Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina
Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici
di Corrado Cirio
Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici
L’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale
La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.
Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.
Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.
Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.
Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.
La guerra digitale e la scomparsa della fog of war
L’informazione, in tutte le sue sfaccettature, è sicuramente il fattore che più di ogni altro ha dominato questo conflitto.
La combinazione di strumenti satellitari e capacità di elaborazione dati, con il raccordo diretto di tale flusso informativo alla singola unità che opera sul terreno e addirittura al sistema informativo globale in cui agiscono soggetti di ogni tipo, ha comportato la sostanziale scomparsa di uno dei fattori decisivi nelle guerre del passato: quella che veniva chiamata the fog of war.
La “nebbia della guerra” è sempre stata l’elemento condizionante degli eventi militari, dal livello strategico a quello tattico. Il cuore di ogni conflitto armato è sempre stato il non sapere dove e con quali forze si trovi il nemico; poter accumulare truppe e materiali restando a propria volta celati; predisporre informazioni ingannevoli; schierare, attaccare e difendere sulla base di ipotesi.
L’efficienza dei servizi di intelligence, il lavoro dei ricognitori, le capacità strategiche e tattiche dei generali, insieme all’elemento fortuna, sono stati per secoli gli strumenti di contrasto della fog of war, incidendo in misura determinante sull’esito dei conflitti armati.
Dai satelliti agli occhi dei droni, la mole di informazioni generali e di dettaglio a disposizione dei contendenti ha cambiato radicalmente il quadro operativo.
Ciò non produce solo conseguenze tattiche, su cui torneremo diffusamente anche alla luce delle prime riflessioni dei generali russi che le stanno sperimentando, ma modifica profondamente il quadro della strategia militare e influenza direttamente gli aspetti legati alla produzione, fino a toccare la diplomazia.
La celebre frase “in guerra il primo morto è la verità” ha perso gran parte del suo significato generale.
Solo verso popolazioni indifferenti o manipolate dai sistemi massmediatici è ancora possibile mantenere un’immagine irrealistica della situazione sul campo.
Fermo restando il ruolo tossico della propaganda di guerra nei confronti dell’opinione pubblica, l’accesso alle informazioni più significative è ormai alla portata di chiunque abbia volontà e un minimo di strumenti o capacità. Per primi, ovviamente, i decisori: non solo quelli militari, ma anche quelli politici.
Se un tempo, neppure troppo lontano, un generale sul campo poteva celare o modificare informazioni anche ai propri superiori, oggi tali manipolazioni hanno vita brevissima. Se il racconto di grandi successi poteva indurre i governanti di paesi terzi, lontani dal campo di battaglia, ad accreditare le ragioni di una parte, oggi tali operazioni sono possibili solo in condizioni di esplicita malafede o corruzione.
In Ucraina ogni unità delle due parti produce capacità di combattimento e, contemporaneamente, milioni di testimonianze visive di quanto accade in tempo reale. I droni non sono solo l’arma simbolo dell’oggi, ma occhi invasivi i cui dati viaggiano nell’etere e restano archiviati nella storia.
Quando un filmato mostra un attacco a un edificio, la sua geolocalizzazione dimostra quando e dove l’attacco è avvenuto e, paradossalmente, può indicare che quel punto è sotto controllo del nemico.
Questa gigantesca mole di dati, in larga misura accessibile, è ovviamente oggetto di tentativi di manipolazione, correzione e uso propagandistico. Naturalmente una parte significativa delle informazioni realmente sensibili resta protetta e celata.
Rimane però la sostanza di una diffusione globale di informazioni che fino a pochi anni fa erano disponibili solo agli alti comandi, spesso con ritardi e lacune.
Le mappe di istituti come l’ISW (Institute for the Study of War) trasferiscono sul web quasi in tempo reale la situazione sul campo, utilizzando anche fonti satellitari e analisi digitale delle comunicazioni.
Prendiamo il caso limite delle perdite umane nella guerra in Ucraina. È un dato che per Kiev ha costituito fin dall’inizio uno dei segreti militari più sensibili. Se fosse reso noto in modo completo, probabilmente comporterebbe un drastico cambiamento nelle opinioni pubbliche mondiali e un grave tracollo morale interno. Tuttavia molti analisti di diversi paesi hanno elaborato stime, descrivendo nel dettaglio le metodologie adottate.
