
Vita messa al lavoro
di Giuseppe Sottile
“Imparate a creare, non lavorate mai!” - R. Vaneigem, Noi che desideriamo senza fine
Una riflessione sul “lavoro animale” nel capitalismo contemporaneo deve accompagnarsi ad alcune inevitabili premesse teoriche: a) l’animale non può essere considerato un mezzo di produzione, nella forma di capitale fisso. Tale chiarimento non ha valore meramente terminologico, ma incide direttamente sulla possibilità stessa di analizzare il contributo animale in termini di lavoro erogato e di una misura conseguente. Secondo Les Beldo, infatti, la confusione tra macchina e animale produce un errore concettuale di fondo, lo potremmo chiamare un errore categoriale, poiché, come egli afferma in modo lapidario: “Machines are labor, but they do not labor”.¹ La macchina incorpora lavoro umano passato, cristallizzato. Secondo gli autori che prenderemo breve mente in considerazione, l’animale invece, nel processo produttivo industriale, svolge un’attività lavorativa caratterizzata da metabolismo, temporalità biologica, consumo di energia vitale, capacità di resistenza e compare come prodotto finale. In sostanza, l’animale è interamente sussunto al processo produttivo: come capacità lavorativa e materia prima. Potremmo osservare come l’animale, in quel loculo che è la domesticazione industriale, sia di già un prodotto del lavoro umano, non più di quanto, però, gli uomini “messi al lavoro” siano il risultato di processi di formazione pubblici o privati, più o meno complessi, esterni o interni ai luoghi di lavoro.
Secondo questi autori, in base alle caratteristiche richiamate, dovremmo estendere la nozione di sfruttamento capitalistico allo stesso lavoro animale. Non si tratta dunque di estendere la nozione di valore a tutta la natura, naturalizzandolo, ma di confinarlo al lavoro animale, che a sua volta sarebbe escluso dalla categoria dei meri servizi ecosistemici.
Questa premessa, che per certi aspetti avvicina gli autori al pensiero di Smith, ci obbliga, nel contempo, a prendere in considerazione la distinzione marxiana tra lavoro produttivo e improduttivo. Tale distinzione non dipende dalla dignità morale del lavoro né dalla sua utilità sociale, ma dalla sua funzione nel processo di valorizzazione del capitale.
In sostanza, è produttivo quel lavoro che: 1) viene scambiato con capitale e che: 2) produce plusvalore; è improduttivo, invece, quel lavoro che, pur essendo necessario o utile al processo di accumulazione capitalistica (e parte non lo è affatto), non accresce direttamente il valore del capitale investito.
Tra le forme di lavoro improduttivo vanno considerate quelle che di default nel circuito del capitale rappresentano il momento della circolazione e quelle che in generale si scambiano con reddito, non con capitatele: il lavoro domestico, una parte del lavoro amministrativo e statale, servizi personali, certe attività commerciali finanziarie, forme di lavoro autonomo, etc. Ciò che conta non è il contenuto concreto dell’attività, ma la sua collocazione nei rapporti sociali.
Assunta questa distinzione (variamente considerata nella letteratura marxiana), è necessaria una seconda premessa: b) il lavoro animale non può essere considerato improduttivo. Come mostrato nel dettaglio in questa letteratura, negli allevamenti industriali, gli animali sono inseriti in processi produttivi rigidamente organizzati, pianificati e temporizzati, finalizzati alla produzione di merci destinate al mercato. Gli animali lavorano sotto il dominio del capitale, pur in assenza di salario. La mancanza di remunerazione non è un argomento sufficiente per escluderli dalla sfera del lavoro produttivo, come dimostrano numerose forme storiche di lavoro non salariato, ma non perciò improduttivo. Resta tuttavia aperta, a mio parere, la questione della misurazione del loro contributo alla valorizzazione del capitale.
