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Il protezionismo che accelera la crisi dell’impero americano

di Emiliano Brancaccio

Dollaro I paesi esportatori mettono da parte dollari, ma gli Usa con le barriere commerciali e finanziarie ne frenano il libero utilizzo. La fiducia nel biglietto verde così è destinata a calare

È il gran «giorno della liberazione», come Trump ama chiamarlo: vale a dire, una nuova ondata di barriere doganali con cui l’America indebitata verso l’estero punta a limitare gli afflussi di merci provenienti dal resto del mondo. Definirla «liberazione», in effetti, suona ironico.

Per decenni gli Stati uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero anche in virtù dell’esorbitante privilegio di emettere dollari, la valuta più richiesta per i pagamenti internazionali. È quello che gli economisti chiamano il «grado di libertà in più» della politica economica americana: una forza monetaria che è anche espressione di una più vasta egemonia imperiale, nel senso che la moneta dominante si è fatta largo anche grazie al controllo politico-militare delle aree in cui si diffondeva. Risultato: il mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote.

Proprio quel «grado di libertà» della politica americana, tuttavia, è oggi messo in discussione. Come riconosciuto da Larry Fink e da altri insider del capitalismo statunitense, è possibile che l’egemonia monetaria dell’America stia volgendo al termine. Del resto, se i paesi esportatori accumulano dollari e gli Stati uniti alzano barriere commerciali e finanziarie che impediranno il libero utilizzo di quegli stessi dollari, per quanto tempo ancora ci si potrà fidare del valore universale del biglietto verde? A ben vedere, proprio la politica protezionista americana accelera la crisi egemonica americana.

Se dunque così stanno le cose, in effetti proprio di «liberazione» si tratta. Ma a liberarsi non è tanto l’America, quanto piuttosto quella enorme parte di mondo che per decenni si è assoggettata all’imperio «militar-monetario» statunitense. Le parole di Donald Trump, come spesso capita, significano il contrario di quel che sembrano.

Certo, la storia insegna che nessuna «liberazione» è indolore. Tanto meno questa, il cui travaglio si annuncia lungo e carico di minacce. Il problema di una crisi egemonica è che bisogna costruire un’egemonia alternativa, possibilmente attraverso un accordo multilaterale globale. Facile a dirsi. Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio.

Ma anche i cinesi si guardano bene dal prendere un’iniziativa di coordinamento. Per adesso, a Pechino preferiscono agitare la vecchia bandiera del libero commercio globale contro quella insorgente del protezionismo statunitense. Ma è pura retorica. Il liberismo indiscriminato degli anni passati, infatti, è esso stesso una causa degli squilibri finanziari che hanno poi dato la stura alle barriere americane. Con buona pace di Xi Jinping, un ritorno al globalismo deregolato non può esser soluzione poiché è parte del problema.

Quanto all’Unione europea, per aiutare a governare la crisi americana in modo pacifico potrebbe in primo luogo ammettere le sue responsabilità. Come il fatto che il veleno dell’austerity europea ha represso anche le nostre importazioni dal resto del mondo, e così ha contribuito a far montare il debito americano e gli altri squilibri internazionali. Ma a Bruxelles non sembrano di questo avviso. Anzi, ieri von der Leyen ha dichiarato che in caso di nuovi dazi americani l’Ue è pronta a «vendicarsi». Altro che promozione del multilateralismo. Ancora una volta un linguaggio guerresco, che rivela mefitiche ambizioni da nuova Europa imperiale.

In questa angosciosa tormenta delle relazioni internazionali, resta da capire la linea dell’Italia. Il nostro paese si trova in una posizione difficile, poiché è tra quelli che più vendono agli Stati uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento Usa verso l’estero. Gli americani registrano infatti un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari e lamentano di comprare quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro.

Con un tale squilibrio, può anche darsi che nel «giorno della liberazione» l’Italia risulti un po’ meno colpita di altri paesi. Ma i dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington. Rimembrando Marco Polo, faremmo bene a guardarci intorno in cerca di sbocchi commerciali alternativi.

Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma»

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AlsOb
Thursday, 10 April 2025 00:31
F. Trondoli ha ragione nel sostenere che il fuoco dell’analisi dovrebbe indirizzarsi alla esigenza di Trump e della sua amministrazione di affrontare la questione del posizionamento dell’impero nel contesto storico attuale, ma erra nel supporre che si tratti di una sorta di evoluzione e passaggio a una nuova fase.
Gli Usa infatti sono l'impero per lo meno fin da Bretton Woods, conferenza in cui imposero il dollar standard, i bracci armati degli organismi internazionali e le regole imperiali, eufemisticamente riassunte nella convenzionale espressione rules-based international order.
Siccome recentemente l’impero non è riuscito a domare come voluto, secondo gli arditi piani e stratagemmi dei neocon, Cina e Russia, ritiene e si trova nella necessità di rimodulare la forma in cui esercita l’imperialismo. Pertanto la cosiddetta guerra dei dazi rappresenta di fatto una questione di adattamento ai nuovi tempi dell’imperialismo e di definizione del nuovo ruolo delle colonie, che si sentono alquanto irritate e umiliate non per esserlo ma per essere apertamente trattate come tali, in una situazione in cui devono pagare incrementate tasse imperiali, a cominciare con l’acquisto di gas. (Come se non bastasse l’Unione Europea è nelle mani di una manica di irresponsabili degenerate nazifasciste e clown).
Nondimeno, l'articolo del vaporoso è, questa volta, sostanzialmente accettabile, per evitare antiche unilaterali e grossolane interpretazioni e toccare due punti importanti, il primo, pratico, la dura reazione dell’impero davanti agli intralci che il suo predatorio imperialismo finanziario e del dollaro ha incontrato e il secondo politico teorico, l’applicazione di un desiderabile principio di cooperazione, unica base scientifica e funzionale, purtroppo ancora utopica oggi, su cui si dovrebbe ricostruire il sistema monetario internazionale.
Una nota tecnica correttiva riguarda i freni che l’impero impone all’uso dei dollari e attività in dollari accumulati dagli esportatori: essi sono datati e emblematica fu già la vicenda Unocal.
Oggi non sono tanto i dazi a frenare e creare pesanti dubbi sui dollari posseduti, (al massimo ne fanno accumulare meno), ma l'esplicitaziono che essi rappresentano un privilegio e restano di proprietà dell’impero, che può sequestrarli a piacimento anche nel caso di riserve internazionali.
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Franco Trondoli
Thursday, 10 April 2025 08:39
Grazie AlsOb, come sempre.
Mi sembra che il tentativo di Trump, effetto comunque di una crisi, sia cercare di centralizzare l'economia della "fase" globalista, in un area territoriale ben definita. Dottrina Monroe. È una sorta di "passo indietro", per comunque cercare di rilanciare il proprio dominio. I romani persero il loro centro facendo un modo che i bizantini durassero mille anni.
I teorici statunitensi, forse, facendo tesoro di questo, cercano di fermare ed invertire il collasso centrale.
Ma non sono un esperto.
Vado ad intuizioni , curiosando qui' e là.
Cordiali Saluti
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Franco Trondoli
Thursday, 10 April 2025 11:35
https://francosenia.blogspot.com/2025/04/colonizzare-leuropa.html GT
Per conoscenza e dibattito.
Grazie
Cordiali Saluti
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Franco Trondoli
Thursday, 10 April 2025 08:41
"facendo in modo".
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Franco Trondoli
Tuesday, 08 April 2025 21:38
Non mi convince la tesi di fondo di Brancaccio.
1) Trump sta cercando di costruire un Impero adesso. Fino ad ora era una sorta di egemonia globalista. Ma un Impero è un'altra cosa. Tanto è vero che , per quello che conta, quando Negri e Hardt hanno scritto il libro " Impero", quasi tutti hanno detto: ma no, è
un' analisi sbagliata.
2) Intanto Trump, ma anche Biden, hanno ributtato la pallina in campo Europeo e Russo.
No..si rischia di perdere di vista il fatto che, in primis..sono tutti "dazi" nostri.
Cordiali Saluti
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