E talvolta qualche esponente politico occidentale ha divulgato cifre controverse, come Ursula von der Leyen che, nel dicembre 2022, parlò di 100.000 soldati ucraini morti, suscitando reazioni indignate a Kiev.
Chiunque voglia informarsi può dunque confrontare stime e metodi di conteggio: il segreto, in parte, è un segreto di Pulcinella.
Il passaggio dalla propaganda di guerra all’uso dei media come vero e proprio strumento militare non è una novità. Il meccanismo “creazione del nemico diabolico – mobilitazione delle coscienze – organizzazione del dissenso dove governa l’avversario oppure giustificazione della repressione dove governiamo noi” è antico quanto la guerra stessa.
Con i nuovi sistemi informativi questo schema ha raggiunto un livello di pervasività inedito.
Gli attori globali che controllano sistemi massmediatici e piattaforme social, influenzando l’intera catena informativa – dalle agenzie di stampa ai think tank, dai servizi ai giornalisti embedded – possono segmentare la società in gruppi omogenei, isolarne alcuni e amplificarne altri attraverso l’uso degli algoritmi, fino a trasformare determinate organizzazioni in strutture politiche e, talvolta, persino militari.
Sono scomparse le barriere fisiche che un tempo potevano limitare o condizionare la diffusione di attività di manipolazione di massa.
Tornando agli effetti dell’informazione digitale sul campo di battaglia, ecco la testimonianza di un combattente:
«Continuiamo il nostro difficile lavoro per rifornire le nostre unità d’assalto nella direzione di Pokrovsk. Questo mese, l’attenzione principale è stata rivolta alle unità d’assalto, alle loro comunicazioni e alla loro sopravvivenza sul campo di battaglia.
Innanzitutto, dobbiamo spiegare come si presenta la linea di contatto in questa direzione e, in generale, su tutto il fronte. In primo luogo, il personale militare assemblato e pronto a svolgere i propri compiti di combattimento viene portato al punto di raccolta a 20-25 km dalla linea del fronte. Quindi attendono il comando. Vengono caricati all’inizio del segmento successivo e lasciati in un punto a circa 10-13 km dalla LBS (linea di contatto), dove possono rimanere per un certo periodo di tempo, da alcune ore a diversi giorni. Si tratta di un punto di evacuazione vicino da cui è quasi garantito poter fuggire e sopravvivere.
Poi c’è il successivo punto di sbarco, a 5-7 km dalla LBS: non è possibile proseguire oltre in auto. Tutti gli spostamenti sul terreno, tra campi minati e aree aperte, sono effettuati con guide. Da lì, a piedi, raggiungono il punto da cui può iniziare l’assalto.
Di norma, solo la metà di loro raggiunge le posizioni, mentre il resto rimane ferito o ucciso dai droni. Una coppia di stormtrooper che ha raggiunto le rovine di una casa di solito opera in due, nascondendosi tra le macerie e nei seminterrati. Non si avventurano all’esterno se non è necessario. Da lì devono mantenere la comunicazione con il comandante per restare informati su ciò che accade all’esterno, coordinare le azioni con le unità vicine, fornire assistenza e partecipare agli assalti. Possono trascorrere una settimana, un mese o due tra le rovine.
Se il tempo è brutto — nebbia, pioggia, nevicate — le perdite si riducono drasticamente. I droni FPV quasi non volano sotto la pioggia: le gocce si attaccano alla telecamera. La cortina d’acqua blocca fortemente il segnale a 5,8 Ghz. Tuttavia, l’artiglieria nemica diventa più attiva.
Il movimento di qualsiasi gruppo corazzato viene solitamente individuato dal nemico 10-15 km prima della LBS. Quando raggiunge le posizioni iniziali per l’attacco, nel cielo ci sono già decine di droni FPV nemici e altre decine pronte al lancio. Tutto questo poi si abbatte sul gruppo corazzato e sui paracadutisti.
Sì, è difficile per le nostre truppe e ci sono vittime, ma siamo ancora in grado di lanciare i paracadutisti e avanzare. Le nostre perdite principali sono sotto forma di soldati feriti.»