Ciò che distinguerebbe il lavoro animale dal capitale costante e dal lavoro umano salariato è la sua doppia natura: di capitale circolante e variabile, essendo per lo più oggi gli animali “beni di consumo finale”. Come riassume Wadiwel: “Against Marx’s presumption of an absolute separation between the value forms of constant and variable capital, we can suggest that food animals enter the production process as a hybrid of both constant and variable capital. Food animals are deployed as both a raw material that will be ‘finished’ as a product by the production process and simultaneously labor that must work on itself through a ‘metabolic’ self-generative production.” 2
Secondo Jason Hribal, il lavoro animale produce plusvalore3. Gli animali non sono semplici risorse naturali, ma lavoratori non salariati, il cui contributo è essenziale all’accumulazione capitalistica. La loro integrazione nei processi produttivi (“living stock”) avviene tramite espropriazione, coercizione e disciplinamento, analogamente al lavoro umano e, analogamente ai lavoratori, gli animali manifestano storicamente evidenti forme di resistenza rispetto al periodo che precedette le enclosures. Egli sottolinea come la crescita corporea dei polli da carne, la lattazione forzata delle vacche da latte, la riproduzione controllata delle scrofe non siano processi naturali lasciati a se stessi, ma prestazioni lavorative sistematicamente razionalizzate.
Per Maan Barua, il lavoro animale - nelle forme di lavoro metabolico, ecologico e affettivo - costituisce il nucleo metabolico della produzione capitalistica in ambito agro-industriale.4 L’autore ritiene necessario superare l’eccezionalismo umano considerando come l’accumulazione capitalistica dipenda costitutivamente da capacità metaboliche, ecologiche e affettive degli animali e dalla vita non umana in genere. Egli introduce il concetto di “encounter value”, nozione complessa atta a estendere la teoria del valore oltre i limiti antropocentrici. Così il capitale non si limita ad appropriarsi della natura come sfondo passivo, ma incorpora costrittivamente, nelle forme indicate dall’autore, forze vitali come lavoro, trasformando processi biologici in fonti di valore economico. Il lavoro animale non è dunque un residuo preindustriale, bensì una componente strutturale del capitalismo contemporaneo.
Particolarmente rilevante, in questo contesto, è il concetto di lavoro metabolico, proposto da Les Beldo. Secondo l’autore, il contributo animale alla produzione deve essere inteso come lavoro che consiste nella trasformazione continua di energia, materia e tempo vitale in valore economico. Negli allevamenti intensivi di polli da carne, ad esempio, l’intero corpo dell’animale è selezionato e organizzato per funzionare come una macchina vivente di crescita accelerata, capace di convertire mangime in carne nel minor tempo possibile. La crescita biologica stessa diventa una prestazione lavorativa astratta, misurata, standardizzata. e confrontata in termini di efficienza. Scrive Beldo: “Metabolism is a process yoked by capital that creates surplus value.” 5. In altre parole, generare uova o riprodursi naturalmente è cosa ben diversa dal produrre uova e carne in regime industriale, all’interno di una vera e propria “catena di montaggio e smontaggio” della vita animale. Assisteremmo invece ad una vera e propria metamorfosi, al pari di quella che subisce il lavoro umano nel capitalismo in veste di lavoro salariato, che legittima le considerazioni relative al ruolo ricoperto dal lavoro animale nel sistema industriale.
Nei sistemi di allevamento industriale, questa forma di lavoro è accompagnata da una separazione radicale degli animali dalle proprie condizioni di esistenza. Secondo Stuart, Schewe e Gunderson 6 gli animali da allevamento, in particolare le vacche da latte, sperimentano forme di alienazione analoghe a quelle descritte da Marx per il lavoro umano. Nel sistema capitalistico industriale, gli animali sono alienati dal prodotto del loro lavoro (il latte e i vitelli), dal processo produttivo (coercitivo), dal loro “essere di specie” (impossibilità di esprimere comportamenti naturali) e dalle relazioni sociali interne ed esterne alla loro specie. Ciò vale anche per sistemi alternativi nella misura in cui rientrano in dinamiche di mercato. In conclusione, l’alienazione animale è strutturale alla zootecnia capitalistica e non riducibile a semplici problemi di benessere animale o cattiva gestione.
Nel caso dei polli da carne, come osserva Dinesh Wadiwel, il lavoro animale è caratterizzato da una compressione estrema del tempo di vita7. L’intero ciclo esistenziale viene ridotto a poche settimane, durante le quali l’animale è costretto a lavorare al massimo della propria capacità biologica. La necessità di macchine di cattura, sistemi di contenimento e tecnologie di automazione testimonia, secondo l’autore, che il lavoro animale non è mai pienamente docile. La resistenza, intesa come stress, malattia, comportamento imprevedibile, etc., è strutturale e rappresenta al tempo stesso una perdita di valore per il capitale e una prova del carattere lavorativo, e non meccanico, dell’animale.
