con l’establishment nazionale.
L’Assemblea costituente del novembre 2024, preparata da un lungo lavoro di elaborazione collettiva dal basso iniziato a giugno, a cui hanno partecipato migliaia di uomini e donne da tutta Italia, che ha espresso una ricca elaborazione programmatica, è stato un evento politico di straordinaria originalità. Nell’Italia politicamente sbandata e depressa dei nostri anni, dominata da partiti tutti indistintamente interessati a gestire l’esistente e a trarne lucro, i 5S hanno realizzato un esperimento di democrazia partecipativa, di iniziativa dal basso quale non si vedeva da decenni e forse mai tentato prima.
Questo straordinario evento culturale, politico e civile è stato silenziato e talora denigrato dai nostri media, mentre anche i movimenti non sembrano essersene accorti. Se non fosse stato per il Fatto Quotidiano non se ne sarebbe saputo granché. Eppure si tratta della realizzazione di ciò a cui tutti noi aspiriamo: una forma di mobilitazione politica realmente democratica in cui sia possibile essere soggetti pensanti, partecipare collegialmente all’elaborazione di un progetto.
Quest’anno a maggio l’esperimento di Nova si replica in vari punti d’Italia, con un invito a partecipare a tutti i cittadini che hanno qualcosa da proporre sulle necessità del nostro paese. Difficile negare che, in mezzo a tanti arretramenti culturali e di civiltà, in un’Italia diventata teatro grottesco di un ceto politico tragicamente ridicolo, ridare ai cittadini di buona volontà la possibilità di prendere la parola, dentro un partito presente e attivo in Parlamento, sia quanto meno un evento politico incoraggiante.
Dunque, che cosa possono fare i movimenti, che cosa possono pretendere, che cosa possono offrire a questi partiti? Io credo che la posizione politicamente più giusta, più aderente a una lettura storica delle condizioni reali della possibilità di lotta oggi in Italia, sia quella di puntare a rafforzarli, a renderli più coraggiosi nelle scelte, più consapevoli della grandiosa partita geopolitica oggi in corso.
E il più importante contributo – oltre che un auspicabile processo di osmosi di uomini e donne che accettano i vincoli di un impegno politico istituzionalizzato – è quello di fornire analisi profonde e radicali, conoscenza, cultura, visioni, valori a dei corpi inariditi dal tran tran quotidiano che la società dello spettacolo impone loro. Il mondo non era emerso mai così complesso e indecifrabile e il capitalismo che vogliamo superare mai come oggi era apparso così multiforme, incistato in tutti gli angoli della vita. Quanto è necessaria la conoscenza, il lavoro collettivo di tanti saperi per illuminare l’azione politica non sottomessa al pensiero unico?
Occorre dunque immaginare una forma inedita di collaborazione tra due mondi che si parlano e si scambiano messaggi e relazioni. E noi, cosa dobbiamo pretendere? Che cosa chiediamo in cambio? Innanzitutto, l’ascolto, la presa in considerazione dei nostri pareri e dei nostri consigli. Ma questa, al momento attuale, è la cosa più difficile: sia per l’indeterminatezza di una qualche dirigenza di rappresentanza di questa Terza Forza, sia soprattutto per un’altra più corposa ragione.
Noi, con le nostre elaborazioni culturali, i nostri studi, analisi, ricerche, non saremo che distrattamente ascoltati se non riusciamo a diventare un soggetto, per quanto plurimo, in grado di influenzare un’ampia area di opinione pubblica nazionale. Detto con la necessaria crudezza, noi dobbiamo raggiungere la capacità di orientare il voto, leva fondamentale – in assenza di forti conflitti di classe – della trasformazione sociale. Dobbiamo poter influenzare la scelta nelle urne presso strati significativi della società italiana. E questa forza si guadagna con il lavoro aggregativo e di proiezione sociale che ho cercato di indicare.
Per concludere, in questo anno del Signore 2026, dovremmo mettere in atto queste linee per un compito di grande portata: cacciare il governo di centro-destra alle prossime elezioni del 2027. Costituisce una premessa indispensabile per tornare a dare dignità e moralità all’azione politica, ma anche per avviare le trasformazioni sociali che rivendichiamo da anni, incrementare le energie rinnovabili, curare il territorio: tutte cose possibili solo se si posseggono le risorse necessarie (non solo gli slogan), oggi ottenibili solo intaccando le grandi fortune e rendendo equo il sistema fiscale.
Ma una vittoria del centro-sinistra sarebbe un primo passo per disarticolare il fronte del bellicismo dell’UE, sottrarre risorse agli armamenti e agli interessi imperiali degli USA. Fronte che troverà molte difficoltà a sopravvivere quando i cittadini dei rispettivi paesi potranno esprimere la propria opinione. Mentre in Italia, a differenza che in Germania e probabilmente in Francia e Regno Unito, lo schieramento favorevole alla pace sarebbe guidato dalle forze progressiste, come oggi in Spagna. Certo, sapendo che nel nostro eventuale governo le posizioni del PD sono destinate a creare conflitti al suo interno.
D’altro canto, non dimentichiamo che la posizione di una parte dei suoi dirigenti, elementi di destra legati a interessi finanziari e filoatlantici, affonda oggi in una posizione insostenibile. Debbono rivendicare il rispetto del diritto internazionale da parte della Russia, mentre sono costretti a tacere sul gangsterismo internazionale degli USA, che lo calpestano nelle forme più sanguinarie; difendono i «diritti» di Israele mentre il suo esercito perpetua il genocidio a Gaza, massacra i palestinesi in Cisgiordania, bombarda il Libano, aggredisce l’Iran, si comporta come un pirata in acque internazionali, abbordando la Flotilla mentre naviga in soccorso di un popolo che vive fra le rovine di quelle che un tempo erano le sue case.
Dunque, abbiamo buoni motivi per travolgere le ragioni dissennate di queste forze, additandole all’opinione pubblica come complici del disegno europeo di trascinare l’Italia in guerra, di voler schiudere ai nostri figli e nipoti il fulgido avvenire dei combattimenti in trincea.
Perciò fare politica anche dentro gli spazi istituzionali fornisce la possibilità di far saltare le contraddizioni dentro il PD, che nonostante i gravi danni inferti al paese ha ancora al suo interno forze utili per una comune lotta democratica. Senza considerare che quel partito gode del consenso di milioni di italiani, che non possono essere certamente considerati tutti perduti alla causa progressista.
E senza dimenticare che i movimenti per la pace oggi possono offrire all’opinione pubblica italiana, proprio in virtù della lettura storica delle guerre in corso, la prospettiva di un rinnovato rapporto di collaborazione con la Cina e con i paesi del gruppo BRICS, di ripresa della fornitura del gas russo, come conveniente, necessario gesto di dialogo con un paese che chiede garanzie di sicurezza per chiudere la guerra. Un paese a cui l’UE, la NATO, il governo italiano continuano a rispondere con le sanzioni e il finanziamento miliardario al governo corrotto di Zelensky.
La situazione è dunque di grande pericolo e ci pone di fronte a grandi difficoltà, che diventano gigantesche se consideriamo il nostro punto di partenza: l’Italia provinciale e rimpicciolita dei nostri anni. Una presa d’atto, tuttavia, che deve indurre all’umiltà delle cose possibili, ma non alla rassegnazione, perché, dopotutto, come ricorda il poeta, con saggezza e ironia:
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse certo
sarebbe meglio; ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.(Eugenio Montale, La storia, in Satura. 1962-1970, Arnoldo Mondadori, 1973)











































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