(Ottobre 2025. Da un villaggio a pochi chilometri a est di Pokrovsk, post di un sottufficiale russo)
Questa descrizione costituisce la base di considerazioni tattiche fondamentali, ben trattate da Baluevsky e Pukhov in un testo che appare assolutamente centrale e che sarà oggetto della seconda parte di questo articolo.
* * * *
Parte 2. Il campo di battaglia
Nell’arco di soli due anni, in Ucraina il drone si è imposto come arma decisiva e dominante. La miniaturizzazione e la riduzione dei costi delle componenti di base, insieme allo sviluppo di soluzioni digitali avanzate, stanno portando le operazioni di combattimento a essere occupate da veri e propri sciami di un’ampia varietà di tipi, forme, dimensioni e scopi. La maggior parte di questi droni è sempre più piccola ed economica, ma sempre più a lungo raggio e autonoma, combinando capacità di ricognizione e attacco. Ci sono tutte le ragioni per credere che questo processo continuerà ad espandersi e ad approfondirsi, poiché la capacità di intensificare la “guerra con i droni” supera la capacità di contrastare efficacemente questo tipo di armamento.
La prima conseguenza è che scompare anche fisicamente il concetto di “linea del fronte”. Per decine di chilometri di profondità viene a crearsi una zona di uccisione, dove imperversano droni in funzione di ricognizione, di attacco e di agguato, che impediscono l’afflusso di rifornimenti, le rotazioni del personale, il dispiegamento di artiglieria e di strutture di supporto ai combattenti, l’accumulo di riserve per attacchi o contrattacchi. La combinazione letale di questa attività invasiva con il coordinamento in tempo reale con forze missilistiche o artiglieria di lunga gittata ha un effetto devastante su ogni concentrazione di forze o sulla sopravvivenza di bersagli anche protetti.
«L’internet Starlink è diventato un elemento chiave… Per la prima volta nella storia furono implementati una rete di informazione e un sistema di scambio dati accessibili al pubblico, veloci e sufficientemente sicuri. Questa tecnologia consente la connessione di tutti i livelli di comando fino al livello più basso e garantisce la comunicazione e il comando e controllo sul campo di battaglia indipendentemente dalla distanza.» (Baluevsky e Pukhov) (2)
In parallelo con l’affermarsi del drone, sul campo di battaglia è apparsa la connessione diretta del singolo soldato con l’intera catena di comando, consentendo il comando e controllo a raggio illimitato di truppe, veicoli e aerei senza pilota e armi a guida di precisione.
La seconda conseguenza fondamentale di queste due innovazioni combinate, dopo la scomparsa della “fog of war”, è il prevalere della capacità di guerra a distanza, relegando al passato l’importanza finora assoluta del “fuoco diretto”. La trasparenza del campo di battaglia e la designazione del bersaglio in tempo reale stanno eliminando la necessità del fuoco in linea di vista: la capacità di sopravvivenza e l’efficacia in combattimento di qualsiasi arma a fuoco indiretto, dispersa e a distanza, e dei suoi equipaggi sono di gran lunga superiori a quelle di qualsiasi arma in linea di vista.
Questa, e non l’insufficiente protezione dai droni, è la ragione principale della crisi delle forze corazzate, che si è manifestata già durante la controffensiva ucraina del 2023 ed è evidente dal 2024.
Il carro armato è stato progettato come piattaforma protetta per il fuoco a vista, ma ora è un bersaglio facilmente individuabile e neutralizzabile. Non può più svolgere un ruolo centrale nel combattimento. Gli elicotteri da combattimento corazzati sono quasi spariti dai campi di battaglia già al secondo anno di guerra.
Anche l’arma regina del ’900, l’artiglieria, che pure per tutta la fase iniziale della guerra in Ucraina ha svolto il suo ruolo tradizionale, risultando decisiva nello stroncare il contrattacco ucraino del 2023, sta subendo una crisi di funzioni.
Oltre a dover aumentare decisamente la distanza da cui può operare, si è evidenziato come l’uso massiccio di munizioni non guidate non sia giustificato nel rapporto costo/efficacia, laddove le stesse missioni di fuoco possono essere compiute da droni o altre armi di precisione, compresi proiettili guidati.