Ciò è evidente anche nel caso dei pesci. Più che chiedersi se soffrano, Wadiwel propone di chiedersi se resistano. Uccisi a trilioni ogni anno, una misura assai maggiore degli animali terrestri, il lavoro animale (nel caso dei pesci: crescita, movimento, adattamento, sopravvivenza) si configura come connesso a relazioni di potere organizzate dagli esseri umani. Proprio perché gli animali non sono materia inerte, questo lavoro genera resistenze immanenti (fughe, lotte, fallimenti produttivi) che il capitale e la tecnica cercano continuamente di neutralizzare. La resistenza animale non è politica in senso umano, ma è l’effetto strutturale del fatto che il lavoro animale non è mai totalmente controllabile. In questo senso, per Wadiwel, lavoro e resistenza sono inseparabili: dove l’animale è messo al lavoro, lì inevitabilmente resiste.8
Jocelyne Porcher si distanzia, invece, dall’animalismo abolizionista. L’autrice scrive: “Yet we could consider - and it is on this that I base my proposition - that what we call domestication is above all the cooperative process of inserting animals into human society through work, which involves, as Marx wrote, elements of exploitation and alienation, but also, and more particularly, the prospect of emancipation.”9 Per Porcher, la domesticazione non è intrinsecamente un rapporto di violenza (lo è certamente al suo apice industriale), ma un processo storico di cooperazione in cui animali e umani sono integrati in società in varie forme, tra cui il lavoro condiviso. L’emancipazione, come per gli umani, richiede una trasformazione dei rapporti di lavoro, non una loro abolizione. Ciò richiama parecchio la medesima discussione nel campo della teoria critica sociale sulla necessità o meno di abolite il lavoro in quanto tale.
Stando così le cose, si deve constatare come la vita animale sia interamente coinvolta nel processo produttivo; sia, nel processo produttivo industriale, una vita per la morte.
Alla luce di queste considerazioni sembra possibile sostenere che il lavoro animale, nella fisionomia descritta, assuma nel capitalismo la forma di “lavoro astratto.”. Gli animali sono separati dalle condizioni della loro produzione e riproduzione; il loro tempo di vita è ridotto a tempo di lavoro socialmente necessario; le loro differenze qualitative sono annullate a favore della comparabilità quantitativa. Il lavoro animale diventa così una prestazione indifferente, misurabile, intercambiabile, orientata esclusivamente alla valorizzazione del capitale. Gli animali sono separati dal controllo delle condizioni della loro esistenza; la loro attività vitale è ridotta a tempo produttivo omogeneo, rivelando con particolare chiarezza la tendenza del capitale a sussumere la vita in quanto tale.
Note
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L. Beldo, Metabolic Labor: Broiler Chickens and the Exploitation of Vitality, “Environmental Humanities”, 2017, pp. 115. Si veda su quanto segue anche la raccolta, La lingua resa, a cura di G. Sottile, F. Tigani, Aracne, 2023.
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D. J. Wadiwel, Chicken Harvesting Machine: Animal Labor, Resistance, and the Time of Production, “South Atlantic Quarterly”, 2018, p. 535 e nota 10.
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J. Hribal, Animals Are Part of the Working Class: A Challenge to Labor History, “Labor History”, 2003.
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M. Barua, Animating Capital: Work, Commodities, Circulation, “Progress in Human Geography”, 2019.
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Ibid, p. 119.
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D. Stuart, R. L. Schewe, R. Gunderson, Extending Social Theory to Farm Animals: Addressing Alienation in the Dairy Sector, “Sociologia Ruralis,” 2012.
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Ibid.
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Dinesh Joseph Wadiwel, Do Fish Resist?, “Cultural Studies Review”, 201).
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Jocelyne Porcher, The Work of Animals: A Challenge for Social Sciences, “Humanimalia”, 2014, p. 1.










































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