«Sorge una domanda logica: è razionale utilizzare ingombranti sistemi di artiglieria come piattaforme di lancio per tali munizioni?» (Baluevsky e Pukhov, ibidem)
I due autori analizzano nel dettaglio le conseguenze che le modifiche di questi quattro elementi chiave — fog of war, fuoco a vista, rapporto costo/efficacia di carri armati e artiglieria, possibilità di interazione diretta con tutta la catena di comando — avranno nella riscrittura di tutti i manuali militari, tattici e operativi.
Ma le conseguenze da trarre sono a ben altro livello, in quanto si inseriscono in un quadro che presenta altre novità tecnologiche fondamentali.
Sempre più veloci
Sul campo di battaglia dell’Ucraina si è affacciato un altro tipo di innovazione radicale, che non è stato centrale nel conflitto ma ha comunque dimostrato la sua esistenza reale e la sua straordinaria efficacia: l’arma ipersonica. Assieme alla rivoluzione digitale (anch’essa indispensabile per il dispiegamento di queste armi), questa tipologia di arma modifica radicalmente alcuni concetti basilari della guerra moderna.
Nelle sue diverse declinazioni operative — Kinzal, Zircon, Oreskin — l’arma ipersonica ha svolto compiti cruciali nella distruzione delle batterie di Patriot e nell’attacco a siti protetti. Ma la sua importanza è nella prova sul campo dell’esistenza e della capacità operativa di tali sistemi d’arma, che rappresentano un salto di qualità — per ora e presumibilmente a lungo — rispetto al tradizionale equilibrio offesa/difesa (il cannone e la corazza di Jules Verne).
Non si tratta soltanto dell’estrema velocità (superiore ai 5.000 km/ora, ma certamente molto di più, tra 10 e 12 mila km/ora), ma della possibilità di manovra e della relativa snellezza d’impiego. Ovviamente velocità anche maggiori, da oltre quarant’anni, sono la caratteristica degli ICBM, i missili balistici intercontinentali, le cui traiettorie suborbitali anche a 20.000 km orari erano però prevedibili e consentivano di ipotizzare metodi di intercettazione, ed avevano ragione di esistere, data la gigantesca complessità e i costi, solamente con un carico pagante nucleare.
Contro le armi ipersoniche — sistemi che hanno un accettabile rapporto costo/efficacia anche con testate convenzionali, avendo un costo unitario inferiore di diversi ordini di grandezza — le capacità di intercettazione appaiono sostanzialmente nulle. Nonostante le dichiarazioni e le affermazioni delle controparti, che siano gli Ucraini o Israele, non esiste una sola prova documentale dell’abbattimento di uno degli oltre 50 Kinzal lanciati sull’Ucraina o di eventuali missili realmente ipersonici lanciati dall’Iran su Israele. In ogni caso, se qualche ipersonico fosse stato realmente intercettato si tratterebbe di una percentuale risibile, a costi insostenibili.
Le variazioni delle modalità di combattimento con l’uso dei droni hanno trasformato il fronte di combattimento in una fascia di uccisione profonda decine di chilometri, reso insicure le retrovie e drammaticamente costosa la logistica, e reso obsolete e marginali le formazioni corazzate e, in parte, l’artiglieria tradizionale.
I missili ipersonici hanno reso inadeguata la difesa antiaerea e aumentato di ordini di grandezza la vulnerabilità di tutti i siti di grande importanza militare, per quanto lontani dalla linea del fronte e per quanto protetti (ad esempio le portaerei, gli aeroporti o porti, le grandi fortificazioni, i siti industriali, le centrali atomiche).
Nel novembre 2025 il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che da due anni, ogni volta che vengono forniti dagli USA agli Ucraini moderni sistemi di difesa missilistica, essi vengono distrutti «entro una settimana dalla consegna».
Anche il ruolo degli aerei da combattimento ha iniziato un percorso di obsolescenza tattica e strategica simile a quello dei carri armati. Pensati da un secolo come soggetti multiruolo che intervengono con modalità diverse direttamente sui campi di battaglia, e padroni incontrastati degli scenari di guerra fino alla seconda guerra del Golfo, sono già ora in Ucraina limitati al ruolo di piattaforme di lancio di sistemi d’attacco da remoto, che si tratti di bombe plananti, missili aria/terra o missili aria/aria. Di fronte allo sviluppo dei sistemi missilistici antiaerei anche con base a terra, gli aerei sono diventati oggetti costosissimi dall’esistenza precaria in ambienti a rischio. Per un lungo periodo la ricerca di sistemi stealth ha prolungato la vita e le funzioni degli aerei, ma gli sviluppi tecnologici più recenti, soprattutto nei radar di scoperta e ingaggio, stanno mettendo in discussione anche questa protezione.
Analisti militari USA, tra cui Daniel Davis, Douglas Macgregor e l’analista CIA Larry Johnson, sostengono queste tesi già da mesi, contestando l’incapacità delle forze armate USA di affrontare questi nuovi scenari sia come capacità operative sia come variazioni dottrinali.
Sempre più occulti
Se a questo quadro aggiungiamo le nuove armi presentate dalla Russia, ma non ancora documentate in azione — Poseidon, Sarmat e Burevestnik — tutte e tre pensate per diminuire l’efficacia di ogni sistema di contrasto; quelle sfilate a Pechino, tutte dotate di terminali ipersonici; e l’incredibile miniaturizzazione che sta interessando tutti i sistemi, dai droni ai motori nucleari, lo spostamento avvenuto in questi anni a favore della capacità di attacco rispetto alla capacità di difesa è strabiliante.
Poseidon — Status-6 per la NATO — è, secondo stime occidentali, un drone sottomarino a propulsione nucleare: autonomia oltre 10.000 km, 100 tonnellate, diametro due metri, 100 nodi di velocità, profondità oltre 1.000 metri, tecnologia stealth. Dotato di testata termonucleare, può distruggere intere aree costiere ed è quasi impossibile da intercettare. Viene trasportato da un sommergibile “madre” — Belgorod e il futuro Khabarovsk — che può trasportarne diversi.
Sarmat — Satan2, SS-30 per la NATO — è il nuovo ICBM russo, che ha un tempo di preparazione al lancio quasi azzerato, può trasportare 15 testate MIRV oppure 24 MARV ipersonici ed è dotato di nuovissime capacità di contrasto all’intercettazione.
Burevestnik — SSC-X-9 per la NATO — è un missile di crociera a propulsione nucleare, a gittata di fatto illimitata e tempo di volo anche di giorni, che può volare a poche decine di metri dal suolo o dall’acqua in modo autonomo, estremamente manovrabile, evitando ogni sistema antimissile esistente. L’incredibile miniaturizzazione di un motore nucleare contenuto in uno scafo di soli 9 metri e diametro di poco superiore al metro è un balzo tecnologico impensabile, che potrà portare ad ulteriori straordinarie innovazioni. È ancora in discussione in Russia il ruolo strategico da assegnare a questo sistema d’arma.
A partire da Hiroshima la capacità di attacco era già balzata in primo piano rispetto a quella di difesa, tuttavia a un livello tale da non essere scalabile: distruzione totale oppure niente.
Contro l’arma nucleare in ogni caso esisteva una possibile difesa: l’intercettazione dei vettori di trasporto dell’arma nucleare sui suoi bersagli. Un vero equilibrio del terrore si stabilì negli anni 1959/60, quando divennero operativi i sottomarini nucleari con capacità di lancio ICBM, diminuendo drasticamente i tempi e le capacità di intercettazione. Quel momento fu decisivo per convincere le superpotenze di allora che era il caso di concordare una de-escalation, essendo consapevoli di essere diventate vulnerabili.
Il confronto si spostò sul terreno economico e delle guerre ibride, ed il risultato fu una straordinaria vittoria degli USA.
Per quasi trent’anni non c’è stata partita simmetrica tra il sistema imperiale statunitense ed il resto dei player mondiali, ridotti dal 1990 e fino agli anni 2020 a entità secondarie. Dagli anni 1990 e soprattutto dopo la seconda guerra del Golfo del 2003 si è assistito, da parte degli USA, a un progressivo abbandono della percezione della necessità di mantenere un equilibrio, tanto da portarli a non mantenere accordi e patti stipulati nei decenni precedenti, sia relativamente al ruolo e all’espansione della NATO sia ai diversi trattati sulle armi strategiche, cancellando anche il ruolo degli organismi di governo mondiale condiviso, a partire dall’ONU.
La guerra in corso in Ucraina ha rimesso la questione dell’equilibrio al centro dell’agenda geopolitica globale, ed è l’aspetto più evidente e critico di un più generale riassetto delle forze in campo, che comunque ruota attorno alla nuova potenza economica cinese e di altri grandi paesi.
È questa, infatti, la chiave che ha aperto alla Russia la porta per tornare a un confronto sul terreno ad essa più congeniale, quello militare, uscendo dall’angolo in cui la potenza finanziaria statunitense l’aveva chiusa negli ultimi decenni del secolo scorso fino a provocare il crollo dell’Unione Sovietica.
Nel frattempo, come il campo di battaglia dimostra ogni giorno, anche gli equilibri militari si sono radicalmente modificati.
Il complesso delle nuove tecnologie oggi converge nel rendere attaccabile ogni attore geopolitico. Le grandi corazze e le grandi flotte sono dinosauri costosissimi divenuti bersagli paganti per sistemi d’arma con un costo inferiore di ordini di grandezza.
Gli scudi stellari, sia il piccolo Iron Dome israeliano sia il futuribile Golden Dome di Trump, sono colabrodi dal costo infinito e inutile, almeno fino al prossimo salto tecnologico delle armi ad energia, per ora assai lontano e assolutamente incerto. Figurarsi le avide fantasie di Cingolani sullo scudo italiano.
Soprattutto ciò che sta dietro agli apparati bellici, i sistemi produttivi, si sono trovati di fronte a sfide che ne hanno messo in luce impietosamente contraddizioni e debolezze.
* * * *
Parte 3. Tecnologia, modo di produzione, nuovi equilibri
L’esito della guerra in Ucraina è stato determinato non da uno specifico sistema d’arma (nella fase iniziale del conflitto la superiorità ucraina/NATO nei droni e nella catena di comando digitalizzata era significativa), ma dalla quantità e qualità delle risorse materiali e umane e dalla capacità di “mettere a terra” lo sviluppo tecnologico e scientifico in tempi e quantità superiori.
Un’affermazione fondamentale e riassuntiva dell’articolo di Baluevsky e Pukhov (5) è la seguente:
«La campagna in Ucraina ha segnato la fine di quasi un secolo di dominante concezione di guerra meccanizzata, caratteristica delle società industriali.» (ibidem)
In accordo con quanto sostengono Qiao Liang e altri teorici cinesi, è la tecnologia il cuore della potenza militare, ma soprattutto la capacità di adattarsi ad essa con creatività, sfruttando i propri punti di forza e individuando quelli di debolezza degli avversari.
Il fatto che si stia parlando di guerra simmetrica (e di confronto simmetrico) indica che si confrontano sistemi produttivi che hanno capacità di sviluppo tecnologico comparabili, capacità produttive competitive, capacità importanti di gestione dei sistemi informativi e comunicazionali, capacità di relazioni internazionali che amplino le risorse dei contendenti.
Qui sarebbe utile iniziare una riflessione su come la struttura del sistema produttivo incida sulle scelte tecniche, strategiche e tattiche di ciascun paese, e su come ciò porti situazioni inizialmente e potenzialmente simmetriche a realtà operative di reale disequilibrio.
Come gran parte degli analisti rilevano, la “sorprendente” capacità russa di produrre armi ed equipaggiamenti in grado di sovrastare l’intera produzione dei paesi della NATO, nonostante una forza economica ritenuta una frazione degli stessi, è legata in grande misura alla proprietà statale dell’apparato militare-industriale. Tale ruolo dello Stato nell’economia è stato rafforzato in Russia dal 2014, anno in cui — Georgia, Ucraina, Siria — è diventata evidente la volontà americana di smontare pezzo a pezzo la potenza statale russa, escludendo ogni tentativo di composizione degli interessi. Questo processo di ritorno alla decisionalità politica nell’economia ha avuto un impulso straordinario dopo la guerra in Ucraina, riportando sotto controllo diretto o indiretto dello Stato tutte le attività strategiche russe, cancellando di fatto, anche se non ancora di diritto, le privatizzazioni forsennate degli anni ’90.
Ciò ha significato razionalizzazione delle produzioni, costi ridotti perché privi dei giganteschi margini di guadagno delle aziende private occidentali, possibilità di modificare le richieste senza passare attraverso la contrattualistica privata. Tra le tante lobby che in Occidente prosperano sul business militare, ed hanno un potere spropositato nel determinare politiche e scelte, in Russia (e ancor più in Cina) prevale la ragion di Stato: le necessità che emergono dal campo di battaglia. La politica è al comando.
Questa differenza inizia ancor prima della fase di produzione, in quella dello sviluppo dei progetti di armamenti, che nell’Occidente finanziarizzato rispondono a criteri di massima redditività del prodotto finale e dello stesso processo di progettazione, senza alcun riguardo per i costi unitari ma soltanto per la massima soddisfazione dei requisiti richiesti, con la massima sofisticazione possibile. (6)
Ancora prima, lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica è orientato da indicazioni politiche e di governance, che definiscono anche gli stanziamenti necessari in base alle necessità individuate e operano attraverso strutture pubbliche a ogni livello.
Quando si arriva alla produzione di materiali, la diversa impostazione del sistema sociale e produttivo comporta, alla prova dei fatti sul campo di battaglia ucraino, una progressiva accentuazione delle differenze. Inizialmente meno reattiva, la parte russa ha rapidamente modificato la postura, adattandola alle esigenze che emergevano.
Questo è vero sia per la parte quantitativa, dirottando risorse da altri settori, sia — e soprattutto — per la parte qualitativa. La più grande fabbrica russa di mezzi corazzati, che dal 2022 lavora su turni di 24 ore ed ha espanso di parecchie volte la sua capacità produttiva, pare abbia recentemente deciso di ridimensionare in parte il proprio personale, trasferendolo ad altre fabbriche di componentistica più utile per i nuovi sistemi d’arma. È stata avviata un’attività programmata di “dronizzazione” a livello regionale in tutto il paese per stimolare la crescita economica e strategica dell’intera economia nel settore.
Contemporaneamente l’esercito russo ha attuato una profonda ristrutturazione della sua organizzazione, creando un corpo autonomo (7) in cui sono confluiti tutti gli addetti ai droni, dalla progettazione e sviluppo alla formazione e addestramento, fino all’utilizzo sul campo sia con funzione di ricognizione sia di difesa e attacco. Questa scelta è stata realizzata in tempi brevissimi ed ha fatto seguito alla sperimentazione di Rubicon, un reparto che ha raccolto i migliori operatori di droni già dal secondo anno di guerra.
Non possiamo evitare di sottolineare che gran parte degli investimenti colossali che l’Europa sta programmando sono invece diretti a far sviluppare la produzione di carri armati (in parziale sostituzione delle auto sempre meno competitive). Rheinmetall e Leonardo, aziende leader in Europa nel settore militare, hanno avuto ordini miliardari dai loro governi per centinaia di carri armati e progetti di nuovi carri futuribili. Sarebbe da ridere se non fossero soldi sottratti al welfare e allo sviluppo.
È vero anche che gli orientamenti generali del sistema produttivo rispondono a interessi specifici. In Occidente, in particolare dopo il 1990, la politica è stata totalmente sottomessa agli interessi dei grandi gruppi finanziari multinazionali, eseguendone i desiderata fino a creare una situazione paradossale, in cui un singolo imprenditore privato ha negli USA il controllo delle attività spaziali e di comunicazione satellitare, e decide in autonomia se fornire o meno alle truppe ucraine i suoi sistemi di comunicazione.
La fine dell’immunità dell’impero talassocratico
La protezione data dagli oceani e dai mari prima all’impero inglese e poi a quello statunitense sta diventando un ricordo, e lo sarà sempre di più nell’arco di pochissimi anni. Anzi, sistemi d’arma come Poseidon e Burevestnik utilizzeranno gli immensi spazi oceanici, molto meglio dei sottomarini nucleari con capacità di lancio ICBM, per celarsi alla scoperta e portare minacce non intercettabili.
Paradossalmente la corsa al riarmo nello spazio, sempre più chiodo fisso di Donald Trump nella speranza di costruire lì una barriera di difesa invalicabile per blindare la “fortezza America”, sarebbe, se effettivamente implementata nonostante i costi pazzeschi e le incertezze tecnologiche, un ulteriore passo verso l’insicurezza, perché aprirebbe la strada all’occupazione dello spazio da parte dei competitori con armamenti non solo difensivi ma offensivi, anche meno intercettabili di quelli attuali e certamente meno costosi.
L’arroganza imperiale durata tre secoli di inglesi e americani era basata su una certezza di immunità: non avendo vicini pericolosi confinanti, protetti dal “muro d’acqua”, potevano dedicare le loro risorse alla proiezione di potenza all’estero, senza temere di pagare prezzi troppo elevati per qualsiasi scelta facessero, per quanto aggressiva e criminale essa fosse.
È persino patetico l’agitarsi di Ursula von der Leyen e dei sodali europei per “riarmare l’Europa”.
Riarmare cosa? Con che scopi? Con che armi?
Probabilmente non ci si rende conto dell’effetto collaterale e di lungo periodo della decisione di “abbaiare alle porte” della Russia. In Ucraina non solo si è consumata una sconfitta epocale della NATO, ma si sono consolidati i nuovi equilibri geopolitici e militari del mondo.
La Russia, costretta all’angolo, ha reagito come da sua tradizione e capacità: ha via via affinato l’unico esercito moderno veterano esistente oggi, implementando le novità tecnologiche in una macchina efficace nel colpire e distruggere bersagli ormai non difendibili. Lo ha fatto adattandosi e progredendo, mentre in Ucraina si consumavano centinaia di miliardi delle armi più potenti a disposizione della NATO, con lo sforzo congiunto di decine di Paesi, e si distruggevano le basi dello sviluppo economico della stessa UE. Prima di ogni altra cosa, si è dimostrato al mondo intero che l’Occidente collettivo è una tigre di carta del tutto inaffidabile moralmente e giuridicamente, incapace di affrontare razionalmente le sfide della convivenza e del governo mondiale.
Ciò che dovrebbe premere alle classi dirigenti europee, o almeno alle nostre, è convincere la Russia che non avrà più bisogno del suo esercito e potrà tornare serenamente a dedicarsi ai commerci e allo sviluppo, come è nel comune interesse di ciascun paese europeo.
Lo slancio militar-patriottico delle classi dirigenti europee, orfane della copertura settantennale dell’ombrello USA, si pasce nell’illusione che con un adeguato esborso di quattrini si possa andare a un confronto militare con la Russia (senza peraltro individuarne alcun motivo). Ma non hanno letto né di storia né di dottrine. La guerra con la Russia, che pare una prospettiva così eroica ai nostri piccoli uomini di potere e al sistema massmediatico, durerebbe da cinque a dieci ore, sempre che rimanesse qualche pezzo di governo in grado di trattare la resa, perché sarebbe una guerra nucleare monodirezionale. L’ultima cosa che interesserebbe ai russi è impelagarsi in una guerra infinita contro il quadruplo dei propri abitanti ed economie dal potenziale dieci volte superiore. Il trattato di Mosca del 1990 ha consentito l’unificazione delle due Germanie, ma a condizione che mai la Germania costruisse un esercito nella parte est né tanto meno si dotasse di armi nucleari. Quel trattato non potrà essere infranto.
Ma per capire che la collaborazione (quanto più disarmata possibile) con la Russia è l’unica strada percorribile serve una classe politica interessata al proprio paese, non costruita in laboratori esteri che si sono dimostrati strategicamente fallimentari e tatticamente inadeguati, e hanno prodotto impresentabili caricature in una parodia di governanti. La UE uscirà a pezzi da questa prova, avendo clamorosamente fallito in tutti i suoi obiettivi di pace e benessere.









































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